FESTA ANPI ZAVATTARELLO

FESTA PROVINCIALE A.N.P.I. PAVIA



Zavattarello
7 – 8 – 9 settembre 2012

Impianti sportivi comunali (via E. Berlinguer)
Sala Consiliare, Biblioteca,
Castello Dal Verme


DIAMO MEMORIA AL FUTURO

idee a confronto,
le nostre storie, mostre,
spazi eno-gastronomici
e musica


DIAMO MEMORIA AL FUTURO – Zavattarello 7 – 8 – 9 settembre 

Perchè andare a Zavattarello? Pochi forse sanno che il plotone di esecuzione che fucilò i gerarchi il 28 aprile 1945 era formato dai fidatissimi partigiani dell’Oltrepò pavese, che raggiunsero Dongo insieme al partigiano Arturo, colui che guidò fino a Milano il camion su cui stettero le salme dei gerarchi e del Duce.

All’incontro con il partigiano Arturo sarà presente la nostra Wilma Conti.

http://www.aurorainrete.org/num10/4-6.pdf

L’ultimo partigiano di Dongo ha il volto bonario e sorridente di “Arturo”Giacomo Bruni. Fu lui che guidò il camion Fiat 634 che trasportò dal lago di Como fino a piazzale Loreto, a Milano, i cadaveri di Benito Mussolini, della sua amante Claretta Petacci e dei gerarchi. Oggi, a 88 anni, è l’unico ancora vivente dei ragazzi dell’Oltrepo Pavese che scortarono il colonnello Valerio – l’alessandrino Walter Audisio – nella sua missione «più grande di una montagna», a caccia di Mussolini e dei pretoriani di Salò.

 Bruni vive a Perducco, un pugno di case sopra Zavattarello, nell’alto Oltrepò, dove è nato il 20 febbraio del 1922, e dove vive tuttora con la moglie Rosa, sposata nel ’50, e uno dei suoi sette figli, che gli hanno dato undici nipoti e un pronipote. Il filo del suo racconto si dipana da quando, 19enne, venne richiamato alle armi, per arrivare fino all’oggi. Un presente che affronta con 500 euro di pensione al mese, compresa la risibile cifra di 15 euro per meriti di guerra, gli inevitabili acciacchi dell’età e la delusione per il tradimento degli ideali di allora: «Noi lottavamo per la libertà e la democrazia che ci erano state sempre negate – dice con amarezza -. I giovani di adesso stanno perdendo entrambe e neppure se ne accorgono».
 Sullo sfondo, dietro l’ultima abitazione di Perducco, si staglia la mole del castello Dal Verme: rifugio di partigiani, bruciato furiosamente dai tedeschi, poi ricostruito e oggi Museo della Resistenza. Per chi, malgrado tutto, non vuole dimenticare quel giorno di primavera, 65 anni dopo.
 «Nel 1941 ero alpino della divisione Cuneense – comincia così il racconto di Arturo, suo nome di battaglia -. Dovevo partire per la Russia, ma mi ammalai e rimasi al reparto. Mio fratello Cesare fu meno fortunato, andò al fronte e non tornò più. L’8 settembre mi trovavo a Laives, in Alto Adige, con l’artiglieria alpina. Per un giorno e una notte combattemmo contro i tedeschi, poi dovemmo abbandonare l’armamento pesante e con le armi leggere ci ritirammo verso il Veneto. Fui fatto prigioniero a Vicenza e portato in una caserma. Tre giorni senza mangiare, né bere. Ero sfinito. La terza notte me la filai e tornai verso casa, sempre a piedi. Attraversai il Po travestito da prete, la tonaca me la procurò mia sorella».
 Ma a Zavattarello, Bruni era ricercato come disertore. «I fascisti presero in ostaggio mia madre e la portarono via – continua il suo racconto -. Fui costretto a presentarmi al distretto di Tortona e da lì mi trasferirono ad Asti in un campo di aviazione. Quando venni a sapere che l’indomani ci avrebbero deportato in Germania, scappai di nuovo. Nel marzo del ’44 entrai nella banda del Greco e poi nella Crespi».
 E veniamo alla Liberazione. «La notte del 24 aprile scendemmo verso Voghera. Poi a Pavia. Da lì, sui camion presi a tedeschi e fascisti, proseguimmo per Milano. Io guidavo un Lancia Ro, ero il primo della colonna. Entrammo in città da Porta Ticinese. C’erano cecchini ovunque che sparavano dai tetti, dalle finestre. Dovemmo snidare i tedeschi asserragliati alle scuole di viale Romagna».
 Chi la scelse per la missione a Dongo? «Fu il mio comandante Ciro – risponde Bruni -, il colonnello Valerio, e Landini (capo del servizio di controspionaggio delle formazioni garibaldine dell’Oltrepo Pavese) ( Lamperti, n.d.r) viaggiavano in auto, io ero al volante di un Fiat 634».
 Chi salì a Giulino di Mezzegra da Mussolini? «Valerio, Landini e il commissario politico di Dongo, Martinelli. ( Moretti, n.d.r.) Al ritorno Landini, che era mio amico, mi confidò che quand’erano arrivati, il duce e la Petacci stavano ancora dormendo. Li svegliarono, dissero a Mussolini che erano venuti a liberarlo e lui esclamò, “Se mi liberate vi regalo l’impero”. Ma ormai l’impero non esisteva più».
 Landini le disse anche chi sparò al duce? «No. Poi da Dongo a Milano. «Caricammo i corpi del duce e dei gerarchi fucilati a Giulino. Giunti alla Pirelli di viale Zara ci scambiarono per fascisti, volevano fucilare Valerio e gli altri. Io rimasi sul camion, non mi avevano visto. Si sparava ancora, una pallottola mi bucò i pantaloni senza ferirmi».
 Infine piazzale Loreto. «La gente voleva fare scempio dei cadaveri, ricordo una vecchietta che sputò addosso al duce. Quando appesero i corpi al distributore, io me n’ero già andato».
 Bruni ha mantenuto per mezzo secolo la consegna del silenzio sui fatti di Dongo e sui nomi di chi partecipò a quella missione. «L’ordine di non parlare – rivela – ce lo diede Ciro. Lo fece per tutelarci da eventuali rappresaglie». I partigiani dell’Oltrepo Pavese di scorta a Valerio contribuirono a formare il plotone di esecuzione dei gerarchi sul lungolago di Dongo. Li comandava il toscano Alfredo Mordini, comunista, figura di spicco delle formazioni garibaldine, che sarebbe venuto in possesso della pistola servita per dare il colpo di grazia al duce. Quell’arma, una Beretta, è oggi conservata al Museo storico di Voghera.


MILANO, 10 AGOSTO

Ricorre oggi, 10 agosto 2012, il 68° anniversario della starge di piazzale Loreto a Milano.

La mattina del 10 agosto, a Milano, quindici partigiani vennero prelevati dal carcere di San Vittore e portati in Piazzale Loreto, dove furono fucilati da un plotone di esecuzione composto da militi del gruppo Oberdan della legione Ettore Muti, che agiva agli ordini del comando tedesco delle SS.

Nel comunicato del comando della sicurezza nazista, si afferma che la strage fu attuata come rappresaglia per un attentato consumato il 8 agosto 1944 in viale Abruzzi contro un camion tedesco. Tuttavia, in quell’attentato non rimase ucciso alcun soldato tedesco, mentre invece esso provocò la morte di sei cittadini milanesi e il ferimento di altri undici. Il comandante dei Gap di Milano, Giovanni Pesce, negò sempre che quell’attentato potesse essere stato compiuto da qualche unità partigiana. Certi elementi anomali hanno fatto definire da alcuni l’attentato come controverso: il caporal maggiore Kuhn aveva parcheggiato il mezzo a poca distanza da un’autorimessa in via Natale Battaglia e dall’albergo Titanus, entrambi requisiti ed occupati dalla Wehrmacht

Ma il bando di Kesselring, invocato dal comunicato e dalle alte gerarchie naziste, prevedeva la fucilazione di dieci italiani per ogni tedesco solo in caso di vittime naziste. E’ dunque lecito supporre, come fece il Tribunale Militare di Torino nel processo Saevecke, che la strage fosse un atto deliberato di terrorismo che aveva lo scopo strategico di stroncare la simpatia popolare per la Resistenza al fine di evitare ogni forma di collaborazione e garantire alle truppe naziste la massima libertà di movimento verso il Brennero.

Theodor Saevecke, comandante della Gestapo, pretese ed ottenne, ciò nonostante, la fucilazione sommaria di quindici antifascisti, e compilò egli stesso l’elenco delle vittime.

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I corpi accatastati nel piazzale. Il cartello ne dava la definizione di «assassini».

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Milite di guardia ai cadaveri esposti

Dopo la fucilazione – avvenuta alle 06:10 – a scopo intimidatorio i cadaveri scomposti furono lasciati esposti sotto il sole della calda giornata estiva, coperti di mosche, fino alle ore 20 circa. Un cartello li qualificava come “assassini”. I corpi furono sorvegliati dai militi della Muti che impedirono anche ai parenti di rendere omaggio ai defunti. Secondo numerose testimonianze, i militi insultarono ripetutamente gli uccisi (definendoli, tra l’altro, un “mucchio d’immondizia”) nonché i loro congiunti accorsi sul luogo.

Il poeta Franco Loi, testimone della tragedia e allora abitante nella vicina Via Casoretto, ricorda:

« C’erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli, banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche; (…) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare la guardia armati! »

LE VITTIME

Umberto Fogagnolo, classe 1911, era un accanito avversario del regime fascista. La sua attività clandestina fu intensa e svolta attraverso numerosi discorsi e scritti. Fu tra i primi a dare l’assalto, il 25 luglio 1943, al “covo” di via Paolo da Cannobio. L’8 settembre formò bande di patrioti, organizzò rifornimenti di armi, aiutò ed inquadrò i compagni di fede. Nell’ottobre del 1943, in pieno giorno, venne arrestato a Milano nel corso Vittorio Emanuele perché affrontò coraggiosamente il comandante della ” Muti”, Colombo, mentre pestava un operaio. Domenico Fiorani, classe 1913. Nel settembre del 1943 fu licenziato dallo stabilimento nel quale lavorava, aveva poco denaro e la moglie da curare, fu così che si dedicò intensamente all’attività politica. Fondò una nuova sezione socialista a Sesto San Giovanni e diede la sua opera come propagandista e collaboratore di giornali clandestini. Il 25 giugno 1944 mentre si recava a trovare la moglie in ospedale fu arrestato dalle SS e trasferito a San Vittore. Vitale Vertemati, aveva 26 anni quando fu arrestato il 1° maggio del 44’ a causa del suo lavoro di collegamento tra i vari gruppi partigiani. Giulio Casiraghi, classe 1899, militante nel partito comunista da lunga data. Fu arrestato: nel 1931 per reati politici e per aver svolto attiva propaganda sui fogli clandestini, venne liberato dal confino di polizia nel 1936, nel 1943 perché organizzatore degli scioperi verificatisi alla ditta ” Marelli” e infine il 12 luglio dello stesso anno in quanto addetto alla ricezione dei messaggi da Londra per gli aviolanci. Tullio Galimberti, classe 1922. Chiamato alle armi, anziché militare nelle file fasciste, preferì dedicarsi al movimento clandestino. Ebbe attivi e frequenti contatti con i G.A.P e svolse numerose missioni importanti. Fu catturato in pieno giorno in una via centrale di Milano. Eraldo Soncini, classe 1901. Fin da giovane partecipò ai movimenti proletari. Attivissimo militante nelle file del partito socialista, subì un primo arresto nel 1924 e in tale occasione fu violentemente bastonato. Dopo l’8 settembre fu attivamente ricercato, ma ciò non gli impedì di partecipare alla lotta clandestina sino al giorno in cui fu catturato dalle SS. Andrea Esposito, 46 anni, iscritto al partito comunista collaborò attivamente con i partigiani della 113° brigata “Garibaldi”. Fu arrestato il 31 luglio in casa insieme al figlio Eugenio, che era sfuggito ai nazifascisti per non andare a combattere sotto le insegne della Repubblica Sociale e che verrà deportato a Dachau. Andrea Ragni, 23 anni. Dopo l’8 settembre, mentre partecipava ad un’azione per tentare di impossessarsi di armi, fu ferito e ricoverato a Niguarda da dove riuscì a scappare. Arrestato una seconda volta, riuscì a fuggire nuovamente, ma venne ripreso e rinchiuso a San Vittore sino al giorno della fucilazione. Libero Temolo , classe 1906, frequentò sin dalla gioventù i circoli comunisti del proprio paese e soffrì il carcere e le persecuzioni. Giunse a Milano nel 1925 e divenne un attivo organizzatore delle S.A..P. Fu catturato al posto di lavoro nell’aprile del 1944. Emidio Mastrodomenico, classe 1922, si trasferì a Milano nel 1940 dove operò presso il commissariato di Lambrate. Fu arrestato in quanto capo delle GAP. Salvatore Principato, classe 1892, militò sin da giovane nel partito socialista. Nel 1933 fu una prima volta arrestato perché apparteneva al movimento ” Giustizia e Libertà”. Rilasciato tornò a svolgere attività antifascista e dopo l’8 settembre lavorò intensamente per la libertà d’Italia fino al giorno del suo arresto. Renzo Del Riccio, classe 1923, socialista , era soldato di fanteria quando l’8 settembre con il suo reggimento partecipò ad accaniti scontri contro i tedeschi in Monfalcone. Tornato al suo paese, lavorò sino al marzo del 1944, epoca in cui, essendo stata chiamata la sua classe, riparò in montagna nei dintorni di Como. Organizzò un audace tentativo di sabotaggio con la collaborazione dei partigiani. Arrestato, fu inviato dai tedeschi in Germania, ma a Peschiera riuscì a fuggire e a nascondersi poi a Milano in casa di parenti. Fu arrestato in seguito ad un falso appuntamento nel 1944. Angelo Poletti, svolgeva un ‘attiva propaganda partigiana tra i lavoratori dell’Isotta Fraschini presso cui lavorava. Fu arrestato mentre andava a prelevare armi per i compagni. Rimase per molto tempo a San Vittore dove subì sevizie. Vittorio Gasparini , dopo l’invasione tedesca, messosi in aspettativa collaborò con i partigiani raccogliendo fondi e curando il funzionamento di una radio trasmittente clandestina. Fu arrestato nel novembre del 1943 vicino Brescia. Rimase a San Vittore sino al giorno della sua fucilazione. Gian Antonio Bravin , classe 1908, dopo l’armistizio iniziò la sua attività politica. Fece parte del III Gruppo GAP di cui divenne il capo organizzando vari colpi. Venne arrestato nel 1944.

I LUOGHI DELLA MEMORIA

Un presidio permanente per i luoghi della memoria

Un presidio permanente per i luoghi della memoria: questa la proposta che lancia Mirco Zanoni, dell’Istituto Alcide Cervi come commento-proposta allo sfregio compiuto al cippo partigiano di Campegine.

Qui di seguito il commento.

Visto dalla casa dei sette fratelli Cervi, simbolo di un intero territorio dalla spiccata vocazione resistenziale, è impossibile non sentirsi “parte lesa” dell’oltraggio vile perpetrato al cippo partigiano della Lora. Un elemento familiare del paesaggio campeginese, che quasi accoglieva chi arrivava in paese a monito di una storia antifascista costata tanti caduti. Proprio alla fine di via XXV Aprile, e sotto il cartello che suggerisce la direzione per il Museo Cervi.

Oggi la nuova viabilità ha mutato i percorsi abituali, ma i segni di quei sacrifici (e furono tanti non solo a Campegine), costellano la campagna e le strade della “pianurizzazione” reggiana della Resistenza, quando argini e fossi, vigne e campi divennero teatro di battaglia aspro quanto le valli appenniniche. Quel cippo che ricorda uno dei fatti di sangue più noti e cruenti della zona, alla vigilia della Liberazione, era già stato oggetto di scempio fascista, poche settimane fa. Stessa mano codarda e furtiva, che aveva appiccicato al volto dei partigiani caduti gli emblemi del regime, stickers odiosamente nostalgici, forse venduti in qualche non più tanto sperduto banchetto come fossero figurine di calciatori. Una mano pietosa e solerte, certamente di qualche campeginese offeso dal gesto, aveva silenziosamente rimosso quell’oltraggio, con la discrezione di una vigilanza civile che dovrebbe sempre essere attiva in ognuno di noi. Ma senza clamore, per non dare risalto ad uno sfregio ignobile.

Ora, nella reiterata provocazione, è scattata invece la mobilitazione da parte di tutte le istituzioni locali e da parte delle agenzie antifasciste. E’ un ottimo sintomo di salute civica, di un fronte compatto che, a prescindere dall’entità del gesto (meschinamente puerile), è pronto a scendere in campo perché non ci si abitui, non si alzino le spalle, non si minimizzi e si normalizzi anche questo. Ovvero la messa in discussione delle nostre radici storiche, delle nostre identità territoriali.

Di questa sollevazione unitaria, da parte offesa appunto, non possiamo che ringraziare sindaci, presidenti, organi di stampa, singoli cittadini che a partire dalla prima segnalazione non hanno sorvolato su questa piccola grande ingiuria.

L’antifascismo o è attualità, o non è; semplicemente. Il confronto tra visioni della civiltà, tra prevaricazione e libertà non è affar di storici, o di nostalgici, ma è urgenza quotidiana di cui tutti ci dovremmo occupare. Se ne sono accorti in tanti, rispondendo all’appello che abbiamo lanciato da Casa Cervi insieme all’ANPI nazionale lo scorso 25 luglio, per istituire una Zona Democratica, limite invalicabile da quanti ancora (violando la legge) inneggiano ai (ne)fasti del Duce.

Di gocce come queste purtroppo ne abbiamo viste tante: piccole e infime provocazioni sempre più ardite e impunite che stillano odio e negazionismo, erodendo con perseveranza i contrafforti storici della Costituzione. Tocca a questa generazione, e non alla prossima, fermare questa deriva, questo progressivo smottamento che qualcuno vorrebbe inesorabile, con il passare degli anni e l’indebolimento dei legami memoriali.

Non si tratta solo di ideali e proclami: ci sono azioni concrete da fare, e alla portata di tutti. La prima l’abbiamo vista proprio in queste ore, ed è non voltarsi dall’altra parte, non lasciar correre, ma denunciare e rispondere ciascuno nei propri ruoli pubblici e privati. La seconda è proseguire senza soluzione di continuità un percorso di conoscenza, racconto, se necessario rialfabetizzazione antifascista: grazie a quelle figurine fasciste, sui giornali è riapparsa la storia dei cinque caduti della bassa Val d’Enza sulla via della ritirata tedesca, il 23 aprile 1945. E di questo siamo enormemente grati a questi squallidi camerati nottambuli.

La terza costa poco, e attiene a come si decide di leggere il proprio territorio storico, a partire dalla toponomastica: i nostri paesi sono fitti di riferimenti e di segni della lotta per la libertà, una rete di luoghi di memoria che non sono solo cippi. Questi luoghi possono essere rianimati e popolati tutti i giorni, diventare percorsi pedonali per famiglie e studenti, affinché siano presidiati tutti i giorni, e non solo dal rituale doveroso del 25 aprile. In Germania le città sono piene di “pietre di inciampo” che nessuno può ignorare (turista o residente che sia). A Lubiana la cintura di filo spinato che strangolava la città occupata dalle truppe fasciste è diventata un percorso sportivo che i cittadini riempiono ogni domenica. Riportiamo la gente su quei luoghi, senza abbandonarli alle sinistre attenzioni di qualche indegno provocatore, e di certo gli sfregi e gli oltraggi saranno meno possibili, e di certo meno inosservati.

Trasformiamo quei luoghi che furono di morte e sacrificio, in luoghi di vita e di socializzazione, e nessuno oserà più profanarli, perché saranno di tutti e per sempre.

Mirco Zanoni, Istituto Alcide Cervi

CENTODIECI ANNI DELLA COOPERATIVA MOLTRASINA

Cari Amici, Cari Soci

Il 10 Agosto 1902 centotrenta cittadini di Moltrasio ebbero la lungimirante e generosa idea di costituire la nostra Cooperativa.

Dopo 110 anni lo stesso giorno vogliamo festeggiare con Voi il prestigioso anniversario.

Sono veramente poche le Imprese che sono riuscite a mantenere viva la loro attività per più di cento anni. Credo che questo eccezionale risultato sia dovuto alla bontà della idea originaria: aiutare a migliorare la vita dei Moltrasini . Questa idea si è sviluppata via via arricchendosi di sempre nuove iniziative fino ad arrivare al giorno d’oggi.

Siamo ancora attivamente operosi. La Cooperativa Moltrasina ha mantenuto il suo patrimonio, ha continuato la sua attività di ritrovo ricreativo e di convivialità, svolge attività culturali, offre la sua disponibilità alle Associazioni, produce addirittura energia elettrica.

Siamo lieti di comunicare in questa occasione che la Nostra impresa Cooperativa è stata iscritta nel Registro nazionale delle Imprese Storiche e questo riconoscimento ci sprona a continuare il lavoro intrapreso.

Così abbiamo deciso di festeggiare con Voi con un programma che vedrete nelle locandine che abbiamo predisposto.

Dalle ore 17 in avanti la Cooperativa Moltrasina diventerà UFFICIO POSTALE e chi lo vorrà potrà far annullare le proprie cartoline e francobolli che saranno a disposizione da quel pomeriggio.

Sarà cosi possibile dare un sigillo ufficiale al nostro importante anniversario.
Metteremo in mostra vecchi documenti originali e in formato digitale.
Dalle ore 21.30 prepareremo un ricco buffet che si concluderà con brindisi e torta.

Sono previsti giochi per i bambini.
A questo punto non ci resta che augurarci che queste iniziative trovino il vostra sostegno e vi inducano a festeggiare con noi.

A VENERDI’
Il Consiglio Direttivo
Cooperativa Moltrasina.

6 AGOSTO, HIROSHIMA E NAGASAKI

Il 6 Agosto 1945, alle ore 8:15 del mattino, un bombardiere dell’aviazione degli Stati Uniti sganciò sulla città di Hiroshima la bomba all’uranio “Little Boy”, dotata di un paracadute che poco dopo si aprì rallentandone la caduta, per dare il tempo al bombardiere ed al suo equipaggio di mettersi a distanza di sicurezza.

La bomba esplose 43 secondi dopo a circa 500 metri dal suolo come progettato, al fine di massimizzare il danno.
L’effetto dell’esplosione fu pari a quello di tredicimila tonnellate di tritolo, cioè tredicimila delle più grandi bombe impiegate nella seconda guerra mondiale. La bomba distrusse qualsiasi cosa nel raggio di 2 km, circa il 90% dei palazzi della città furono abbattuti o gravemente danneggiati, 90.000 persone morirono all’istante e molte altre morirono in seguito per effetto delle radiazioni.

Alla fine del 1945 a Hiroshima il numero delle vittime della bomba arrivò a 140.000. Tre giorni dopo, il 9 agosto, alle ore 11:02 del mattino, una seconda bomba, chiamata “Fat Man”, venne sganciata su Nagasaki. “Fat Man” era più grossa e più potente di “Little Boy”: la forza distruttiva fu equivalente a quella di 21.000 tonnellate di tritolo.
Uccise all’istante circa 70.000 persone.

APPUNTAMENTO LUNEDI’ 6 AGOSTO

COMO, MONUMENTO ALLA RESISTENZA EUROPEA

ORE 11

CERIMONIA COMMEMORATIVA DEL BOMBARDAMENTO DI HIROSHIMA E NAGASAKI

TUTTI GLI ISCRITTI SONO INVITATI A PARTECIPARE

Il monumento alla Resistenza Europea raccoglie pietre provenienti da Hiroshima e dai maggiori campi di sterminio.

27 LUGLIO,CIAO VISONE

Giovanni Pesce

E’ TRASCORSO UN LUSTRO DALLA SCOMPARSA, IL 27 LUGLIO 2007, DEL  LEGGENDARIO COMANDANTE PARTIGIANO GIOVANNI PESCE.

Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare.

Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi che combatterono in Spagna contro Franco. Venne ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce venne arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assunse a Milano, sino alla Liberazione, il comando del 3° G.A.P. Rubini, con il nome di battaglia ” Visone”. Come comandante della G.PA.P Giovanni Pesce organizzò e partecipò a numerose imprese rischiose, come ad esempio l’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino, fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, alle quali riuscì miracolosamente a sfuggire portando in salvo un compagno gravemente ferito.

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Comitato nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967, e un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“, scritto dai giornalisti Gianantoni e Paolucci in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione.

In memoria di Giovanni Pesce è stata creata, 2 anni fa, nell’anniversario della sua morte, l’associazione Memoria storica- Giovanni Pesce. Gli scopi e agli obiettivi dell’associazione, è rendere omaggio, oltre che a Giovanni Pesce, alla Resistenza e a tutti i combattenti per la libertà.

http://www.memoriedispagna.org/

NON CHIUDERE IL TRIBUNALE MILITARE DI VERONA

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”. Questo in estrema sintesi il significato della lettera che il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato al presidente  del Senato, ai presidenti delle Commissioni Bilancio e Questioni istituzionali del Senato, ai presidenti dei gruppi, al presidente del Consiglio, al ministro degli Interni, della Difesa, della Giustizia.

“Mi è giunta notizia – scrive Smuraglia – che nel provvedimento relativo alla “Spending Review” è stato presentato un emendamento per l’abolizione di alcuni Tribunali militari, fra cui quello di Verona. A nome mio personale e di tutta l’Associazione Naz. Partigiani d’Italia, mi permetto di fare presente che il Tribunale di Verona sta trattando – in fase conclusiva – alcuni processi relativi alle stragi nazifasciste del 43-45, con estremo ritardo (non dovuto al Tribunale, che invece è attivissimo), mentre sono ancora in corso alcune istruttorie relative ad altre stragi”.

“Abolire il tribunale di Verona, adesso, – spiega il presidente dell’Anpi – significherebbe costringere a ricominciare tutto da capo e bloccherebbe le istruttorie più avanzate. E questo sarebbe iniquo, considerando che se si trattano a questo punto, a 68 anni di distanza dei fatti, questi processi per orribili stragi è perché centinaia di fascicoli rimasero chiusi e inaccessibili per anni, in quello che è stato definito “l’armadio della vergogna”. Di quel fatto, il nostro Stato reca una responsabilità oggettiva (oltre a quelle soggettive ormai note); si assumerebbe una grande ed ulteriore responsabilità se ponesse sostanzialmente fine all’attesa di tanti familiari di vittime e di tanti cittadini, che, appunto, da molti anni aspettano giustizia e verità”.

“Il problema dell’organizzazione della giustizia militare esiste – rileva Smuraglia – ma non si può immaginare nulla di peggio del pensare di risolverlo adesso, nella situazione sopradescritta, con un emendamento nel corso di un provvedimento di natura strettamente economica.
Credo che si debba fare, anche per ragioni di umanità, ogni sforzo per impedire che si rechi un vero vulnus alla memoria delle vittime e alle attese di tanti cittadini”.

“Chiedo al Governo di intervenire – spiega infine il presidente dell’Anpi – perché l’emendamento non sia accolto, al Parlamento perché rinvii la questione dei Tribunali militari ad altro momento più opportuno, agli stessi proponenti perché ritirino l’emendamento in questione, comunque ai parlamentari perché – in caso di insistenza – non l’approvino. L’ANPI auspica vivamente che si comprenda il senso della presente e le preoccupazioni che la giustificano e ci si comporti di conseguenza, compiendo un’operazione, ripeto, di giustizia e di
umanità”

25 LUGLIO 1943

Sfiducia al Duce

• Il Gran consiglio approva un ordine del giorno presentato da Dino Grandi che nella sostanza sfiducia Mussolini. Nella stessa giornata il re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Pietro Badoglio capo del governo. È la fine del regime fascista. [Antonio Di Pierro]

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Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all’Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l’Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell’Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l’Italia, l’alleato debole della Germania.
Una situazione militare ormai allo sfascio, unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran consiglio fascista del 24 luglio, in cui – alle 3 del mattino del 25 luglio – venne approvato l’ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28). Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e l’invito al Duce di pregare il re “affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della patria, assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”: al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c’era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le “grandi manovre” del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.

La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.

Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all’Isola della Maddalena.

Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.

ADOLFO VACCHI, LETTERA ALLA FIGLIA  (26 luglio 1943)

Mia cara figlia,
oggi è giorno di libertà, di redenzione, di
ebbrezza: qui a Milano sembriamo tutti ubriachi
ed i più assennati sembrano pazzi…
Gli altri non ci sono più, tutti sfasciati, non più
francobolli, non più ritrattoni gorilleschi e grotteschi.
Esultate, esultate!!
Oggi il popolo esplode dopo 249 mesi di oppressione
e di compressione: per me è il giorno più bello
della vita, così lungamente, tormentosamente
ma fiduciosamente atteso! Esultate!
Vorrei scrivere la lettera più bella che io abbia
mai scritto, bella come la libertà sognata e
di cui spunta l’alba, (scriverò con più calma)
ma sono stanco, sfinito, tu mi conosci e mi
capisci! “Viva la libertà!”
Non posso dire altro, non posso scrivere né
descrivere le 16 ore di tripudio personale e
collettivo. Il fascismo è stato travolto,
finito in un attimo, per sempre!
W la libertà
Tuo Adolfo
Tuo Padre
ore 15 del 26-7-1943 anno I dell’Era Nuova
credere obbedire combattere
capire sapere pensare

ALLARME COSTITUZIONE

    Allarme del Giurista Rodotà : Può un Parlamento di non eletti mettere mani
in modo così incisivo sulla Costituzione?
Pubblicato da ImolaOggi In risalto, NEWS, POLITICA giu 23, 2012

di Stefano Rodotà

UNA FASE COSTITUENTE PIU’ DEMOCRATICA

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza,
senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità  di guardare oltre l’
emergenza. è stato modificato l’ articolo 81 della Costituzione, introducendo il
pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’ anno scorso e uno del
gennaio di quest’ anno hanno messo tra parentesi l’ articolo 41. E ora il Senato
discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento,
governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona
manutenzione della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di
Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono
sopraffatte da richiami all’ emergenza così perentori che ogni invito alla
riflessione configura il delitto di lesa economia.

In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità
delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che,
negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non
possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perchè s’invocano
condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione
costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’ una
commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano
essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.

Con una battuta tutt’ altro che banale si è detto che la riforma dell’ articolo
81 ha dichiarato l’ incostituzionalità  di Keynes. L’ orrore del debito è stato
tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni
ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche
restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi
Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio
la possibilità  di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato
nei principi costituzionali.

La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione
tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni
Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’ uso accorto degli strumenti
della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul
pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la
maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità  di
esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato
raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’ occhio invitando a
considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del
pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme
costituzionali.

Privati della possibilità  di usare il referendum, i cittadini, se questa è la
proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’ iniziativa popolare
che preveda l’ obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato,
regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della
spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’ istruzione,
alla salute, com’è già  previsto da qualche altra costituzione. Non è una via
facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno
ritrovare la parola.

L’ altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’
articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo
quello dell’ iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla
concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero
fondativi, che in quell’ articolo si chiamano sicurezza, libertè , dignità  umana.
Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide
direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in
Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero
norme così pericolose. è con questi spiriti che si vuol giungere a un
intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo
i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche
riguardanti l’età  per il voto e per l’ elezione al Senato, correttivi al
bicameralismo per quanto riguarda l’ approvazione delle leggi, rafforzamento del
Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo,
introduzione della sfiducia costruttiva. Un pacchetto che desta molte
preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione,
esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a
richiamare l’ attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’
Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di
Libertà  e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni
generali.

Può un Parlamento non di eletti, ma di nominati in base a una legge di cui
tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel
nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla
Costituzione?

Può l’ obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere
affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea
seguita per la modifica dell’ articolo 81, arrivando a una votazione con la
maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità  di un intervento dei
cittadini? Quest’ ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non
dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di
cittadini che, con il referendum del 2006, dissero no alla riforma
berlusconiana. A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perchè mettono
in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale,
che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e
convenienze del brevissimo periodo.

Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione
forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini. Considerando più da vicino
il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse
assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la
questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di
distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il
ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del
Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una
parte, attribuisce a quest’ ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’
altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il
giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto
l’ ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’ iniziativa popolare. Trascura
la questione capitale dell’ equilibrio tra i poteri.

Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi
prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un
altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non
toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con
la modifica dell’ articolo 81, con la rilettura dell’ articolo 41, con l’
indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del
ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi
in discussione.