7GRANI AL SOCIALE – INGRESSO GRATUITO

In occasione della GIORNATA DELLA MEMORIA, la band musicale dei 7GRANI si esibirà al Teatro Sociale di Como

1 FEBBRAIO

TEATRO SOCIALE DI COMO

MUSICA CON I 7GRANI

ORE  9,30  SPETTACOLO PER LE SCUOLE MEDIE

ORE 20,30 ADULTI

ingresso gratuito

Altri appuntamenti con i 7grani:
TRADATE, 24 gennaio, ore 16 –  Biblioteca comunale
ABBIATE GUAZZONE, 24 gennaio, ore 21 – cinema Teatro Nuovo
SARONNO, 27 gennaio, ore 16,30 – Teatro Giuditta Pasta

BLEVIO: I BAMBINI DI TEREZIN

BIBLIOTECA DI BLEVIO

DAL 21 GENNAIO AL 27 GENNAIO

MOSTRA:

I BAMBINI DI TEREZIN

          *poesia di un bambino di Teresin*


Un piccolo giardino, 
Profumato e pieno di rose.
Il vialetto è stretto
E un piccolo bambino vi cammina.
Un piccolo bambino, un dolce
bambino,
Come quei fiori nascenti.
Quando i fiori saranno sbocciati
Il piccolo bambino non ci sarà più.


Fra i prigionieri del ghetto di Terezin ci furono all’incirca 15.000 bambini, compresi i neonati. Erano in prevalenza bambini degli ebrei cechi, deportati a Terezin insieme ai genitori, in un flusso continuo di trasporti fin dagli inizi dell’esistenza del ghetto. A maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Dopo la guerra non ne ritornò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni. I bambini sopportarono il destino del campo di concentramento assieme agli altri prigionieri di Terezin.

Dapprima i ragazzi e le ragazze che avevano meno di dodici anni abitavano nei baraccamenti assieme alle donne; i ragazzi più grandi erano con gli uomini. Tutti i bambini soffrirono assieme agli altri le misere condizioni igieniche e abitative e la fame. Soffrirono anche per il distacco dalle famiglie e per il fatto di non poter vivere e divertirsi come bambini. Per un certo periodo i prigionieri adulti riuscirono ad alleviare le condizioni di vita dei ragazzi facendo sì che venissero concentrati nelle case per i bambini.

La permanenza nel collettivo infantile alleviò un tantino, specialmente sotto l’aspetto psichico, l’amara sorte dei piccoli prigionieri. Nelle case operarono educatori e insegnanti prigionieri che riuscirono, nonostante le infinite difficoltà e nel quadro di limitate possibilità, a organizzare per i bambini una vita giornaliera e perfino l’insegnamento clandestino. Sotto la guida degli educatori i bambini frequentavano le lezioni e partecipavano a molte iniziative culturali preparate dai detenuti. E non furono solo ascoltatori: molti di essi divennero attivi partecipanti a questi avvenimenti, fondarono circoli di recitazione e di canto, facevano teatro per i bambini. I bambini di Terezin scrivevano soprattutto poesie. Una parte di questa eredità letteraria si è conservata.

Utilizzavano i più vari tipi e formati della pessima carta di guerra, ciò che potevano trovare, spesso utilizzando i formulari già stampati di Terezin, le carte assorbenti. Per il lavoro figurativo i sussidi a disposizione non bastavano e i bambini dovevano prestarseli a vicenda.

Sotto l’aspetto tematico i disegni si possono suddividere in due gruppi fondamentali: da una parte di disegni a tematica infantile, in cui i piccoli autori tornavano alla loro infanzia perduta. Disegnavano giocattoli, piatti pieni di cose da mangiare, raffiguravano l’ambiente della casa perduta.

Disegnavano e dipingevano prati pieni di fiori e farfalle in volo, motivi di fiaba, giochi di bambini. La maggior parte della collezione comprende questo tipo di disegni. Il secondo gruppo è formato da disegni con motivi del ghetto di Terezin.

Raffigurano la cruda realtà in cui i bambini erano costretti a vivere. Qui incontriamo i disegni delle caserme di Terezin,dei blocchi e delle strade, dei baraccamenti di Terezin con i letti a tre piani, i guardiani. Ma i bambini disegnavano anche i malati, l’ospedale, il trasporto, il funerale o un’esecuzione.

Nonostante tutto però i piccoli di Terezin credevano in un domani migliore. Espressero questa loro speranza in alcuni disegni in cui hanno raffigurato il ritorno a casa. Sui disegni c’è di solito la firma del bambino, talvolta la data di nascita e di deportazione a Terezin e da Terezin. La data di deportazione da Terezin è anche in genere l’ultima notizia del bambino. Questo è tutto quanto sappiano sugli autori dei disegni, ex prigionieri bambini del ghetto nazista di Terezin. La stragrande maggioranza dei bambini di Terezin morì. Ma è rimasto conservato il loro lascito letterario e figurativo che a noi parla delle sofferenze e delle speranze perdute.

DOMENICA 27 FEBBRAIO

ORE 10

CONFERENZA

prof.ssa MARINELLA FASANI, storica


ANPI MARIANO: ECONOMIA E CRISI

I principi costituzionali sono ancora attuali al tempo della crisi e della new economy?
Mai come oggi è stata così evidente la distan-za tra ciò che prevede la Costituzione e ciò che vige nell’economia reale del Paese.
Anche in passato valori come “tutela del lavoro”, “diritto ad un’adeguata retribuzio-ne”, “responsabilità sociale”, non trovavano piena applicazione, ma ciononostante restavano comunque una meta da raggiungere, un obiettivo a cui aspirare. Oggi invece i fini sociali di cui parla la Costitu-zione non solo non sono al centro delle politiche economiche, ma sono visti come un ostacolo alla crescita.
L’ANPI da sempre difende la Costituzione e promuove la sua applicazione.
Per rilanciare i principi costituzionali in materia di economia la Sezione di Mariano-Cantù intende metterli a confronto con i problemi imposti dalla crisi attraverso un ciclo di tre incontri sui meccanismi dell’eco-nomia globale, su salute e lavoro e sugli effetti della crisi stessa.
Tre incontri per capire cosa significa tutelare il lavoro in un mondo in cui i risanamenti pubblici passano per un aumento dei disoccupati; cosa significa garantire la sicurezza sul lavoro in un mondo in cui gli stessi lavoratori si oppongono alle battaglie sulla salubrità degli ambienti di lavoro nel timore di possibili ricadute sull’occupazione; cosa significa la libertà sindacale in un mondo in cui ai giudici che, ristabilendo la legalità, stabiliscono il reintegro di operai licenziati ingiustamente si risponde che non è con la legge che si affrontano i problemi del lavoro.

Sabato 19 gennaio 2013
LA CRISI INFINITA
La nuova economia: i suoi meccanismi e i sistemi sociali e le relazioni politiche che produce
Interviene: Prof. Luca Michelini
(Università dell’Insubria)

Sabato 2 febbraio 2013
SALUTE O LAVORO?

Il rapporto tra tutela della salute e tutela del lavoro
nell’industria italiana
Interviene: Fulvio Aurora (Medicina Democratica)

Sabato 16 febbraio 2013
I NUOVI LAVORI
Più produttività o meno diritti?
Interviene: Roberto Romano (CGIL)

Gli incontri si terranno alle
ore 10 nella Sala Civica in Piazza Roma a Mariano

IL RIBELLE

TERESIO OLIVELLI

IL GIORNALE IL RIBELLE

esce come e quando può ( 1944 – 1946)

Il 19 novembre 1944 fu stampato il primo numero di “Brescia Libera”, giornale che continuò le sue pubblicazioni fino a quando, nel gennaio successivo, furono arrestati Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi, due giovani impegnati nella diffusione del foglio clandestino. La condanna inflitta loro dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, cui seguì il 6 febbraio 1944 la fucilazione, pose termine all’esperienza del giornale provocando la diaspora del gruppo che vi gravitava attorno.

La maggior parte dei collaboratori si trasferì a Milano dove da un incontro fra Claudio Sartori, che su “Brescia Libera” curava la cronaca e le notizie delle Fiamme Verdi, e Teresio Olivelli, ufficiale del 2° Reggimento Alpino fuggito in ottobre dal campo di prigionia di Markt Pongau e nominato dal Cln comandante nel settore Bresciano, sorse l’idea di riabilitare la memoria dei due martiri bresciani. Il 5 marzo del 1944 venne così alla luce, a scopo commemorativo, il primo numero del “Ribelle” che fu diffuso con una tiratura di 15 mila copie riscuotendo un successo << enorme >>. I risultati lusinghieri ottenuti con la prima uscita spinsero gli autori a continuare nella loro esperienza che si protrasse così lungo tutti i mesi della lotta di liberazione. Espressione dei cattolici inquadrati nelle Fiamme Verdi, il giornale riuscì a pubblicare altri 25 numeri affiancati dalla serie dei “Quaderni”. Di questi ultimi si succedettero 11 pubblicazioni nelle quali, oltre a svolgere un’analisi del fascismo, furono stilati i princìpi che avrebbero dovuto regolare la nuova società e ipotizzate alcune soluzioni ai probabili problemi, quali ad esempio il rapporto fra Stato e Chiesa, che sarebbero sorti all’indomani della liberazione.

“Il Ribelle”, contando su squadre di distributori ben organizzate, sul notevole appoggio fornito dalle donne, << le protagoniste più coraggiose e spericolate >>, e sul diffuso entusiasmo dei cattolici, fu in grado di raggiungere tutti i maggiori centri del nord Italia, penetrando largamente in Emilia, in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, arrivando, per lo meno fino a quando fu possibile, a Roma e anche in Svizzera dove era riprodotto dalla “Squilla Italica”.

Il periodico fece suo il motto già adottato da “Brescia Libera”: “Esce come e quando può” e, simbolicamente, continuò a riportare in tutti i numeri la data di Brescia. Il foglio in realtà fu sempre composto fra Milano, dove era disponibile un linotipista, e Lecco dove fra il sabato e la domenica era impaginato e stampato.

Riportiamo un articolo di Teresio Olivelli apparso su “Il Ribelle” nel marzo 1944

 

Contro il putridume in cui è immersa l’Italia svirilizzata, asservita, sgovernata, depradata, straziata, prostituita nei suoi valori e nei suoi uomini,

Contro lo Stato che assorbe e ingoia scoronando la persona da ogni libertà di pensiero e di iniziativa

e prostrando l’etica a etichetta, la morale a prono rito di ossequio contro una classe dirigente di politicanti e plutocrati che invece di servire le istituzioni se ne è servita per la propria libidine di avventuroso dominio o di rapace guadagno, che del proprio arbitrio ha fatto legge, del denaro di tutti fondo ai propri vizi, della dignità della persona sgabello alle proprie ambizioni,

Contro la massa pecorile pronta a tutti servire, a baciare le mani che la percuotono, contenta e grata se le è lasciato di mendicare nell’abominio e nella miseria una fievole vita,

Contro la cultura fradicia fatta di pietismo ortodosso e di sterili rimurginamenti, di sofisticati adattamenti, incapaci di un gesto virile,

Contro gli ideali d’accatto, il banderuolismo astuto, l’inerzia infingarda, l’irresolutezza codarda, l’affarismo approfittatore ed equivoco, la verità d’altoparlante, la coreografia dei fatti meschini,

ne siamo nauseati!

non recriminiamo: ci ribelliamo!

la nostra rivolta non data da questo o da quel momento, non va contro questo o quell’uomo, non mira a questo o quest’altro punto del programma: è rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo.

Oggi noi, i superstiti, raccogliamo l’insegna caduta e nuovamente l’agitiamo alta, ribelli al tacito accondiscendere, ribelli alla supina accettazione, ribelli all’infame compromesso mortificatore degli animi e delle coscienze.

Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli, anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche quando il successo immediato non conforta del teatro degli uomini, perché siamo consapevoli che la vitalità d’Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di resurrezione, di combattimento, nel nostro amore.

Chi non rispetta in sé e negli altri l’uomo, ha l’anima di schiavo….

Non vi sono “liberatori”, solo uomini che si liberano.

Tratto da ” Il Ribelle”, marzo 1944

 

IL COMMENTO DI SMURAGLIA SU BEPPE GRILLO

«Grillo nega fascismo
e attacca la Costituzione»

«I casi sono due: o Grillo non coglie che antifascismo e democrazia sono la stessa cosa, oppure vuole solo guadagnare voti e quindi la sua scelta non è commendevole»: Carlo Smuraglia – sue queste parole -, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, è uno dei più tenaci pontieri che stanno cercando di traghettare nel prossimo futuro un Paese dalle mille anime ma solidale attorno ad alcuni principi fondanti per tutti. E l’antifascismo è, per diritto costituzionale tra l’altro, uno di questi principi. Il fatto è che il leader dei 5 Stelle si è in questi giorni meritato l’attenzione allarmata dei democratici italiani, e non solo, per un paio di scivoloni sventurati.

Di cui il secondo «allestito» per sdrammatizzare il primo. In un video registrato davanti al Viminale, si vede e si sente Grillo argomentare con i ragazzi di Casa Pound. Qualcuno gli chiede se sia antifascista e lui risponde, pensandoci, «Non mi compete». E poi, offre ospitalità a quei ragazzi nel suo movimento, ché tanto – afferma – si fa fatica a distinguerli dai Cinque Stelle. Il giorno dopo, sempre Grillo, assediato dalla rabbia di molti dei suoi, tenta di correggere il tiro; precisa di non essere fascista e di non avere simpatie per il fascismo, e tuttavia non cancella il rifiuto dell’ombrello antifascista. Così è andata, male.

In quel rifiuto di Grillo, alla testa di un movimento che si presenta orgogliosamente non ideologico, si può leggere una interpretazione dell’antifascismo che sembra sconfinare nell’ideologismo, da qui quella presa di distanze. Forse.

«Allora sarà il caso di mettere sotto accusa la Costituzione, la nostra democrazia, la nostra quota di libertà. Perché la Costituzione è antifascista nella sua concezione, la democrazia è figlia della liberazione dal nazi-fascismo, la libertà relativa di cui godiamo ce l’hanno conquistata gli alleati, antifascisti, e i partigiani. Non si può non cogliere come la democrazia si sovrapponga nella nostra storia all’antifascismo, collimando perfettamente. Vede, il fatto è che non si può che essere antifascisti se si amano libertà e democrazia. Non se ne esce».

Converrà fare i conti con una realtà indesiderata ma incontestabile: davanti alla platea nazionale, in tempo di elezioni, il capo assoluto di un grande movimento rigetta l’ombrello dell’antifascismo…

«Purtroppo sì. Sta concorrendo per entrare in Parlamento qualcuno che pensa e dice così. Qualcuno che si pone con forza al di fuori di una concezione unitaria del nostro paese, al di là delle differenze ideologiche e programmatiche, appunto».

Un problema di memoria o, di nuovo, a dispetto delle migliori intenzioni, ideologico?

«In questo Paese spesso si tenta di negare il fascismo come esperienza terribile. Questo avviene anche indirettamente, per esempio nei confronti di alcune festività che sembrano di rito solo a chi non ne condivide il ruolo identitario, unificante, non ideologico. Ricordiamo di quando si disse che del 25 Aprile si poteva fare a meno? Ecco che rendere indiscutibile il 25 Aprile significa essere d’accordo che l’atrocità dell’esperienza nazi-fascista non si ripeta. Ecco allora che rifiutare di riconoscersi nell’antifascismo appare una scelta, questa sì, ideologica».

Sotto questa luce, cosa si vede del leader dei Cinque Stelle?

«Non si riesce a definirlo compiutamente. Perché alcuni suoi richiami sono corretti, condivisibili. Ma conta lo sfondo su cui si manifestano. E quello sfondo racconta altro. Per esempio, si intravvede un preoccupante rifiuto della politica al pari di un contatto problematico con la democrazia ai cui principi non sembra ispirato quando risolve a colpi d’accetta i problemi interni alla sua parte. E’ sui “fondamentali” che appare debole e proprio questi contano più di una proposta programmatica».

Dobbiamo arrenderci alla frattura? Già Berlusconi alla domanda se si sentiva antifascista aveva risposto che aveva altro a cui pensare… «Nemmeno il governo tecnico ha pronunciato le parole che avremmo voluto sentire. Un suo ministro ha provato a cancellare il 25 Aprile per motivi, giurava, economici. Quale cultura promuove una pulsione contabile di questo tipo?»

Almeno non siamo soli: non c’è molta attenzione in Europa a quel che sta accadendo in Ungheria e in altre realtà dove razzismo, totalitarismo, antisemitismo cercano di riaffiorare e ci riescono…

«Due cose. Nei prossimi giorni, come Anpi pubblicheremo un manifesto che richiama tutti i competitori elettorali alla necessità di inaugurare un nuovo Parlamento senza pregiudicati ma ricco di etica, di buona politica e saldamente ancorato all’antifascismo. Per quanto riguarda l’Europa, e le sue disattenzioni, intendiamo promuovere incontri tra antifascisti. Una Europa unita e qualificata, finalmente autorevole nel confronto con banche e finanza, non può che passare da qui»

Da L’Unità, 15 gennaio 2013

LETTERA AL QUOTIDIANO LA PROVINCIA

Egregio Direttore,

chiediamo ospitalità sul Suo giornale per alcune brevi considerazioni.
Prendiamo atto che il quotidiano La Provincia di Como nella giornata del 06 gennaio 2013, sezione “Lago e valli”, dedica l’ennesimo ampio spazio ai fatti storici che segnarono l’epilogo del regime fascista in Italia. Ringraziamo per questo scrupoloso interesse nei confronti delle ultime ore di vita del dittatore Mussolini, seppur segnaliamo il fatto che, preso in maniera distorta, ciò potrebbe in qualche modo rinvigorire i rigurgiti neofascisti che l’Italia e, anche la nostra provincia, stanno purtroppo conoscendo. Ricordiamo che ogni anno, nostalgici del fascismo si ritrovano a Mezzegra proprio per celebrare Mussolini.

Tuttavia, constatiamo con dispiacere che il quotidiano La Provincia di Como non ha mai riservato così tanta attenzione a figure storiche della lotta di Liberazione nel comasco.  Citiamo solo a titolo esemplificativo i partigiani Enrico Caronti, Teresio Olivelli e Giancarlo Puecher che, come tanti altri italiani e comaschi, combatterono contro la feroce dittatura fascista e per i valori della libertà e della democrazia. Partigiani che sacrificarono la vita, a volte dopo indicibili torture perpetrate proprio dalle quelle squadracce fasciste che, in seguito, scortarono Mussolini durante il suo tentativo di fuga in Germania.

Crediamo che sia importante per i cittadini e soprattutto per le giovani generazioni, conoscere la storia di questi partigiani comaschi che portarono il nostro paese alla democrazia, garantita dalla Costituzione che proprio dalla lotta di Liberazione prese corpo e sostanza.

Ringrazio per l’attenzione e porgo distinti saluti.

Nenci Walter Nedo
Segretario ANPI Sezione di Como