ROSARIO BENTIVEGNA

È morto Rosario Bentivegna

 

È venuto a mancare ieri sera il Combattente partigiano, Medaglia d’argento al valor militare, Rosario Bentivegna: a giugno avrebbe compiuto novant’anni. Avvicinatosi al marxismo sul finire degli anni Trenta, durante la guerra, mentre era studente in Medicina, entrava nel Pci. Dopo l’8 settembre 1943 partecipava alla formazione dei Gruppi d’azione patriottica (Gap) romani. Con il ruolo di Comandante, partecipava a

numerose azioni di guerriglia contro i nazifascisti. Alla più celebre di queste la sua figura resterà per sempre legata: l’azione di via Rasella. Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, vestito da spazzino, con i bidoni pieni d’esplosivo, Bentivegna è nel commando dei Gap che fa saltare in aria un reparto di SS altoatesine in marcia, pronte per essere adibite alla repressione antipartigiana. La mattina dopo, la feroce ritorsione nazifascista con l’esecuzione di 335 cittadini inermi, tra antifascisti, partigiani ed ebrei, presso le fosse Ardeatine. Sin da subito, su questi avvenimenti si iniziavano a diffondere voci calunniose, provenienti dagli ambienti fascisti così come da quelli monarchici e conservatori, secondo cui se i gappisti si fossero consegnati ai tedeschi la strage delle Ardeatine non sarebbe avvenuta e che tal proposito sarebbero stati diffusi inviti con manifesti ed altoparlanti. Com’è noto, la richiesta venne divulgata solo a strage avvenuta, quando l’ordine era “già stato eseguito”. Nel corso degli anni, però, non ha smesso mai di funzionare una vera e propria fabbrica del falso al fine di addossare ai gappisti le responsabilità delle Ardeatine, sempre e costantemente smentita da diverse sentenze della magistratura che hanno ribadito la legittimità di quell’attacco, un’azione bellica contro un esercito occupante. Un atto, aggiungiamo, di singolare coraggio che ha inferto un duro colpo al nazifascismo contribuendo alla sconfitta militare del Terzo reich.

Dopo la Liberazione di Roma, per proseguire la lotta contro il fascismo, Bentivegna si era fatto inviare dal Pci in Jugoslavia, come Vicecommissario della Divisione Garibaldi. Dopo la guerra si dedicherà alla professione di medico, anatomopatologo, e alla militanza nel Pci, da cui deciderà di uscire nel 1985. A partire dagli anni Novanta, contro un revisionismo strumentale montante che, ricordiamolo, per gran parte ha fatto perno sull’argomento via Rasella – fosse Ardeatine, Bentivegna ha redatto alcune pregevoli monografie.

Proprio di recente è uscita la sua autobiografia, Senza fare di necessità virtù (Einaudi, 2011) che sabato 24 marzo, 68° delle Ardeatine, abbiamo presentato a Viterbo, con la coautrice Michela Ponzani. Rosario non era potuto venire, raccomandandosi di portare il proprio saluto a tutti i presenti.

Con Bentivegna se ne va una delle ultime figure eroiche della nostra Resistenza, uno spirito libero, sempre pronto a confrontarsi alla pari con chiunque senza mai mettersi in cattedra.

Il Comitato provinciale Anpi di Viterbo inchina la propria bandiera

SETTIMANA RESISTENTE AD ERBA

Ad Erba

in occasione della festa di Liberazione

una settimana tutta dedicata alla Resistenza, con numerosi appuntamenti.

20 aprile

biblioteca comunale, presentazione del libro

” Angela, una storia d’amore nella guerra partigiana”

25 aprile

festa della Resistenza organizzata dai ragazzi di Erbattiva

26 aprile

Filippo Andreani  a teatro con la sua

“Storia Sbagliata”

27 aprile

al Cinecircolo proiezione del film

” L’uomo che verrà”


presentano in biblioteca un libro “Angela: una storia d’amore nella guerra partigiana”
il 25 aprile la nostra festa in piazza
il 26 aprile filippo andreani a teatro con “la storia sbagliata”
il 27 aprile come cinecircolo proietteremo il bellissimo film di giorgio diritti “l’uomo che verrà”

NORI AL FAMEDIO DI MILANO

NORI BRAMBILLA PESCE AL FAMEDIO MILANESE

L’ANPI Provinciale di Milano  comunica che Mercoledì 4 Aprile 2012 alle ore 10,30 al Famedio del Cimitero Monumentale si svolgerà la cerimonia di traslazione di Nori Brambilla Pesce.

La nostra cara Nori che ci ha lasciato il 6 novembre 2011 riposerà così accanto a Giovanni Pesce cui è stata legata per la sua intera vita.

LETTERA APERTA AL QUOTIDIANO LA PROVINCIA

LETTERA APERTA AL QUOTIDIANO “LA PROVINCIA” DI COMO

I 120 anni de “La Provincia” luci e ombre

Il giornale La Provincia compie oggi 120 anni di vita. E’ un avvenimento degno di considerazione ed è auspicio di nuovi successi. Nell’elogio che fanno gli attuali protagonisti del giornale non si può non notare una svista macroscopica: manca del tutto una doverosa autocritica per l’atteggiamento servile tenuto da La Provincia durante il periodo fascista, nei confronti dei gerarchi locali e nazionali responsabili di gravi violenze, intimidazioni e financo di omicidi.

Il giornale La Provincia, per anni, fu una ripetizione anzi diremmo fotocopia del periodico fascista “Il Gagliardetto” che riportava gli avvenimenti politici a uso e consumo del P.N.F.. Non si nega che le cronache di cavalli imbizzarriti, frenati da volenterosi e dai carabinieri, sulle pubbliche vie , come la narrazione di avvenimenti festosi e luttuosi fossero inappuntabili, resta il fatto che la vita sociale e politica era dipinta in nero orbace.

Due fatti.

Il 7 agosto 1923, a Canzo durante un comizio del Cav. Baragiola, console della 3° legione della Milizia fascista, un contadino del luogo tale Pina Miro, rimbrottato dai camerati fascisti perché chiudesse la falce fienaia, con gesto imprevedibile colpì, con la stessa, il braccio sinistro del Baragiola, a cui in seguito lo stesso braccio fu amputato. Il Pina fu immediatamente ucciso con un colpo di revolver da un fascista, rimasto sempre ignoto.La Provincia nelle cronache dell’8, 9, 11 agosto diede del fatto una versione giustificatoria dell’omicidio, dando spazio solo al ricovero e all’operazione chirurgica del Baragiola e alla grande solidarietà del popolo fascista.

Il Pina Miro non fu nemmeno chiamato per nome; per La Provincia, era un tale, il feritore, l’uomo armato di falce, di cui era chiaro l’accanimento e la ferocia.

Il giornale L’Ordine che aveva dato una versione obiettiva e reclamava la punizione dell’uccisore di Pina, fu accusato di fomentare disordine e la sua sede fu devastata dai fascisti insieme a quella del Partito popolare, la sera del 9 agosto dello stesso anno. Dei fatti La Provincia fece una cronaca scarna senza nominare i responsabili fascisti, invece ben noti.

E’ assodato che l’operazione fu ordinata dallo stesso Mussolini.

Nulla fu detto della aggressione ad Abbondio Martinelli e a don Primo Moyana e successivi misfatti!

Ma la cosa più grave, “secondo caso”, fu l’attacco a Giancarlo Puecher fucilato dai fascisti a Erba il 22 dicembre 1943; unica vittima degli arrestati nell’erbese per ordine dei gerarchi di Como e di Erba. La cronaca dei fatti, che andrebbe tutta riprodotta apparve sul numero 8 del 1944 ( Direttore Giorgio Aiazzi ) Il titolo: Il Puecher era un delinquente reo di parecchi gravissimi delitti.

Dopo un elenco dei capi di imputazione tutti falsi per dichiarazione degli storici, di Giancarlo Puecher cattolico patriota che cadde sotto i colpi dei suoi carnefici gridando “Viva l’Italia, si dice sul giornale “Dimentichiamo il nome di questo giovane scellerato e sia a tutti di sollievo il pensiero e la certezza che ben altri giovani hanno immolato la vita per questa nostra patria adorata.

Puecher, alla luce chiara dei fatti…… era un delinquente pericoloso che agiva per cosciente spirito anti italiano, traviato e ridotto ad una vita di aberrante bassezza morale, anche per colpa della pessima educazione ricevuta”.

Giancarlo apparteneva a famiglia borghese, cattolica educato da una zio arcivescovo e dal parroco di Pontelambro don Giovanni Strada.

Sembra che il brano, orrendo, fosse ispirato se non scritto dal Prefetto Scassellati, disperato difensore della R.S.I. di cui conosceva la debolezza. Crudele e subdolo dopo la liberazione fuggì in America Latina, evitando la fucilazione riservata ad altri gerarchi, dopo regolari processi.

Di questi e altri fatti mai condannati, anzi esaltati, cosa si dice nelle encomiate celebrazioni odierne? Il bandito Puecher, è la prima medaglia d’oro della Resistenza, ma pochi anni fa La Provincia, in un articolo di Festorazzi, che aveva raccolto chissà quale chiacchiere, l’aveva definito pavido e pronto al tradimento dei suoi ideali di libertà “una risposta dell’Istituto di Storia Contemporanea a firma del prof. Corbetta” non trovò spazio sul giornale.

Luce e ombre. Anche delle ombre ( e che ombre! ) si deve dare contezza. I brindisi di oggi non sono tutte allegrezza; oppure dei 120 anni sono solo 100 o 95 quelli da ricordare?

Il comitato provinciale Anpi di Como

GITA A FOSSOLI

GITA A FOSSOLI

L’anpi Provinciale,unitamente all’Associazione Amicizia Italia-Cuba, circolo di Como, sta organizzando i pulman per una gita a Fossoli.

Qui di seguito il programma.


 

DOMENICA 27 MAGGIO

 

una gita culturale presso il campo di Fossoli situato in provincia di Modena.

Il campo nacque il 2 maggio 1942 e fino all’8 settembre 1943 fu utilizzato come campo per prigionieri di guerra. Dopo l’8 settembre fu utilizzato dalla Repubblica Sociale Italiana e, quindi direttamente dalle SS come “campo di concentramento e transito” per la deportazione in Germania di ebrei e oppositori politici.

Il programma previsto è il seguente:

ore 6,30: partenza dal parcheggio del cimitero di Rebbio (vicino alla sede del circolo)

ore 10,30: arrivo a Fossoli e inizio visite guidate al Monumento Museo e al campo di concentramento

ore 13,30: pranzo con il seguente menù:

      Antipasto emiliano

      1° piatto: Risotto con peperoni e strozzapreti con salsiccia

      2° piatto: Arrosto di maiale con contorno

      Dolce della casa

      Acqua – Vino

Successivamente visita a un caseificio con possibilità di acquisti anche di salumi

Rientro previsto a Como alle ore 22,00


Il costo è di € 30,00 a testa


Visto la forte richiesta, invitiamo tutti coloro che vogliono partecipare di far pervenire la prenotazione nel più breve tempo possibile.

LE DONNE DELLA RESISTENZA NEL COMASCO

L’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perrettae l’Anpi di Como hanno organizzato nella serata di venerdì 23 marzo l’incontro Le donne della Resistenza nel Comasco, con Roberta Cairoli autrice del libro Nessuno mi ha fermata (Roberta Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco 1922 – 1945, NodoLibri, Como, 2005, 288pagine, 20 euro.) e Wilma Conti, testimone della Resistenza. 

Roberta Cairoli ha analizzato con grande passione le forme e il significato della presenza femminile nella resistenza, intrecciando le nuove categorie storico interpretative da lei proposte con i vissuti particolari delle donne del comasco. Una relazione molto sentita, condotta con precisione e attenzione, che è stata apprezzata dai presenti, un pubblico in gran parte già conoscitore delle vicende specifiche della Resistenza nel comasco. Attraverso i nomi delle donne incontrate nel suo discorso chi ha ascoltato ha ricevuto l’immagine di una dimensione corale della resistenza femminile, della straordinaria complessità e rilevanza del contributo delle donne nella guerra di liberazione.

«Nell’immaginario collettivo resistente è chi ha militato nelle formazioni partigiane o chi ha combattuto. E queste caratteristiche vengono tendenzialmente attribuite a uomini» ha fatto notare Cairoli. In questo modo però si tralascia la grande importanza della resistenza civile, e con questo anche lo straordinario apporto femminile alla guerra di liberazione. «Bisogna rompere la dicotomia che associa gli uomini alla guerra e le donne alla pace, anche perché non è semplice distinguere la resistenza civile da quella armata» ha avvertito Cairoli. «La Resistenza è infatti un fenomeno complesso, caratterizzato da un attraversamento dei ruoli, che ha favorito nelle persone la scoperta di nuovi modi d’essere. La seconda guerra mondiale, infatti si caratterizza come guerra di occupazione, che irrompe prepotentemente nel privato e nella vita di ciascuno. Per le donne decidere di partecipare alla resistenza significava infatti essere costrette a rompere con la separatezza della propria dimensione privata per gettarsi in quella

pubblica». E questo ha contribuito particolarmente a dare consapevolezza al ruolo delle donne nella società. «La guerra viene quindi a determinare per le donne uno shock esistenziale, che le costringe a reinventare la propria collocazione di donne al di fuori dei confini tradizionali» ha detto Cairoli. Per la donna infatti il progetto politico di militanza ed il progetto esistenziale venivano a sovrapporsi, nel comune denominatore di trasgressione di codici, di regole date. «Alcune, per esempio, utilizzavano la propria immagine di donna per passare indenne ai controlli fascisti, assumendo la maschera della ragazzina ingenua, altre trasformavano una militante politica in una sfollata, un partigiano in un amante. Altre invece iniziarono a raccogliere denaro per finanziare la Resistenza, ciclostilavano volantini, diffondevano la stampa clandestina, trasferivano informazioni, accoglievano e davano rifugio a partigiane e partigiani. Altre ancora si inserirono nelle vere e proprie formazioni combattenti».

Dopo questa relazione è intervenuta Wilma Conti, che ha donato ai presenti la forza della sua testimonianza. Le immagini da lei evocate, il suo ruolo di giovane partigiana, il racconto di suo padre catturato dai fascisti durante un rastrellamento della brigata nera hanno la forza di una lama, richiedono memoria e riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno costruito la resistenza e hanno lottato per la libertà. Riconoscenza che deve essere rivolta anche a tutte le donne che hanno svolto un ruolo di primo piano e posto le basi per una società più attenta anche ai Diritti delle donne.

[Matilde Aliffi, ecoinformazioni]

GIANCARLO BASTANZETTI

Riceviamo da un nostro iscritto, che ringraziamo.

E’ spirato nella sua casa di Saronno nelle prime ore di venerdì 23 marzo, Giancarlo Bastanzetti, vicepresidente della sezione ANED di Milano. Giancarlo aveva 9 anni quando suo padre Pietro fu portato via e deportato a Mauthausen e poi a Gusen, dove fu ucciso.
Già nell’immediato dopoguerra accompagnò la madre a vedere il luogo del martirio del padre e poi per cento e cento volte in tutti questi anni ha accompagnato grandi e piccoli nei viaggi verso il Lager. Migliaia di persone lo ricordano oggi mentre poneva le mani sul crematorio di Gusen, all’interno del Memoriale, e incominciava a raccontare: “Questo è il forno crematorio nel quale è stato incenerito il corpo nel mio papà…”.
Pochi sanno però che se quel Memoriale è oggi visitable, lo si deve in parte anche a lui: Giancarlo Bastanzetti fece parte infatti del piccolo gruppo di superstiti e di familiari italiani e francesi che decisero di intervenire, in veste di acquirenti, nella lottizzazione dell’area del campo, comprando di tasca propria il lotto di terreno sul quale ancora si trovavano le rovine del forno crematorio.
Grazie a quell’acquisto si è potuto poi edificale il Memoriale disegnato da Lodovico Belgiojoso e ancora oggi migliaia di persone ogni anno possono visitare una piccola porzione di uno dei più terribili luoghi di tortura e di morte realizzati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale.
I funerali di Giancarlo Bastanzetti si sono svolti sabato 24 marzo alle 14, presso la parrocchia Sacra Famiglia, in viale Prealpi a Saronno (Varese).
Alla moglie Maria Teresa, ai figli e ai familiari tutti l’abbraccio commosso dell’Aned di Milano.

Giancarlo Bastanzetti, nell’ottobre 2010, mi/ci accompagnò insieme all’associazione Camerani, nel viaggio della Memoria a Mauthausen Gusen Ebensee.

Viaggio intenso e importante. Purtroppo un altro che se ne va!!

David

24 MARZO – FOSSE ARDEATINE

FOSSE ARDEATINE

In questa paine riproduciamo un documento con la testimonianaza di una teste al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I’elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell’organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

 Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

Il gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fonatana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Cioò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I’appello, la SS domandò: Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I’appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini. 

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.



TINA ANSELMI E AUNG SAN SUU KYI

“Le notti della democrazia. Tina Anselmi e Aung San Suu Kyi, due donne per la libertà”. In occasione degli 85 anni di Tina Anselmi e alla vigilia delle elezioni politiche in Birmania, a cui parteciperà anche la Lega nazionale Democratica di Aung San Suu Kyi, verrà presentato il volume a cura di Giuseppe Amari e Anna Vinci, “Le notti della democrazia”, che racconta in parallelo l’esperienza di due grandi donne, Aung San Suu Kyi e Tina Anselmi, che in tempi e circostanze diverse hanno combattuto per l’avanzamento civile e democratico del proprio paese.

La presentazione si svolgerà a Roma, mercoledì 28 marzo, ore 17.00, al Palazzo Valentini, Sala Giuseppe Di Liegro,via IV Novembre 119/A.

Presiede Vincenzo Calò – Vice Presidente ANPI Provinciale di Roma.

Introduce Adolfo Pepe – Fondazione di Vittorio

Intervengono: Susanna Camusso, Albertina Soliani, Giuliano Turone, Beaudee Zawmin.

Proiezione del cortometraggio “Sei minuti” con Tina di Anna Vinci.

Susanna Camusso consegnerà la medaglia d’oro dei Cento anni della CGIL a Beaudee Zawmin che la riceve per conto del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Saranno presenti i curatori e i rappresentanti di ANPI, ANPPIA, FIAP, ANED, ANEI, ANFI che porteranno il loro saluto

Con il patrocinio della Provincia di Roma.