SAVE GAZA, MARCIA NAZIONALE 15 GIUGNO

SALVIAMO GAZA

Il 15 giugno una marcia nazionale da Marzabotto a Monte Sole chiederà a gran voce umanità in un territorio martoriato da una criminalità omicida che sembra inarrestabile. 18.000 bambini uccisi. Molto più di 50.000 morti. Un popolo intero da affamare e da cacciare dalla sua terra.
Si chiama pulizia etnica.
A Marzabotto nel 1944 si realizzò un massacro inaudito. E proprio significativamente da qui ci si metterà in Marcia per fermare un rinnovato orrore.

L’ANPI è tra i co-promotori.

L’invito è forte e accorato: siateci, in tantissime e tantissimi.

Un’occasione preziosa di unità in movimento.

L’APPUNTAMENTO:

La marcia partirà da Marzabotto alle ore 11. Alle 14 inizieranno gli interventi a Monte Sole

ADDIO A PIERO COSSU

E’ con sconcerto e profondo cordoglio che abbiamo appreso della scomparsa di Piero Cossu, dirigente dell’ Anpi Nazionale. Piero era un amico del nostro Provinciale, e aveva presenziato, come rappresentante dell’ Anpi Nazionale, ad alcune nostra iniziative.

Le nostre sincere condoglianze ai familiari.

Direttivo Anpi Provinciale di Como.

14 APRILE/ COMUNICATO STAMPA

Risposta all’ intervista rilasciata da Alessandro Sallusti al Corriere della Sera.

L’intervista rilasciata da Alessandro Sallusti ad Aldo Cazzullo al Corriere della Sera del 14 aprile 2025 contiene una serie di falsità lesive dell’onore dei combattenti della Resistenza. Il tenente colonnello Biagio Sallusti non era un militare sprovveduto ma il comandante del distretto militare di Como, aderente al partito fascista repubblicano e primo seniore della milizia fascista. Aveva il compito di assistere i familiari dei prigionieri e la sua “ assistenza” consisteva, come ampiamente dimostrato nel dibattimento processuale, in continue e reiterate vessazioni, violenze,percosse,insulti e minacce ai prigionieri. Nel dicembre 1943 presiede il tribunale, poi dichiarato illegittimo dalla stessa RSI, che condannerà a morte Giancarlo Puecher in un processo farsa. In nessun modo favorisce l’attenuazione delle condanne degli imputati come dichiarato. Gli unici ad intercedere a favore degli imputati sono l’avvocato difensore Gianfranco Beltramini e in parte il podestà Airoldi. Resta fedele fino all’epilogo al fascismo repubblicano e all’alleato nazista.

Biagio Sallusti non è stato fucilato dai partigiani bensì come esecuzione della sentenza di un regolare processo, emessa dalla Corte d’Assise straordinaria di Como, regolarmente costituita, oltre tutto dopo un ricorso respinto, e infatti la fucilazione avviene non all’indomani della Liberazione ma l’8 febbraio 1946. Ancora una volta il tentativo è evidentemente quello di distorcere la verità storica e processuale, dando in pasto all’opinione pubblica, grazie ad un’intervista dai toni vagamente colloquiali, una versione dei fatti totalmente inverosimile. Inoltre utilizzare l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, martire della libertà e medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, per accostarla volgarmente e subdolamente a quella di Biagio Sallusti, con lo scopo di porre sullo stesso piano due vite, due modi di pensare e di agire diametralmente opposti, come lo sono stati Puecher e la lotta resistenziale per la Liberazione da un lato, e Sallusti e la violenta e opprimente azione dell’apparato repressivo repubblichino dall’altro, ci si permetta di affermare con forza che è inaccettabile, oltraggioso e vergognoso. Così come riteniamo vergognoso il modo in cui le affermazioni contenute nell’intervista non siano state verificate prima della loro pubblicazione.

Manuel Guzzon. Presidente provinciale Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Como.

Sergio Simone. Presidente del Comitato comasco per le celebrazioni 80mo anniversario della liberazione dal nazifascismo.

Lauretta Minoretti Presidente dell’istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta” Como

COMUNICATO ANPI TERRITORIO ERBESE

La sezione dell’Anpi Territorio erbese “Luigi Conti” celebra l’ottantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo a Erba mercoledì 24 aprile al cimitero di Erba (via Alserio 25/a) davanti alla lapide che ricorda il sacrificio del partigiano Giancarlo Puecher.

Ancora una volta la giunta comunale erbese non ha permesso all’Anpi di prendere la parola alla manifestazione istituzionale del 25 aprile. La richiesta di intervento è stata fatta con largo anticipo eppure per l’ennesima volta ci è stata negata la possibilità di parlare. Questo atteggiamento non ci impedirà di celebrare la festa della liberazione. Invitiamo tutte le realtà politiche, sindacali e associative a partecipare alla manifestazione indetta dall’Anpi.

Tutte le realtà democratiche e antifasciste di Erba sono invitate a questo importante appuntamento per celebrare l’80esimo della liberazione, della Resistenza, della democrazia e della pace.

Il presidente provinciale dell’Anpi

Manuel Guzzon

La presidente della sezione Anpi Territorio erbese “Luigi Conti”

Alessandra Ghirotti

Il segretario della sezione Anpi Territorio erbese “Luigi Conti”

Marco Rigamonti

PINETA DI SORMANO

Nel territorio comunale di Sormano, nella nostra provincia, è andata a fuoco una pineta che, si è scoperto, nel 1932 era stata intitolata ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce.

Immediata la reazione di contrarietà dell’ ANPI provinciale di Como, con una dichiarazione al Corriere della Sera a cui seguiranno, nella giornata di oggi, altre dichiarazioni rilasciate alle reti mediaset.

In collaborazione con la sezione Anpi Monguzzo, appartenente al territorio, si sta preparando una lettera da inviare al sindaco Giuseppe Sormani perchè si ponga fine a questo obbrobrio della storia.

Per la segreteria provinciale di Como,

Antonio Proietto.

Como, 24 agosto 2021

IL DRAMMA DELLE FOIBE NON HA BISOGNO DEGLI ULTRANAZIONALISTI.

Articolo di Gianfranco Pagliarulo sul quotidiano Domani del 12 marzo

  • Sono gli storici a dover scrivere la storia. E non serve alla comprensione dei fatti spegnere ogni luce sulla drammatica scena del confine orientale negli anni 40, e illuminare solo le tragedie delle foibe e dell’esodo.
  • Bene sarebbe che nell’anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia dalle istituzioni italiane giungesse un inequivocabile messaggio di distensione e di riconoscimento delle pesanti responsabilità che gravano ancora sul nostro Paese.
  • Il cosiddetto confine orientale andrebbe finalmente osservato con uno sguardo altro e alto: una frontiera di secolare convivenza fra culture, lingue, religioni, stili di vita differenti. Non un muro, ma un ponte che consenta di guardare ad un futuro pacifico.

Si avvicina l’80esimo anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia. Quell’evento – 6 aprile 1941 – rappresentò l’inizio di un’oppressione e poi di una repressione sanguinosa. Le vittime jugoslave dell’occupazione, della contestuale aggressione nazista e dei crimini dei collaborazionisti si contano nella cifra di oltre un milione di morti.

La legge 92 del 2004 recita, all’art. 1, che «la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». In questi diciassette anni, ben lungi da un lavoro di costruzione di una memoria, se non condivisa, quantomeno complessiva, si è sviluppata un’azione a largo raggio delle destre, in particolare le destre estreme, tesa a imporre il dramma delle foibe e dell’esodo come una sorta di una narrazione alternativa e contrapposta alla storia della Resistenza.

Tale azione politica e culturale a tutt’oggi in corso ha come presupposto necessario l’estrapolazione delle drammatiche vicende dal contesto e perciò la consapevole rimozione delle finalità della legge in merito alla “complessa vicenda del confine orientale”. Ferma rimanendo – questo sia assolutamente chiaro – la condanna e la riprovazione per l’orribile vicenda delle foibe, come più volte ribadito dall’Anpi nazionale, e assieme la drammatica memoria dell’esodo, va sottolineato che l’obiettivo reale delle destre estreme è la costruzione di un mito vittimario fascista. Dietro questa complessa operazione si cela un paradossale capovolgimento della storia, per cui il fascismo italiano, responsabile dell’aggressione alla Jugoslavia, sarebbe stato in realtà vittima dell’aggressione jugoslava in una realtà ucronica in cui sono state radicalmente rimosse l’invasione, le violenze, l’impunità dei criminali di guerra, le complicità con il Terzo Reich.

L’operazione di illusionismo consiste nello spegnere ogni luce sulla drammatica scena del confine orientale, mentre i fari si illuminano soltanto per le tragedie delle foibe e dell’esodo.

Tutto qui per gli illusionisti? No. Rimane da disinnescare il pericolo rappresentato dalle fonti della conoscenza della verità sui fatti, cioè la ricerca storica, ove questa non confermi la vulgata della destra, e rivestire di autorità istituzionale la versione illusionista attribuendo alle medesime istituzioni il compito inquietante di stabilire una volta per tutte un’unica verità, negando la quale ci si pone in automatico al fuori di qualsiasi legittimità. Detto in breve, non sono gli storici che scrivono la storia, ma lo Stato.

La mozione di Fratelli d’Italia

L’incarnazione di questo disegno si trova nella mozione proposta dal gruppo di Fratelli d’Italia, approvata il 23 febbraio dal Consiglio regionale del Veneto e preceduta da un’analoga mozione del 2019 del Consiglio del Friuli-Venezia Giulia.

Nel documento si premette che «tra il 1943 ed il 1947 sono stati assassinati e infoibati dal regime comunista jugoslavo oltre 12.000 italiani». Ma il regime inizia alla fine del 1945; nel periodo precedente si è in presenza di un movimento di resistenza contro l’occupazione nazifascista. Eppure questa grottesca svista proclama la vacuità, la vanità e la presunzione di sostituire alla ricerca storica una artefatta verità politico-istituzionale.

Né va meglio con le vittime delle foibe, dichiarate nel numero di 12.000 – ovviamente senza citare alcuna fonte –, per cui qualsiasi altro calcolo formulato in base agli elementi di ricerca si rivela “riduzionista”. È il caso del “Vademecum per il giorno del ricordo”, esplicitamente attaccato come “riduzionista” dalla mozione. Il testo, davvero equilibrato, a cura di un gruppo di autorevoli storici, stima un numero di vittime inferiori di circa la metà rispetto a quello dichiarato dalla mozione.

Tra tali storici c’è da segnalare la presenza di Raoul Pupo, uno dei massimi studiosi dell’argomento, già relatore ufficiale al Quirinale nel Giorno del ricordo. Sia chiaro che il dramma delle foibe rimane esecrabile sia che le vittime siano state 12.000, sia che siano state un numero inferiore. Ma che le 12.000 vittime diventino verità assoluta e inconfutabile per decisione del Consiglio regionale del Veneto pena l’incorrere nella sua scomunica, è francamente imbarazzante per un Paese civile.

L’esegesi del testo della mozione potrebbe continuare a lungo, smontando omissioni e veri e propri falsi di cui è costellata. Conviene però soffermarsi su qualche punto ulteriore, ove si afferma che ci si impegna «a sospendere ogni tipo di contributo finanziario e di qualsiasi altra natura (…) a beneficio di soggetti pubblici e privati che, direttamente o indirettamente, concorrano con qualsiasi mezzo o in qualsiasi modo a diffondere azioni volte a macchiarsi di riduzionismo, giustificazionismo e/o di negazionismo nei confronti delle vicende drammatiche quali le foibe e l’esodo, sminuendone la portata e negando la valenza storica e politica di questa enorme tragedia».

Ma con chi ce l’hanno gli estensori della mozione? Lo si scopre in una delle premesse: «in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo ogni anno vengono organizzati numerosi convegni di natura negazionista o riduzionista con la presenza di presunti storici, a cura principalmente dell’Anpi, con il sostegno talvolta di amministrazioni locali compiacenti e di partiti politici presenti in Parlamento, con il solo fine di sminuire o addirittura negare il dramma delle foibe e delle drammatiche vicende correlate». In sostanza coloro che propongono una visione difforme da quella imposta nella mozione sarebbero sanzionabili: l’Anpi, gli storici («presunti»), le amministrazioni locali («compiacenti»), i partiti politici.

Lettera a Mattarella

Nella gabbia – invero zoppicante – della mozione è imprigionata, in sostanza, la libertà di ricerca e le libere iniziative promosse in questa direzione dalle forze sociali e politiche. Quanto basta perché un rilevantissimo numero di storici e di istituti di ricerca abbia inviato una lettera aperta al Presidente della Repubblica in cui si denuncia «un rischio gravissimo per la libertà di ricerca, il libero dibattito scientifico, e più in generale per la libertà di espressione del nostro Paese». In sostanza, la mozione di Fratelli d’Italia è in violenta rotta di collisione – un riflesso pavloviano? – con l’art. 21 della Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

E ancora: nella mozione si richiama la legge 115 del 2016 «con la quale si attribuisce rilevanza penale alle affermazioni negazioniste della Shoah» con l’evidente intenzione di estenderne l’ambito anche versus i “negazionisti” e “riduzionisti” delle foibe, nella cieca ignoranza del disposto della legge che considera la norma sulla negazione della Shoah come una circostanza aggravante dei delitti di natura tipicamente neofascista di propaganda razzista.

Finito? Neanche per idea. Nella mozione si denuncia, in breve, la non sufficiente presenza del dramma delle foibe e dell’esodo nei programmi di formazione. Come se nei programma di formazione ci si soffermasse, viceversa, sulle «complesse vicende del confine orientale». Ma quando mai si parla nelle scuole dell’invasione della Jugoslavia? Gli italiani in Jugoslavia si resero responsabili di incendi, fucilazioni, stragi, rappresaglie di ogni genere. E del fascismo di confine?

Fu proprio in quei territori che i fascisti presentarono il loro volto più violento per un lungo periodo che prese avvio dall’inizio degli anni Venti: una sistematica politica di oppressione e snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate e di persecuzione degli antifascisti. Il 20 settembre 1920 a Pola Benito Mussolini affermò fra l’altro: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». E dell’occupazione tedesca del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia? Dopo l’8 settembre il Friuli Venezia Giulia fu occupato e amministrato dal Terzo Reich, collaborazionisti cosacchi compresi, in armonia con i fascisti locali ovviamente subalterni e fu luogo di ulteriori atrocità che videro protagonisti non solo i tedeschi, ma anche i fascisti italiani, fra cui quelli della X Mas. E dei criminali di guerra italiani rimasti a tutt’oggi impuniti?

Questo fu il contesto in cui si consumò il dramma delle foibe e successivamente dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e, assieme, prese corpo la questione dell’espansionismo jugoslavo a fronte di una guerra che l’Italia, fra gli altri, aveva dichiarato, uscendone sconfitta l’8 settembre 1943 e redenta per quanto possibile dalla Resistenza. Andò molto peggio alla Germania e al Giappone.

La foglia di fico dell’ultranazionalismo

Le foibe e l’esodo sono tragedie sconvolgenti che richiedono la massima serietà nella ricerca storica, nell’attribuzione delle responsabilità, e nell’approccio politico affinché non diventino la bandiera di una fazione e la foglia di fico di un ultranazionalismo irredentistico di tipo novecentesco. E questo è il cuore del problema che abbiamo davanti: dietro il racconto di una storia riscritta, cancellata, inventata, semplicemente violentata si nasconde una ruggine vendicativa e sciovinista che costituisce un pericolo per il nostro Paese e per i Paesi confinanti. Per i firmatari della mozione e per quella rilevantissima parte delle destre che condivide la sostanza di quelle tesi il Novecento non è stato il secolo breve ma è invece un secolo così lungo che continua tutt’oggi, nell’anno del Signore 2021.

Il cosiddetto confine orientale andrebbe finalmente osservato con uno sguardo altro e alto: una frontiera di secolare convivenza fra culture, lingue, religioni, stili di vita differenti. Non un muro, ma un ponte che consenta di guardare ad un futuro pacifico e di progresso di civiltà, mettendo a valore le straordinarie ricchezze culturali di quella terra.

Bene sarebbe che proprio in questa prospettiva, nella circostanza dell’anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia proprio dalle istituzioni italiane giungesse un inequivocabile messaggio di distensione e di riconoscimento delle pesanti responsabilità che gravano ancora sul nostro Paese.

COMO, OTTO MARZO

I giardini di piazza del Popolo intitolati a Norma Cossetto

Comunicato stampa

Apprendiamo dai giornali che oggi 8 marzo verrà intitolato il giardino di Piazza del Popolo a Norma Cossetto, studentessa istriana martire delle foibe. Certamente le foibe sono una brutta pagina della storia che ha vissuto il nostro paese, conseguenza di un comportamento verso gli slavi di italianizzazione forzata con centinaia di migliaia di episodi di violenze, abusi, stupri, incendi e assassinii da parte dei fascisti italiani. Certamente, e non da oggi, l’ANPI condanna le foibe come atto crudele fatto dai partigiani Jugoslavi consapevoli che le vendette comportano vittime innocenti, e la studentessa Norma Cossetto fu una di questi. Ci piacerebbe che con i morti delle foibe venga celebrato il ricordo delle migliaia di slavi, i così detti “allogeni” (1) e degli italiani antifascisti morti di fame, di stenti e di torture nei numerosi campi di concentramento italiani in territorio slavo (ben 5 ufficiali e di grandi dimensioni, fino a 10.000/15,000 internati come in quello più noto di Arbe) o i 36 stanziati in Italia e riservati in prevalenza a cittadini italiani di origine slava, tra cui il famigerato lager della Risiera di San Sabba a Trieste, unico campo in Italia a essere fornito anche di forno crematorio. Campo gestito dalle truppe tedesche in territorio controllato dalla famigerata Repubblica Sociale di Salò, e destinato agli oppositori politici (vittime stimate tra le tremila e le cinquemila). Non si dica che è l’ANPI a voler nascondere certe verità, si provi a chiedere ragione a chi, al governo per tre interi decenni con le forze di centro destra, non ha mai sentito il dovere o l’obbligo di chiedere spiegazioni al Governo Jugoslavo, o quelle forze politiche della destra nazionale che per anni, in particolar modo dal 1956 per tutti gli anni sessanta l’unica rivendicazione che portarono avanti fu quella revanscista sui territori italiani, eppure quanto successo nelle foibe era di pubblico dominio già da allora. Forse una chiave di lettura la indichiamo noi, non è che se il Governo Italiano avesse chiesto ragione dei fatti relativi alle foibe il Governo Jugoslavo avrebbe chiesto di processare i responsabili dei campi di concentramento slavi e tutti quelli che amministrarono le terre occupate dagli italiani? L’ANPI comasca è stata l’unica in questi anni ad aver organizzato non manifestazioni demagogiche, ma più di un convegno sul tema del Fronte Orientale, foibe comprese. L’ultimo giusto quattro anni fa in Biblioteca Comunale con la partecipazione di due storici, Eric Gobetti, ricercatore di Storia Contemporanea presso l’università di Torino (ci verrà fatto rilevare che si tratta di uno storico di sinistra, ebbene sì, ne siamo consapevoli) e il prof. Giorgio Conetti (di lui però non si può dire), per anni docente di Diritto Internazionale e Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Dell’Insubria di Como e presidente di quella Commissione Storico-culturale Italo-Slovena (2) che dopo ben sette anni di lavori produsse un corposo dossier, reso pubblico su sollecitazione di molti organismi fra cui l’ANPI e il Governo Sloveno dopo ben otto mesi. Un’ultima cosa, la scelta dei giardini di Piazza del Popolo è casuale o il fatto di essere di fronte alla ex Casa del fascio è una scelta di coerenza politica?

Grazie per l’attenzione.

La segreteria del Com. Prov. di Como

(1) quei cittadini che, in uno stato nazionale, sono di stirpe, ed eventualmente di lingua e di tradizioni culturali e religiose diverse da quelle della maggioranza, e che conservano una propria identità culturale e spesso anche politica.

(2) Nell’ottobre 1993 i Ministri degli esteri dell’Italia e della Slovenia istituirono una Commissione storicoculturale italo-slovena con lo scopo di fare il punto sui risultati della ricerca storica realizzata nei due Paesi sul tema dei reciproci rapporti. La Commissione era formata da parte italiana da Giorgio Conetti, docente di diritto internazionale e preside della facoltà di giurisprudenza di Como che la presiedeva, e dagli storici Angelo Ara (Università di Pavia), Marina Cattaruzza (Università di Berna), Fulvio Salimbeni (Università di Udine), Raoul Pupo (Università di Trieste), Maria Paola Pagnini, ordinario di geografia dell’Università di Trieste e dal sen. Lucio Toth, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. La parte slovena, presieduta dalla dott.ssa Milica Kacin Wohinz era composta dagli storici France Dolinar, Branko Marusˇicˇ, Boris Mlakar, Nevenka Troha, Andrej Vovko e Aleksander Vuga. Inizialmente fecero parte della Commissione anche il costituzionalista Sergio Bartole, lo scrittore Fulvio Tomizza, lo storico Elio Apih e Boris Gombacˇ che, per vari motivi, non poterono proseguire nell’incarico. Dopo 7 anni di lavoro e ripetuti incontri la relazione conclusiva della Commissione fu approvata all’unanimità dai suoi 14 componenti il 25 luglio 2000 e consegnata ai rispettivi Ministeri degli esteri, ma inspiegabilmente per 8 mesi non fu resa pubblica. Benché la pubblicazione fosse stata sollecitata da più parti, tra le quali l’ANPI, e da un voto unanime della Camera dei Deputati, la relazione fu resa pubblica nel testo integrale soltanto il 4 aprile 2001 dal quotidiano “Il Piccolo” e – lo stesso giorno – anche dal Ministero degli esteri.