IL COMMENTO DI SMURAGLIA SU BEPPE GRILLO

«Grillo nega fascismo
e attacca la Costituzione»

«I casi sono due: o Grillo non coglie che antifascismo e democrazia sono la stessa cosa, oppure vuole solo guadagnare voti e quindi la sua scelta non è commendevole»: Carlo Smuraglia – sue queste parole -, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, è uno dei più tenaci pontieri che stanno cercando di traghettare nel prossimo futuro un Paese dalle mille anime ma solidale attorno ad alcuni principi fondanti per tutti. E l’antifascismo è, per diritto costituzionale tra l’altro, uno di questi principi. Il fatto è che il leader dei 5 Stelle si è in questi giorni meritato l’attenzione allarmata dei democratici italiani, e non solo, per un paio di scivoloni sventurati.

Di cui il secondo «allestito» per sdrammatizzare il primo. In un video registrato davanti al Viminale, si vede e si sente Grillo argomentare con i ragazzi di Casa Pound. Qualcuno gli chiede se sia antifascista e lui risponde, pensandoci, «Non mi compete». E poi, offre ospitalità a quei ragazzi nel suo movimento, ché tanto – afferma – si fa fatica a distinguerli dai Cinque Stelle. Il giorno dopo, sempre Grillo, assediato dalla rabbia di molti dei suoi, tenta di correggere il tiro; precisa di non essere fascista e di non avere simpatie per il fascismo, e tuttavia non cancella il rifiuto dell’ombrello antifascista. Così è andata, male.

In quel rifiuto di Grillo, alla testa di un movimento che si presenta orgogliosamente non ideologico, si può leggere una interpretazione dell’antifascismo che sembra sconfinare nell’ideologismo, da qui quella presa di distanze. Forse.

«Allora sarà il caso di mettere sotto accusa la Costituzione, la nostra democrazia, la nostra quota di libertà. Perché la Costituzione è antifascista nella sua concezione, la democrazia è figlia della liberazione dal nazi-fascismo, la libertà relativa di cui godiamo ce l’hanno conquistata gli alleati, antifascisti, e i partigiani. Non si può non cogliere come la democrazia si sovrapponga nella nostra storia all’antifascismo, collimando perfettamente. Vede, il fatto è che non si può che essere antifascisti se si amano libertà e democrazia. Non se ne esce».

Converrà fare i conti con una realtà indesiderata ma incontestabile: davanti alla platea nazionale, in tempo di elezioni, il capo assoluto di un grande movimento rigetta l’ombrello dell’antifascismo…

«Purtroppo sì. Sta concorrendo per entrare in Parlamento qualcuno che pensa e dice così. Qualcuno che si pone con forza al di fuori di una concezione unitaria del nostro paese, al di là delle differenze ideologiche e programmatiche, appunto».

Un problema di memoria o, di nuovo, a dispetto delle migliori intenzioni, ideologico?

«In questo Paese spesso si tenta di negare il fascismo come esperienza terribile. Questo avviene anche indirettamente, per esempio nei confronti di alcune festività che sembrano di rito solo a chi non ne condivide il ruolo identitario, unificante, non ideologico. Ricordiamo di quando si disse che del 25 Aprile si poteva fare a meno? Ecco che rendere indiscutibile il 25 Aprile significa essere d’accordo che l’atrocità dell’esperienza nazi-fascista non si ripeta. Ecco allora che rifiutare di riconoscersi nell’antifascismo appare una scelta, questa sì, ideologica».

Sotto questa luce, cosa si vede del leader dei Cinque Stelle?

«Non si riesce a definirlo compiutamente. Perché alcuni suoi richiami sono corretti, condivisibili. Ma conta lo sfondo su cui si manifestano. E quello sfondo racconta altro. Per esempio, si intravvede un preoccupante rifiuto della politica al pari di un contatto problematico con la democrazia ai cui principi non sembra ispirato quando risolve a colpi d’accetta i problemi interni alla sua parte. E’ sui “fondamentali” che appare debole e proprio questi contano più di una proposta programmatica».

Dobbiamo arrenderci alla frattura? Già Berlusconi alla domanda se si sentiva antifascista aveva risposto che aveva altro a cui pensare… «Nemmeno il governo tecnico ha pronunciato le parole che avremmo voluto sentire. Un suo ministro ha provato a cancellare il 25 Aprile per motivi, giurava, economici. Quale cultura promuove una pulsione contabile di questo tipo?»

Almeno non siamo soli: non c’è molta attenzione in Europa a quel che sta accadendo in Ungheria e in altre realtà dove razzismo, totalitarismo, antisemitismo cercano di riaffiorare e ci riescono…

«Due cose. Nei prossimi giorni, come Anpi pubblicheremo un manifesto che richiama tutti i competitori elettorali alla necessità di inaugurare un nuovo Parlamento senza pregiudicati ma ricco di etica, di buona politica e saldamente ancorato all’antifascismo. Per quanto riguarda l’Europa, e le sue disattenzioni, intendiamo promuovere incontri tra antifascisti. Una Europa unita e qualificata, finalmente autorevole nel confronto con banche e finanza, non può che passare da qui»

Da L’Unità, 15 gennaio 2013

LETTERA AL QUOTIDIANO LA PROVINCIA

Egregio Direttore,

chiediamo ospitalità sul Suo giornale per alcune brevi considerazioni.
Prendiamo atto che il quotidiano La Provincia di Como nella giornata del 06 gennaio 2013, sezione “Lago e valli”, dedica l’ennesimo ampio spazio ai fatti storici che segnarono l’epilogo del regime fascista in Italia. Ringraziamo per questo scrupoloso interesse nei confronti delle ultime ore di vita del dittatore Mussolini, seppur segnaliamo il fatto che, preso in maniera distorta, ciò potrebbe in qualche modo rinvigorire i rigurgiti neofascisti che l’Italia e, anche la nostra provincia, stanno purtroppo conoscendo. Ricordiamo che ogni anno, nostalgici del fascismo si ritrovano a Mezzegra proprio per celebrare Mussolini.

Tuttavia, constatiamo con dispiacere che il quotidiano La Provincia di Como non ha mai riservato così tanta attenzione a figure storiche della lotta di Liberazione nel comasco.  Citiamo solo a titolo esemplificativo i partigiani Enrico Caronti, Teresio Olivelli e Giancarlo Puecher che, come tanti altri italiani e comaschi, combatterono contro la feroce dittatura fascista e per i valori della libertà e della democrazia. Partigiani che sacrificarono la vita, a volte dopo indicibili torture perpetrate proprio dalle quelle squadracce fasciste che, in seguito, scortarono Mussolini durante il suo tentativo di fuga in Germania.

Crediamo che sia importante per i cittadini e soprattutto per le giovani generazioni, conoscere la storia di questi partigiani comaschi che portarono il nostro paese alla democrazia, garantita dalla Costituzione che proprio dalla lotta di Liberazione prese corpo e sostanza.

Ringrazio per l’attenzione e porgo distinti saluti.

Nenci Walter Nedo
Segretario ANPI Sezione di Como

TERESIO OLIVELLI 7 GENNAIO 1916 – 17 GENNAIO 1945

Teresio Olivelli

Nato a Bellagio il 7 gennaio 1916, di carattere ardente, generoso e impetuoso, Teresio Olivelli frequenta le prime classi elementari a Bellagio e sucessivamente a Zeme (PV), dove la famiglia ritorna nella casa paterna, ma rimane sempre legato al suo Lario, dove trascorre le vacanze estive in casa dell’amatissimo zio, parroco di Tremezzo. Dopo il Ginnasio a Mortara (PV) e il Liceo a Vigevano, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia, come alunno del prestigioso collegio Ghislieri.

Laureatosi nel novembre 1938, si trasferisce all’Università di Torino come assistente della cattedra di diritto amministrativo. Inizia una stagione di intenso impegno socio-culturale, caratterizzato dallo sforzo di inserirsi criticamente all’interno del fascismo, con il proposito di influirne la dottrina e la prassi, mediante la forza delle proprie idee ispirate alla fede cristiana. Questo tentativo di “plasmare” il fascismo è finalizzato unicamente ad affrontare un’emergenza: la costruzione di una società migliore. Vince pure i littoriali del 1939, sostenendo la tesi che fonda la pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza.

Chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di studi e di ricerca, diviene segretario dell’Istituto di Cultura fascista, dove opera effettivamente per otto mesi. Due soggiorni in Germania basteranno a far nascere in lui le prime diffidenze verso il Regime. Nonostante ciò, allo scoppio della guerra, decide di partire per il servizio militare. E’ in corso una guerra imposta al Paese, il quale deve subire; Teresio Olivelli non vuole considerare dall’alto di un ufficio e con distacco la maturazione degli eventi, ma desidera inserirsi in essi, con eroica abnegazione. In particolare, è fermamente determinato a stare con i soldati, la parte più esposta e quindi più debole del popolo italiano in lotta.

Nel 1940 è nominato ufficiale degli alpini: come sottotenente di complemento della Divisione “Tridentina”. Olivelli chiede di andare volontario nella guerra di Russia. È pervaso da un’idea dominante: essere presente fra quanti si spingono o sono spinti nell’avventura del dolore e della morte.

Nel vedere gli orrori della ritirata dell’ VIII Armata italiana, Olivelli si fa sempre più critico nei confronti dell’ideologia dominante, vedendone le aberrazioni attuate dalla brutale logica di guerra.

Sopravvissuto alla disastrosa ritirata, mentre tutti fuggono egli si ferma a soccorrere eroicamente i feriti, con personale gravissimo rischio. Tanti alpini rientrati in Italia gli devono la vita.

Nella primavera del 1943, abbandona definitivamente la brillante carriera “romana” e ritorna a dedicarsi all’educazione dei giovani come rettore del collegio Ghislieri, dove aveva studiato, avendo vinto il concorso al quale si era presentato prima di partire per il fronte russo. Ha solo 26 anni, è il più giovane rettore d’Italia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Olivelli, che con il 2° Reggimento Artiglieria alpina si trovava di stanza a Vipiteno, è fatto prigioniero dai tedeschi. Rifiutatosi di combattere al fianco dei nazisti, viene arrestato e deportato in Germania. Il 20 ottobre riesce ad evadere dal campo di Markt Pongau e raggiunge Udine dopo una lunga fuga solitaria. Ospitato da un famiglia friulana giusto il tempo di riprendersi, il giovane si inserisce nella Resistenza bresciana., collaborando alla costituzione delle “Fiamme Verdi”, formazioni partigiane di impronta cattolica.

Nel febbraio 1944 fonda il giornale “ Il Ribelle”e, pur nella clandestinità, elabora programmi di ricostituzione della società, dopo la tragedia del fascismo e della guerra.

Nelle pagine del “Ribelle” egli esprime il suo concetto di Resistenza; essa è “rivolta dello spirito” alla tirannide, alla violenza, all’odio; rivolta morale diretta a suscitare nelle coscienze il senso della dignità umana, il gusto della libertà.

Scrive la famosa preghiera “Signore facci liberi”, comunemente detta “Preghiera del ribelle”; in questo testo definisce se stesso e i suoi compagni “ribelli per amore”

Viene arrestato a Milano il 27 aprile 1944. A San Vittore comincia il calvario delle torture, che continuano nel campo di Fossoli.  L’ 11 luglio 1944 il suo nome viene inserito nella lista di 70 prigionieri che devono essere fucilati il giorno successivo, ma anche questa volta Olivelli riesce a fuggire, nascondendosi nei magazzini del campo. Scoperto, dopo diversi tentativi di fuggire da Fossoli ,viene deportato nel campo Bolzano-Gries, e quindi in Germania, a Flossenburg e poi a Hersbruck. Sulla sua casacca viene cucito, insieme al triangolo rosso dei politici, anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri che hanno tentato la fuga, e che quindi devono ricevere un trattamento più duro e spietato, se possibile.

Potrebbe, data la sua conoscenza del tedesco, avere accesso ad un lavoro meno duro, ma ancora una volta il suo desiderio di stare con gli ultimi, di aiutare i più disperati, lo spinge a dare tutto sé stesso per la salvezza degli altri, esercitando il dovere della carità verso il prossimo fino all’eroismo, intervenendo sempre in difesa dei compagni percossi, rinunciando alla razione di cibo in favore dei più deboli e malati.

Resiste coraggiosamente alla repressione nazista, difendendo la dignità e la libertà. Questo atteggiamento suscita nei suoi confronti l’odio dei capi baracca, che di conseguenza gli infliggono dure e continue percosse. Ai primi di gennaio del 1945, intervenuto in difesa di un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato, viene colpito con un violento calcio al ventre, in conseguenza del quale muore il 17 gennaio 1945, a soli 29 anni.

Il suo corpo è bruciato nel forno crematorio di Hersbruck.

LAPIDE DANNEGGIATA A SESTO S.G.

L’Anpi di Milano: no alle provocazioni neofasciste

L’ANPI dice no alle provocazioni neofasciste. Questa in sintesi la presa di posizione dell’Anpi di fronte alle ennesime provocazioni “nere”.

“L’ANPI – ha dichiarato il presidente dell’Anpi milanese, Roberto Cenati – esprime la propria indignazione e la propria ferma condanna del  grave gesto compiuto nella notte tra venerdì e sabato 5 gennaio ai danni della lapide posta in via Guerzoni, dedicata ai  partigiani caduti nella lotta di Liberazione contro il nazifascismo e ai caduti nella difesa della Repubblica spagnola contro il franchismo”.

“Nel pomeriggio di sabato 5 gennaio – ricorda Cenati – è stata danneggiata anche la lapide dedicata ai fratelli Giulio e Mario Casiraghi, situata a Sesto San Giovanni, in via Marconi. Non c’è pace per il monumento sestese, già oggetto di un analogo episodio il 9 ottobre 2012. Queste ennesime provocazioni neofasciste, precedute il 2 dicembre 2012 dall’aggressione di un militante di un centro sociale milanese da parte di un gruppo di naziskin, si inseriscono nel rifiorire a Milano e in Provincia di movimenti neofascisti e neonazisti, con l’apertura di nuove sedi e punti di riferimento”.

“L’ANPI Provinciale di Milano nell’esprimere la propria preoccupazione per il rinnovato manifestarsi di questi movimenti che si pongono in aperto contrasto con i principi e i valori sanciti dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, sottolinea l’urgenza di un impegno comune delle istituzioni, delle forze preposte alla difesa dell’ordine pubblico, dei partiti, dell’associazionismo democratico, dei cittadini, affinchè queste inaccettabili provocazioni neofasciste abbiano finalmente a cessare e diventino improponibili a Milano e a Sesto San Giovanni, Città Medaglia d’Oro della Resistenza”.

CITTADINANZA AI SENEGALESI FERITI

La Commissione Diritti umani del Senato ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica nella quale si chiede la cittadinanza italiana per i tre cittadini senegalesi rimasti feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Questo grazie alle nostre firme, che hanno superato quota 14.000!

“La Commissione Diritti umani del Senato – si legge nella lettera inviata al Presidente Napolitano- ha inteso fare proprio il merito della lettera aperta a Lei rivolta, che esprime che ai cittadini senegalesi sopravvissuti al drammatico agguato di Firenze venga riconosciuta la cittadinanza italiana”.

Questo è un riconoscimento molto importante che da forza alla nostra richiesta. Ma solo il Presidente della Repubblica può rilasciare la cittadinanza. Per questo ho bisogno ancora del tuo aiuto: condividi sulla tua bacheca Facebook il link alla petizione.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

La cittadinanza per i tre feriti è un gesto di solidarietà. Raccogliamo ancora firme, aiutaci condividendo la petizione con i tuoi amici su Facebook cliccando qui.

TIRANNIDE

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)

POESIA

DA ” IL CANTO SOSPESO”

DI ORSOLA PUECHER

……..

II

Ora il ragazzo cammina da solo
Non pensa più a niente
Le valli sono silenziose intorno
Piove fine sulla neve gelata a chiazze sparse
Ha con sé solo un ombrello di seta nera
Piccolo elegante che era di sua madre
Che se ne andò presto
Il pomolo d’argento a zampa di grifone
Afferrato all’ultimo nella fretta della fuga
I fascisti gli hanno ucciso il fratello
Muoio per la mia patria
Che ha abbracciato uno per uno
I giovani miliziani del plotone d’esecuzione
Perdono a coloro che mi giustiziano
perché non sanno quello che fanno
e non pensano che l’uccidersi tra fratelli
non produrrà mai la concordia.

E così nella notte contro il muro del cimitero
Non tutti gli hanno sparato addosso
Non ha voluto essere bendato
E li guardava con i suoi occhi azzurri

I colpi si sono sparsi a raggiera intorno
Molti quelli a vuoto
Nei buchi sull’intonaco ferito
All’albeggiare di quel dicembre
Hanno infilato uno per uno dei fiori
Il ragazzo l’ha vegliato a lungo
Gli ha parlato per una notte intera
fratellino non ti volevo eroe
fratellino come farò senza di te

Poi i nazisti hanno deportato il padre
Per vendetta
Gli portava dei pacchi
Alla rete del campo di Fossoli
L’hanno portato in Germania
All’improvviso.
Così i buoni padri gesuiti del collegio
Hanno organizzato questa fuga in Svizzera
Per salvare l’agnello designato.

Orsola Puecher

brano tratto dal poema ” Canto sospeso”

COMO RICORDA I SUOI EROI

GIANCARLO PUECHER

23 Agosto 1923 – 23 Dicembre 1943

Giancarlo Puecher nacque a Milano il 23 agosto 1923. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, sospese gli studi per arruolarsi volontario nell’aviazione come allievo ufficiale pilota. Dopo l’armistizio si ricongiunse ai familiari, che nel frattempo erano sfollati a Lambrugo. Collegatosi ai partigiani del luogo, nel settembre 1943 entrò a far parte della banda autonoma di Ponte Lambro, divenendone il vice-comandante. Fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.
   Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.
   Il federale di Milano Aldo Resega fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre Giancarlo Puecher era già in prigione e da più di un mese.
   Giancarlo Puecher non fu mai accusato di alcun omicidio.
   Quando il 20 dicembre, allorchè fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.
   Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui Giancarlo Puecher. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell’ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato.
   Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.

Fu fucilato il 23 dicembre, antivigilia di Natale, nel cimitero nuovo di Erba. Aveva 20 anni. Prima di morire volle abbracciare e salutare tutti i presenti, rincuorando e perdonando tutti.

Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l’effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell’Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.

Riportiamo qui l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, scritta poche ore prima di essere fucilato.

21 dicembre 1943

Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia.
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.
Baci a tutti
Giancarlo Puecher Passavalli

ENRICO CARONTI

28 Aprile 1901 – 23 Dicembre 1944

Nato a Blevio nel 1901, fu segretario della Federazione giovanile socialista comasca, ma nel 1921 passò al PcdI. Pur avendo fatto studi superiori, per essersi rifiutato di prendere la tessera del Partito Fascista, dovette accettare il lavoro di operaio tessile. Durante il regime fascista fu più volte arrestato per “misure di Pubblica Sicurezza”, ma non cessò mai la sua intensa attività politica clandestina. Dopo l’armistizio del ’43, Caronti fu tra i primi ad organizzare la Resistenza, prima nella zona del lago Maggiore e quindi nel Comasco. Fu tra i promotori degli scioperi del marzo 1944, in seguito ai quali, per evitare l’arresto e la deportazione, dovette abbandonare la sua casa, la moglie Cherubina Meroni e i due figli e raggiungere le formazioni partigiane. Con il nome di battaglia di “Romolo”, Enrico Caronti divenne il commissario politico della 52ma Brigata Garibaldi “L. Clerici”, della quale, nell’ottobre, assunse il comando. La notte del 21 dicembre 1944, durante un rastrellamento che investì la zona di Dongo, “Romolo” fu catturato, con altri due partigiani, dai militi della Brigata Nera di Menaggio. Rinchiuso nella caserma di Menaggio, Carontii fu orrendamente  torturato per ore e ore, ma non parlò. Era sfigurato quando, la notte del 23 dicembre 1944, i suoi aguzzini lo fucilarono.

Nel 1975, in piazza Lucini, nel paese dove era nato, ad Enrico Caronti è stato eretto un monumento.