FERMIAMO QUESTE STRAGI

 

 

“Aiutateci a fermare questa strage”

Appello della madre di un caduto sul lavoro

Andrea è morto a 23 anni schiacciato da una macchina difettosa e insicura. Una donna che, da allora (2006) non ha mai mollato. “Ma ho visto tante sconfitte, tanti dolori rimasti solo sulle spalle delle famiglie. E la situazione non migliora”

di GRAZIELLA MAROTA

Andrea aveva 23 anni quando, il 20 giugno 2006, è rimasto con il cranio schiacciato da una macchina tampografica non a norma. Andrea voleva imparare a suonare la tromba, come se la chitarra da sola gli andasse stretta. Perché a quell’età la taglia dei desideri si allarga e non stai più nei tuoi panni dalla voglia di metterti alla prova, conoscere, guardare avanti. Da li a quattro giorni pure la metratura della sua vita sarebbe lievitata di colpo: dalla sua camera da ragazzo, in casa dei genitori, a un mini appartamento, acquistato dai suoi con un mutuo, a metà strada tra Porto Sant’Elpidio e la fabbrica Asoplast di Ortezzano, dove aveva trovato lavoro come precario per 900 euro al mese.

Andrea voleva imparare a suonare la tromba, ma non ha fatto in tempo: una tromba che, rimasta la dov’era in camera sua, suona un silenzio assordante. E neppure l’appartamento è riuscito ad abitare: doveva entrare nella nuova casa sabato 24 giugno 2006, se ne è andato il 20 giugno di 4 anni fa. Oggi Andrea avrebbe 28 anni ma è morto in fabbrica alle sei e dieci dell’ultimo mattino di primavera. E suonerebbe ancora la chitarra con i Nervous Breakdwn e non darebbe il suo nome a una borsa di studio. Sarebbe la gioia di sua mamma Graziella

e non la ragione della sua battaglia da neo cavaliere della Repubblica, per cultura sulla sicurezza. Una battaglia finita con una sconfitta dolorosa: nel nome del figlio e a nome dei tanti caduti sul lavoro, senza giustizia: Umbria-Oli, Molfetta, Thyssenkrupp, Mineo…. Sono solo le stazioni più raccontate di una via Crucis quotidiana, che per un po’ chiama a raccolta l’indignazione italiana, che poi guarda altrove.

Le morti si fanno sentire, ma le sentenze molto meno, quando passano sotto silenzio anche per una sorta di disagio nell’accettarle e comunicarle. I responsabili di questa orrenda morte sono stati condannati a otto mesi di condizionale con la sospensione della pena, anche se il Procuratore generale del tribunale di Fermo aveva parlato “di un chiaro segnale perché questi reati vengano repressi con la massima severità”. Andrea è stato ucciso per la seconda volta. La tragedia è finita nel dimenticatoio, con alcune frasi fatte e disfatte, tipo non deve più accadere, basta con queste stragi, lavoreremo per migliorare la sicurezza. Parole piene di buone intenzioni, che lo spillo della smemoratezza buca in un momento. Parole al vento!

Alla fine anche Andrea si è perso tra i morti da stabilimento e da cantiere: martiri del lavoro che fanno notizia il tempo di commuovere, che non promuovono ronde per la sicurezza, spesso rimossi pure nei processi. Tragedie quotidianamente dimenticate da un Paese ignavo e incurante, La tromba silente di Andrea a suonare la sua ritirata. Questo è quanto accade a tutti i morti sul lavoro; di loro restano solo dolore e angoscia dei familiari ma giustamente questo non fa notizia: una mamma che piange tutti i giorni, che guarda sempre la porta di casa aspettando che il suo Andrea rientri perché spera che tutta la sofferenza che sta vivendo sia solo un brutto sogno….. Ma tutto ciò non importa a nessuno!

Questa è la tragica realtà, di chi rimane e si rende conto di essere emarginato e dimenticato da tutti. Forse ciò che gli altri non conoscono è la realtà del “dopo” di queste tragedie… La vita per i familiari viene stravolta dal dolore e dalla mancanza della persona cara, ti ritrovi a lottare giorno per giorno per sopravvivere e se sei forte riesci in qualche modo a risollevare la testa da quel baratro di depressione in cui sei caduta, altrimenti sprofondi sempre di più! Ti accorgi che sei lasciato solo a te stesso…. manca il sostegno psicologico, sono assenti tutte le istituzioni e nessuno è disposto ad ascoltare il tuo dolore perché il dolore fa paura a tutti! Speri nella giustizia ma questa si prende beffa di te perché otto mesi e sospensione della pena per chi ha ucciso tuo figlio mi sembra una vergogna per un paese che si definisce civile…..

E vogliamo parlare dell’Inail, questo ente che ogni anno incassa milioni di euro? Ebbene la morte di Andrea è stata calcolata 1.600 euro e cioè rimborso spese funerarie, allora mi chiedo ma la vita di mio figlio che è stato ucciso a soli 23 anni, per la società non valeva nulla? Eppure io quel figlio l’ho partorito, l’ho amato , curato e protetto per 23 anni, era il mio orgoglio e la mia felicità e quindi tutto diventa assurdo e inaccettabile. Nemmeno l’assicurazione vuole pagare il risarcimento e a distanza di 4 anni e mezzo dovrò subire ancora violenze psicologiche tornando di nuovo in tribunale e ripercorrere ancora una volta questa tragedia…. descrivere come è morto Andrea, come lo hanno trovato i colleghi di lavoro, come ho vissuto dopo e come continuo a vivere oggi… Credetemi una pressione che non riesco a sopportare più.

Per terminare anche l’amministrazione comunale di Porto Sant’Elpidio si rifiuta di dare una definitiva sepoltura al mio angelo. Allora mi chiedo e lo chiedo a voi: la vita di un operaio vale così poco? E’ un essere umano come tutti e se per i soldati morti in “ missione di pace” si fanno funerali di Stato, per i 1300 operai che muoiono ogni anno per la mancanza di sicurezza, cosa viene fatto? Nulla perché non sappiamo nemmeno nome e cognome… sono solo numeri che fanno parte di una statistica.

Termino questa lettera con un appello disperato: fermiamo questa strage che serve solo a far arricchire gli imprenditori e a distruggere le famiglie. Ogni essere umano ha diritto alla propria vita e non si può perderla per 900 euro al mese.

 

A DONGO 4- 6 FEBBRAIO

Prosegue a Dongo la bellissima mostra già inaugurata a Cima il 21 gennaio scorso.

 

DONGO – ATELIER CASA PERLA

VIALE GARIBALDI, 14

DAL 4 AL 6 FEBBRAIO 2011

 

Venerdì h 17,00 – 19,00      Sabato h 10,30 – 12,0  e  17,00 – 19,00      Ingresso libero

La sede dell’esposizione è vicinissima alla piazza del Municipio di
Dongo, in viale Garibaldi 14, in prossimità di molti parcheggi
gratuiti.
In questa occasione è possibile visionare anche due filmati realizzati
dagli allievi del workshop recentemente condotto dalla medesima
artista presso lo Spazio Giovani Porlezza. L’esposizione è visibile
solo fino a domenica 6 febbraio.

 

Videoinstallazione Lethe di Adelita Husni-Bey

e

Workshop su Oblio, memoria e contemporaneo 

progetto organizzato dall’associazione Cittadini Insieme e curato da Riccardo Lisi 
 

Capii che probabilmente, nel voltare il capo

avevo anche guardato nella direzione esatta

del ragazzo che era stato ucciso lì molti anni prima,

o almeno mi piaceva pensarlo,

mi piaceva pensare di poter condividere con lui

se non il sentimento, almeno quella visione idilliaca.

Adelita Husni-Bey 
 

Mentre il Nord Italia era posto sotto il governo fascista di Salò, ovunque nascevano gruppi che ad esso intendevano ribellarsi, normalmente abbandonando la vita quotidiana in città e raggiungendo le montagne. Uno di questi gruppi partigiani nacque e si appostò nella zona soprastante Cima, paese comasco sul lago di Lugano. Il gruppo era guidato da Giuseppe Selva ed aveva come staffetta e cuciniera Livia Bianchi, detta Franca, una donna giovane di forte carattere, che proveniva dal Polesine. Quando il gruppo fu catturato dalle Brigate nere fasciste, a Lidia fu offerto di salvarsi. Invece scelse di sacrificarsi assieme ai suoi compagni di lotta. Il 21 gennaio 1945, in prossimità del Cimitero di Cima, i sei partigiani furono fucilati e da anni ogni 21 gennaio il loro impegno e sacrificio viene ricordato. Un impulso importante in ciò è dato dall’associazione Cittadini Insieme, basata a Porlezza, che dal 2004 opera in modo da vivificare questo ricordo ed evitare che cada nell’oblio o nella mera celebrazione formale, che altrimenti apparirebbe puro esercizio retorico ed inattuale. 

Quest’anno si è voluta cogliere un’occasione importante: proprio a Cima, come in altri luoghi del Comasco in cui son avvenuti fatti di sangue durante la guerra di liberazione, una giovane e brava artista – l’italo-libica operante a Londra Adelita Husni-Bey – ha realizzato nel corso della scorsa estate uno dei filmati che compongono la videoinstallazione Lethe.

Si tratta di un lavoro di arte contemporanea che verte sul rapporto tra memoria ed oblio, ma anche tra memoria collettiva e realtà individuale. Nei cinque schermi sincronizzati immagini lievemente sgranate, filmate con una tecnologia desueta, in super8, mostrano ciò che giovani morti in modo violento su queste montagne forse hanno visto negli ultimi secondi di vita: panorami montani, che altrimenti potrebbero apparire pittoreschi, e un muro che fece da sfondo ad un’esecuzione.

La memoria, come sovente nell’arte contemporanea – basti pensare ai lavori di Boltanski – emerge qui non da parole, descrizioni verbose e discorsi a tesi, ma solo dalle immagini, anche se rafforzate da una nota tenuta di violoncello. Al pubblico di oggi, costituito soprattutto da giovani, l’artista propone un tentativo d’immedesimazione suggestivo ed assieme ferale, connesso all’ultimo istante di vita. Certamente ciò non è facile, se pensiamo a come possa differire la loro vita da quella dei partigiani di 66 anni fa, ma forse proprio una narrazione metaforica, non verbale ma per immagini, può costituire un’espressione d’arte significativa per un pubblico in buona parte profano di arte contemporanea, e permettere un relativo avvicinamento a tale ambito. Nella provincia italiana, infatti, il pubblico conscio del linguaggio dell’arte contemporanea è limitato, ed anche per questo si è còlta l’occasione di avere in loco un’artista sicuramente interessante, per organizzare un workshop – gratuito e rivolto soprattutto ai giovani – che partendo da una riflessione su cosa sia arte contemporanea e come si rapporti con la nostra vita quotidiana e con le tecnologie ormai pervasive, porti gli allievi a provare di realizzare dei propri filmati video. Ciò confrontandosi con linguaggi e modalità comunicative della videoarte e con il tema proposto: oblio e memoria, soprattutto riferiti al territorio in cui vivono.

CONGRESSO PROVINCIALE

In una sala gremitissima, alla presenza dell’on. Antonio Pizzinato, Presidente Regionale ANPI, sabato 29 gennaio, a Rebbio, si è svolto il XXV congresso Provinciale dell’Anpi di Como, in preparazione del XV Congresso Nazionale che si terrà a Torino dal 24 al 27 marzo prossimi.

La numerosa partecipazione, anche di giovani, dimostra la straordinaria vitalità dell’Associazione dei Partigiani Italiani, ancora, dopo 66 anni, cardine morale della vita del Paese.

I nostri ringraziamenti a tutti i partecipanti e alle numerose associazioni presenti, che hanno contribuito a rendere il nostro congresso culturalmente vivace e ricco di prospettive positive.

Direttivo Provinciale Anpi

http://www.altracomo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=273:congresso-provinciale-anpi-como&catid=36:altracomo&Itemid=73

FORMIDABILE CONGRESSO!

Si è svolto sabato 29 gennaio, a Rebbio, il XXV Congresso Provinciale dell’Anpi.

In una sala gremitissima ( 75 intervenuti, due bambini e un cane), alla presenza del Presidente dellìAnpi Regionale on. Antonio Pizzinato, e di numerose associazioni, che ringraziam per aver accettato il nostro invito, si sono votati gli emendamenti all documento programmatico del XV Congresso Nazionale, che si svolgerà a Torino dal 24 al 27 marzo 2011.

Desideriamo ringraziare tutti i partecipanti.

28 GENNAIO – COMO

L’ISTITUTO DI STORIA CONTEMPORANEA P.AMATO PERRETTA ORGANIZZA

VENERDI’ 28 GENNAIO – ORE 15,00

PRESSO LA BIBLIOTECA COMUNALE DI COMO

 

LA DEPORTAZIONE DEGLI ANTIFASCISTI, i lager di Fossoli e Bolzano Gries.

 

Anna Maria Ori – Deportati politici a Fossoli, le uccisioni del 22 giugno e del 12 luglio.

Ruggero Meles – Poldo Gasparotto, alpinista e resistente, martire a Fossoli.

P.Luigi e Giuliano Gasparotto – Poldo, nostro padre, e il suo diario di Fossoli.

Lidia Martin – Lotte operaie, scioperi e deportazioni da Como.

Roberta Cairoli – Il lager di Bolzano Gries alla luce dei nuovi documenti rinvenuti a Washington. La memoria dei sopravvissuti comaschi.

28 GENNAIO – CREMENO (LC)

VENERDI’ 28 GENNAIO – ORE 10,30

A CREMENO (LC)

PRESSO LA SALA DELLE RIUNIONI DELLA BANCA DI CREDITO COOPERATIVO

VIA XXV APRILE, 16/18

avrà luogo la presentazione del libro

1935-1945 VALSASSINA ANNI DIFFICILI

di GABRIELE FONTANA

saranno presenti

Hanna Kugler Weiss, superstite del lager di Birkenau e attuale direttrice del Museo della Shoa di Nazareth e Pino Galbiati, superstite del lager di Gusen.

27 GENNAIO – LIBRERIA FELTRINELLI

GIOVEDI’ 27 GENNAIO – ORE 18

VIA C. CANTU’ – COMO

PRESSO LA LIBRERIA FELTRINELLI

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

ALLE ORIGINI DELL’ANTISEMITISMO NAZIONAL-FASCISTA
Maffeo Pantaleoni e “La Vita italiana” di Giovanni Preziosi (1915-1924)

di LUCA MICHELINI
 

Cattedratico di Economia all’Università di Roma, artefice della principale rivista
teorica del Paese, «Il Giornale degli economisti», autore di studi conosciuti a livello internazionale, Maffeo Pantaleoni è tra i più insigni economisti italiani
di tutti i tempi. La ricerca di Luca Michelini dimostra come Pantaleoni divenne il più in vista e il più spregiudicato antisemita sul quale poterono contare il fascismo e il nazionalismo, di cui l’economista è imprescindibile referente per la politica economica fino al 1924. Condirettore della rivista «La Vita italiana», Pantaleoni fu “maestro” del cattolico e spretato Giovanni Preziosi, che negli anni trenta e quaranta diverrà punto di riferimento dell’antisemitismo italiano e sarà tra i protagonisti della “soluzione finale”, durante la Repubblica di Salò.

TRIANGOLO NERO 26 GENNAIO

Segnalato dal Comitato lombardo per la Vita Indipendente delle persone con disabilità.

Una iniziativa  da divulgare. Grazie

Carissimi,

mercoledì 26 gennaio in diretta su La7 dall’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano, Marco Paolini racconterà la storia dello sterminio dei disabili e dei malati di mente sotto il nazismo. Chi mi conosce sa che da diversi anni mi occupo di questa vicenda e dei suoi riflessi di attualità. Il racconto affronta una vicenda inquietante che va conosciuta e non taciuta. Dopo il racconto, sempre in diretta, Gad Lerner svilupperà con il pubblico temi e suggestioni collegate al racconto.

Per questo, oltre a invitarvi a sintonizzarvi quella sera su La7 e a leggere il comunicato stampa che vi allego, vi chiedo di fare un passa parola tra più persone che potete, operatori, insegnanti, studenti,gente che fa tutt’altro nella vita. Non per aumentare l’auditel, ma perché sono poche, sempre meno, le occasioni per parlare di argomenti scomodi ma che riguardano tutti e sono veri, quotidiani.

Grazie per il tam tam, spero che rullerà forte.

Mario Paolini

http://www.youtube.com/watch?v=zNgyzeGmb_M&feature=youtube_gdata

 

Minoranze perseguitate durante la seconda guerra mondiale

Minoranza: gruppo di persone differenti in ogni società per razza, religione, nazionalità e lingua, che conduce una vita sua propria all’interno di un contesto sociale più ampio. Una minoranza non è necessariamente isolata all’interno della società nazionale e non s’identifica sempre con un gruppo marginale o costretto a segregazione. Essa si costituisce sulla base di legami affettivi e affinità che tendono a differenziarla dal resto della popolazione, indipendentemente dalla contiguità territoriale.

Gli zingari

Con l’appellativo “Zingari” sono designate quelle popolazioni nomadi provenienti dall’est. Correttamente il nome deve essere dato, come in passato, alla sola etnia dei Rom (“gli uomini”) parlante una lingua propria (Romesh) della famiglia Indoiraniana. Gli Zingari Rom conservano tutt’ora i caratteri antropologici di un tipo fisico particolare del gruppo europoide: cranio dolicomorfo; faccia lunga e stretta con naso prominente affilato; occhi scuri leggermente allungati e incavati; bocca larga con labbra spesse; corporatura longiforme e statura alta; capelli lunghi, ondulati; pelle di colore bruno scuro.
Chiamati nei paesi Danubiani Tzigani, in Spagna Gitanos, nei paesi Anglosassoni Gipsies, in Francia Bohéemiens, penetrarono in Europa verso il secolo X provenienti dalle regioni nord-orientali dell’India; qui tentarono di stabilirsi nella valle del Danubio ma si scontrarono con le genti slave che ne provocarono la dispersione; la maggioranza migrò verso l’Europa occidentale e settentrionale, una parte restò nella Penisola Balcanica e gli altri si rifugiarono nei paesi dell’Est. Le comunità più numerose che mantennero il tradizionale modo di vivere nomade, si costituirono in Iugoslavia, Romania, Ungheria, Germania, Italia, Francia e soprattutto Spagna (dove ancora oggi contano il maggior numero di rappresentanti); piccole unità migrarono anche in Armenia e in Anatolia.
Nel corso dei secoli si sono fusi con le genti locali dando origine a gruppi misti sedentari o girovaghi, dediti all’attività di giostrai. I Rom puri mantengono, però, inalterate le proprie usanze e tradizioni. La struttura sociale è basata sulle grandi famiglie matrilineari raggruppate in piccole “tribù” e la stirpe è rigidamente endogamica: chi si sposa con stranieri viene bandito dal gruppo.
La religione è un miscuglio di credenze animiste, cristiane e buddhiste; assai accentuata è la superstizione che ha portato a molti tabù e alla loro ferma convinzione della “veridicità” della chiromanzia; ricco è il patrimonio di leggende e di favole che si tramandano oralmente nella loro lingua, anche se conoscono e parlano numerose altre lingue e spesso frequentano le scuole dei Paesi dove vengono a trovarsi durante il loro peregrinare. Tipici della loro cultura sono: l’abilità nell’allevare cavalli, nel lavorare il rame, metalli preziosi, cuoio, nell’eseguire delicati lavori manuali di precisione, una spiccata e innata sensibilità musicale, soprattutto nell’uso del violino, tanto che in passato venivano ricercati quali suonatori per feste e cerimonie, nonché una notevole attitudine alla danza. Un tempo si spostavano su carri trainati da cavalli e abitavano in grandi tende poligonali di feltro, oggi usano roulottes; poiché, a differenza di altri gruppi di nomadi cui vengono impropriamente accomunati, rifuggono da ogni forma di accattonaggio, ritenuto lesivo della loro dignità, etica e religiosa. Quando vivono negli accampamenti portano i tradizionali costumi dai colori sgargianti impreziositi, soprattutto fra le donne, da un gran numero di monili di loro produzione

I Rom furono sempre e comunque isolati dagli abitanti locali, il che accentuò il carattere indipendente e l’unità di stirpe di questo popolo e ne caratterizzò sempre più il modo di vivere da girovaghi. Nonostante siano genti pacifiche dallo spiccato senso dell’ospitalità, sono stati sempre trattati in modo ostile e spesso sono stati vittime di persecuzioni, la più feroce delle quali è stata perpetrata dai nazisti che ne sterminarono oltre un milione in Germania e nei paesi occupati. Venivano accusati di essere degli “spioni”ed erano considerati responsabili, come gli Ebrei, della morte di Gesù Cristo.
Questo è stato solo l’apice di secoli e secoli di pregiudizi e di persecuzioni attuate dai Cristiani nei confronti degli Zingari, considerati molto meno degli animali.
Quando i nazisti salirono al potere, l’Europa contava milioni di Zingari, di cui 30.000 circa in Germania, dove alcuni conducevano una vita da nomadi in roulottes mentre altri erano diventati cittadini ordinari. Da molti anni era stato allestito un “servizio d’informazione per gli Zingari” tramite il quale venivano controllati assiduamente; la popolazione tedesca veniva continuamente messa in guardia contro quelle “genti” poiché appartenenti, dicevano, ad una “razza differente”.
Nel 1905 si ha la comparsa di un almanacco contenente informazioni genealogiche e fotografie di centinaia di Zingari tedeschi.
Nel 1926 in Baviera si votò una legge contro “gli Zingari, i vagabondi, e i nullafacenti”. Uno Zingaro che non aveva un lavoro stabile rischiava la casa di correzione, una sottospecie di prigione. Ed è proprio da queste leggi che i Nazisti attinsero di buon grado nel 1933:anche gli Zingari erano “inferiori” agli ariani, pertanto da eliminare. Tuttavia non tutti furono perseguitati, lo stesso capo delle SS Himmler asserì che alcuni fra di loro erano di “razza pura”, “cugini degli ariani”, bisognava dunque identificarli e collocarli all’interno di una riserva fatta apposta per loro. Nonostante tutto la maggior parte furono deportati: molti inviati nei ghetti assieme agli Ebrei e da lì nei campi di sterminio. Più di 20.000 Zingari morirono ad Auschwitz, molti bambini servirono da cavie agli esperimenti scientifici condotti nel lager. Non tutti furono uccisi all’interno dei campi, in tutta l’Europa dell’Est divennero ordinarie le esecuzioni di massa nei boschi, fuori dalle città, spesso se ne incaricavano dei collaboratori locali.
S’ignora il vero numero di Zingari assassinati dai nazisti e i loro alleati, dovuto all’inattendibilità delle statistiche relative a queste popolazioni prima e dopo la guerra.
Dopo la guerra né la Germania né gli altri paesi fornirono alcun tipo di risarcimento ai sopravvissuti come è stato per gli Ebrei.
In un’Europa in cui le tensioni etniche sono ancora molto forti, gli Zingari continuano ad essere vittime di discriminazioni e violenze.

“Nel maggio 1936, durante i preparativi ai Giochi Olimpici, la polizia di Berlino arrestò centinaia di Zingari e trasferì intere famiglie con roulottes, cavalli e quanto possedevano negli accampamenti di Marzhan, fra una discarica di rifiuti e un cimitero. L’accampamento ben presto fu circondato di filo spinato: venne creato di fatto un campo di concentramento nella periferia di Berlino. È da Marzhan e dagli altri sobborghi di Berlino e delle altre città tedesche che qualche anno più tardi partirono migliaia di zingari verso i campi di sterminio “
(Saul Friedländer: sopravvissuto, professore di storia della Shoah).

Gli omosessuali.

I dirigenti nazisti pensavano che la presenza di questo gruppo nella società compromettesse tanto il tasso di natalità del popolo tedesco quanto la salute fisica e morale del “corpo della nazione”. Plotoni della sezione d’assalto irruppero nei luoghi frequentati dagli omosessuali, come i cafè e anche le case private: erano tormentati dalla polizia. Questa persecuzione pose fine al movimento di liberalizzazione che era stata iniziata nei loro confronti. Il governo rinforzò la legislazione in vigore sanzionando i comportamenti omosessuali, e dopo il 1933 gli omosessuali furono arrestati e sottomessi a delle regole sempre più severe.
Il capo SS Himmler creò un ufficio incaricato di schedarli e perseguitarli. Numerosi membri del partito nazista reclamarono la pena di morte per “l’attentato ai costumi”a carattere omosessuale. Verso la fine degli anni ’30 la persecuzione s’intensificò e su una popolazione di omosessuali di 1,5 milioni, circa 100mila furono arrestati sotto denuncia, fra i quali da 10mila a 15mila finirono la loro vita marcati da un triangolo rosa nei campi di concentramento. Questo segno di riconoscimento li esponeva alle brutalità delle SS, ma anche degli altri prigionieri. Non si conosce il numero preciso, si ipotizza che siano stati uccisi almeno il 60%. I trattamenti a loro inflitti erano giustificati dai nazisti nelle loro teorie razziste e per tanto li sottomettevano addirittura a degli esperimenti pseudo-scientifici, avendo come progetto la modifica del comportamento sessuale di questo gruppo.

“nello stesso momento vennero fermati numerosi omosessuali nella nostra città. Uno fra i primi fu un mio amico, al quale ero legato da quando avevo 24 anni. Un giorno la Gestapo andò a casa sua e lo portò via. Non si poteva segnalare la sua scomparsa: rischiavamo di farci arrestare noi stessi. Era sufficiente conoscerlo per essere sospettati. Dopo il suo arresto la Gestapo saccheggiò la sua casa, trovarono un’agenda di indirizzi, tutti quelli che vi figuravano furono arrestati. Anch’io. Dovemmo comportarci con estrema prudenza con tutti e io fui obbligato a rompere tutte le mie amicizie. Incontrandoci sulla strada ci ignoravamo, per non correre dei rischi. Gli omosessuali non potevano incontrarsi più da nessuna parte.”
(testimonianza di un omosessuale tedesco)

I disabili e gli “asociali”

Nel 1920 un gruppo di scienziati tedeschi cominciò a raccomandare l’eliminazione delle “bocche inutili”. Designarono anche particolari categorie di cittadini disabili e colpiti da ritardo mentale. Si inventò l’espressione “vita indegna di essere vissuta”. I nazisti, la cui ideologia vedeva negli Ebrei e negli Zingari un pericolo esterno per il “corpo della nazione”tedesca, allo stesso modo vedeva i disabili e altri individui, che non s’integravano con la popolazione, come pericolo interno che bisognava isolare e infine eliminare. Giudicati improduttivi, pertanto un peso per quei membri della società “sani e produttivi”. Dal punto di vista raziale e biologico costituivano ugualmente una “parte inferiore” al resto della società, le loro malattie denotavano la predisposizione ad un’inferiorità congenita. Quindi nell’intento di purificare la società tedesca e mantenere intatta la razza ariana, i nazisti perseguitarono e imprigionarono migliaia di cittadini etichettati “asociali” (contro la società).
Questa categoria comprendeva le prostitute, quelle persone senza lavoro che rifiutassero una proposta d’impiego, individui accusati di essere stati oggetto di scandalo. La biologia criminale considerava i piccoli delinquenti inferiori proprio dal punto di vista biologico: di era arrivati a sterilizzare a forza uomini e donne appartenenti a questa categoria. Inutile aggiungere che anch’essi entrarono a far parte di quel gruppo purtroppo numeroso di persone condannate a morte solo per la colpa di esser nate: unico segno di distinzione un triangolo nero.

[Da: “Dites-le à vos enfants”, di Stéphane Bruchfeld e Paul Levine]

Venturini Elisa