INTERVENTO DI UGO GIANNANGELI

Riportiamo l’intervento di Ugo Giannangeli effettuato sabato 19 marzo a Como nell’ambito del Congresso Provinciale ANPI, approvato nel congresso di ANPI Seprio.

 

Riassumo nei pochi minuti a disposizione quanto ho meglio articolato in un contributo scritto che spero possa essere allegato.

Il documento congressuale risponde alle critiche secondo cui l’ANPI non è presente o è poco attiva in alcuni ambiti di lotta dicendo: “ L’ANPI non può partecipare attivamente a tutte le lotte”.

L’equivoco di fondo è proprio questo: nessuno pretende una sua partecipazione attiva, troppi essendo oggi i fronti aperti, ma l’ANPI non può non esprimersi ed assumere una posizione chiara su determinati temi.

Lo ha fatto, ad esempio, sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale. In molti casi è sufficiente, ma necessaria, una solidarietà politica e morale, senza bisogno di ulteriore impegno attivo.

Segnalo così la necessità, a mio modesto avviso, di una netta presa di posizione a favore della lotta del popolo palestinese, espropriato della propria terra e di tutti i diritti, e a favore della lotta della popolazione della Valsusa, minacciata da un’opera inutile e dannosa per l’ambiente e la salute.

Sulla Palestina c’è nel documento solo un vago accenno nel più ampio contesto dei problemi del Medio Oriente. Eppure sarebbe sufficiente il richiamo al rispetto del diritto internazionale. Molte sono le cause per cui oggi il diritto internazionale è obsoleto e l’ONU non svolge più alcun ruolo politico, relegato com’è a un compito meramente assistenziale.

L’impunità di Israele dal 1948 ad oggi, nonostante siano decine e decine le risoluzioni ONU inottemperate da questo Stato, è una delle cause.

Anpiseprio nel suo congresso ha approvato un emendamento che chiede all’ANPI di pronunciarsi esplicitamente a favore della lotta di liberazione dei Palestinesi, chiedendo in primis lo stop immediato della colonizzazione in corso.

Così facendo l’ANPI raccoglierebbe l’appello di ebrei come Nurit Peled, Gideon Levi, Ilan Pappe, Ury Avnery, della Rete ECO (Ebrei contro l’occupazione), degli ebrei sottoscrittori dell’appello “ Not in my name”, degli ebrei che chiedono al governo di cancellare dallo Yad Vashem il nome dei loro congiunti uccisi nella Shoah perché la politica violenta e razzista dello Stato di Israele offende la loro memoria.

Raccoglierebbe anche l’invito ad indignarsi di Stephane Hessel, ebreo coredattore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e soprattutto di Marek Edelman, vice comandante della resistenza del ghetto di Varsavia, che nel 2002 riconobbe la legittimità della Resistenza del popolo palestinese.

L’appoggio alla politica israeliana è in contrasto con l’art.2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di sostenere coloro che si battono per la libertà e la democrazia.

Passando dalla legalità internazionale a quella nazionale c’è anche da chiedersi: che ne è dell’art.11 della Costituzione e della legge 185/90 che vieta il commercio di armi con Paesi in conflitto?

Finmeccanica vende i caccia M346 costruiti a due passi da qui, a Venegono, dalla Aermacchi, ad Israele; la RWM Italia di Brescia vende all’Arabia Saudita le bombe che sono sganciate sullo Yemen.

L’Italia spende 80 milioni di euro al giorno in armamenti, Obama ci ha chiesto di aumentare questo impegno; il tutto a scapito di scuola, sanità, pensioni, strutture.

Che cosa ci fanno le testate nucleari a Ghedi ed Aviano se la Corte internazionale di giustizia già nel 1996 ha condannato la detenzione di armi atomiche?

Che cosa ci fa l’Italia ancora nella NATO quando questa Organizzazione ha completamente stravolto la propria funzione originaria ed è sempre più solo strumento di aggressione e di conquista come dimostrano le esperienze dalla ex Jugoslavia alla Libia? Possibile che dobbiamo ridurci a dare ragione ad Andreotti che subito dopo il Consiglio di Washington del 1999 che ha introdotto il nuovo concetto strategico ha espresso dubbi sulla legittimità costituzionale della nostra permanenza nella NATO?

La nostra Costituzione nasce negli stessi anni dello Statuto delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, delle Convenzioni di Ginevra, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tutte normative oggi non più rispettate: si tollerano gli omicidi mirati, le renditions, le vittime innocenti definite “danni collaterali”, la tortura, di cui Regeni non è che l’ultimo caso emerso.

La difesa della legalità interna ed internazionale deve essere al primo posto nell’agenda ANPI.

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Restiamo in tema con la Valsusa perché molte sezioni di questa valle e del Piemonte hanno denunciato una vera e propria sospensione della democrazia e dei diritti sanciti nella Costituzione. Richiamo l’appello del 2012 per la Festa nazionale a Marzabotto in cui tra l’altro si legge: “ Riconosciamo al movimento No Tav piena legittimità di dissenso e di resistenza civile, in quanto nella sua storia ultraventennale ha dimostrato la propria natura antifascista, democratica e non violenta, tipica dei movimenti popolari radicati nel territorio”.

A sancire la legittimità della resistenza ( uso volutamente questo termine a noi caro) dei Valsusini è intervenuta nel Novembre 2015 la sentenza del Tribunale permanente dei popoli, fondato da Lelio Basso.

Ancora una volta sono qui a chiedere una cosa minimale: il rispetto della legalità e della volontà popolare, democraticamente espressa.

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Infine un ultimo argomento che conduce anche al discorso sui giovani : l’antifascismo praticato. Ci sono stati sicuramente momenti positivi come le manifestazioni rapidamente indette a Como e a Cantù, e largamente partecipate, in occasione dei raduni nazifascisti agevolati dal sindaco di Cantù; ci sono stati, però, anche momenti di inerzia e difficoltà nella chiamata alla mobilitazione degli iscritti, ad esempio a Milano in occasione dei raduni a Rogoredo o dell’Hammerfest, in cui la reazione è stata lasciata a giovani e studenti che, peraltro, hanno risposto a migliaia.

Su questo fronte, che rappresenta il DNA fondativo dell’ANPI, occorre un maggiore impegno, alla luce dei venti terribili che da tempo soffiano in Europa: Ungheria, Polonia, Grecia, Ucraina e, da ultimo, le recenti amministrative tedesche.

Sono questi venti che portano alla demolizione del Memoriale italiano ad Auschwitz e al monumento a Graziani ad Affile.

C’è un vasto movimento giovanile già attivo di suo su questo fronte. L’ANPI fa bene a rivendicare la propria storia e la propria autonomia ma sbaglia quando nutre diffidenza e sospetto nei confronti di queste realtà. Ci sono state esperienze positive che vanno coltivate e ripetute, ad esempio a Saronno lo scorso anno.

Il 25 Aprile si avvicina: facciamo in modo che quest’anno sia particolarmente partecipato, attivo e combattivo a dimostrazione di una rinnovata vitalità.

 

ECONOMIA E COSTITUZIONE – DI LUCA MICHELINI

INTERVENTO DI LUCA MICHELINI AL CONGRESSO PROVINCIALE ANPI DI COMO:

Economia e Costituzione

Congresso ANPI, Como, 19 marzo 2016

di Luca Michelini

 

1. Proviamo a riassumere quanto è avvenuto sul piano economico in Italia, dal 1990 ai nostri giorni.

  • Con Tangentopoli entra in crisi il sistema di potere economico-politico italiano fondato sullo “Stato imprenditore”, nato durante il fascismo come risposta emergenziale alla grande crisi del ’29 e poi riconfermato con la Repubblica e diventato un elemento caratterizzante dell’economia italiana.

    Ebbene questo Stato imprenditore è stato liquidato, con un processo di privatizzazioni immenso e ancora in corso.

     

  • Il crollo del Muro di Berlino ha avuto conseguenze geopolitiche epocali perché ha innescato un processo di globalizzazione dei mercati senza precedenti. Il capitalismo, cioè, ha avuto davanti a sé spazi di conquista quasi sconfinati. I mercati si sono ampliati e si sono liberalizzati.

    Più in particolare sono stati liberalizzati i mercati del lavoro, delle merci e dei capitali. Il tutto favorito da una disgregazione delle statualità uscite dalla II Guerra Mondiale.

 

  • Nasce l’Euro, cioè un unico mercato europeo, privando gli Stati centrali dell’autonomia monetaria, uno strumento fondamentale di politica economica. Mentre nasce la Banca Centrale Europea, non nasce, però, una politica economica europea, cioè un centro di potere politico in grado di governare l’economia europea. Questo governo è lasciato ai rapporti di forza esistenti tra i diversi Stati nazionali.

  • Viene riunificata Germania, che comincia un’espansione economico-egemonica ad Est, nell’ex-impero sovietico, attraverso una politica “neomercantilista” rivolta, però, anche verso l’Italia, cioè volta a rafforzare senza fine le esportazioni tedesche e dunque l’industria tedesca a discapito di altre industrie.

  • Si palesa un declino industriale ed economico italiano sempre più accentuato, che ha come cardine la persistenza di micro-realtà industriali (i distretti industriali), mentre grandi realtà aziendali multinazionali entrano in crisi o addirittura abbandonano l’Italia (vedi il caso Fiat).

  • Si verifica un processo di concentrazione bancaria senza precedenti, che corre di pari passo alla riproposizione di un rapporto tra banca e industria molto stretto. Gli imprenditori italiani lavorano con i soldi degli altri, rivolgendosi alle Banche. E’ il modello che venne travolto dalla crisi del ’29.

  • Nase di un movimento politico “eversivo” (così definito da Norberto Bobbio) delle istituzioni repubblicane fondato da un protagonista indiscusso della vita economica italiana: televisione, carta stampata, finanza, editoria, calcio, pubblicità, edilizia. Mentre questo magnate si presenta come un imprenditore “fattosi da sé”, si tratta, al contrario, di una nuova forma di imprenditore, che deve le sue fortune alle sue capacità politiche.

  • Divampa una crisi economico-finanziaria paragonabile per intensità a quella del 1929 e che, sviluppatasi nel cuore dell’Occidente, in USA, dilaga in tutto il mondo, Europa compresa, colpendo soprattutto le economie più deboli.

  • Il progresso tecnologico aumenta a dismisura la disoccupazione tecnologica, e le leggi del mercato liberalizzato e deregolamentato innescano un processo di redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali a netto vantaggio dei ceti più abbienti, con proletarizzazione e sotto-proletarizzazione di larghi ceti di media borghesia e distruzione del potere contrattuale del salariato.

  • Prendono corpo processi di immigrazione quantitativamente e culturalmente molto significativi da paesi extra-europei: nasce una nuova classe operaia, priva di alcun diritto politico ed estranea alla cultura, anche politica, occidentale. Il potere contrattuale di tutti i lavoratori crolla, come il ruolo dei sindacati.

  • Si verifica un progressivo e irripagabile aumento dell’esposizione debitoria sia dei privati (imprese e famiglie verso le banche) sia degli Stati (debito bubblico).

  • Dilaga in modo incontrollato (deregolamentato) la speculazione finanziaria a livello planetario. Abbiamo una Banca centrale europea che letteralmente regala denaro alle banche (tasso zero e negativi), che si guardano bene da immetterlo nel circuito dell’economia reale. E’ stato un liberale, Keynes, a dimostrare che l’unico modo per uscire da questa trappola è “la socializzazione degli investimenti”, cioè un massiccio programma di investimenti pubblici e il controllo da parte dello Stato del processo finanziario (una nazionalizzazione di fatto delle banche) e della produzione di moneta.

  • Dilaga su scala planetaria, ma con epicentro in Medio Oriente, una conflittualità geopolitica per il controllo delle risorse energetiche. Ma dal Medio Oriente alla Russia e alla Cina il passo è breve ed alcuni giustamente hanno parlato di inizio della Terza Guerra Mondiale. Non meno significativa la conflittualità intra-europea: il caso della Libia dimostra una notevole aggressività della Francia nei confronti dell’Italia.

Come vedete da questa rapsodica carrellata, si tratta di un panorama economico semplicemente rivoluzionario.

Vediamo ora quali sono le conseguenze di questi fenomeni economici sul piano sociale.

Il quadro in parte è già composto da quanto esposto prima.

Sintetizzando, questo immenso processo di globalizzazione dei mercati destabilizza completamente, sul piano sociale, le società che vi sono coinvolte. Interi settori produttivi entrano in crisi; scompaiono coorti e coorti di specializzazioni produttive, pubbliche e private. Si verificano immensi trasferimenti di ricchezza tra classi sociali e tra Stati. Il confronto con abitudini e culture di emigranti provenienti da paesi extraerupei sollecita fortemente l’identità sociale dei paesi ospitanti. I rapporti geopolitici vedono un imperioso ritorno all’utilizzo delle armi, se scala sempre più vasta.

Un vero e proprio terremoto.

Vediamo ora quali sono state le conseguenze di questi sommovimenti epocali sul piano politico.

  • Il neo-liberismo angloamericano degli anni ’80 trionfa in tutta Europa e permea anche le culture di governo delle forze di centro-sinistra.

  • L’indebitamento pubbilco è utilizzato in alcuni Paesi, ove più incisive e notevoli erano state le conquiste democratiche e sociali (come in Italia), per smantellare gradualmente ma inesorabilmente lo stato sociale: scuola pubblica, politica industriale, sanità, previdenza ecc.

  • La redistribuzione di ricchezza messa in moto dalle forze spontanee del mercato è amplificata dalla politica economica dei governi, anche di centro-sinistra. Vengono attaccati i diritti dei lavoratori con riforme che sono vere e proprio controriforme. Sul piano dell’occupazione esse sono inutili: esse servono solo a ridurre i lavoratori in semi-schiavitù, come quelli immigrati. Del resto, tutti i lavoratori non trovano più nemmeno una rappresentanza politica nei partiti un tempo di riferimento. Dilaga l’astensione dal voto.

  • La Banca Centrale Europea salva la finanza, ma impedisce agli Stati di salvare la società ed utilizza una parte delle classi dirigenti dei Paesi, che gratifica, per impedire, con le politiche dell’austerità, qualsivoglia cambiamento di paradigma di sviluppo economico. Il “caso Grecia” è emblematico.

Ora è importante fare particolare attenzione al significato dell’articolo 3 della Costituzione:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’articolo 3 ci avverte che le diseguaglianze sociali impediscono il godimento dei diritti fondamentali di uomini e donne. La parte prima della nostra Carta è diventata carta straccia. La democrazia repubblicana italiana ha avuto nel neo-liberismo un avversario mortale.

Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Centro-destra e del centro-sinistra, entrambi neo-liberisti, coltivano una grande illusione: che questi sconvolgimenti economici e sociali possano essere governati ferendo a morte la democrazia, cioè concependo un meccanismo istituzionale – leggi elettorali e bilanciamento tra i vari poteri – che consente ad una ristretta elité, al limite al solo “capo”, di governare il Paese. La globalizzazione del mercato produce società fortemente disegualitarie, gerarchiche e instabili: ha bisogno di una politica forte e oligarchica che si faccia strumento dei suoi obiettivi.

E tuttavia quella del neo-liberismo di sinistra e di destra è una pura illusione, destinata a forgiare gli strumenti politici per coloro che non si limiteranno affatto a ricostruire una società gerarchica e autoritaria. Si andrà ben oltre, esasperando le conflittualità nazionalistiche tra Stati e proponendo, alla fine, nuovi modelli di autoritarismo totalitario. L’Italia ha già sperimentato questo passaggio, quando nacque il fascimo: che fu dapprima neo-liberista (1922-1925) e poi autarchico, totalitario e bellicista.

Ripetiamo queste cose da anni. Ma ormai ciò che pavantavamo è sotto i nostri occhi: basta guardare la geografia politica dell’Europa, dove la destra estrema avanza, addirittura governa (in Ungheria, in Polonia) e non è lontana dal potere perfino in Francia.

Chiediamoci che cosa caratterizza il progetto sociale della destra estrema.

Ebbene, questa destra estrema chiede, anche se ancora in modo confuso, di limitare la globalizzazione; chiede di porre un limite consistente alla libera circolazione di lavoro, merci e capitali. La fine dell’Euro a questo porterebbe.

Questa limitazione dei mercati poggia su un’ideologia e un progetto sociale ben preciso e di segno reazionario: la libertà deve trovare un limite anche sul piano dei diritti individuali e la comunità a cui si aspira deve essere xenofoba, anti-pluralista, gerarchica, autoritaria, deve controllare anche le coscienze. Si tratterà di nuove forme di totalitarismo, in parte nuove viste le possibilità di controllo sociale che consente il mezzo televisivo.

Vorrei sottolineare con estrema forza che sarebbe un errore molto grave pensare che la limitazione della libertà dei mercati sia una prerogativa della destra estrema.

Come se le conquiste di civiltà compiute in tutto il mondo dai movimenti democratici, e in Italia dalle forze che hanno fatto la Resistenza ed hanno scritto la Costituzione, non fossero il portato di culture politiche che hanno visto con estremo rigore e con lucidità, gli effetti destabilizzanti, eversivi, antiumani del mercato e del capitalismo, a cui pure hanno riconosciuto un notevole spazio di legittimità storica. Col senno di oggi, uno spazio decisamente eccessivo.

Poche riflessioni conclusive.

Non è chi non veda che, di fronte a questi scenari, l’ANPI ha un compito storico molto importante, anche se, probabilmente, di gran lunga superiore alle sue forze. Il patrimonio racchiuso nell’architettura costituzionale nata dalla Resistenza è quanto mai attuale. Oggi il compito è opporsi alle politiche economiche neo-liberiste e ai disegni di destrutturazione istituzionale volti a concentrare nelle mani del capo del governo poteri immensi e a privare delle Camere della legittimazione popolare.  

 

 

 

 

CONGRESSO PROVINCIALE ANPI

Sabato 19 marzo si è tenuto, presso il nuovo spazio dell’ Associazione Lissi, in via Ennodio 10 ( ex Parco Lissi) a Rebbio, il congresso Provinciale ANPI di Como.

Sono stati votati, e quindi faranno parte del nuovo Direttivo Provinciale:

Giorgio Dalla Mura
Jlenia Luraschi
Renzo Pigni
Nicola Tirapelle
Marco Biraghi
Marco Rigamonti
Francesca Baserga
Giuseppe Figini
Antonio Proietto
Ermanno Ruggeri
Emanuela Masserani
Wilma Conti
Silvio Cola
Stephen Ferrario
Paolo Fossati
Angelo Ippolito
Sandro Romagnoli
Chiara Sibilia
Carmelo Cattaneo
Guglielmo Invernizzi
Eliana Gatti
Fiorella Villa
Luca Michelini
 
A lato sono riportati gli interventi al congresso di Luca Michelini ( Economia e Costituzione)  e di Ugo Giannangeli.
 
 

30 MARZO – ARCI XANADU’

MERCOLEDI’ 30 MARZO ore 21

 

NO TRIV – Con L’Arci per il SI’ al Referendum

La mobilitazione a favore del SI’ al referendum del 17 aprile sta crescendo, finalmente l’informazione comincia a girare e il dibattito si accende.

MA NON BASTA!!

La mobilitazione deve uscire dal web e andare nelle piazze, per questo l’ARCI provinciale di Como invita associazioni e singoli cittadini a partecipare all’iniziativa allo Spazio Gloria.

Proiezione di ORO BLU – CONVERSAZIONI DAL MARE di Marco Gernone e Andrea Ferrante

Un documentario che racconta attraverso diversi punti di vista la prospezione petrolifera nel territorio salentino e ciò che essa comporta. Un progetto che racconta attraverso l’obbiettivo visionario di Marco Gernone e Andrea Ferrante un viaggio lungo le coste dei due mari e dei pericoli più o meno visibili che le attanagliano.-

Interverranno:
MARIO AGOSTINELLI – sindacalista, ambientalista, portavoce del Contratto mondiale per l’energia e il clima e presidente dell’ Associazione Energia Felice (aderente all’Arci)
ROBERTO FUMAGALLI – presidente del Circolo Ambiente Ilaria Alpi di Alzate Brianza

Sarà un momento di approfondimento del tema ma soprattutto un momento per mettere a punto le iniziative da tenere in città e provincia; inoltre potrai ritirare gratuitamente le cartoline per il Si’ al referendum da diffondere tra amici e conoscenti.

Ingresso libero

 

MUSSO: 26 MARZO

ANPI Dongo – Museo della Resistenza Comasca – Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta Associazione Cittadini Insieme

organizzano la mostra:

 

DAL PANE NERO AL PANE BIANCO

L’alimentazione in Italia
tra fascismo, guerra e Liberazione

 

MUSSO – EX FABBRICA SALICE, VIA STATALE

SABATO 26 MARZO, ORE 15

 

La mostra resterà aperta da sabato 26 marzo al 8 aprile

 

Orari: sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18

Dal lunedì al venerdì aperti su prenotazione.

Ingresso libero

ARGENTINA – 40 ANNI FA LA JUNTA

24 MARZO 1976 – 24 MARZO 2016

Questo 24 marzo segna il 40° anniversario del colpo di stato militare, che portò a una sistematica repressione senza precedenti nella storia dell’Argentina.

30.000 “desaparecidos”, più di 4.000 morti, centinaia di migliaia di esuli, il furto di più di 500 bambini nati da madri rapite e poi uccise e un clima generale di costante terrore in tutto il paese. I luoghi scelti per reprimere erano dei centri clandestini, più di 300. In questi luoghi le persone rapite venivano sistematicamente torturate per poi essere uccise, molto spesso gettate in mare da aerei nei cosiddetti “voli della morte”.

PER DIRE MAI PIU’, PER RICORDARE

PRESIDIO PER LA MEMORIA LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA

MILANO, PIAZZA DELLA SCALA, ORE 18,30

 

 

24 marzo 1976, militari al potere. L’inizio della “guera sucia”

Il Primo luglio 1974 muore Juan Domingo Peron, ad un anno di distanza dal suo ritorno al potere alla Casa Rosada. Il personaggio politico di riferimento di un’intera Nazione muore forse nel momento peggiore per la Nazione. Al suo posto successe la terza moglie, nonché vicepresidente, Isabel Martinez, la quale continuerà l’opera del marito, anche se non all’altezza di governare un Paese instabile, in crisi e con un pesante clima di violenza interna.
Senza dubbio la persona che la influenzò, in peggio, fu l’allora Ministro del Welfare, José Lopez Rega. Lopez Rega era a capo della Tripla A (Alianza Anticomunista Argentina), un’organizzazione paramilitare neofascista molto influente in Argentina negli anni Settanta grazie agli investimenti che il suo fondatore le girava, invece di destinarli al ministero di propria competenza, allo scopo di portare il Paese in un clima di instabilità politica e civile, dando il là ad un golpe militare.
Triplo A è stata accusata di oltre 400 omicidi di persone appartenenti alla sinistra tra il 1973 e il 1975, mentre nello stesso periodo anche “da sinistra” avvennero minacce ed omicidi per mano dell’”Esercito Rivoluzionario del Popolo” (di matrice trotkista e montonerista), il quale usava la guerriglia urbana in contrapposizione al Triplo A.
Dinnanzi a questo quadro di instabilità e recrudescenza, il golpe militare non poteva che palesarsi, anche perché Isabelita Peron nel 1975 promosse il tenente generale Jorge Rafael Videla ministro degli Interni, rafforzando ancora di più una piega militare nelle “stanze dei bottoni”. Una situazione che ricordava molto la “strategia della tensione” in Italia, solo che dinnanzi a ciò il golpe era pressoché logico: il 24 marzo 1976 la Peron fu destituita e al potere andò la Junta capitanata da tre esponenti delle forze militari argentine, vale a dire lo stesso Videla per l’Esercito, Emilio Eduardo Massera per la Marina, Orlando Ramon Agosti per l’Aeronautica.
I militari evitarono la “dissoluzione naturale del Paese” e si presero ciò che gli spettava, ovvero la funzione di garanti dell’unità e dell’ordine nazionale. Da allora, e fino al 1983, si alterneranno ben quattro “governi” che cercarono di realizzare il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, macchiandosi di efferati delitti politici e portando il Paese all’isolamento internazionale.
Questo “Proceso” fa rima con “guerra sporca”, per i metodi biechi e violenti che lo contraddistinsero. Il generale Videla è stato il vero leader della Junta, primo “Presidente a vita” dell’Argentina e capo di questa fino al 1981, quando fu sostituito da un colpo di stato interno alla stessa Junta per motivi di potere.
Dal quel momento iniziava anche la “guera sucia”, la “guerra sporca”, un conflitto non armato che questi militari intrapresero contro tutti coloro che non erano affini alle politiche governative, subendo sequestri, violenze, torture e morte, poiché considerati nemici del Paese. Studenti, sindacalisti, lavoratori e donne furono colpiti da quest’ondata di violenza ed oltre 30mila di loro persero la vita in circostanze mai del tutto chiare, soprattutto, mai alla luce del sole.
Questa operazione di “pulizia” rientrava, insieme all’alleanza strategica tra i servizi segreti argentini con gli omologhi cileni ed americani (DINA e CIA), nella cosiddetta “operazione Condor”, onde evitare il proliferare di governi di sinistra filo-marxista in un’area, quella Sudamericana, da sempre sotto protezione americana (in base alla “dottrina Monroe”), il cosiddetto “giardino di casa”, per evitare che a tutto il subcontinente toccasse la stessa fine del Cile nel novembre 1970, quando fu eletto Capo dello Stato il socialista Salvador Allende, destituito l’11 settembre 1973 dal golpe del generale Augusto Pinochet, coadiuvato dalla CIA. Esperienze come queste potevano estendersi piano piano anche a tutti gli altri Paesi latini, come accadde con l”effetto domino” asiatico.
Naturalmente, il pericolo comunista era solo uno slogan, poiché il Partito Comunista argentino aveva un peso molto irrilevante e l’unica “sinistra” ufficiale nel Paese era espressa dagli esponenti di sinistra del peronismo stesso.

Dal sito tuttostoria.net

Per saperne di più, leggi anche:http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm

 

24 MARZO- FOSSE ARDEATINE

GIOVEDI’ 24 MARZO RICORRE IL 72° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE ALLE FOSSE ARDEATINE DI ROMA, UNO DEI PIU’ TERRIBILI EPISODI DELL’ OCCUPAZIONE NAZIFASCISTA.

 

In questa paine riproduciamo un documento con la struggente testimonianaza di una teste al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I’elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell’organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

 Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

Il gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fonatana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Cioò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I’appello, la SS domandò: Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I’appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini. 

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.

RIFORMA DELLA COSTITUZIONE

VADEMECUM PER IL CITTADINO

IN VISTA DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

I cittadini devono sapere che:

  1. il rafforzamento dell’esecutivo, la stabilità, la governabilità non richiedono necessariamente la devastazione della nostra forma di governo e dei suoi principi fondativi, anzi, esecutivi forti necessitano di opposizioni forti;
  2. l’uscita dal bicameralismo perfetto o paritario non significa mascherarlo con un mocameralismo di fatto, accompagnato da una Camera di zombie.
  3. con la riforma non si attribuisce la governabilità ad una maggioranza. Infatti, a governare sarà un partito che al secondo turno si trova ad avere il 55% dei seggi, anche rappresentando il 20% degli italiani
  4. con la riforma non si eleva il grado di efficienza e governabilità. Il procedimento legislativo diventa molto più farraginoso. Sono previste circa 10 procedure legislative!! Si ipotizza un aumento del contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale.
  5. con la riforma non sono soppresse le province. Infatti, viene meno la loro copertura costituzionale, ma il governo deciderà con legge ordinaria se sopprimerle o meno.
  6. con il nuovo regime delle competenze Stato-regione, non si ridurrebbe l’elevato tasso di contenzioso davanti la Corte costituzionale. Il federalismo competitivo aumenta i conflitti, in particolare con la clausola dell’interesse nazionale od anche supremacy clause, che da la possibilità al governo di stabilire quando c’è un interesse nazionale ed il potere di legiferare nelle competenze regionali.
  7. con la riforma si verifica una forte compressione delle opposizioni. Quindi sostanzialmente della rappresentanza, così come della democrazia partecipativa.
  8. gli organi di garanzia quali il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale saranno risucchiati dalla maggioranza.

  Alberto Lucarelli, Ordinario di Diritto Costituzionale

  Università di Napoli Federico II

IL VOLTO DELLA REPUBBLICA – DI GIUSEPPE BATTARINO

Pubblichiamo l’ intervento del magistrato Giuseppe Battarino al convegno dell’ anpi Seprio di sabato 12 marzo.

Il volto della Repubblica

Il riconoscimento dei diritti dell’uomo nei lavori dell’Assemblea Costituente

I lavori dell’Assemblea Costituente sono una fonte pressoché inesauribile di spunti e suggestioni per la difesa dei principi della Costituzione, per la lettura del presente, per la costruzione di un futuro possibile per il nostro ordinamento democratico.

Un rapido sguardo sui passi che hanno portato al testo vigente dell’articolo 2 della Costituzione offre queste opportunità.

Nella riunione del 9 settembre 1946 la Prima Sottocommissione, a conclusione di una lunga discussione, dà incarico a Giorgio La Pira (DC) e Lelio Basso (PSIUP, eletto nel collegio di Como) di concretare in due articoli il risultato acquisito nella discussione.

Nella seduta dell’11 settembre 1946 vengono presentati i due articoli:

«Art. 1. — La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica e spirituale, in cui le persone debbono completarsi a vicenda, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri all’uomo, sia come singolo sia come appartenente alle forme sociali, nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

«Art. 2. — Gli uomini, a prescindere dalla diversità di attitudini, di sesso, di razza, di classe, di opinione politica e di religione, sono uguali di fronte alla legge ed hanno diritto ad uguale trattamento sociale. È compito della società e dello stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza di fatto degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana ed il completo sviluppo fisico, economico e spirituale di essa».

Interviene nella discussione Concetto Marchesi (PCI), affermando che “l’uomo, cioè l’uomo politico, l’uomo civile, è un essere sociale il quale va acquistando, di fronte all’instabilità delle leggi scritte, una certa coscienza del diritto naturale universale e nello stesso tempo l’idea di una suprema giustizia primitiva, sacra ed eterna”.

E’ dunque l’”uomo politico” il collante necessario della civiltà e della società. Era chiaro ai costituenti, e deve essere chiaro a noi, che senza politica – chiamata così, con il suo nome, senza ipocrite sostituzioni dettate dalla cosiddetta antipolitica – non c’è ordinamento democratico.

Nella seduta di Sottocommissione del 19 dicembre 1946 viene presentato il testo uscito dalle discussioni e coordinato: «La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia, la libertà e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica, spirituale, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri dell’uomo sia come singolo, sia nelle forme sociali nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

Si consolidano due idee forti.

I Costituenti rifiutano la scelta semplice di limitarsi a riconoscere i diritti “inalienabili e sacri dell’uomo” ma chiedono ai cittadini della Repubblica di esercitare ciascuno la propria solidarietà nei confronti degli altri.

Il termine “solidarietà”, apparentemente frutto di sintesi a noi contemporanea, appartiene invece, splendidamente, alla storia della Costituzione.

I Costituenti intuiscono poi che non vi può essere realizzazione della persona se non “nelle forme sociali”.

E’ solo la socialità che può dare la felicità.

La conquista della felicità: quel termine “scandaloso” che fu grande intuizione della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776, ma che, va ricordato, pervenne a Benjamin Franklin dalle riflessioni del giurista napoletano Gaetano Filangieri.

Il 24 gennaio 1947, in seduta plenaria di Commissione per la Costituzione viene presentato un testo più avanzato:

«Per tutelare i principî sacri ed inviolabili di autonomia e dignità della persona, e di umanità e giustizia fra gli uomini, la Repubblica italiana garantisce ai singoli ed alle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità i diritti di libertà e richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale».

Si legge nella relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro), che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana: “Preliminare ad ogni altra esigenza è il rispetto della personalità umana; qui è la radice delle libertà, anzi della libertà, cui fanno capo tutti i diritti che ne prendono il nome. Libertà vuol dire responsabilità. Né i diritti di libertà si possono scompagnare dai doveri di solidarietà di cui sono l’altro ed inscindibile aspetto. Dopo che si è scatenata nel mondo tanta efferatezza e bestialità, si sente veramente il bisogno di riaffermare che i rapporti fra gli uomini devono essere umani. […] Col giusto risalto dato alla personalità dell’uomo non vengono meno i compiti dello Stato. Se le prime enunciazioni dei diritti dell’uomo erano avvolte da un’aureola d’individualismo, si è poi sviluppato, attraverso le stesse lotte sociali, il senso della solidarietà umana. […] Caduta la deformazione totalitaria del «tutto dallo Stato, tutto allo Stato, tutto per lo Stato», rimane pur sempre allo Stato, nel rispetto delle libertà individuali, la suprema potestà regolatrice della vita in comune. «Lo Stato — diceva Mazzini — non è arbitrio di tutti, ma libertà operante per tutti, in un mondo il quale, checché da altri si dica, ha sete di autorità». Spetta ai cittadini di partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica, rendendo effettiva e piena la sovranità popolare. Spetta alla Repubblica di stabilire e difendere, con l’autorità e con la forza che costituzionalmente le sono riconosciute, le condizioni di ordine e di sicurezza necessarie perché gli uomini siano liberati dal timore e le libertà di tutti coesistano nel comune progresso.”

La libertà è, dunque, anche frutto delle sue precondizioni: liberazione dal timore, sicurezza, progresso sociale, esercizio dell’autorità dello Stato.

Ancora oggi a queste condizioni bisogna guardare. Con realismo, e con la consapevolezza che viviamo in una società in cui la “sete di autorità” può prendere le forme inquietanti di una voglia primitiva di semplificazione e assumere, nel nostro Paese e altrove, le forme del populismo vendicativo e livoroso.

Sotto questo profilo, pur condividendo nella sua quasi totalità il Documento politico per il XVI Congresso nazionale ANPI, non concordo con i passaggi in cui, a proposito delle riforme costituzionali e della legge elettorale, si parla di “stravolgere le linee portanti, i valori, i principi della Costituzione”.

Vero che, come si legge nel Documento, “il sistema costituzionale è costruito sulla base di poteri e contropoteri e di organi di garanzia”, non si può negare che lo spettacolo di mercanteggiamenti infiniti e imboscate parlamentari che il bicameralismo perfetto consente e quello, altrettanto inquietante, del mercato delle preferenze in molte zone d’Italia, necessitano di correttivi. Senza entrare ulteriormente nel merito dello stato attuale delle riforme, credo vada riconosciuta la necessità di dare alla parte dinamica della nostra Costituzione una veste che corrisponda all’esigenza dei cittadini di riconoscersi in una Carta che garantisca, come gli stessi Costituenti sapevano, un esercizio produttivo e chiaro dell’autorità della Repubblica. Una Repubblica attiva, non contemplativa e solo contemplata: per evitare che la “sete di autorità” assuma nel corpo sociale forme francamente fasciste.

Non si può dimenticare che fu Togliatti, nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, a criticare fortemente definendolo “pesante e farraginoso” il procedimento legislativo e ad opporsi al sistema bicamerale; in un passaggio che seguiva quelli sulla nobiltà del compromesso politico in sede costituente e sull’esigenza di rinnovamento delle classi dirigenti.

Fondamentale è l’esigenza, bene espressa nei progetti che il Documento prefigura, di una “iniziativa politica sulla rigenerazione della politica e sul ruolo dei partiti”. Rigenerare i partiti politici e la partecipazione politica dei cittadini: senza in alcun modo negare la legittimazione e la funzione costituzionale essenziale dei partiti, che si esprime, anche, nella fondamentale possibilità per essi di selezionare le classi dirigenti e la rappresentanza politica, non in completa sostituzione, ma in concorso con l’espressione del voto nelle elezioni.

Grande era allora, e deve essere oggi, l’attenzione dovuta a tutto ciò che disegna, nella sua effettività, il volto della Repubblica.

Nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, Aldo Moro, parlando di quello che sarebbe diventato il testo dell’articolo 2 della Costituzione afferma: “occorre definire il volto del nuovo Stato in senso politico, in senso sociale, in senso largamente umano […] Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità […] quando noi parliamo di autonomia della persona umana, evidentemente non pensiamo alla persona isolata nel suo egoismo e chiusa nel suo mondo […] non intendiamo di attribuire ad esse un’autonomia che rappresenti uno splendido isolamento. Vogliamo dei collegamenti, vogliamo che queste realtà convergano, pur nel reciproco rispetto, nella necessaria solidarietà sociale”.

Nella successiva seduta del 15 marzo 1947 sarà Riccardo Ravagnan (PCI) ad aggiungere il dato di contenuto che allora e oggi lega il riconoscimento dei diritti umani al principio di eguaglianza espresso nell’articolo 3 della Costituzione, richiamando tre principi essenziali contenuti in quei testi:

“1°) Essi riconoscono e riaffermano quelli che si conviene di chiamare i diritti di libertà, già sanciti nelle varie Costituzioni dell’800, aggiungendo a questi il riconoscimento di quelli che conveniamo di chiamare i diritti economici e sociali;

2°) Questi diritti di libertà e diritti economici e sociali non sono soltanto riconosciuti al singolo, ma anche alle formazioni sociali nelle quali gli individui sviluppano e perfezionano la loro personalità;

3°) Non solo è dato questo riconoscimento, ma è data la garanzia dell’effettivo godimento di questi diritti, cioè la garanzia della rimozione degli ostacoli che si frappongono al libero godimento dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali. […]

se vogliamo che la nostra Costituzione abbia un carattere effettivamente moderno, aderente alla realtà attuale, se vogliamo che la democrazia non sia soltanto una democrazia formale, ma che sia effettiva, dobbiamo integrare il riconoscimento dei diritti di libertà con i diritti economici e sociali. Ne viene, come corollario, che non si tratta soltanto del riconoscimento, ma che è necessaria anche la garanzia”.

Due giorni dopo, il 17 marzo 1947, Lodovico Benvenuti (DC) ritorna sulla portata universale dei diritti dell’uomo: “non esitiamo, onorevoli colleghi, ad introdurre nella nostra Costituzione delle norme giuridiche nuove rispetto alle altre Costituzioni. Permettete che vi rammenti quanto scriveva cinque o sei anni fa un grande maestro di diritto, il professore Francesco Carnelutti. Egli osservava che noi ci preoccupiamo, e giustamente, di estendere le nostre esportazioni: e rilevava in proposito che c’è una cosa che possiamo sempre esportare e che trova rispondenza nella nostra migliore tradizione: il diritto». Onorevoli colleghi, affermiamo dunque i diritti dell’uomo, riconosciamoli, muniamoli di una tutela sempre più intensa ed efficace. Proclamiamo, coi nostri testi costituzionali e soprattutto coll’esempio, dinanzi al mondo, i principî del vivere libero. Con questo non soltanto avrà la nostra giovane Repubblica restituita la persona umana al posto che le compete, cioè al più alto gradino nella scala dei valori, ma avrà reso un nobilissimo servigio alla causa sacra dell’umana libertà”.

L’applauso unanime dell’Aula prelude al passaggio successivo: nelle sedute del 22 e 24 marzo 1947 si propone e poi stabilisce di trasferire la materia degli articoli 6 e 7 – in cui è contenuta la proclamazione dei diritti dell’uomo, della solidarietà, della socialità, dell’uguaglianza – immediatamente dopo l’articolo 1, cosicché diventino articoli 2 e 3.

Chiarisce Ruini: “la Commissione non ha nulla da opporre a questa proposta che tende a fissare subito, nei suoi lineamenti costitutivi ed essenziali, il volto della Repubblica”.

Nella seduta pomeridiana del 24 marzo 1947 viene accolto un emendamento comune di DC, PCI e PSIUP che porta l’articolo 2 pressoché alla sua attuale formulazione.

Come dice Aldo Moro illustrando il nuovo testo “esso ha un netto significato giuridico e contribuisce a definire un aspetto essenziale dei fini caratteristici, del volto storico dello Stato italiano”.

Il volto della Repubblica è questo. E ancora oggi esso deve essere reso visibile, in primo luogo ai giovani.

Pier Paolo Pasolini, l’8 febbraio 1948, rievocando la vicenda politica e umana del fratello partigiano Guido, scrive della “turpe ignoranza in cui il fascismo immergeva i suoi giovani”.

La semplificazione ipocrita, l’invettiva becera, la turpe ignoranza, sono ancora oggi un veleno quotidiano: la risposta è il volto vivo, attivo,

PIZZA ANTIFASCISTA

pizzata precaria
 
 
ti invita all’annuale pizzata di autofinanziamento per “Memoria Precaria”,
 
evento organizzato dai ragazzi/e dell’Associazione Culturale ERBATTIVA
 
per festeggiare il 25 Aprile e il 1° Maggio

 
La cena di autofinanziamento si terrà
sabato 19 MARZO alle ore 20:00
 
all’Arci Mirabello di Cantù, via Tiziano 5 (traversa di Via Lombardia, zona Ipercoop)
Coord. Google map 45.720398, 9.151129
 
Fino a venerdì pomeriggio è possibile prenotarsi!!! Manda una e-mail a:
 

 
Menù:
 
Pizza a scelta
 
Birra, vino o bibita
 
Caffè
 
Dolce
 
E TANTO INTRATTENIMENTO…
 
il tutto a 15 euro
 
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Manda una e-mail a:
 

 
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