22 APRILE – TORNO

VENERDI’ 22 APRILE

ORE 20,45

SALA DEL PALAZZO COMUNALE DI TORNO

Comune di Torno, con Anpi Provinciale di como, Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta, Associazione del Fante di Torino

LE DONNE NELLA RESISTENZA

intervengono:

G. CALZATI, presidente dell’ Istituto di Storia Contemporanea P.A.Perretta

A. PROIETTO, segretario Anpi Provinciale di Como

F. CASSINARI, presidente dell’ Associazione del Fante di Torino

seguirà:

lettura di poesie di : F.M. Gottardi, A. Carnini, M. Fogliaresi, N. Cavalmoretti, A. Trombetta

momento musicale:

Andrea Magli

 

LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

di Alberto Asor Rosa

L’attuale vuoto politico, che rischia di diventare catastrofico, e di cui la cosiddetta sinistra è al tempo stesso vittima e corresponsabile, fa emergere con forza la valenza probabilmente decisiva delle prossime consultazioni referendarie.
È sempre più evidente che dal loro esito dipenderanno (per dirla in modo un po’ enfatico) le sorti del paese. In questo quadro, è difficile non prendere atto del fatto che quella fra loro che riguarda il problema delle trivellazioni marine (17 aprile) stenta a decollare, quasi che il quesito fosse di significato e dimensioni minori.
Io penso che non sia così, almeno per due buoni motivi.
Il primo è più specifico, anche se presenta anch’esso valenze generalissime. Questo governo, e il partito che in questo momento esso rappresenta, esprimono la posizione più risolutamente antiambientale (attenzione: antiambientale, non semplicemente antiambientalista), che nel nostro paese sia stato dato di vedere da molti decenni (forse da sempre?).
L’ambiente, il paesaggio, il territorio, i beni culturali sono considerati, nel migliore dei casi, come degli oggetti o realtà morte, in cui investire più che si può, per ricavarne più che si può (spesso, però, sbagliando anche il calcolo dei rapporti fra investimenti e ricavati).
Se una società petrolifera o un consorzio di palazzinari glielo chiedesse, pianterebbero trivelle o edificherebbero ecomostri anche di fronte a Piazza San Marco a Venezia o in Piazza della Signoria a Firenze.
Il caso lucano è ormai sotto gli occhi di tutti, non si può più girare la testa dall’altra parte.
Osservo che, della stessa natura del caso delle trivelle, sono altri casi clamorosi come quelli del sottoattraversamento ferroviario di Firenze e dell’ampliamento sconsiderato e dissennato dell’aeroporto di Peretola, anch’esso a due passi da Firenze (la quale rischia di diventare la “città martire”, e come tale meriterebbe d’esser proclamata, di questa fase produttivistico-ambientale). Del resto, in ambedue questi casi basterebbe scavare appena più a fondo (non dico «più a fondo»; dico: «appena più a fondo»), per arrivare a scoprire le stesse logiche che hanno sovrainteso alle operazioni speculative lucane.
Per cui: chi vota sì al referendum sulle trivellazioni marine, vota contemporaneamente contro tutto questo – contro tutto questo, e contro il suo probabile, anzi, facilmente e assolutamente prevedibile, peggioramento. Anche a tremila metri c’è dunque un interesse profondo (è il caso di dirlo) a votare al prossimo referendum sulle trivelle sottomarine.
Il secondo motivo è di carattere politico generale. Non s’è mai visto in questo paese un governo che inviti la cittadinanza a non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale. Questo governo conta sulla stanchezza, la disaffezione, lo scontento, persino sull’incazzatura («vadano tutti al diavolo, non voglio più saperne!»), per continuare a governare.
Qui, a proposito delle trivelle, – tema, come ho già detto, apparentemente marginale e interesse di pochi, – si manifesta la stessa linea, non soltanto politica, ma ideologico-culturale, che si manifesta a proposito della materia dei referendum d’autunno, e cioè: quanto più si restringe la base del potere, tanto meglio è per chi governa.
Può governare meglio, con meno impacci e più libertà di movimento e di azione. Per esempio: fare quel che si vuole dell’ambiente italiano, se petrolieri, palazzinari e costruttori di strade e autostrade glielo chiedono (oppure, magari, prendere l’iniziativa di andarglielo a chiedere, se il giro dei soldi, degli investimenti e delle ricadute di potere, dovesse troppo abbassarsi).
Ma di più, molto di più: fare quel che si vuole in ogni ganglio dell’azione di governo, accantonando o eliminando del tutto controlli, verifiche, inutili discussioni (perdite di tempo, gufismi d’altri tempi).
Di fronte a questo stato di cose, e a questa prospettiva, più si vota meglio è.
Nonostante tutto, perdura qualcosa di vivo anche nella stanchezza, nella disaffezione, nello scontento, persino nell’incazzatura. Bisogna che venga fuori, per riprendere la strada comune, comune per noi, certo, ma, a pensarci bene, persino per gli altri che non la pensano come noi.
 
il manifesto,  8 aprile 2016

LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

di Stefano Rodotà

Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come “onestà” e “corruzione”. Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire dall’articolo 54 della Costituzione, passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano, per concludere registrando il fatale ritorno dell’accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde.

Quell’articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all’inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari). Comincia stabilendo che « tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi ». Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: « i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore ». Parola, quest’ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule « non vi è nulla di penalmente rilevante », « non è stata violata alcuna norma amministrativa ». Si cancella così la parte più significativa dell’articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore.

Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un “ valore aggiunto”, che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all’interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi. Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l’onore rileva verso l’esterno, « n’agit qu’en vue du public », mentre «la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza».

Ma da anni si è allargata un’area dove i “servitori dello Stato” si trasformano in servitori di sé stessi, né onorati, né virtuosi. Si è pensato che questo modo d’essere della politica e dell’amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell’articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa. Al posto di disciplina e onore si è insediata l’impunità, e si ripresenta la concezione «di una classe politica che si sente intoccabile», come ha opportunamente detto Piero Ignazi. Sì che i rarissimi casi di dimissioni per violato onore vengono quasi presentati come atti eroici, o l’effetto di una sopraffazione, mentre sono semplicemente la doverosa certificazione di un comportamento illegittimo.

Questa concezione non è rimasta all’interno della categoria dei cittadini con funzioni pubbliche, ma ha infettato tutta la società, con un diffusissimo “così fan tutti” che dà alla corruzione italiana un tratto che la distingue da quelli dei paesi con cui si fanno i più diretti confronti. Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina nella loro tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento nelle spese elettorali; il vice-presidente degli Stati Uniti Spiro Agnew si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di una conclamata evasione fiscale).

Sono casi noti, e altri potrebbero essere citati, che ci dicono che non siamo soltanto di fronte ad una ben più profonda etica civile, ma anche alla reazione di un establishment consapevole della necessità di eliminare tutte le situazioni che possono fargli perdere la legittimazione popolare. In Italia si è imboccata la strada opposta con la protervia di una classe politica che si costruiva una rete di protezione che, nelle sue illusioni, avrebbe dovuto tenerla al riparo da ogni sanzione. Illusione, appunto, perché è poi venuta la più pesante delle sanzioni, quella sociale, che si è massicciamente manifestata nella totale perdita di credibilità davanti ai cittadini, di cui oggi cogliamo gli effetti devastanti. Non si può impunemente cancellare quella che in Inghilterra è stata definita come la “ constitutional morality”.

In questo clima, ben peggiore di quello degli anni Ottanta, quale spazio rimane per quella “controsocietà degli onesti” alla quale speranzosamemte si affidava Italo Calvino? Qui vengono a proposito le parole di Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema americana, che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che «la luce del sole è il miglior disinfettante ». Una affermazione tanto più significativa perché Brandeis è considerato uno dei padri del concetto di privacy, che tuttavia vedeva anche come strumento grazie al quale le minoranze possono far circolare informazioni senza censure o indebite limitazioni (vale la pena di ricordare che fu il primo giudice ebreo della Corte).

L’accesso alla conoscenza, e la trasparenza che ne risulta, non sono soltanto alla base dell’einaudiano “conoscere per deliberare”, ma anche dell’ancor più attuale “ conoscere per controllare”, ovunque ritenuto essenziale come fonte di nuovi equilibri dei poteri, visto che la “democrazia di appropriazione” spinge verso una concentrazione dei poteri al vertice dello Stato in forme sottratte ai controlli tradizionali. Tema attualissimo in Italia, dove si sta cercando di approvare una legge proprio sull’accesso alle informazioni, per la quale tuttavia v’è da augurarsi che la ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione voglia rimuovere i troppi limiti ancora previsti. Non basta dire che limiti esistono anche in altri paesi, perché lì il contesto è completamente diverso da quello italiano, che ha bisogno di ben più massicce dosi di trasparenza proprio nella logica del riequilibrio dei poteri. E bisogna ricordare la cattiva esperienza della legge 241 del 1990 sull’accesso ai documenti amministrativi, dove tutte le amministrazioni, Banca d’Italia in testa, elevarono alte mura per ridurre i poteri dei cittadini. Un rischio che la nuova legge rischia di accrescere.

Ma davvero può bastare la trasparenza in un paese in cui ogni giorno le pagine dei giornali squadernano casi di corruzione a tutti livelli e in tutti i luoghi, con connessioni sempre più inquietanti con la stessa criminalità?

Soccorre qui l’amara satira di Ennio Flaiano. «Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: “Ah, dice, ma non sono in triplice copia!”». Non basta più l’evidenza di una corruzione onnipresente, che anzi rischia di alimentare la sfiducia e tradursi in un continuo e strisciante incentivo per chi a disciplina e onore neppure è capace di pensare.

I tempi incalzano, e tuttavia non vi sono segni di una convinta e comune reazione contro la corruzione all’italiana che ormai è un impasto di illegalità, impunità ostentata o costruita, conflitti d’interesse, evasione fiscale, collusioni d’ogni genere, cancellazione delle frontiere che dovrebbero impedire l’uso privato di ricorse pubbliche, insediarsi degli interessi privati negli stessi luoghi istituzionali (che non si sradica solo con volenterose norme sulle lobbies). Fatale, allora, scocca l’attacco alla magistratura e l’esecrazione dei moralisti, quasi che insistere sull’etica pubblica fosse un attacco alla politica e non la via per la sua rigenerazione. E, con una singolare contraddizione, si finisce poi con l’attingere i nuovi “salvatori della patria” proprio dalla magistratura, così ritenuta l’unico serbatoio di indipendenza. Il caso del giudice Cantone è eloquente, anche perché mette in evidenza due tra i più recenti vizi italiani. La personalizzazione del potere ed una politica che vuole sottrarsi alle proprie responsabilità trasferendo all’esterno questioni impegnative. Alzare la voce, allora, non può mai essere il surrogato di una politica della legalità che esige un mutamento radicale non nelle dichiarazioni, ma nei comportamenti.

da Repubblica del 8 aprile 2016

ANCORA ATTACCHI NEOFASCISTI A MILANO

DISTRUTTE LE LAPIDI AL PARCO DELLA RESISTENZA

Milano, 6 Aprile 2016

L’ANPI Provinciale di Milano denuncia una grave provocazione neofascista al Parco della Resistenza, inaugurato tre anni fa e dedicato ai Martiri di Via Tibaldi.

È stata completamente distrutta una delle targhe ed altre due sono state annerite.

Qualche giorno fa, inoltre, in Largo Rio De Janeiro è stata presa di mira la lapide dedicata a un numeroso gruppo di combattenti per la Libertà: completamente distrutta la corona d’alloro.

“Siamo fortemente preoccupati – sottolinea Roberto Cenati, presidente ANPI provinciale di Milano – per il rifiorire di movimenti neofascisti e per il ripetersi a Milano di azioni provocatorie che si svolgono a poche settimane dalla ricorrenza del settantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Tali atti si pongono in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con le leggi Scelba e Mancino e offendono i sentimenti di Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza.
Chiediamo alle autorità pubbliche di perseguire gli autori di queste inaccettabili provocazioni, di vigilare e di intervenire anche in vista dei preannuciati raduni neofascisti che dovrebbero svolgersi proprio a ridosso della giornata del 25 Aprile”.

CARLO SMURAGLIA: TORNARE A COMBATTERE PER DIFENDERE LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Carlo Smuraglia: “Tornare a combattere per salvare la nostra Costituzione”

 

A quasi 70 anni dal ’47, l’ANPI torna in trincea per difendere la Costituzione elogiando Mattarella “che ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo”. Parole del Presidente, Carlo Smuraglia, intervenuto al congresso provinciale dell’Associazione nazionale partigiani italiani tenutosi a Palermo lo scorso 30 marzo nella sede della Cgil, secondo cui “è un dovere di tutti i cittadini vigilare sulla nostra democrazia, oggi sempre più in pericolo”.

Dal congresso, presieduto da Ottavio Terranova che ha consegnato la tessera ad honorem a Simona Mafai per la sua partecipazione alla Resistenza e alla battaglia per la libertà e l’emancipazione femminile, Smuraglia ha lanciato il suo forte appello per il no al voto nel referendum di ottobre, perché se dovesse vincere il Sì, ha detto, “potrebbe consolidarsi un sistema di potere che non tiene conto della natura della nostra Costituzione, repubblicana, democratica e antifascista. E questo è un rischio per la nostra libertà”.

All’evento, coordinato dall’avvocato Armando Sorrentino, hanno partecipato gli studenti del Liceo Scientifico “Benedetto Croce” e una delegazione di studenti provenienti da Catania che hanno attraversato in pullman la Sicilia per conoscere il pensiero dei partigiani. Il professore, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha bocciato in toto la riforma Renzi-Boschi: “è una grave manomissione della nostra Carta costituzionale e soprattutto della volontà costituente – ha detto – e mi sorprende che si sia deciso di andare di corsa”. E ha precisato “che se è vero che una correzione al sistema bicamerale perfetto si possa anche attuare in una settimana, diverso è stravolgere la Costituzione con l’abolizione di fatto del Senato, trasformato in un ‘’piccolo mostro”. Parole forti che fotografano la realtà politica del nostro paese e il difficile momento che sta vivendo: “Viviamo in una fase di grande immoralità della nostra classe politica. Un’immoralità crescente difficile da arginare. Mani pulite è stato uno scherzo di fronte a ciò che accade oggi. Ad una corruzione dilagante e diffusa su tutti i livelli, che dobbiamo combattere. Attualmente la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali di tutta Italia è sotto processo per avere intascato soldi destinati ai vari gruppi politici. Corruzione e cultura dell’impunibilità sono nemici da dovere affrontare e annientare. Questo non potrà mai essere un paese serio destinato a crescere, fino a quando si continuerà a viaggiare su tali binari”. Il presidente dell’Anpi ha elogiato il lavoro del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che “ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo. Una forma di potere divergente dagli ideali della nostra Costituzione che vuole un presidente garante e al di sopra delle parti”.

 Non poteva mancare tra i punti toccati da Smuraglia, la questione meridionale. Legata alla crescente disoccupazione e al dilagare delle mafie: “La questione meridionale è morta e affrontata dal governo col solito ritornello propagandistico del ponte sullo stretto. È importante rivendicare il bisogno di queste terre martoriate dalle mafie, che oggi proliferano anche al Nord a causa di coloro che non le hanno combattute come avrebbero dovuto, con un impegno attivo e con l’esempio della buona politica”. Infine, il monito del professore a impegnarsi nel sensibilizzare i cittadini alla conoscenza della riforma costituzionale, per “abbattere l’ignoranza e l’indifferenza. Per far capire che questa riforma ha un solo obiettivo: azzerare il Senato per eliminare un ostacolo sulla via del trionfo del partito unico e del pensiero unico dominante. Dobbiamo parlare a tutti, per fare in modo che le informazioni non passino solo attraverso la televisione, brava a fare il gioco del governo. Dobbiamo pensare ad una campagna per il “No” come quando andavamo davanti le chiese a distribuire volantini, battere porta a porta perché il destino del nostro paese è anche nelle nostre mani e la democrazia non va mai a riposo”.

 

(*) Palermitano, Giorgio Mannino ha partecipato ai lavori della recente edizione della Scuola Politica di LeG a Pavia, che si è tenuta in febbraio al Collegio Ghislieri ( proprio quel collegio dove fu rettore, per breve periodo, il nostro partigiano Teresio Olivelli).

17 APRILE – REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI

 

Il 17 aprile saremo chiamati ad esprimere il nostro voto sul referendum relativo alle trivelle. Non c’è stato naturalmente il tempo per sottoporre al Comitato Nazionale una decisione in proposito e il Comitato, già fissato per il 13 aprile, sarà troppo vicino alla data delle consultazioni.

Possiamo tuttavia fare qualche riflessione, più che sul merito, sulla sostanza della questione. Si chiedeva di abrogare la norma che permette alle attuali concessioni di ricercare ed estrarre petrolio entro le 12 miglia dalla costa. Gli originali quesiti sono stati falcidiati, residuando un solo quesito, giudicato ammissibile dalla Corte Costituzionale. E’ dunque su quest’ultimo che dovremo esprimerci, sapendo che si tratta di incidere su una disposizione che, seppure in qualche modo residuale rispetto a tutto il resto, è ugualmente assai importante, nel senso che si tratta di esprimersi sul punto se alla scadenza delle concessioni le trivelle dovranno fermarsi oppure esse potranno proseguire fino all’esaurimento del giacimento. Un quesito, dunque, di importanza rilevante. Ma prima ancora di entrare nel merito e decidere come votare, c’è il problema – essenziale – della partecipazione al voto.

Sotto questo profilo, è chiaro che non si possa consentire il fallimento del referendum, anche solo per la scarsa partecipazione dei cittadini. Il fallimento, foss’anche determinato da questo solo motivo, rischierebbe di danneggiare il referendum sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, consentendo a chi non ha interesse a questa forma di partecipazione popolare, di sostenere che i cittadini non sono interessati ai referendum, non hanno desiderio di votare e così via. Noi ci stiamo mobilitando, con tanti altri, per votare “NO” al futuro referendum sulla legge di riforma del Senato e per votare “SI” ai due quesiti che mirano ad eliminare le parti più pericolose e dannose della nuova legge elettorale. Dobbiamo convincere le cittadine e i cittadini, non solo della bontà delle nostre ragioni, ma anche della necessità di partecipare, esercitando così un potere attribuito al popolo proprio dalla nostra Costituzione.

Tutto ciò che può danneggiare la nostra campagna referendaria, va eliminato, prima di tutto partecipando al referendum già in atto, quello – appunto – sulle trivelle.

Ma voglio aggiungere qualcosa di più. Non posso dire come si dovrebbe votare, perché non c’è stato, come ho detto, un pronunciamento del Comitato Nazionale. Posso però dire, almeno, quello che penso io, liberi poi tutti di seguire il mio esempio o meno. Faccio un ragionamento estremamente semplice: questo referendum è stato chiesto da ben nove Regioni, anche con diverse coalizioni politiche. Possibile mai che ben nove Regioni agiscano d’impulso e senza oggettive ragioni, tali da unirle in un proposito unico (promuovere un referendum) anche se la loro direzione politica è diversa? Per me, che credo nella importanza di ogni manifestazione di volontà democratica, questo argomento è decisivo, al di là di ogni questione di merito. Del resto, se il Governo ha cercato di intervenire per vanificare il referendum, prima in via normativa e poi con la decisione di “promuovere” l’astensione, vuol dire, quantomeno, che questo referendum non è inutile e che esistono buone ragioni di fondo per partecipare.

Ci saranno, ovviamente, mille ragioni di merito, per decidere consapevolmente.

Ognuno può rendersene conto, leggendo le pagine che un quotidiano nazionale (“la Repubblica” di domenica 20 marzo, pag. 16), prospetta su ognuna delle questioni che si pongono, le ragioni del “SI” (al quesito) e le ragioni del “NO”.

Per me, quella lettura è decisiva per convincersi della bontà delle ragioni dei sostenitori del referendum. Queste considerazioni, unite a quelle più generali cui ho accennato in precedenza, mi porteranno al seggio, il 17 aprile, prima di tutto per partecipare e poi per rispondere “SI” al quesito.

Si tratta, per le ragioni che ho esposto, di una semplice opinione che non vincola nessuno, né potrebbe farlo. E’ soltanto l’espressione di un convincimento, mi pare, sufficientemente motivato. Dopo di che, ognuno si regoli come ritiene giusto, ma partecipi al voto.

Carlo Smuraglia

L’ ATTACCO DELL’ UNITA’ A SMURAGLIA

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via
 

La strategia di insultare, deridere e delegittimare gli avversari politici; la strategia di isolarli quando si teme di non riuscire a sconfiggerli sul piano delle idee e della politica viene da lontano. E’ la strategia preferita dalla mafia e in questo Paese ha fatto molte vittime, alcune illustri, altre sconosciute, uomini e donne che hanno pagato per non essersi allineati ai potenti, per essersi messi di traverso.

 

In questo senso, il governo Renzi ha un catalogo  abbastanza lungo e non guarda in faccia nessuno. Anzi, tanto più l’avversario è illustre per meriti che tutti riconoscono, tanto più va colpito, nella sua saggezza, negli atti della sua vita, nella sua onorabilità.

 

Così, il disgustoso attacco di Fabrizio Rondolino su l’”Unità” era chiaramente volto a diffondere una caricatura del Presidente dell’Anpi, uomo a cui molti di noi  sentono di dover gratitudine, rispetto, ammirazione. Uomo che nella sua vita è stato un esempio e che continua a esserlo anche oggi che si batte per il NO allo stravolgimento della Costituzione, il Sì all’abolizione dell’Italicum. Uomo in prima fila contro le manifestazioni fasciste, che ha saputo spalancare le porte dell’Anpi a generazioni nuove, come pochi hanno saputo fare.

 

Insomma, ci voleva l’Unità dei tempi di Matteo Renzi per osare questa vigliaccata. Immagino che lo stratega della comunicazione di Palazzo Chigi abbia un elenco di avversari da ridicolizzare e colpire. Avversari evidentemente che sono temuti. Avversari da annientare con la strategia mafiosa, e infatti passate poche ore, è toccato a Roberto Saviano (tempo fa nel mirino ci fummo la sottoscritta, che non ha nessun merito da rivendicare nella sua vita, e il presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché presidente onorario di Libertà e Giustizia, Gustavo Zagrebelsky).

 

Così, dunque, faceva la mafia. E quando aveva deriso e isolato il suo obiettivo si sentiva più forte e, qualche volta, lo era davvero. Ma oggi le cose non stanno così.

 

Attorno allo scontro sulla Costituzione c’è un’Italia che capisce e che fa paura a questo governo. Un’Italia che il “ragazzo di Rignano, un ragazzo semplice” (come si è definito Renzi in trasmissione da Lucia Annunziata) invece non capisce perché la sua Italia ha un solo obiettivo: il potere. Conquistato nei modi che conosciamo: lo “stai sereno” a Enrico Letta, il giglio magico fatto dagli amici di sempre e dagli amici degli amici di sempre, i grandi poteri delle banche grandi (che chiesero di cambiare la Costituzione) e i grandi poteri delle banche piccole, che hanno messo sul lastrico i piccolissimi risparmiatori.

 

La sua Italia fa le riforme con la  destra di Verdini e gli accordi con Cl, Opus Dei, massoneria , la sua Italia non si scandalizza se Flavio Carboni è considerato un esperto in presidenze bancarie…

 

La sua Italia non capisce che oggi, attorno a Carlo Smuraglia, siamo in tanti a dirgli di farla finita. Lui, che ha già cominciato da tempo a invadere le tv per propagandare la Costituzione del suo governo, sappia che la nostra debolezza, la debolezza di noi del NO, ci costringe ad essere ancora più uniti, ancora più decisi, ancora più convinti che la sua manovra di indebolire l’assetto della Repubblica parlamentare e la sovranità popolare sarà sconfitta il prossimo ottobre.

 

E quel lugubre avvertimento in linguaggio dittatoriale di “spazzarci via” non ci fa nessuna impressione.

 

Caro Carlo, grazie di tutto quello che fai, Libertà e Giustizia e tutti noi del No ti ringraziamo di essere con noi. Altro che isolamento e derisione!

 

Da: Libertà e Giustizia del 3 aprile 2016

 

3 APRILE – FESTA ALLA RIMAFLOW

 

Domenica 3 Aprile

presso Rimaflow, Via Boccaccio 1 a Trezzano S/N (MI)

a partire dalle ore 15,00,

si svolgerá una grande e bella festa.

 

In allegato, il programma.

 

Sará presente il Presidente di ANPI Provinciale di Milano, Roberto Cenati.

 

La festa è stata promossa da A.N.P.I. Trezzano S/N —Pro Loco Trezzano S/N — LIBERA associazioni, nomi e numeri contro le mafie – Comitato No Amianto — RiMaflow — Istituto Comprensivo R. Franceschi — Ass. Culturale Iventicinque — Coop. Sociale Anita onlus — A.P.S. Monelli Ribelli Ass. di promozione sociale.