
5 SETTEMBRE – ADOLFO VACCHI
ADOLFO VACCHI
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ADOLFO VACCHI, docente, nacque a Bologna il 29 gennaio 1887 e fu ucciso a Como il 5 settembre 1944.
Si laureò in Matematica presso l’Università degli Studi di Bologna e gli venne assegnata la cattedra di matematica e fisica all’Ateneo di Venezia.
Militante antifascista e rappresentante sindacale, fu più volte aggredito dagli squadristi.
Nel 1923, per le sue idee politiche, il governo fascista emise contro di lui un provvedimento di confino che lo costrinse a trasferirsi a Milano dove, per sopravvivere, dovette adattarsi a dare lezioni private agli studenti.
Sfollato con la famiglia a Veniano, in provincia di Como, durante la guerra, entrò a far parte del Comando Generale del C.V.L. con il nome di battaglia di Hope. Nel 1944 accettò il rischioso compito di organizzare una stazione radio clandestina dell’ O.R.I. (Organizzazione per la Resistenza Italiana) in stretto collegamento con i servizi segreti alleati di Lugano, l’ O.S.S.
Dalla stazione radio Hope riuscì a mandare in onda importanti messaggi d’incitazione alla lotta e alla Resistenza, fra cui uno, particolarmente famoso per la sua appassionata veemenza, trasmesso il 25 luglio 1944, primo anniversario della caduta del fascismo.
Il 18 agosto 1944, a causa di una delazione, venne arrestato nella sua casa di Veniano e condotto a Como, nelle carceri di S. Donnino. Privi di alcuna prova che permettesse loro di imbastire un processo, non volendo liberarlo, i fascisti decisero di eliminare il professore, giudicato pericoloso per la sua lucida intelligenza. Nel corso di un trasferimento, simulando una fuga, gli spararono alle spalle, a tradimento, la notte del 5 settembre, all’esterno del cimitero di Camerlata, a Como.
Bibliografia: G. Perretta – Un matematico per la libertà – Como, ed. C. Nani, 1986
Testimoni viventi: Rino Carpentiero, ex alunno, Brescia.
LETTERA ALLA FIGLIA, 25 luglio 1943.
Mia cara figlia,
oggi è giorno di libertà, di redenzione, di
ebbrezza: qui a Milano sembriamo tutti ubriachi
ed i più assennati sembrano pazzi…
Gli altri non ci sono più, tutti sfasciati, non più
francobolli, non più ritrattoni gorilleschi e grotteschi.
Esultate, esultate!!
Oggi il popolo esplode dopo 249 mesi di oppressione
e di compressione: per me è il giorno più bello
della vita, così lungamente, tormentosamente
ma fiduciosamente atteso! Esultate!
Vorrei scrivere la lettera più bella che io abbia
mai scritto, bella come la libertà sognata e
di cui spunta l’alba, (scriverò con più calma)
ma sono stanco, sfinito, tu mi conosci e mi
capisci! “Viva la libertà!”
Non posso dire altro, non posso scrivere né
descrivere le 16 ore di tripudio personale e
collettivo. Il fascismo è stato travolto,
finito in un attimo, per sempre!
W la libertà
Tuo Adolfo
Tuo Padre
ore 15 del 26-7-1943 anno I dell’Era Nuova
credere obbedire combattere
capire sapere agire.
Riportiamo qui di seguito il discorso tenuto dal sen. Forni, vice-presidente della sezione Anpi di Como, in occasione dell’inugurazione della lapide in ricordo di Adolfo Vacchi, nella casa di Veniano dove venne arrestato.
RICORDO DI ADOLFO VACCHI
UN MATEMATICO PER LA LIBERTA’
Ringrazio la sezione ANPI del Seprio e l’ANPI Provinciale per aver organizzato questo incontro al fine di ricordare il partigiano, lo scienziato, l’educatore prof. Adolfo Vacchi che qui ha vissuto, con la sua famiglia, da sfollato, gli anni più pericolosi della 2a guerra mondiale , in particolare il periodo dell’ occupazione nazista e dell’infausta RSI.
Sono sempre stato affascinato dalla figura di questo studioso, rigoroso, limpido nel pensiero, costante e coraggioso nel difendere la libertà.
Quando ho diretto, alla fine degli anni ’80, le scuole elementari del VIII Circolo di Como, con il consenso unanime del Collegio dei Docenti e del Consiglio di Circolo, ho proposto al Ministero della Pubblica Istruzione di dedicare al prof. Vacchi le scuole elementari di via Montelungo, che ora portano il suo nome.
Sono quindi onorato di poterlo qui commemorare a pochi giorni dal 5 di settembre, che ricorda l’anniversario del suo assassinio, avvenuto 66 anni fa ad opera dei fascisti Repubblichini di Como.
Sarà posta una targa, sulla casa in cui ha abitato, per non dimenticarlo.
La targa è piccola cosa per un sacrificio della vita, ma è un segno indispensabile in questi tempi,
in cui la libertà è proclamata, ma non coltivata e onorata, in cui la democrazia è formalmente la regola della vita dello Stato e delle Istituzioni locali, ma in realtà è spesso ignorata o peggio tradita
cui l’intelligenza e la cultura sono piegate al servilismo verso i poteri dominanti piuttosto che esaltate come veicoli di dignità e maturità dei cittadini.
Non è la nostra una dittatura opprimente, ma è la cancellazione dei valori che rendono lo spirito dell’uomo capace di dominare le cose e di migliorare il mondo.
“ L’intelligenza si manifesta col pensiero, si comunica con la parola scritta e orale, è la parola che distingue l’uomo dalla bestia.
Solo le bestie possono tacere.”
Sono le parole di Vacchi, scritte nella lettera a un giovane fascista il 28 luglio 1943, tre giorni dopo la caduta di Mussolini ed il suo arresto.
Lo stesso, nel discorso radiofonico tenuto il 25 luglio 1944, primo anniversario della caduta del fascismo, proprio qui dalla radio ORI
(Organizzazione della Resistenza Italiana), così si rivolge agli ascoltatori:
“ Il disastro comune ci dà il comune e solidale intendimento di diventare, insieme uniti, liberi, dignitosamente liberi, coraggiosamente liberi”.
Sono parole forti in cui possiamo riconoscere anche la pesantezza, l’angustia, l’insopportabilità dei giorni che viviamo.
Di fronte ad un dibattito, che vorrebbe essere politico, ma è un battibeccare indecente sugli interessi e sul malaffare di alcuni, così detti
responsabili della Cosa Pubblica, di fronte all’indifferenza degli stessi , così detti responsabili, che non percepiscono l’ansia di giustizia del popolo italiano, che non vedono le esigenze sacrosante dei lavoratori, dei pensionati, delle famiglie, la memoria di Vacchi ci obbliga a parlare
“ perché solo le bestie possono tacere”
e noi, in nome di quelli che sono morti per la nostra libertà, vogliamo alzare la voce e chiamre tutti ad una nuova Resistenza, che fa leva sul suo motto:
“Sapere, pensare, agire”,
che egli con forza contrapponeva “allo schiavistico trinomio:
“credere, obbedire, combattere”.
Allora ha senso fare memoria di Adolfo Vacchi, “Hope”, ha senso mettere una targa, ha senso ancora commuoversi di fronte ala sua vicenda umana, straordinaria e infelice?
Adolfo Vacchi, nato a Bologna il 29 gennaio 1887, laureato in matematica, si era trasferito a Venezia dove insegnava la sua materia e si occupava di problemi sindacali nell’ambiente del Partito Socialista, che era stato anche il partito di origine di Benito Mussolini e a cui rimproverava di aver tradito gli ideali della sua giovinezza nel settembre 1922, ancor prima della marcia su Roma; venne minacciato per le sue idee libertarie e aggredito in strada, fu percosso brutalmente, ma riuscì a salvare la vita.
Nel gennaio 1923 fu colpito da un provvedimento di confino ( il primo del regime fascista) e dovette recarsi a Milano.
Qui, in un contesto difficile, sempre controllato e pedinato, non smise mai di professare un antifascismo intelligente, praticato in modo efficace ed affascinante per i suoi numerosi allievi, a cui insegnò sempre la matematica non in modo arido, ma producendo stimoli alla ricerca scientifica, unitamente all’educazione ad una vigile capacità critica e ad uno sconfinato amore per la libertà.
All’inizio della 2a Guerra Mondiale, conscio della sciagura che avrebbe arrecato all’Italia, intensificò le sue critiche al Regime liberticida, al razzismo importato dalla Germania di Hitler e per questo subì un processo da cui uscì a testa alta, pur ricevendo ammonizioni e minacce.
A seguito dei primi bombardamenti su Milano sfollò a Veniano, rimanendo però sempre legato al capoluogo e alla sua scuola.
Contava i giorni dell’oppressione e del terrore politico ed esultò il 25 luglio del 1943, scrivendo alla figlia Urania che, dopo 249 mesi di oppressione, viveva il giorno più bello della sua vita al grido di “Viva la libertà”, ma ben presto dovette affrontare l’esperienza di una dittatura più crudele, quella della RSI, utilizzata dai nazisti come estremo e disperato baluardo per esorcizzare una sconfitta che si faceva sempre più vicina.
Egli accettò nel 1944 di fare da collegamento fra i comandanti partigiani dell’area a nord di Milano, di mantenere i rapporti con gli esuli in Svizzera e di dar vita ad una stazione radio ORI.
Arrestato a Veniano, nella notte fra il 18 e il 19 agosto 1944 dal famigerato commissario Saletta, fu tradotto a Como nelle camere di Sicurezza della Questura insieme all’ ingegner Luigi Carissimi Priori e alla moglie di lui, Maria Girola.
Dovette subire interrogatori umilianti ed il 24 agosto furono simulati per lui i preparativi per la fucilazione.
Il 5 settembre fu condotto al cimitero di Albate dove venne fucilato il partigiano Rocco Jeraci; Vacchi, così dissero i suoi persecutori, doveva essere portato a Veniano per un sopralluogo nella sua casa, ma sulla strada per Albate venne proditoriamente colpito con uno o più colpi di pistola, con la scusa che stava fuggendo, e poi lasciato lì a morire dopo una lunga agonia.
Saletta, commissario, e Pozzoli, Questore, imbastirono allora una commedia per far credere che Vacchi era morto, quasi accidentalmente, per un tentativo di fuga. La pantomima non resse di fronte a testimoni oculari e alle successive ammissioni degli assassini e loro mandanti.
Su una strada buia, braccato come un delinquente, concluse la sua vita un uomo indomito, che non poté vedere l’alba del 25 aprile 1945, né la punizione dei Gerarchi del fascismo a Dongo e a Mezzegra, né la condanna a morte dei suoi aguzzini Saletta, Pozzoli e Porta,
Non poté vedere la nascita della Repubblica Italiana, né l’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948 della Costituzione.
Per questi momenti storici di rinnovamento e di Redenzione Sociale, egli aveva studiato, studiato e lottato senza tentennamenti, èer questi risultati aveva dato la vita.
Con la sua intelligenza e il suo fervore egli avrebbe potuto contribuire ad avviare, con serietà, il cammino della Repubblica, soprattutto nel settore delicato della scuola, che tanto aveva amato.
Nella lettera al giovane fascista del 1943 scriveva:
“ La scuola deve essere libera, cioè apartitica e areligiosa, deve essere informativa e critica…E’ l’istituzione che migliorerà la società umana,
è il conoscere che può dare agli uomini la forza politica per giungere ad una società di esseri intelligenti e liberi.”
Sarebbe un ottimo programma per la scuola e la società di oggi, se solo tutti avessimo la voglia di scuoterci di dosso l’indifferenza, la pigrizia, l’egoismo, la disponibilità ad accettare anche la miopia dei politici di oggi, la loro arroganza.
Facciamo, amici giovani ed anziani, una nuova Resistenza, pacifica ma incrollabile, mite ma generosa.
Ce lo chiedono con una voce sempre più flebile, i nostri morti.
I veri, i soli campioni della Libertà.
W la Resistenza, W l’Italia.
Sen. Luciano Forni
VITTORIO FOA
“Ma il fascismo è ancora un altra cosa: è lo scetticismo di larghi strati della popolazione circa la propria attitudine a decidere in modo autonomo il loro destino collettivo, è l’annosa consuetudine ad attendere che tutte le decisioni vengano dall’alto, è l’acquiescenza, la sopportazione, è nell’attesa il piccolo e mediocre opportunismo, il lasciare correre sulle piccole ingiustizie sulle quali poi si edificano le ingiustizie più grandi e radicali, è in una parola l’inerzia politica e la sfiducia nelle libertà che non è un dono ma si conquista e si difende in ogni ora della vita. Questo nemico, questo aspetto del fascismo è più pericoloso ancora dei precedenti perché si annida dentro di noi e non è riconoscibile sensibilmente e minaccia perpetuamente di pregiudicare anche le più ardite e conseguenti conquiste rivoluzionarie. Ma anche contro questo nemico i partiti antifascisti sono i soli qualificati a lottare con successo: la loro tradizione di un’attività instancabile, sorretta da un potente idealismo morale, li ha sempre portati ad approfondire i problemi politici, oltre le formalità istituzionali, nell’intimo delle coscienze, a mediare la prassi politica coll’attività pedagogica, a puntare essenzialmente sull’autonomia, così dell’individuo come del gruppo. Se ieri l’ambito della loro attività era forzatamente ristretto, oggi le circostanze sono più favorevoli, più lo saranno domani: se i partiti antifascisti non tradiranno la loro missione di libertà, il successo anche in questo campo non mancherà.”
Quaderni dell’Italia libera. N’3, 1 Ottobre 1943. Vittorio Foa.
25 APRILE: L’ ANED NON CI STA
Cancellare il 25 aprile? L’Aned: “No, non ci stiamo”
Si allarga la protesta per la proposta di cancellare la festa della liberazione (25 aprile), quella conseguente del 2 giugno (festa della Repubblica), passando dall’abolizione del 1°maggio (festa dei lavoratori).
L’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati attraverso con un articolo del vicepresidente, Dario venegoni, ha sottolineato la sua totale contrarietà :
“Quando la casa brucia non si può andare tanto per il sottile. Se bisogna vendere i gioielli di famiglia, si vendono. E certamente non spetta a una associazione come quella degli ex deportati nei campi nazisti di valutare nel merito, misura per misura, le proposte del governo in materia economica.
Tra queste proposte ce n’è una che ci tocca però molto da vicino: quella di accorpare alla domenica più vicina tutte le festività civili del calendario. Si parla del 25 aprile, del 1° maggio, del 2 giugno, tre date che il governo di centrodestra ha dimostrato a più riprese di non digerire.
Ricordiamo tutti quando il ministro della Difesa La Russa dichiarò che lui il 25 aprile lo festeggia andando a porre un fiore sulle tombe dei “suoi” caduti, quelli della Repubblica sociale italiana. E che il presidente del Consiglio ha sempre disertato – tranne una volta, in Abruzzo, in piena campagna elettorale – le celebrazioni del 25 aprile, bollandole come “di parte”. Per non dire dello sciagurato voto con il quale in commissione, alla Camera, la maggioranza ha dato parere favorevole all’ennesimo tentativo di equiparare i militi repubblichini, alleati di Hitler, ai partigiani che hanno contribuito a ridare la libertà al nostro Paese.
Un governo che non ha mai riconosciuto il valore fondante della data del 25 aprile per la riconquistata democrazia oggi approfitta della crisi finanziaria – da esso stesso clamorosamente sottovalutata – per cercare di cancellare questa data dal calendario civile. Quello stesso esecutivo, all’interno del quale un importante ministro fece sapere che lui col Tricolore ci si “pulisce il culo” tenta di cancellare la festa della Repubblica, evidente ostacolo alla grossolana propaganda secessionistica della Lega.
Noi non ci stiamo. L’esempio europeo, incautamente evocato dal governo a giustificazione di questa sua proposta, dimostra semmai il contrario: per ogni francese la festa del 14 luglio è fondamento dell’idea stessa di unità nazionale. Ragionando per assurdo, potremmo prendere per buono il riferimento all’Europa fatto da Berlusconi: quando il 14 luglio cesserà di essere festa nazionale in Francia potremo discutere di accorpare alla domenica anche il 25 aprile. Fino ad allora… che non ci provino nemmeno!”
MARGHERITA HACK
Margherita Hack: le feste laiche non si toccano
Riceviamo (e volentieri pubblichiamo) il commento della scienziata Margherita Hack alle proposte del governo per fronteggiare la crisi dei mercati finanziari:
“Concordo pienamente con la vostra presa di posizione. Mi sembra che con la scusa del risparmio si procede nella direzione di voler cancellare quelle che sono state le tappe più significative della recente storia d’Italia, della riconquista della democrazia, delle lotte partigiane dopo la buia parentesi della dittatura fascista e delle leggi razziali.
25 aprile, 1 maggio, 2 giugno sono tre date di immenso significato per la nostra democrazia e dobbiamo opporci a questa vergogna.”
Margherita Hack
NO ALL’ ABOLIZIONE DEL 25 APRILE
No all’abolizione della festa del 25 aprile
Numerose proteste per la volontà del governo Berlusconi di abolire alcune festività laiche tra cui il 25 aprile (oltre al 1° maggio, festa dei lavoratori, e al 2 giugno, quella della Repubblica), ossia la giornata che celebra e ricorda la liberazione dell’Italia dai nazifascisti e il ritorno della dmocrazia.
Da qui una netta presa di posizione del Comiatato nazionale dell’Anpi. “Da quanto si apprende dai giornali – si rileva nel comunicato – tra i provvedimenti che il Governo si accinge ad adottare – in relazione all’aggravarsi della crisi – ci sarebbe quello dell’accorpamento di alcune feste “non concordatarie” nella domenica più vicina oppure al lunedì. Ancora una volta saremmo di fronte ad una misura che molti considerano di scarsissima efficacia e poco corrispondente all’equità e alla ragionevolezza, sempre necessarie quando si richiedono sacrifici. Un provvedimento che, guarda caso, riguarderebbe le uniche festività laiche sopravvissute (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno), dotate di grande significato storico e di notevolissima valenza politica e sociale”.
“L’ANPI – si sottolinea – portatrice e sostenitrice dei valori che quelle festività rappresentano, non può che manifestare la propria, vivissima preoccupazione e chiedere con forza un ripensamento che escluda misure di questo genere, prevedendone altre che siano fornite di sicura e pacifica efficacia, non contrastino con valori storico-politici da tempo consolidati e soprattutto corrispondano a criteri di equità politica e sociale”
COMUNICATO ANPI
NON SI TOCCHI
IL 25 APRILE
Nell’ennesima “manovra” il Governo ha deliberato, tra i tanti provvedimenti annunciati per far fronte ad una crisi fini a ieri negata e che rischia di travolgerci, di accorpare le “festività civili” nelle giornate di domenica.
Tra queste festività c’è il 25 Aprile.
Il 25 Aprile, come gli Italiani sanno (o dovrebbero sapere), è data sacra alla Patria, perché ricorda la libertà, la democrazia, la civiltà ritrovate (per tutti), la sconfitta del mostro nazifascista, il sacrificio dei tanti italiani che per questo si sono battuti, riscattando l’Italia dalla vergogna e dall’ignominia nazifascista che aveva contribuito a creare.
Vergogna e ignominia che altri Italiani, quelli della “repubblica di Salò”, hanno convintamente sostenuto e, da ultimo, difeso alle dipendenze dei nazisti e contro le scelte del Governo italiano. Italiani, questi ultimi, tra l’altro, che l’attuale Governo vorrebbe, con un disegno di legge in itinere in Parlamento, equiparare ai combattenti per la libertà.
Pensare di cancellare il 25 Aprile, come fosse una qualsiasi sagra paesana, per risparmiare qualche milione, certamente reperibile in modo più giusto e più degno, significa ferire la coscienza civile degli Italiani e recare offesa irreparabile a chi è morto o si è battuto per la civiltà e la dignità della persona. Gesto odioso, in linea, del resto, con la pretesa sopra ricordata di riabilitare il peggiore fascismo, quello razzista e filonazista di Salò.
Chiediamo a tutti gli Italiani di difendere i valori resistenziali contro questo mercatismo d’accatto, incapace di capire che l’Italia può riprendersi solo se spinta dai grandi ideali comuni. Vale molto di più infatti, anche economicamente, la coesione sociale, basata sul senso di identità e di appartenenza, che qualche milione raccattato in malo modo, svilendo quegli ideali e quei i valori.
ORA E SEMPRE IL 25 APRILE (NON ALTRA DATA) RIMANGA IL NOSTRO GIORNO DELLA MEMORIA E DELLA RICONOSCENZA.
La Presidenza
A.N.P.I Regionale Lombardia
10 AGOSTO PIAZZALE LORETO
In ricordo dei 15 martiri di piazza Loreto
Milano / 10 agosto 2011
Su iniziativa del Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano, il 10 agosto a Milano, in occasione del 67° anniversario dell’eccidio di piazzale Loreto, le Associazioni della Resistenza, i familiari dei Caduti, gli Enti, le forze democratiche e antifasciste milanesi renderanno omaggio alla memoria dei combattenti per la Libertà e nel contempo ribadiranno la permanente mobilitazione a tutela dei principi sanciti nella Costituzione.
Il programma previsto in Piazzale Loreto per mercoledì 10 agosto 2011 sarà il seguente:
ore 10,00 – Piazzale Loreto – deposizione di corone alla stele che ricorda i 15 Martiri; interventi di rappresentanti delle istituzioni, di Sergio Temolo e Massimo Castoldi familiari dei Caduti. Introduce Carla Bianchi Iacono dell’ANPC;
ore 21,00 – sempre in Piazzale Loreto – manifestazione antifascista.
Interverranno: Sergio Fogagnolo, Presidente dell’Associazione “Le Radici della Pace – i 15”;
Gianni Mariani, della FIAP;
Roberto Cenati, Presidente dell’ANPI Provinciale di Milano;
Seguiranno lettura di brani e testimonianze di alcuni dei Quindici Martiri a cura di Chiara Iacono; la serata si concluderà con un intrattenimento musicale “Una cantata Partigiana”;
La storia è nota.
Il 10 Agosto 1944 un plotone fascista della legione Muti, per ordine della sicurezza nazista, fucilò 15 partigiani in piazzale Loreto.
Le loro colpe: non pensare fascista e difendere gli impianti industriali che i nazisti volevano trasferire in Germania, depredando così la struttura economica del nostro Paese.
Ai quindici, martiri come a tutti i partigiani, dobbiamo 67 anni di pace, democrazia e libertà.
Nel 67° Anniversario, il Comitato Permanente Antifascista invita i cittadini milanesi a partecipare al ricordo, testimoniando così la propria fede negli ideali per cui diedero la vita i Quindici Martiri.
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I 15 martiri di Piazzale Loreto di Giovanna Giannini Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al “covo” di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della ” Muti”, Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi, classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta ” Marelli” e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata “Garibaldi”. Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento ” Giustizia e Libertà”. Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944. Erano in 15, accomunati dal desiderio di liberare la propria patria dal giogo fascista e nazista, condivideranno non solo lo stesso carcere, San Vittore, ma anche la stessa orribile e ingiusta sorte. La mattina del 10 agosto 1944 vennero svegliati all’alba, ognuno aveva in tasca un bigliettino col proprio nome, era il segno della condanna a morte. Con la loro esecuzione i capi nazisti volevano compiere un gesto di rappresaglia per l’esplosione di una bomba in viale Abruzzi. Furono scelti a caso, stipati su un autocarro, condotti a piazzale Loreto e qui uccisi all’impazzata. Le salme vennero ammucchiate a terra e fu impedito qualsiasi gesto di omaggio da parte della popolazione e dei parenti. I cadaveri erano sorvegliati da militi fascisti, alcuni dei quali non paghi di aver scaricato il loro mitra su uomini indifesi e innocenti, si prendevano il privilegio di ridere istericamente davanti a quel mucchio di cadaveri ancora caldi. La fucilazione fu eseguita dalla G.N.R. e dalla ” Muti” per appagare la sete di sangue di Teodor Emil Saevecke, all’epoca dei fatti comandante della polizia di sicurezza nazista. Era un potente gerarca del Terzo Reich, comandante dell’Aussenkommando di Milano, spietato governatore di San Vittore. Aveva 32 anni quando giunse la prima volta in Lombardia. Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945, periodo del suo soggiorno in Italia, Milano visse una stagione di terrore e sangue. Al termine del conflitto si ritirò indisturbato in Bassa Sassonia, pensionato dal 1971, dopo aver prestato i propri servigi alla Cia ( 1948) e aver percorso una brillante carriera nella polizia di Bonn. Strappato al suo quieto vivere, ricacciato col peso dei suoi crimini in un passato che non aveva mai rimosso, davanti all’accusa dell’eccidio di piazzale Loreto aveva reagito infastidito dicendo che si trattava di una montatura, che il magistrato italiano non aveva alcun diritto di frugare nella sua vita. Aveva poi aggiunto di essere stato già assolto anni prima dai tribunali inglesi e tedeschi. Theo Saevecke è stato in realtà un personaggio molto importante all’interno dell’ingranaggio nazista. Godeva infatti di notevoli protezioni da parte del governo tedesco, tanto che negli anni ‘60 fu velocemente archiviata un’inchiesta contro di lui. Nel marzo del 1963 però il consigliere di stato Gerhard Wiedemann fu inviato in Italia per fare chiarezza sul passato di Saevecke. Una sua foto ritrovata in modo fortunoso dal Comitato Combattenti Antifascisti di Berlino ed inviata a Milano per il riscontro, contribuì a togliere ogni dubbio. Saevecke era emerso a tutto tondo dai ricordi delle vittime come un criminale che aveva coordinato diverse stragi a cominciare da quella di Meina sul Lago Maggiore del 22 settembre 1943, quando 54 ebrei vennero massacrati da soldati della Divisione corazzata “Adolf Hitler”. Saevecke aveva alle sue dipendenze circa 20 ufficiali, 60 sottufficiali, una ventina di soldati oltre ad un nutrito gruppo di militari italiani, ma non si limitava solo ad impartire ordini, spesso aveva preso parte ai pestaggi e alle torture. L’elenco dei suoi crimini è incredibilmente lungo e agghiacciante, ricordiamo il caso più agghiacciante, quello di Salomone Rath sbranato da un cane durante un interrogatorio. Ai sabotaggi e alle azioni partigiane aveva risposto il Comando SS con una serie di stragi cominciate proprio nel luglio del 1944: il 15 tre fucilati a Greco, il 20 altri 3 a Corbetta, il 21 cinque fucilati e 58 deportati a Robecco sul Naviglio…..fino al 10 agosto 1944. Questo moltiplicarsi di stragi era dovuto al fatto che i tedeschi vivevano ormai con la paura di una insurrezione, ma la guerriglia partigiana alla fine si sarebbe imposta. Mussolini informato dell’eccidio di piazzale Loreto disse che quel sangue lo avrebbero pagato molto caro. Ma torniamo indietro a quella mattina per chiarire meglio come si svolsero i fatti. Il colonnello Giovanni Paolini, comandante della GNR di Milano, aveva ricevuto la sera del 9 agosto l’ordine del comando tedesco di mettere a disposizione per il giorno successivo un plotone di militi della RSI da utilizzare per la fucilazione di 15 ostaggi, per vendicare un attentato ad un autocarro della Wermacht avvenuto alle 8.15 dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi. Secondo il bando del maresciallo Kesselring dovevano essere uccisi 10 ostaggi per ogni vittima tedesca, ma in quell’attentato non era deceduto nessun tedesco, anzi i 6 morti ed i 10 feriti erano tutti italiani. A nulla valse il disperato tentativo del capo della Provincia Piero Parini per salvare quelle povere vite. Aveva dapprima tentato di mettersi in contatto con i comandi tedeschi e successivamente aveva inviato il comandante Pollini dal colonnello Kolberck, responsabile militare della piazza di Milano, per fargli presente che le vittime di viale Abruzzi erano tutte italiane e che se rappresaglia si fosse fatta, anche le autorità italiane dovevano esprimere il loro parere. Alle 5 del mattino del 10 agosto Pollini aveva informato il capo della Provincia che Kolberck non si era fatto trovare. In quello stesso momento i 15 morituri stavano per lasciare San Vittore. Nel ” Pro memoria per il duce” Parini aveva riferito che gli ostaggi erano stati svegliati alle 4.30 ed in cortile avevano consegnato a ciascuno una tuta per dare loro l’illusione della partenza per il lavoro in Germania. Sul registro del carcere era apparso annotato “trasferiti per Bergamo”. Arrivarono in piazzale Loreto alle 5.45, ad attenderli c’erano un ufficiale tedesco con 4 soldati. Furono disposti a semicerchio, qualcuno tentò invano la fuga entrando in una casa, ma fu raggiunto dai colpi dei fascisti. Per ordine tedesco i corpi rimasero sul terreno fino al pomeriggio inoltrato. Cominciarono a transitare per piazzale Loreto gli operai che si recavano al lavoro e tutti si fermarono ad osservare il mucchio dei cadaveri. Uno spettacolo tremendo che nelle intenzioni dei tedeschi avrebbe dovuto servire da monito alla popolazione. Su quei corpi straziati furono trovate fotografie di figli e di mogli su cui con grafia spezzata era scritto “Viva l’Italia”. Questa vicenda insieme agli altri delitti commessi durante l’occupazione nazista in Italia è emersa nei suoi particolari solo nel 1994, quando furono trovati 3000 faldoni occultati nell’archivio del Tribunale Supremo Militare di Roma, in un grande armadio con le ante rivolte verso il muro. Per quanto riguarda piazzale Loreto, verso la fine degli anni 90’ Saevecke subì un regolare processo durato un anno al termine del quale subì la condanna del carcere a vita, per aver commesso il reato di : violenza con omicidio in danno di cittadini italiani per aver cagionato, quale capitano delle forze armate tedesche, nemiche dello Stato italiano la morte di Andrea Esposito, Domenico Fiorani, Gian Antonio Bravin, Giulio Casiraghi, Renzo del Riccio, Umberto Fogagnolo, Tullio Galimberti, Vittorio Gasparini, Emidio Mastrodomenico, Salvatore Principato, Angelo Poletti, Andrea Ragni, Eraldo Soncini, LiberoTemolo, Vitale Vertemati.
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6 AGOSTO, ANNIVERSARIO DELL’ESPLOSIONE DELLA PRIMA BOMBA NUCLEARE
SABATO 6 AGOSTO, ORE 11
A COMO, MONUMENTO ALLA RESISTENZA EUROPEA
COMMEMORAZIONE DELL’ANNIVERSARIO DELLA BOMBA SU HIROSHIMA
Sabato alle ore 11, davanti al monumento alla Resistenza Europea, avverrà la commemorazione ufficiale del 66 anniversario della bomba su Hiroshima.
L’Anpi, da sempre schierata in difesa dei valori della Pace e della non-violenza, sarà presente come sempre presente con i suoi rappresentanti e con la sua bandiera, e invita tutti i suoi iscritti a non mancare a questo importante appuntamento.
Washington, 6 agosto. Il presidente Truman ha annunciato oggi che, sedici ore fa, aerei americani hanno sganciato sulla base giapponese di Hiroshima il più grande tipo di bomba finora usata nella guerra, la “bomba atomica”, più potente di 20.000 tonnellate di alto esplosivo. Truman ha aggiunto: ” Con questa bomba abbiamo raggiunto una gigantesca forza di distruzione, che servirà ad aumentare la crescente potenza delle forze armate. Stiamo ora producendo bombe di questo tipo e produrremo in seguito bombe ancora più potenti.
Comunicato Ansa, 6 agosto 1945, ore 20,45
2 AGOSTO STRAGE DI BOLOGNA
Il 2 agosto 1980, un sabato d’estate in cui molti, moltissimi cittadini erano in partenza per le vacanze, una bomba collocata da terroristi all’interno della sala d’aspetto della seconda classe dell’affollatissima stazione di Bologna, (punto nevralgico di arrivo e di partenza per molti treni da e per i luoghi di villeggiatura), causò una strage, 85 morti e 200 feriti. Mani fasciste, poi coperte dai vertici della Loggia massonica P2, causarono morte, terrore e distruzione, tante vite travolte, tanti sogni spezzati, tante speranze svanite in un attimo. La più grande strage italiana in tempo di pace, voluta e attuata per colpire ancora una volta una città simbolo, la nostra Bologna.
Anche tre comaschi hanno perso la vita nella strage, l’intera famiglia Mauri : Carlo, di 32 anni, Annamaria di 28 e il loro figlioletto Luca, di 6 anni, abitavano in piazza San Fedele e quel giorno si stavano recando al mare.
Per la strage del 2 agosto 1980, dopo anni in cui menzogne, depistaggi e delegittimazioni hanno tentato di allontanarci dalla verità, sono stati condannati all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, Per la strage è stato condannato a 30 anni Luigi Ciavardini. Anche lui continua a dichiararsi innocente. Per depistaggio delle indagini hanno avuto condanne Licio Gelli, Francesco Pazienza, gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, Massimo Carminati, estremista di destra, Federigo Mannucci Benincasa, ex dirigente del Sismi, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare.
Dopo 31 la verità piena ancora non emerge, dopo 31 anni ancora lo Stato volta le spalle ai familiari delle vittime, evitando di presenziare alla cerimonia in memoria della strage? Cosa teme? Cosa nasconde?
Nessun ministro domani per ricordare il 2 agosto. Protestano i familiari delle vittime.
Anche quest’anno infuria la polemica, dopo la decisione del governo di disertare la cerimonia e di farsi rtappresentare daòl prefetto Angelo Tranfaglia.
I familiari delle vittime: “presi in giro”
Sdegnati della scelta soprattutto i familiari delle vittime. Il presidente della loro associazionbe, Paolo Bolognesi, in queste ultime ore accusa direttamente il Presidente del Consiglio: “Dire come ha fatto Berlusconi nel maggio scorso, proprio nel giorno della Memoria per le vittime del terrorismo, che sarebbero stati aperti documenti e armadi che riguardano le stragi e poi scoprire che dopo mesi nulla di ciò è avvenuto, è, mi si lasci dire, una presa in giro. Tanto più grave se consideriamo che qui si sta parlando alle vittime di stragi, di tutte le stragi e non solo di quella del 2 agosto ‘80”.
Il presidente dell’Associazione familiari aveva ribadito nei giorni scorsi che la decisione del governo “rappresenta un atto di ritorsione e fuga”. “Non c’era motivo per non venire a questo anniversario – ha detto ancora Bolognesi – avevamo predisposto tutte le condizioni per fare in modo che il rappresentante del governo potesse parlare con tranquillità e, soprattutto, dare le risposte ai famigliari delle vittime. Siccome di risposte non ce ne sono probabilmente questo è il motivo della loro non presenza, ma – ha proseguito – credo che ci sia di più”. A giudizio di Bolognesi, infatti, “i famigliari delle vittime, non solo quelli della strage di Bologna ma di tutte le stragi italiane, hanno parlato molto di mandanti, di P2, di segreti di stato, della legge 206 che, nonostante gli impegni, non è stata attuata”.
