RISPOSTA DEI CANDIDATI ALL’ APPELLO DELL’ ANPI

Bersani, Vendola, Ingroia: sì all’appello dell’Anpi per il voto del 24 e 25 febbraio

Mobilitazione dell’Anpi in tutta Italia per un voto che rigeneri il paese in nome dell’antifascismo e della democrazia.

Aderiscono all’appello Bersani, Vendola, Ingroia e tanti altri candidati. 

L’ANPI, da settimane ormai, è mobilitata su tutto il territorio nazionale per diffondere il suo appello per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio.
Tante, dunque, le iniziative in campo (da Savona a Piacenza, da Modena a Pescara, da Pistoia a Roma fino a Palermo) mirate a incontrare non solo i cittadini, ma in particolare i candidati affinché sottoscrivano l’appello e s’impegnino, una volta eletti, a realizzarne principi e valori.

L’attenzione è stata massima, e significativo, quindi, il numero di adesioni giunte fino ad oggi. Nell’impossibilità di dare conto di tutte segnaliamo quelle di: 

Pier Luigi Bersani (Segretario Nazionale PD), che nel suo messaggio ha definito quella dell’ANPI come una iniziativa dall’alto profilo civico, culturale e politico.

Nichi Vendola (Leader di SEL)

Antonio Ingroia (Leader di Rivoluzione Civile)

Anna Finocchiaro (PD)

Laura Boldrini (SEL)

Flavio Lotti (Rivoluzione Civile)

Rosa Villecco Calipari (PD)

Sandro Ruotolo (Rivoluzione Civile)

Stefano Fassina (PD)

Roberto Morassut (PD)

Walter Tocci (PD)

Ilaria Cucchi (Rivoluzione Civile)

Oliviero Diliberto (Rivoluzione Civile)

RESISTENZA CONTINUA

CINISMO INSOPPORTABILE


Il giorno della Memoria, il leader del centro-destra, ha dato del periodo fascista e del suo duce, Benito Mussolini, una definizione sconcertante, dimenticando che, se ha attuato provvedimenti sociali improcrastinabili, condotti con intenti propagandistici, ha però tolto ogni libertà di espressione ai cittadini italiani, producendo una dittatura dura e insopportabile.

Andrebbero ricordate le leggi “fascistissime” e il clima di violenza e intolleranza verso chi osteggiava o solo era tiepido nei confronti del regime.

Il colmo della spietatezza fu raggiunto nel 1938 con le leggi razziali, avallate purtroppo dalla pavida e connivente monarchia sabauda.

Per non parlare della guerra, condotta con cinismo e crudeltà a fianco della Germania di Hitler,

contro cui lottò la Resistenza.

Ora, perché un simile comportamento da parte del leader del centro-destra?

Egli non ha resistito alla tentazione, in campagna elettorale, di ingraziarsi i voti dell’estrema destra fascista, pur presente con proprie liste: Fiamma Tricolore, Forza Nuova e Casa Pound.

E’ stata una mossa cinica e pericolosa per la democrazia, perché indirettamente ha sostenuto formazioni fasciste in contrasto con le leggi dello Stato e con la Costituzione Italiana.

Vuoi vedere che quando parla di riforma della Costituzione non intenda anche abrogare la norma transitoria che vieta ogni ricostituzione del partito fascista?

C’è stata, sulla stampa e da parte delle forze democratiche, una reazione negativa, accanto a posizioni giustificative parziali da parte del PDL e di Fratelli d’Italia, che hanno strizzato l’occhio ai fascisti.

Però le proteste sono sparite dall’attenzione dei cittadini, parecchi dei quali sono imbambolati di fronte alle promesse roboanti del suddetto leader. Pochi, anche a sinistra, si sono posti il problema dell’indifferenza della gente di fronte ai grandi temi dell’attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza, che al di là di riforme possibili, sulla riduzione del numero dei parlamentari, o sulla riforma dell’articolo 5°, merita più attenzione per quanto riguarda i temi del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, del godimento pieno, da parte di tutti, dei diritti civili inalienabili, dell’obbligo della partecipazione diretta alla formulazione degli organi direttivi della Repubblica.

Risulta pertanto incostituzionale e assurda l’attuale legge elettorale, che limita la scelta degli elettori e l’accondiscendenza dei magistrati a non concludere tempestivamente i processi di cui è imputato il leader di centro-destra.

Non è forse giusto sapere, prima delle elezioni, se andremo a votare un corruttore, un evasore fiscale o un malversatore? Perché anche la sinistra tace sui suoi reati, per non sollevare il velo di scorrettezze dei propri affiliati?

Prima che di politica elettorale, dobbiamo ragionare su un riscatto morale improcrastinabile e di una difesa ad oltranza dei valori della persona umana, per cui lottarono e morirono resistenti e partigiani.

L’ANPI si fa carico di questi problemi e sa vedere, al di là delle tattiche pre elettorali, le vere questioni per una saldezza della democrazia e per l’attuazione della giustizia e della solidarietà.

La Resistenza continua, perché la libertà non è mai conquistata per sempre.

Sen. Luciano Forni.

APPELLO AI CANDIDATI

APPELLO-IMPEGNO AI CANDIDATI:

“DIFENDERETE LA COSTITUZIONE”?

Quello che segue è l’appello dell’Associazione Salviamo la Costituzione rivolto ai candidati alla Presidenza del Consiglio nelle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio.

Gentili signori,
Vi scriviamo a nome dell’Associazione Salviamo la Costituzione, aggiornarla non demolirla, che raccoglie coloro che promossero il referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006.

Da varie parti, la prossima legislatura è stata definita come una legislatura costituente. Si tratta di una definizione tecnicamente imprecisa; ma essa sottolinea l’esigenza indiscutibile – di riforme di struttura, coraggiose e impegnative. Tra le riforme previste, alcune concernono le istituzioni (a partire dalla legge elettorale), e  anche qualche disposizione della Carta costituzionale. Ci permettiamo di sottolineare l’esigenza che siano date agli elettori, sul punto,  informazioni precise circa i programmi e i  propositi di ciascuno di voi e delle forze politiche che ciascuno di voi rappresenta. Nel referendum del giugno 2006, una larga maggioranza di italiane ed italiani ha voluto riaffermare che la Costituzione repubblicana resta il fondamento della nostra democrazia, la tavola dei principi, dei valori e delle regole che stanno alla base della convivenza comune. L’esito di quel referendum non preclude naturalmente limitate e puntuali modifiche costituzionali, purché coerenti con i principi e i valori della Costituzione repubblicana e compatibili con il suo impianto e i suoi equilibri fondamentali. Il referendum del 2006 ha anche sancito la condanna di riforme costituzionali di parte approvate a colpi di maggioranza. La Costituzione come Voi ben sapete – è di tutti, garantisce i diritti e le libertà di tutti, anche delle minoranze; dovrebbe essere modificata solo con il consenso di tutti, o comunque di una larga maggioranza. Noi siamo convinti che con quel voto il popolo sovrano abbia dunque affidato al Parlamento un compito: ristabilire il principio della supremazia e della stabilità della Costituzione; mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali di parte; approvare perciò una modifica dell’articolo 138 della Costituzione che, alzando la maggioranza prevista per l’approvazione di leggi di revisione costituzionale, e rendendo sempre possibile il referendum popolare confermativo, renda impossibili modifiche costituzionali imposte a colpi di maggioranza. Si otterrebbe, in tal modo, il risultato di mettere finalmente in sicurezza la Costituzione della Repubblica, così come è da tempo stabilito in altre grandi democrazie. Proposte di legge in tal senso, sottoscritte da parlamentari di diversi gruppi, sono state presentate nel corso della XV e XVI legislatura, tra gli altri dal compianto Oscar Luigi Scalfaro.

Per queste ragioni, ci permettiamo di segnalarVi l’esigenza di esprimere con precisione la vostra posizione e le vostre intenzioni su queste due questioni essenziali. Per parte nostra, i risultati del referendum costituzionale del 2006 (che noi promuovemmo) e le preoccupazioni dei nostri soci (raccolti in molti circoli in ogni parte del Paese) ci obbligano moralmente e politicamente non solo a rappresentarVi queste preoccupazioni, ma anche a operare per far conoscere a tutti i nostri concittadini le opinioni e i propositi dei candidati premier e delle forze politiche che partecipano alla competizione elettorale.

Vi saremmo perciò molto grati se voleste chiarire anche a noi i vostri intendimenti e i vostri programmi sulle due questioni, rispondendo ai due quesiti seguenti (che sinteticamente riassumono le nostre preoccupazioni):

1.    Proporrete e sosterrete, nella prossima legislatura,  un disegno di legge di modifica dell’articolo 138 della Costituzione che elevi a due terzi la maggioranza necessaria per l?’approvazione parlamentare delle leggi di revisione della Costituzione e consenta in ogni caso a 500.000 elettori di chiedere il referendum confermativo sul testo approvato? Proporrete che ciò valga per qualunque legge di revisione costituzionale, senza distinzioni tra la prima e la seconda parte della Costituzione?

2.    Pensate di potere assumere l’?impegno di assicurare la coerenza delle riforme istituzionali che Voi proporrete o sosterrete con i principi e i valori della Costituzione del 1948 e la loro compatibilità con i suoi equilibri fondamentali, e dunque con i principi della forma di governo parlamentare?


Per parte nostra, assumiamo l’impegno di portare a conoscenza degli elettori, le risposte che ciascuno di Voi vorrà inviarci (o, quanto meno, quelle che ci perverranno entro il 15 febbraio in modo da contribuire alla libera scelta elettorale di ciascuno dei nostri concittadini.

Ringraziando per l’attenzione, Vi inviamo i nostri migliori saluti.


Alessandro Pace (presidente dell’Associazione Salviamo la Costituzione), Giovanni Bachelet, Francesco Baicchi, Renato Balduzzi, Franco Bassanini, Luigi Bobba, Sandra Bonsanti, Gianclaudio Bressa, Italo Buono, Maurizio Chiocchetti, Domenico Gallo, Valerio Onida, Giordana Pallone, Francesco Pardi, Maria Paola Patuelli, Giorgio Santini, Maurizio Serofilli, Carlo Smuraglia, Maria Troffa (componenti del comitato direttivo dell’Associazione).







APPELLO AL VOTO DELL’ANPI

http://vimeo.com/58450566

Mobilitazione dell’ANPI per diffondere l’appello per le elezioni del 24 e 25

L’ANPI è mobilitata su tutto il territorio nazionale per diffondere il suo appello per le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio ( http://anpi.it/a870/) e il suo video-spot realizzato per la parte narrativa e di immagini da Gianluca Foglia “Fogliazza”.

Sono giunte adesioni all’appello da parte di candidati di vari partiti:  sen. Anna Finocchiaro  (PD), Flavio Lotti (Rivoluzione Civile), Elio Carozza (PD), Donatella Duranti (SEL), on. Ludovico Vico (PD), Michele Pelillo (PD), Rocco Ressa (PD), Jeanne-Pierre Guichardaz e Patrizia Morelli (Alleanza autonomista progressista), Laura Boldrini (SEL).

GUARDATE IL VIDEO:

COMUNICATO ANPI DI COMO

Riportiamo la lettera che il comitato Provinciale di Como ha inviato al Sindaco Lucini, al Questore, al Prefetto e al Procuratore Capo della Provincia di Como.


al Sig. Sindaco del Comune di Como
 
e p.c.
al Sig Prefetto della Provincia di Como
al Sig. Questore della Provincia di Como
al Sig. Procuratore Capo della Procura di Como

 
 
Gentilissimo sig. Sindaco dott. Mario Lucini,

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia della provincia di Como di cui mi onoro di essere il presidente, venuta a conoscenza che all’organizzazione filo-nazista Militia è stata concessa la Piazza del Duomo di Como per una mostra fotografica sulle Foibe per il giorno 9 febbraio c.a., le chiede con fermezza di revocare il permesso concesso per diverse motivazioni:
la prima e più importante è che detta organizzazione filo-nazista è al di fuori di ogni dibattito democratico, la invito a consultare il sito http://www.huffingtonpost.it/2012/11/29/militia-maurizio-boccacci-schiavulli-condanne_n_2211043.html oltre ai domini di proprietà della stessa organizzazione, per rendersi conto di chi stiamo parlando. La stessa è stata più volte condannata per ricostruzione del partito fascista, per antisemitismo, attacchi a sedi di altre organizzazioni, intimidazioni e pestaggi. Non può un’associazione di questo tipo avere asilo presso le istituzioni democratiche, la cosa ci indigna profondamente.
La seconda, e non meno importante della prima, questa manifestazione si svolgerebbe il sabato grasso in una piazza presumibilmente piena di bambini, le chiedo, ha mai visto questo tipo di mostre? Pensa che sia possibile fare una manifestazione di questo genere in una piazza che tradizionalmente è il ritrovo, in quel giorno, di tutti i bimbi della città?
Terza e ultima osservazione, siamo coscienti che i permessi vengono rilasciati dagli uffici, ma non ritiene di dover dare delle indicazioni perchè a simili personaggi fuori dalla storia, istigatori, e non solo, di violenze, portatori di valori negativi quali il razzismo e l’antisemitismo sia negato l’uso di strutture e spazi pubblici? 
Noi non  riteniamo che la democrazia consista nel non vedere e nell’accettare supinamente ogni provocazione. Chi è fuori dalla Costituzione, che fino a prova contraria è la legge fondamentale dello Stato, è fuori dal consesso civile!
Un’ultima osservazione, sappiamo che è il Giorno della Memoria, e che le vittime delle Foibe vanno commemorate, così come andrebbero commemorate le vittime delle stragi nazifasciste e se crede, per il prossimo anno, le propongo un convegno di studi patrocinato dal Comune di Como con la partecipazione delle diverse parti e degli Istituti di storia sulla base del rapporto della commissione storica italo-tedesca, insediata dai ministeri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania il 28 marzo del 2009 e i cui atti sono stati di recente pubblicati.
Nella speranza di un suo tempestivo intervento, la saluto cordialmente.
 
Guglielmo Invernizzi
Presidente Provinciale ANPI Como

RESISTENZA E PARTIGIANI

Nuove biografie di chi contribuì a liberare l’Italia dal nazifascismo

Continua la ricerca dell’Anpi per ricordare la vita di quanti lottarono contro il nazifascismo per la libertà e la democrazia.

Nella sezione “Resistenza e partigiani” e quindi nella sottosezione “Donne e uomini della Resistenza” sono raccolte le biografie di oltre tremila tra donne e uomini che con il loro coraggio e la loro abnegazione restituirono dignità all’Italia.

Se questo difficile lavoro  di ricostruzone storica è stato possibile, è grazie all’intelligenza, alla pazienza e alla grande professionalità del giornalista, Fernando Strambaci – che a suo tempo fu giovanissimo sappista – che per anni ha dedicato a questa ricerca tanto tempo e tanta passione.

Opera a cui oggi contribuisce la giornalista Natalia Marino.

Questo patrimonio di memoria storica si arricchisce ora di altre tre biografie: quelle di Orfeo Gagliardini, Giuseppe Albericci, Cesare Salvestroni. Naturalmente il nostro lavoro di ricerca continuerà.

APPUNTAMENTO A MARIANO

I principi costituzionali sono ancora attuali al tempo della crisi e della new economy?
Mai come oggi è stata così evidente la distan-za tra ciò che prevede la Costituzione e ciò che vige nell’economia reale del Paese.
Anche in passato valori come “tutela del lavoro”, “diritto ad un’adeguata retribuzio-ne”, “responsabilità sociale”, non trovavano piena applicazione, ma ciononostante restavano comunque una meta da raggiungere, un obiettivo a cui aspirare. Oggi invece i fini sociali di cui parla la Costitu-zione non solo non sono al centro delle politiche economiche, ma sono visti come un ostacolo alla crescita.
L’ANPI da sempre difende la Costituzione e promuove la sua applicazione.
Per rilanciare i principi costituzionali in materia di economia la Sezione di Mariano-Cantù intende metterli a confronto con i problemi imposti dalla crisi attraverso un ciclo di tre incontri sui meccanismi dell’eco-nomia globale, su salute e lavoro e sugli effetti della crisi stessa.
Tre incontri per capire cosa significa tutelare il lavoro in un mondo in cui i risanamenti pubblici passano per un aumento dei disoccupati; cosa significa garantire la sicurezza sul lavoro in un mondo in cui gli stessi lavoratori si oppongono alle battaglie sulla salubrità degli ambienti di lavoro nel timore di possibili ricadute sull’occupazione; cosa significa la libertà sindacale in un mondo in cui ai giudici che, ristabilendo la legalità, stabiliscono il reintegro di operai licenziati ingiustamente si risponde che non è con la legge che si affrontano i problemi del lavoro.

Sabato 19 gennaio 2013
LA CRISI INFINITA
La nuova economia: i suoi meccanismi e i sistemi sociali e le relazioni politiche che produce
Interviene: Prof. Luca Michelini
(Università dell’Insubria)

Sabato 2 febbraio 2013
SALUTE O LAVORO?

Il rapporto tra tutela della salute e tutela del lavoro
nell’industria italiana
Interviene: Fulvio Aurora (Medicina Democratica)

Sabato 16 febbraio 2013
I NUOVI LAVORI
Più produttività o meno diritti?
Interviene: Roberto Romano (CGIL)

Gli incontri si terranno alle
ore 10 nella Sala Civica in Piazza Roma a Mariano

LA STRAGE DI TORINO

Ma è possibile dimenticare una strage? Eppure pochi la conoscono, e non se ne parla quasi mai…

Quest’anno, per il novantesimo anniversario, a Torino si sono svolte numerose commemorazioni.

STRAGE DI TORINO – 1922

Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come ‘La strage di Torino’: nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.

A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.

Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.


La Strage (18-20 dicembre 1922)


Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.

La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera del Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.

Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell’inizio degli eccidi.

Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.

Nel pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.

In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.

Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.

Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.

Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.

Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno 

presenti, la devastano.

Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.

Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.

I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.

Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.

Il 19 dicembre, in mattinata, il vice-prefetto Palombo, che sembrava limitarsi a tenere la contabilità dei successi dei fascisti, comunicava a Mussolini che «complessivamente fra i sovversivi risultano ieri, 18 dicembre, uccisi 8 individui». Un funzionario della Prefettura di Torino comunicava telefonicamente al Capo della Polizia di Roma, De Bono, la notizia che «La città è tranquilla. Vita cittadina normale. Così pure il servizio tranviario».

Sempre al mattino del 19 dicembre i fascisti fecero irruzione a «L’Ordine Nuovo»: sequestrati i tre redattori Montagnana, Viglongo e Pastore, più altri tre collaboratori, li portarono alla Casa del Fascio. Qui, legati e bastonati, furono interrogati per sapere dove si trovasse Gramsci. Poi, una breve passeggiata fino al corso Massimo d’Azeglio: fatti allineare sul marciapiede, gli squadristi si apprestarono a fucilarli, ma «arrivò uno con un ordine e, di mala voglia, ci dissero di andarcene – “Per questa volta.”

Angelo Quintagliè, 43 anni, era un ex-carabiniere assunto nelle Ferrovie come usciere: la mattina del 19 dicembre, in quell’ufficio dove il giorno prima era stato sequestrato e poi ucciso Carlo Berruti, chiese informazioni sull’accaduto a un manovale fascista che lì lavorava, un certo Gallegari. Saputo della morte di Berruti, Quintagliè espresse apertamente rammarico e deplorazione. Fu una grave imprudenza.

Un’ora dopo entrarono nell’ufficio sei squadristi che, identificato il Quintagliè, gli si gettarono addosso, tempestandolo prima di bastonate e infine uccidendolo a revolverate.

Cesare Pochettino, 26 anni, era un artigiano che lavorava nella bottega della sorella e del cognato Cesare Zurletti. Quest’ultimo non aveva mai nascosto di avere simpatia per il fascismo, mentre il Pochettino non s’interessava di politica.

Verso mezzogiorno del 19 dicembre, entrambi vennero sequestrati da tre squadristi armati che li condussero nella collina di Valsalice. Protestarono entrambi di non essere «sovversivi», ma non ci fu niente da fare: condotti sul limite di un burrone, gli squadristi spararono: Pochettino, ucciso, rotolò lungo il pendio, lo Zurletti cadde a terra, ferito da quattro colpi sulla schiena. Si salverà, perché i fascisti lo credettero morto.

Una successiva inchiesta del mese di gennaio, stabilirà che erano stati «denunciati calunniosamente come comunisti pericolosi» da loro nemici personali.

Pochi, date le circostanze, furono i ferimenti denunciati in quella giornata: una mezza dozzina di operai bastonati e con qualche ferita da coltello.

Il 20 dicembre Massimo Rocca, dirigente nazionale del Partito fascista, giunge a Torino per partecipare ai funerali dei due fascisti uccisi nella rissa del 17 dicembre: emana – non si capisce con quale autorità e secondo quale legge – un bando contro tutti i «sovversivi» torinesi: ordina che i loro esponenti più in vista, come Gramsci, Terracini e altri, debbano lasciare la città, mentre tutti gli altri non possano circolare dopo la mezzanotte, a meno che non siano muniti di un salvacondotto rilasciato dal Fascio torinese. In seguito questo bando sarà revocato.

I giovani operai Evasio Becchio e Ernesto Arnaud erano in un’osteria di via Nizza, nel tardo pomerriggio del 20 dicembre. Un gruppo di fascisti vi fece irruzione, li prelevò facendoli salire su un camion che li condusse, lungo corso Bramante, in corso Galileo Ferraris. Fatti scendere sul prato che si distende in quel luogo, i fascisti, armati di moschetti e pistole, si disposero a ventaglio e fecero fuoco. Becchio morì sul colpo, Arnaud, ferito, venne ancora colpito da una coltellata che doveva essere il suo colpo di grazia, ma riuscì a sopravvivere.

In questo giorno avvennero poche altre violenze a Torino, normale amministrazione nell’Italia fascistizzata: il prefetto Olivieri, tornato finalmente in sede per «prendere in mano la situazione», poteva trasmettere al ministero degli Interni che erano stati solamente incendiati da un centinaio di fascisti tre circoli comunisti.

Evasio Becchio fu l’undicesima e, ufficialmente, ultima vittima della strage, ma i morti potrebbero essere stati di più.

Il console Brandimarte, quasi due anni dopo, il 24 giugno 1924 dichiarò al «Popolo di Roma» che “la rappresaglia era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata […] noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva con ferma arroganza: «Cosa vuole che sappiano in questura e prefettura? Io sarò ben in grado di saperlo più di loro […] gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti».

Brandimarte confermava, infine, che il capo « del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione»

L’ amnistia

Il 22 dicembre, il governo Mussolini emanò un decreto di amnistia – il Regio Decreto 1641 del 22 dicembre 1922 – preparato dal ministro di Giustizia Aldo Oviglio: i responsabili di reati di natura politica venivano amnistiati, a condizione che i fatti delittuosi fossero stati commessi «per un fine, sia pure indirettamente, nazionale». Pertanto, i crimini fascisti, essendo stati commessi per fini «non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale», non erano punibili, ma non quelli eventualmente commessi da «sovversivi», essendo essi volti ad «abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale». Questo mostro giuridico – che tra l’altro comprometteva politicamente anche quella magistratura non ancora connivente con il Regime, costretta a distinguere tra reati commessi da fascisti o da antifascisti – fu subito controfirmato da re Vittorio.

Da: anarchopedia

ARTICOLO SUL “FATTO QUOTIDIANO”

Berlusconi e quel che c’era di buono nel fascismo

di Carlo Bordoni, 28 gennaio 2013

L’infelice battuta di B., “Mussolini era un leader che, per certi versi, aveva fatto del bene”, quasi sussurrata al termine di una dichiarazione sulla condanna del razzismo nel giorno della memoria, è significativa. Fa trasparire la nostalgia di fondo per la figura autoritaria, il capo carismatico che gode dell’infallibilità papale (“Mussolini ha sempre ragione”), è al di sopra delle leggi degli uomini ed è in grado di risolvere i problemi del Paese.

L’ex ministro Brunetta, nel difendere il suo leader, tenta un affondo: “è quello che la maggioranza degli italiani pensa di Mussolini”, cade nello stesso errore di attribuire al fascismo il merito della creazione dell’Inps e del modello di welfare. Fu invece il portato di un processo storico inevitabile che il fascismo si trovò a gestire e che aveva le sue radici nelle lotte sociali dell’Ottocento, nelle società di mutuo soccorso, nella Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia del 1898.

Un processo che era maturato nella coscienza civile della popolazione e che non poteva più essere rinviato. Non riconoscerlo sarebbe come affermare che dobbiamo alla Dc la legge sul divorzio. Questi strascichi tipicamente italiani – visto che i tedeschi, salvo rari e limitati casi, se ne sono liberati da tempo – persistono anche in uomini di governo e rappresentano un pericoloso arrière pensée che inquina la nostra memoria storica e le menti dei più giovani.

Dietro questa logica si nasconde il giudizio positivo di un fascismo “buono” che avrebbe funzionato se non fosse sceso in guerra a fianco dei nazisti. Se non avesse emanato le leggi razziali; se non avesse inseguito il miraggio del colonialismo; se non avesse usato armi chimiche in Africa; se non avesse chiuso l’Italia nell’autarchia; se non avesse mandato al confino, imprigionato e fatto assassinare i suoi oppositori; se non avesse soffocato la libertà di stampa; se non avesse abolito i partiti politici; se non avesse deriso e vanificato la democrazia.

Ma tolto questo, cosa ne resta? Probabilmente niente di più di un uomo a cavallo e dei simboli fastosi di un’ambizione smisurata, a fronte di una miseria morale.

Da ” il Fatto Quotidiano”, 28 gennaio 2013, Carlo Bordoni.