FASCISMO E RAZZISMO A COMO

INTERVISTA A LUCIANO FORNI,

PRESIDENTE DELLA SEZIONE ANPI DI COMO

FASCISMO E RAZZISMO A COMO

A seguito delle violenze che si sono verificate a Torino e a Firenze, segno di un clima di razzismo dilagante, dell’apertura sul territorio comasco di una sede di Forza Nuova, e ai ripetuti attacchi a sedi e associazioni democratiche della città, i rappresentanti di alcune organizzazioni politiche e sociali comasche hanno deciso di riunirsi in assemblea. Attualmente ne fanno ufficialmente parte: Federazione della Sinistra di Como, Partito dei Carc, Associazione Nazionale di Amicizia Italia- Cuba Circolo di Como, Arci di Como, Anpi sez. di Como, Associazione Como Gaylesbica, Collettivo Dintorni Reattivi. A questa assemblea, inoltre, partecipano diverse persone non legate ad organizzazioni ma che condividono la necessità di rispondere al clima intollerante cittadino e del Paese in generale. Questo gruppo, con la prima iniziativa pubblica, una pacifica presenza a Porta Torre con la distribuzione di materiale informativo, promossa sabato 4 febbraio, ha lanciato un appello perchè si rompano finalmente gli indugi e ci si mobiliti per affermare che a Como non c’è spazio per razzismo e fascismo.

Sul tema interviene Luciano Forni, al quale abbiamo chiesto un intervento per contestualizzare il riemergere del fascismo in città nel contesto del revival delle destre estreme in corso nel Paese.

Nel settembre del 2011 è stato edito da Marco Tropea il volume “ Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” dello storico Aldo Giannuli dell’Università Statale di Milano, che ripercorre la storia dei servizi segreti italiani dal 1945 ad oggi.

Emergono, con documenti inoppugnabili, fatti fin qui ignoti e trascurati che dimostrano che movimenti neofascisti, infiltrati nei servizi segreti dello Stato, sono stati attivi in Italia fino alla caduta del muro di Berlino. Elemneti del periodo fascista repubblichino, della X Mas, dei vari gruppi di divisione fascista, hanno operato al servizio di apparati industriali e della Confindustria per un’azione anticomunista e antidemocratica di cui furono obiettivi non solo Togliatti, Di Vittorio e tanti altri esponenti della sinistra, ma anche lo stesso presidente De Gasperi.

Gli stessi movimenti reincarnati nella Rosa dei Venti e in Ordine Nuovo sono stati protagonisti dello stragismo fascista degli anni ’70 e ’80: piazza Fontana, strage dell’Italicus, di Brescia, della stazione di Bologna.

Possiamo ben dire che in Italia a tutt’oggi non vi è stato un momento che ha segnato una fine definitiva del fascismo, nonostante la XXII disposizione transitoria della Costituzione e le leggi applicative.

E se alcuni esponenti sono stati condannati ( quando l’esigenza lo imponeva), molti però, in libertà, sono stati ispiratori dei movimenti neofascisti ancora operanti; Ordine Nuovo, Militia, Casa Pound, Forza Nuova.

Tutte organizzazioni presenti anche a Como, con attività di contrapposizione, tendente a rivalutare il ruolo avuto da Mussolini, dai fascisti e dai nazisti in Italia, in nome di nazionalismo estremo.

Sono dichiaratamente contro i principi della Costituzione e operano per un superamento dello Stato democratico e a favore di uno Stato autoritario e chiuso, ordinato e opprimente.

In questi momenti di crisi i movimenti neofascisti, in nome di un’attenzione al sociale strumentale e corriva, tentano di accreditarsi come opposizione popolare. Un’opposizione che si nutre di razzismo, negando la possibilità di convivenza e integrazione fra italiani e stranieri, in particolare con i lavoratori extracomunitari.

E che fa leva soprattutto sui giovani, così spesso sfruttati, disoccupati e precari, per tentarli a rovesciare gli attuali rapporti politici e lo stile di confronto proprio di uno stato civile e democratico.

I fatti di Firenze e di Roma e quelli di altre città dimostrano che la loro è una battaglia di lungo periodo, di fronte alla quale manca una reazione decisa delle forze democratiche, anche di sinistra.

La sottovalutazione del fenomeno finisce per legittimare l’indecente revisionismo sulla Resistenza e la lotta di Liberazione, e le forme più estreme di negazionismo.

L’indifferenza con la quale viene accolta questa distorsione sistematica dei nostri valori civili è anche il frutto dell’attenzione pressoché esclusiva alla crisi economica, trascurando che l’attenuazione della democrazia è il male peggiore, che condiziona anche l’economia.

E’ giunto il tempo di sradicare queste male piante e l’ANPI deve assumere in questa battaglia il ruolo di protagonista specie verso le nuove generazioni, animate dagli ideali e dalla generosità.”


Ecoinformazioni, 2 marzo 2012.

Intervista a Luciano Forni a cura di Jlenia Luraschi.


GUARDAMI

Nella ricorrenza della festa dell’otto marzo, il Comitato Lombardo VITA INDIPENDENTE, vi invita a partecipare a una bellissima iniziativa:

               GUARDAMI

                MOSTRA FOTOGRAFICA  MULTISENSORIALE

                            DAL 11 AL 25 MARZO

               SALE “VANTINI” , SALO’ – LUNGOLAGO ZANARDELLI 55

                                   inaugurazione:

                           Domenica 11 marzo, ore 15

                           SALO’, Sala dei Provveditori

                      intervengono: il sindaco di Salò avv. Barbara Botti

                           Maria Zanotti e Graziella Bosoni Pierantoni

                          Cinzia Rossetti e il fotografo Paolo Ranzani

                          Domenica 18 marzo, ore 17

                         SALO’, Sala dei Provveditori

                           INTERMEZZO MUSICALE

    Costanza Duina ( voce) Mauro Bevilacqua (chitarra) Giovanni Piovanelli ( basso)

                                          Ingresso libero


LA DONNA NELLA DEPORTAZIONE

OTTO MARZO

LA DONNA NELLA DEPORTAZIONE

Lettera dal campo  di Lidia Beccaria Rolfi ” Rossana”, staffetta partigiana della 15a Brigata Garibaldi, arrestata il 13 aprile 1944 e quindi deportata a Ravensbruck.

” Le palpebre sono pesanti, la mano a stento riesce a far scorrere la matita, la testa cade ciondoloni, ma nonostante tutto il pensiero è ancora fisso lontano in un ricordo che nello stesso tempo è visione e speranza, è desiderio….Italia….mia, mia casetta lontana, mamma, papà, dove siete, perché non mi date notizie, perché mi lasciate sola? Ho tanto bisogno di conforto, mamma ho bisogno di te, voglio che tu mi stringa  fra le tue braccia, sono troppo sola, paurosamente sola, fra la promiscuità di tante donne che di donna non hanno più che le sole sembianze fisiche – Mamma, dimmi tu, è meglio restare o partire? Mamma, ispirami tu, io voglio vivere, non voglio morire,voglio tornare a te ma non so cosa fare, sono tanto stanca e tanto malata. Sento che le forze se ne vanno, di giorno in giorno divento più debole, ma non voglio andare dal dottore. non bisogna essere ammalati adesso. perché c’è nella notte una fiamma che brilla di una luce fosforescente ed infernale –
Sono quattro settimane che lavoro di notte, sono tanto stanca, ma il mio cuore soprattutto non sopporta più la fatica e mi gioca tanti tiri. Quando più la stanchezza…. mi afferro la testa fra le mani e allora in dolce dormiveglia rivedo la mia casetta, i miei fiori, i miei campi, i miei prati….sono già in fiore (…) La primavera già fiorisce ma qui non c’è primavera, è inverno eterno ed un vento terribile soffia e penetra tra gli interstizi e le pareti troppo sottili.
Mamma, mamma aiutami tu, solo tu mi puoi ancora dare la forza di vivere e tornare….
mamma, vieni stanotte in sogno, ti attendo…

OTTO MARZO

OTTO MARZO

LA DONNA NELLA RESISTENZA

RICORDO DI LAURA POLIZZI, PARTIGIANA MIRKA

LA RESISTENZA FU ANCHE EMANCIPAZIONE

Nel dicembre del ’43 non avevo ancora aderito a nessun partito. Un responsabile del Partito Comunista, Mario Malvasi, convocò le tre-quattro donne che avevano collaborato come staffette in città nel primo gruppo che si era costituito per la Resistenza e ci diede dei compiti. La responsabile era Maria Zaccarini, poi c’era l’addetta al lavoro nelle fabbriche, una di Soccorso Rosso ( era mia sorella, che all’epoca non aveva ancora 17 anni), e io alla stampa e propaganda. Questo gruppo si allargò prima alle compagne socialiste, poi si avviò verso la strada unitaria.

Io purtroppo nel gennaio ’44 fui denunciata e dovetti entrare in clandestinità. Fui mandata a Piacenza con due compiti: seguire l’Agitprop, gruppo di agitazione e propaganda, e dare vita ai Gruppi di Difesa della Donna ( GDD). Da Piacenza andai a Parma, nel marzo ’44, sempre con gli stessi compiti. Ero collegata con il PCI, nel frattempo mi ero anche iscritta, clandestinamente.

Entrai in contatto con le donne contadine di Reggio, si erano già costituite in gruppo, cominciammo a ricevere Il Clandestino e Noi Donne, mentre facevamo noi stesse dei volantini di propaganda.

Ci riunivamo nelle stalle, a poco a poco il movimento cresceva, i compiti specifici erano mantenere i contatti con le organizzazioni dei GAP e delle SAP che si stavano costituendo in pianura. Le più coraggiose, poi, collaboravano con le SAP, mentre di giorno lavoravano nei campi.

Dai gruppi di Difesa delle Donne partivano rivendicazioni, prima di tutte la fine della guerra e la pace. Ponevamo il principio, forte e molto sentito, della parità con l’uomo.

Per le giovani di oggi forse è difficile capire come era sottovalutata la donna. Sono note le cose che il fascismo diceva: le donne hanno il cervello più piccolo, devono stare in casa, non devono lavorare, devono fare i figli. Cresceva nelle donne il senso delle ingiustizie subite e una forte volontà di riscatto. Certo, il tema principale era la fine della guerra, i giovani che partivano e che non tornavano, ma si sentiva che stava nascendo anche qualcosa di nuovo. Per me fu uno stimolo, questo, ad aderire alla Resistenza: prima di tutto per far finire la guerra, ma anche per i diritti.

Stare nel movimento mi piaceva, vorrei riuscire a trasmettervi il nostro entusiasmo, quando ci riunivamo, e anche l’amore che ci legava, era non solo condividere i pensieri, le idee, ma anche sentirci unite, sostenerci a vicenda. Loro mi amavano molto perchè ero la più giovane, ma anche perchè ero l’unica lontana dalla famiglia e dalla propria casa. I GAP e i SAP preparavano i volantini e poi li davano a noi donne perchè li distribuissimo. La notte le donne li portavano davanti alle case e al mattino la gente diceva: “stanotte sono arrivati i partigiani”, ma i partigiani eravamo noi, erano le contadine che rischiavano la pelle di grosso, perchè quei paesi erano occupati dai tedeschi.

Aleggiava un nome leggendario di donna partigiana armata, che era Norma Barbolini del modenese. Io era affascinata da questa figura e mi chiedevo: perchè non posso essere come Norma? Chiedevo ai dirigenti di poter essere mandata in montagna ma mi rispondevano sempre di no, dicevano che il mio lavoro era quello che facevo lì. Non mi mandavano in montagna ma ci mandarono un compagno, uno del Fronte della Gioventù. Io mi lamentai con lui di questo, e lui mi disse: se vuoi ti dò la parola d’ordine, così puoi salire. Decisi di andare, ma prima ebbi un contatto importante. Tutte le donne del nostro gruppo erano inizialmente comuniste. Poi ci furono anche le socialiste. Il movimento cresceva, ma ci ponevamo il problema di avere fra noi anche le cattoliche. Fui perciò inviata a parlare con Giuseppe Dossetti, rappresentante della DC clandestina. Lui mi ascoltò con grande attenzione e poi mi disse : “ti metterò in contatto con una nostra esponente, la professoressa Cecchni”. Rimasi molto impressionata da quest’uomo, per la sua grande educazione e per la sua dolcezza. Dunque, dopo questo incontro decisi di partire. Parlai con il mio responsabile politico e gli lasciai un biglietto con i nomi di tutti i contatti. Arrivata in montagna, mi chiesero chi i mandava. Io dissi la verità, allora loro dissero: “ alla prima occasione informiamo il direttivo del partito che tu sei qua, e vediamo cosa ci dicono”. Per fortuna passa di lì il commissario unico delle brigate Garibaldi, Didimo Ferrari “ Eros”, che dice:” L’ordine è che tu vai giù, ma io è da tanto tempo che aspetto un aiuto, non me lo mandano mai, tu resti e vediamo casa fare di te”.

Passiamo un’intera notte tutti insieme a parlare di Resistenza, di unità. Io avevo vissuto la mia esperienza resistenziale in modo unitario e con una parte ancora sconosciuta alle stesse formazioni partigiane: le donne. Portavo questa esperienza, secondo me modesta, invece era molto importante, l’ho capito dopo. Mi assegnano la funzione di vice commissario politico delle brigate reggiane.

Lì faccio un’esperienza straordinaria, vigeva una disciplina ferrea, perchè si combatteva, non potevamo perderci in quisquilie. C’erano anche altre donne in montagna, che mi guardavano con curiosità e interesse, perchè nessuna aveva posti di comando come me. Poi succede che io e il comandante Pio Cotermini “ Luigi”, il mio futuro marito, ci innamoriamo. La cosa è bene accettata dai partigiani, meno dal Comando Supremo. Un bel giorno, era settembre, viene un ispettore e con molta delicatezza mi dice che è stato deciso che io debba tornare in pianura, fra le donne, al mio posto di comando. Obbedisco e scopro che nel frattempo il movimento è cresciuto. Le donne mi fanno festa e tutte chiedono della lotta in montagna, fanno domande, tutte vogliono sapere.

La sera, nelle stalle, insegno loro “Brigata Garibaldi” e le canzoni partigiane, questi inni così veri che anche sootovoce, nelle stalle, infiammano il cuore di chi ascolta. Arriva l’inverno e vengo a sapere che tutta la mia famiglia, mia madre, mia sorella, mio padre sono stati arrestati e deportati. Mio padre muore a Mauthausen. Mio fratello mi dicono che è stato fucilato, ma dopo la Liberazione torna da Mauthausen, in cadavere vivente come tutti quelli che sono tornati da lì. In quei momenti maturo molto. E’ con animo diverso che continuo la mia attività, non riesco neanche più a cantare. Mi pareva di non fare mai abbastanza! Con il mio compagno ci scambiamo qualche lettera, tramite le staffette, ma non sono le lettere di due ragazzi innamorati, sono lettere di due giovani coscienti di dover intensificare le loro lotta, lui in montagna, comandante pluridecorato, io in città.

Poi arriva il proclama di Alexander che dice che i partigiani devono tornare a casa. Ma i partigiani non tornano, chiedono aiuto a noi donne. E allora le donne fanno cose inimmaginabili, aumentano le manifestazioni, aumenta l’azione della pianura, non solo delle donne, anche degli uomini.

Per aiutare i combattenti lassù fanno cose straordinarie: decine di materassi furono sventrati, si filò la lana, confezionati guanti, calze, berretti, maglioni. Si raccolsero soldi da inviare, medicinali, sigarette e persino furono preparati dei dolci. Ad una riunione lanciai pure l’idea di mettere dei biglietti nelle maglie per incoraggiare quei ragazzi. Li conoscevo uno per uno ed ero affezionata a chi era rimasto. Ai primi di gennaio ricevetti l’ordine di proseguire il mio lavoro del gruppo di Difesa delle Donne a Milano. Partimmo una mattina, appena finì il coprifuoco, in bicicletta, con me c’era anche la compagna Zelinda Rossi di Bagnolo. A Milano c’era la neve, fu un inverno terribile.

A Piacenza il ponte non c’è più, ci trasportano i fascisti con le barche, noi diciamo che stiamo fuggendo perchè i partigiani stavano liberando l’Alta Italia. A Milano io e Zelinda ci separiamo: vengo presa in consegna da Rina Piccolato, che era una collaboratrice di Longo. Partecipo alla prima riunione dei Gruppi di Difesa, qui il livello è molto più alto, e non si parla di contadine, ma di fabbriche. Avrei diretto il IV e il V settore, che erano Porta Romana e Porta Vittoria. Fra i dirigenti di quel settore conosco “Lia” ( Gina Galeotti Bianchi) che viene uccisa il giorno della Liberazione – era incinta. A Milano la mia esperienza di lotta fu completamente diversa. Avevo alcune fabbriche sotto la mia direzione, ma quella che mi è rimasta più impressa fu la Centrale del Latte, con un gruppo di donne meravigliose. Ero a diretto contatto con le responsabili delle fabbriche, ci riunivamo una volta a settimana. Era marzo e si aveva la sensazione che stesse per finire. Veniva da noi una dirigente della lotta clandestina, ci disse che dovevamo organizzarci per l’assedio: inizialmente si pensava che a Milano ci sarebbe stato l’assedio, poi le cose andarono diversamente.

Organizziamo la Resistenza in appoggio alla lotta armata, e ci danno un bracciale bianco da mettere al braccio quando si comincia a sparare. Una notte, verso l’alba, sento sparare, metto il bracciale bianco e vado al posto convenuto, che era il Niguarda. Manca una compagna, “Lia”.

E qui finisce la mia lotta.

Da Patria Indipendente, 13 marzo 2011

SOLIDARIETA’ DELL’ANPI AL POPOLO SIRIANO

La solidarietà dell’Anpi con il popolo siriano

La Segreteria Nazionale dell’ANPI, considerato che la tragedia del popolo siriano, sceso in piazza da tempo per rivendicare libertà e democrazia e perseguitato e colpito per questo, con l’uso spregiudicato della detenzione e delle armi, sembra non avere fine, né avere prospettive, in spregio dei diritti umani che tutti, a parole, richiamano come intangibili e inviolabili;

considerato altresì che i tentativi di porre fine a questa drammatica situazione, sono stati finora vanificati, non essendo servite né le sanzioni economiche, né le ulteriori e più efficaci misure proposte dalla stessa Lega Araba, ma bloccate per il veto di due Paesi (la Russia e la Cina); che peraltro non è più tollerabile una simile spirale di violenza e autoritarismo, contro un popolo inerme, che rivendica solo diritti fondamentali; 

esprime la più ferma protesta e indignazione per quanto sta accadendo in quel Paese e la più forte solidarietà nei confronti del popolo siriano;

auspica che, nell’ambito dell’Onu si trovino le convergenze necessarie per adottare d’intesa con la Lega Araba tutte le misure necessarie ed efficaci, per porre fine ad una situazione veramente drammatica, evitando peraltro il ricorso alle armi;

chiede che il Governo italiano si adoperi per favorire un’intesa fra tutti i popoli civili per contrapporre alla violenza e all’autoritarismo, lo spirito di fratellanza e di solidarietà che dovrebbe unire tutti i popoli nel sostegno e nella difesa dei diritti umani;
esprime solidarietà ed appoggio a tutte le manifestazioni e le iniziative che verranno adottate nel nostro Paese a difesa dei diritti del popolo siriano.

FRANCESCO PEITI – UN EROE SCONOSCIUTO

UN CERTIFICATO DEGLI ALLEATI RENDE ONORE A FRANCESCO PEITI

In vita non cercò clamore nè riconoscimenti o medaglie, eppure rischiò la propria pelle pur di mettere in salvo ebrei, partigiani, sbandati in fuga dal nazifascismo.

E’ la storia di Francesco Peiti, olgiatese nato nel 1914 a Sierra City ( California) e morto nel 1975 ad Olgiate. Durante la seconda guerra mondiale si distinse per gesti nobili, che meritano di essere raccontati e ricordati. Lo sostiene Ernesto Maltecca, presidente dell’Associazione provinciale Combattenti e Reduci, pure alla guida del sodalizio olgiatese. Maltecca e il segretario Michele Boninsegna , infatti, sono entrati in possesso di un certificato scritto, in inglese e in italiano, rilasciato a Francesco Peiti quale attestato di ” gratitudine e riconoscimento per l’aiuto dato ai membri delle Forze Armate degli Alleati che li ha messi in grado di evadere o di evitare di essere catturati dal nemico”. Certificato firmato dal maresciallo britannico Alexander, comandante supremo delle Forze alleate del Mediterraneo.

“il documento è stato trovato dai figli fra le carte del padre – spiega Maltecca – Fa onore alla famiglia ed è testimonianza di come Peiti fu importante per la Liberazione. Io che conobbi  Francesco detto Checo, in quei momenti rischiosi, lo trovai eccezionale sia sul lato umano che per la riservatezza e la stima che aveva anche tra le persone Oltreconfine. Solo alcuni del Comitato di Liberazione Nazionale sapevano della sua attività importante e pericolosa: a casa sua ospitava ebrei, partigiani e sbandati in attesa dell’ora del passaggio in Svizzera. Per loro, nella casa di Peiti al Bontocco, vitto e alloggio”. Maltecca ricorda che Checo fu arrestato per aver macellato una bestia, cosa allora proibita se fatta senza autorizzazione. Fu arrestato, per mettergli un po’ di paura, ma poi rilasciato. E’ sempre stato una persona schiva, non ha mai cercato pubblicità, riconoscimenti o medaglie. E il documento di cui siamo venuti a conoscenza, purtroppo solo ora, testimonia quello che abbiamo sempre detto di patrioti e partigiani italiani: hanno dato agli alleati un grande contributo per la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Ringrazio la famiglia Peiti di aver dato, non tanto a noi ma all’intera comunità locale e italiana, questa testimonianza”.

Da: il Giornale di Olgiate, 25/02/2012

MILANO, 4 MARZO

Milano, il 4 marzo presidio antifascista alla Loggia dei mercanti

Domenica 4 marzo si svolgerà a Milano una iniziativa nazionale della organizzazione neofascista Fiamma tricolore, alla quale sono state invitate tutte le sigle del variegato schieramento dell’estrema destra, allo scopo di promuovere un appuntamento per tutto il neofascismo milanese e lombardo.  

Negli ultimi mesi a Milano – si legge in un comunicato del Comitato permanente antifascista – dobbiamo purtroppo registrare il reiterarsi di manifestazioni e iniziative di tipo dichiaratamente fascista, con l’apertura di nuovi punti di incontro e di riferimento oltre a  preoccupanti fenomeni di vandalismo politico contro sedi democratiche presenti nei quartieri della nostra città e della Provincia. 

Risale poi al 10 febbraio 2012, nel Giorno del Ricordo, la gravissima provocazione  messa in atto da elementi di Forza Nuova che, dopo aver fatto irruzione nella Sala Polifunzionale del Comune di Milano in Zona 6, hanno  imbrattato i pannelli della mostra su “Fascismo, foibe ed esodo” allestita con il patrocinio del Consiglio di Zona. 

La situazione che si è venuta a determinare nella nostra città suscita fondate preoccupazioni e necessita di una attenta analisi e di un costante monitoraggio, soprattutto da parte delle Istituzioni e delle Forze preposte alla Difesa dell’Ordine Pubblico. 

Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza- si sottolinea – non può accettare tali provocazioni che si svolgono in aperto contrasto con lo spirito e i principi della nostra Carta Costituzionale. 

La Questura di Milano ha disposto il divieto del corteo nazionale della Fiamma Tricolore “contro il governo Monti e la giunta Pisapia”, concedendo all’organizzazione neofascista solo un “presidio fisso” in piazza San Carlo.  

Il Comitato Permanente antifascista invita tutta la cittadinanza alla massima vigilanza e a partecipare domenica 4 marzo, a partire dalle ore 10,00 al presidio antifascista organizzato alla Loggia dei Mercanti, luogo simbolo di Milano,  sotto la quale sorge il sacrario dedicato ai Caduti per la libertà e ai deportati milanesi scomparsi nei lager nazisti.

ARTICOLO 18 L’ANPI AL FIANCO DELLA FIOM

Lo sciopero del 9 marzo, l’ANPI è al fianco della Fiom

“L’ANPI è a fianco della Fiom in occasione dello sciopero proclamato per il 9 marzo 2012, condividendone le motivazioni e soprattutto quelle che vanno al di là del contingente sindacale (che è sempre doveroso lasciare alla competenza del Sindacato), ed investono questioni di principio, di fondo dello stesso sistema democratico”.

Inizia così una dichiarazione di Carlo Smuraglia presidente nazionale dell’Anpi che aggiunge: “In particolare, l’ANPI è fermamente convinta che  l’art. 18 dello Statuto rappresenta tuttora una garanzia di libertà, non risultando, peraltro, che la sua abolizione potrebbe in alcun modo giovare a risolvere il problema della crescita, dello sviluppo e della occupazione, che dipende da ben altri fattori e che deve essere risolto con provvedimenti organici, diretti unicamente e coerentemente a questi fini”. 

“E’ altresì nostra convinzione – aggiunge – che il problema della rappresentanza sindacale in azienda si risolva in un vero e proprio presidio di libertà, corrispondendo non solo alla necessità di una forte e positiva dialettica sindacale, ma anche e soprattutto all’esigenza di attuazione di uno dei princìpi fondamentali consacrati nell’art. 39 della Costituzione: le lavoratrici ed  i lavoratori hanno diritto ad essere rappresentati e tutelati, anche all’interno delle aziende, sempre e comunque, e in ogni caso indipendentemente dalla sottoscrizione del contratto aziendale”.

“Quando si tratta di princìpi fondamentali, che attengono ai diritti civili, politici e sindacali dei lavoratori e delle lavoratrici, la linea di difesa apprestata dal Sindacato ci riguarda tutti, come cittadini e come persone, perché il lavoro e la dignità nel lavoro appartengono ai fondamenti della convivenza civile. Per questo solidarizziamo con l’iniziativa della Fiom, nella convinzione fermissima che, nella sostanza, i problemi sollevati riguardano l’intera collettività”

MARTEDI’ 6 MARZO, COMO

MARTEDI 6 MARZO, ORE 20,45

BIBLIOTECA DI COMO, PIAZZETTA LUCATI, 1

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

TANTO TU TORNI SEMPRE
INES FIGINI, LA VITA OLTRE IL LAGER

DI GIOVANNA CALDARA E MAURO COLOMBO

Quando fu deportata Ines Figini aveva meno di 22 anni.
Non era ebrea, partigiana o antifascista, ma si era schierata a favore di alcuni compagni di lavoro durante uno sciopero alla Stamperia Comense (poi diventata Ticosa).
Così finì nei lager di Mauthausen, Auschwitz-Birkenau e Ravensbruck e infine in un ospedale militare, dove trascorse un anno e mezzo.
 
Ha atteso più di cinquantasei anni prima di parlare in pubblico della sua vicenda: ora la racconta in questo libro.
E’ la storia di una famiglia ma è anche una storia di fabbriche; e di una città,  ­ Como, ­ punto strategico per le forze nazifasciste. Di treni che partivano per mete ignote e di luoghi in cui l’ umanità si divideva tra vittime e carnefici, fino a negare se stessa. E’ la storia di una persona a cui il lager non ha rubato l’ anima e che ha ripreso a vivere. Che ogni anno torna là  dove era stata reclusa. Che ricorda. E che, nonostante tutto, ha perdonato.
.
 
Il Comune di Como – Assessorato alla Cultura ha scelto una data doppiamente simbolica per organizzare la presentazione del libro: il 6 marzo, a ridosso della Festa della Donna, ma soprattutto anniversario dello sciopero del 1944 a causa del quale Ines Figini venne deportata con altri operai della Tintoria Comense.

 
Saranno presenti la protagonista, Ines Figini,
e gli autori, Giovanna Caldara e Mauro Colombo.
Interverrà  Valter Merazzi, del Centro di ricerca “Schiavi di Hitler”.
L’ attrice Sabrina Rigamonti leggerà  alcune lettere scritte da Ines durante i mesi trascorsi in Germania.

L’incontro sarà  moderato da Katia Trinca Colonel, giornalista del “Corriere di Como”.

Ingresso libero.

MORTI NEI LAGER E NASCOSTI DA UNA LEGGE ITALIANA

Sangue innocente e oblio di Stato. Non erano dispersi, ma i governi italiani d’ogni ordine e grado (o colorazione se preferite) non l’hanno mai detto. Insabbiati di guerra: uccisi due volte. Nato il 26 settembre 1905 a Vico del Gargano e deceduto il 12 giugno 1944; sepolto ad Amburgo, nel cimitero militare italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 4, fila E, tomba 9).  Si chiamava Antonio Comparelli, combattente antifascista pugliese, è uno dei circa 17 mila italiani che nel 1957 e ’58 furono occultati in vari cimiteri tedeschi da un italianissimo Commissariato Generale Caduti in Guerra (sigla: “Onorcaduti”) che li identificò, ne scrisse i nomi, date e luoghi di origine sulle tombe. Ma alle famiglie nessuna notizia. Non una lettera, né un telegramma e neppure un avviso tramite uffici militari. Genitori, mogli, figli, fratelli, sorelle e parenti furono tacitamente condannati all’angoscia e alla disperata speranza di veder tornare un giorno il loro congiunto. Addirittura una legge – davvero difficile crederci se non fosse tutto documentato in Gazzetta Ufficiale – emanata il 9 gennaio 1951, numero 204, all’articolo 4 recava il «divieto di rimpatrio delle salme sepolte nei cimiteri militari italiani dall’estero». Presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, che qualche anno prima aveva estromesso dal governo comunisti e socialisti su richiesta del governo Usa, ottenendo per il suo partito la vittoria del 18 aprile 1948. Il giornalista d’altri tempi – E’ lo stesso periodo in cui qualcuno, nella sede del Tribunale Militare, ordinò di girare contro il muro affinché non si potesse aprire l’armadio con 695 rapporti e 2.274 denunce (“notizie di reato”) a carico di nazisti tedeschi e fascisti italiani responsabili di stragi con migliaia di morti civili innocenti. Lo troverà nel 1994 il giornalista Franco Giustolisi: «Questa è la storia di un’ingiustizia. La più tremenda  ingiustizia che un popolo possa subire. Fu una carneficina. Nazisti e fascisti, SS e repubblichini fecero decine di migliaia di vittime. Gente senz’armi, civili in fuga dalla guerra. Per lo più donne, vecchi e bambini. Piccoli ancora in fasce. Altri mai nati. Non furono rappresaglie ma omicidi. C’è un palazzo a Roma in via degli Acquasparta, sede della Procura generale militare. Lì affluivano dopo la liberazione, i fascicoli di quegli eccidi. Ma arrivò un ordine dall’alto. Fu deciso di salvare migliaia di criminali, di uccidere una seconda volta una moltitudine di cittadini. Non ci furono processi 

Tutto fu avvolto nel silenzio che il potere aveva imposto».

Non solo ebrei – La tragica conta ufficiale del ministero della Difesa attesta che i deportati italiani furono in tutto 800 mila, di questi 80 mila morirono di stenti o furono trucidati nei lager, 44 mila erano civili internati per motivi razziali o politici, gli altri erano militari che in varie zone di guerra avevano tentato di resistere ai tedeschi – mentre il re Savoia si era dato alla fuga con la famiglia – e militari che s’erano rifiutati di arruolarsi nella Repubblica di Salò. Le salme si trovano nei cimiteri militari italiani di Amburgo, Berlino-Zehlendorf, Francoforte, Monaco di Baviera, Mauthausen in Austria e Bielany in Polonia. Fra le vittime sepolte si contano anche 77 ragazzi e bambini.

Un uomo – «È giusto che le famiglie dei Caduti sappiano». Questa è la frase che è diventata lo slogan dell’impresa titanica che un uomo di Montorio Veronese, Roberto Zamboni, ha deciso di portare fino in fondo: restituire alle famiglie la memoria dei propri cari, scomparsi durante il secondo conflitto mondiale e dati per dispersi.Gli elenchi di Zamboni (sul suo sito significativamente intitolato “Dimenticati dallo Stato”) provengono dall’incrocio di dati oscurati in diversi archivi: Croce Rosa Internazionale, Vaticano e Commissariato per le Onoranze (Onorcaduti) del ministero della Difesa tricolore. Incrociando i riferimenti Zamboni ha aggiunto ai nomi anche notizie relative alla deportazione, alle date e alle cause della morte, alla condizione sociale e alla provenienza delle vittime. «Per oltre un decennio ho raccolto i dati dei nostri Caduti militari e civili che furono internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, furono sepolti in Germania, Austria e Polonia. Chi nel dopoguerra si occupò di ricercare, riesumare e traslare le salme nei cimiteri militari italiani, purtroppo si “dimenticò” d’informare i familiari dell’avvenuta inumazione, negando a migliaia di famiglie italiane di avere almeno una tomba su cui piangere».Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, il suo è il primo elenco integrale (oltre 16mila nominativi di base) che sia mai stato reso pubblico, riguardante i connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra e sepolti nei sei principali cimiteri militari italiani in Austria, Germania e Polonia. Nelle liste sono trascritte le posizioni tombali dei caduti sepolti nei cimiteri militari italiani di Amburgo, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. Per i caduti sepolti nei cimiteri

militari di Berlino, Bielany/Varsavia e Mauthausen, è indispensabile richiedere le coordinate tombali al Commissariato generale onoranze caduti in guerra per poter stabilire se il caduto è stato inumato in fossa singola, in tomba collettiva o sepolto tra gli ignoti.

Val la pena di chiarire che Zamboni fornisce la data di nascita di ognuno, la data esatta di morte (quasi sempre Austria, Germania o Polonia) e il luogo dove sono sepolti: notizie, le ultime due, che le famiglie di origine hanno sempre ignorato. Per le numerose famiglie, infatti, quei ragazzi partiti giovanissimi per la guerra non sono più tornati. «Lo studio», spiega Zamboni, «partito inizialmente come ricerca familiare, si è con il tempo sviluppato e dilatato in una vera e propria ricerca, tuttora in corso, su un aspetto poco conosciuto a ricercatori e storici e, come avrei potuto appurare col tempo, totalmente sconosciuto ai parenti dei Caduti. Dov’erano state sepolte le centinaia di deportati civili morti dopo le liberazioni dei campi di concentramento? E le migliaia di Internati militari italiani deceduti per le violenze subite nei campi di prigionia? Erano realmente tutti dei dispersi o avevano trovato degna sepoltura?».

«Questa impresa, iniziata nel 1995», conclude lo studioso, «ha come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari. A questo proposito dal marzo del 2009 ho iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in mio possesso per poterli rendere pubblici». La sua ricerca ha avuto una importante eco mediatica quando Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, ha trovato il nome di suo padre: Pezzotta Francesco. Artigliere alpino, rifiutò di aderire alla Repubblica di mussoliniana di Salò: morto il 9 giugno 1944, sepolto nel

cimitero militare d’onore a Bielany in Polonia. «Quel soldato era mio papà», disse Pezzotta, «e non abbiamo mai saputo dove fosse sepolto». Ora il documento è stato affidato al nostro giornale e finalmente dopo oltre 60 anni le famiglie potranno conoscere la sorte dei loro cari.

Un sindaco neofascista – Ad Orta Nova, in Puglia, il sindaco Giuseppe Moscarella prima di mollare la poltrona dopo aver accumulato debiti per oltre 12 milioni di euro, ha pensato bene di dotare la biblioteca comunale dell’opera omnia di Benito Mussolini. Anche questo paese ha i suoi dispersi, ora ritrovati: Luigi Benedetto, nato il 18 marzo 1911, ammazzato il 2 aprile 1945, attualmente sepolto a Francoforte sul Meno nel cimitero italiano d’onore (posizione tombale: riquadro K, fila 2, tomba 6). Paolo Coletta, nato il 12 febbraio 1920, assassinato il 24 febbraio 1945, sepolto ad Amburgo nel cimitero militare italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 2, fila V, tomba 44). Ed infine, Giuseppe Norscia, nato il 24 agosto 1920, ucciso il 22 maggio 1945, sepolto a Monaco di Baviera nel cimitero italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 5, fila 20, tomba 42).

Vergogna giudiziaria – Niente indennità da parte della Germania alle vittime italiane dei crimini nazisti. È questo il contenuto della sentenza emessa il 3 febbraio 2012 dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.A Berlino l’Italia ha mancato di riconoscere l’immunità legittimata dal diritto internazionale per i reati 

commessi dal Terzo Reich. Con questa motivazione i giudici dell’Aja hanno deciso di accogliere per intero il ricorso presentato dallo Stato tedesco con il quale chiedeva il blocco dei risarcimenti alle vittime italiane del nazismo. È stata quindi riconosciuta come valida la tesi sostenuta dalla Germania, che accusava il sistema giudiziario italiano di “venire meno ai suoi obblighi di rispetto nei confronti dell’immunità di uno stato sovrano come la Germania in virtù del diritto internazionale. Consentendo il pronunciamento dei tribunali su cause miranti al risarcimento di danni subiti durante la seconda guerra mondiale” sostenevano i tedeschi, il Belpaese aveva infranto “l’obbligo di rispettare l’immunità giurisdizionale di cui la Germania gode secondo il diritto costituzionale”. Con il recente verdetto il Tribunale dell’Aja ha ordinato al governo italiano di prendere tutte le misure necessarie affinché le decisioni nazionali prese finora che contravvengono all’immunità siano prive d’effetto. Le corti italiane, da parte loro, non dovranno più emettere sentenze che prevedano risarcimenti individuali per casi simili. La giurisprudenza italiana in materia, quindi, diventa priva di validità. La vicenda ha avuto inizio con due decisioni della Corte di Cassazione. La prima risale al 2004; con essa veniva riconosciuto il diritto al risarcimento a un uomo deportato in un lager. Secondo i giudici del Palazzaccio, infatti, lo scudo dell’immunità veniva meno nel caso di specie per via della gravità dei fatti. Nel 2008 gli ermellini tornavano a condannare la Germania a risarcire i familiari delle vittime delle stragi compiute durante l’occupazione del suolo italiano da parte delle forze tedesche. La pronuncia respingeva la richiesta avanzato dallo Stato alemanno contro una precedente sentenza emessa dalla Corte d’Appello militare di Roma. Quest’ultima aveva ravvisato i danni subiti dalle parti civili nella strage nazista del 29 giugno 1944, in occasione della quale vennero uccise 203 persone, tra le quali non vi era nessun militare. La Corte d’Appello militare aveva condannato Berlino a risarcire i familiari delle vittime di questo eccidio. La pronuncia della Suprema Corte con la quale gli indennizzi venivano confermati era stata considerata storica, poiché per la prima volta era affermato il diritto al risarcimento per le vittime dei crimini nazisti nell’ambito di un procedimento penale. Al di fuori dell’Italia, nessun paese aveva intentato cause per ottenere un indennizzo nei confronti della Germania, per via dell’immunità.La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, tuttavia, ha invitato la Germania a negoziare a livello politico un risarcimento per tutte le vittime che avevano già ottenuto il giudizio favorevole dei tribunali italiani. Il Tribunale dell’Aja, si legge nella sentenza “ritiene che le richieste originate dal trattamento degli internati militari italiani, insieme a altre richieste di cittadini italiani finora non regolate, possano essere oggetto di un ulteriore negoziato” tra i due paesi. Nella pronuncia un passo è dedicato anche al trattamento riservato ai militari italiani internati, esclusi dal programma di risarcimento tedesco. La Corte dell’Aja, si legge, “considera motivo di sorpresa e di rammarico che la Germania abbia deciso di negare una compensazione a un gruppo di vittime, negando loro la protezione legale che sarebbe spettata ai prigionieri di guerra”, perché tali furono considerati, dal punto di vista legale, i militari italiani nei campi.   La questione è rimandata alle calende greche. Ma i bambini, le donne, i vecchi uccisi dai nazisti e dai fascisti? E quelli imprigionati nei campi di sterminio? Meritano rispetto, ricordo, riconoscenza. Il loro sacrificio, insieme a quello dei partigiani, ha generato la Costituzione (recentemente svuotata di senso dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona), la Repubblica, la nostra democrazia sempre più in agonia in attesa di tirare per sempre le cuoia.

Da: ArticoloTre, Gianni Lannes, 7 febbraio 2012