RESISTENZA E PARTIGIANI

Nuove biografie di chi contribuì a liberare l’Italia dal nazifascismo

Continua la ricerca dell’Anpi per ricordare la vita di quanti lottarono contro il nazifascismo per la libertà e la democrazia.

Nella sezione “Resistenza e partigiani” e quindi nella sottosezione “Donne e uomini della Resistenza” sono raccolte le biografie di oltre tremila tra donne e uomini che con il loro coraggio e la loro abnegazione restituirono dignità all’Italia.

Se questo difficile lavoro  di ricostruzone storica è stato possibile, è grazie all’intelligenza, alla pazienza e alla grande professionalità del giornalista, Fernando Strambaci – che a suo tempo fu giovanissimo sappista – che per anni ha dedicato a questa ricerca tanto tempo e tanta passione.

Opera a cui oggi contribuisce la giornalista Natalia Marino.

Questo patrimonio di memoria storica si arricchisce ora di altre tre biografie: quelle di Orfeo Gagliardini, Giuseppe Albericci, Cesare Salvestroni. Naturalmente il nostro lavoro di ricerca continuerà.

APPUNTAMENTO A MARIANO

I principi costituzionali sono ancora attuali al tempo della crisi e della new economy?
Mai come oggi è stata così evidente la distan-za tra ciò che prevede la Costituzione e ciò che vige nell’economia reale del Paese.
Anche in passato valori come “tutela del lavoro”, “diritto ad un’adeguata retribuzio-ne”, “responsabilità sociale”, non trovavano piena applicazione, ma ciononostante restavano comunque una meta da raggiungere, un obiettivo a cui aspirare. Oggi invece i fini sociali di cui parla la Costitu-zione non solo non sono al centro delle politiche economiche, ma sono visti come un ostacolo alla crescita.
L’ANPI da sempre difende la Costituzione e promuove la sua applicazione.
Per rilanciare i principi costituzionali in materia di economia la Sezione di Mariano-Cantù intende metterli a confronto con i problemi imposti dalla crisi attraverso un ciclo di tre incontri sui meccanismi dell’eco-nomia globale, su salute e lavoro e sugli effetti della crisi stessa.
Tre incontri per capire cosa significa tutelare il lavoro in un mondo in cui i risanamenti pubblici passano per un aumento dei disoccupati; cosa significa garantire la sicurezza sul lavoro in un mondo in cui gli stessi lavoratori si oppongono alle battaglie sulla salubrità degli ambienti di lavoro nel timore di possibili ricadute sull’occupazione; cosa significa la libertà sindacale in un mondo in cui ai giudici che, ristabilendo la legalità, stabiliscono il reintegro di operai licenziati ingiustamente si risponde che non è con la legge che si affrontano i problemi del lavoro.

Sabato 19 gennaio 2013
LA CRISI INFINITA
La nuova economia: i suoi meccanismi e i sistemi sociali e le relazioni politiche che produce
Interviene: Prof. Luca Michelini
(Università dell’Insubria)

Sabato 2 febbraio 2013
SALUTE O LAVORO?

Il rapporto tra tutela della salute e tutela del lavoro
nell’industria italiana
Interviene: Fulvio Aurora (Medicina Democratica)

Sabato 16 febbraio 2013
I NUOVI LAVORI
Più produttività o meno diritti?
Interviene: Roberto Romano (CGIL)

Gli incontri si terranno alle
ore 10 nella Sala Civica in Piazza Roma a Mariano

LA STRAGE DI TORINO

Ma è possibile dimenticare una strage? Eppure pochi la conoscono, e non se ne parla quasi mai…

Quest’anno, per il novantesimo anniversario, a Torino si sono svolte numerose commemorazioni.

STRAGE DI TORINO – 1922

Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come ‘La strage di Torino’: nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.

A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.

Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.


La Strage (18-20 dicembre 1922)


Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.

La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera del Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.

Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell’inizio degli eccidi.

Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.

Nel pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.

In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.

Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.

Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.

Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.

Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno 

presenti, la devastano.

Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.

Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.

I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.

Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.

Il 19 dicembre, in mattinata, il vice-prefetto Palombo, che sembrava limitarsi a tenere la contabilità dei successi dei fascisti, comunicava a Mussolini che «complessivamente fra i sovversivi risultano ieri, 18 dicembre, uccisi 8 individui». Un funzionario della Prefettura di Torino comunicava telefonicamente al Capo della Polizia di Roma, De Bono, la notizia che «La città è tranquilla. Vita cittadina normale. Così pure il servizio tranviario».

Sempre al mattino del 19 dicembre i fascisti fecero irruzione a «L’Ordine Nuovo»: sequestrati i tre redattori Montagnana, Viglongo e Pastore, più altri tre collaboratori, li portarono alla Casa del Fascio. Qui, legati e bastonati, furono interrogati per sapere dove si trovasse Gramsci. Poi, una breve passeggiata fino al corso Massimo d’Azeglio: fatti allineare sul marciapiede, gli squadristi si apprestarono a fucilarli, ma «arrivò uno con un ordine e, di mala voglia, ci dissero di andarcene – “Per questa volta.”

Angelo Quintagliè, 43 anni, era un ex-carabiniere assunto nelle Ferrovie come usciere: la mattina del 19 dicembre, in quell’ufficio dove il giorno prima era stato sequestrato e poi ucciso Carlo Berruti, chiese informazioni sull’accaduto a un manovale fascista che lì lavorava, un certo Gallegari. Saputo della morte di Berruti, Quintagliè espresse apertamente rammarico e deplorazione. Fu una grave imprudenza.

Un’ora dopo entrarono nell’ufficio sei squadristi che, identificato il Quintagliè, gli si gettarono addosso, tempestandolo prima di bastonate e infine uccidendolo a revolverate.

Cesare Pochettino, 26 anni, era un artigiano che lavorava nella bottega della sorella e del cognato Cesare Zurletti. Quest’ultimo non aveva mai nascosto di avere simpatia per il fascismo, mentre il Pochettino non s’interessava di politica.

Verso mezzogiorno del 19 dicembre, entrambi vennero sequestrati da tre squadristi armati che li condussero nella collina di Valsalice. Protestarono entrambi di non essere «sovversivi», ma non ci fu niente da fare: condotti sul limite di un burrone, gli squadristi spararono: Pochettino, ucciso, rotolò lungo il pendio, lo Zurletti cadde a terra, ferito da quattro colpi sulla schiena. Si salverà, perché i fascisti lo credettero morto.

Una successiva inchiesta del mese di gennaio, stabilirà che erano stati «denunciati calunniosamente come comunisti pericolosi» da loro nemici personali.

Pochi, date le circostanze, furono i ferimenti denunciati in quella giornata: una mezza dozzina di operai bastonati e con qualche ferita da coltello.

Il 20 dicembre Massimo Rocca, dirigente nazionale del Partito fascista, giunge a Torino per partecipare ai funerali dei due fascisti uccisi nella rissa del 17 dicembre: emana – non si capisce con quale autorità e secondo quale legge – un bando contro tutti i «sovversivi» torinesi: ordina che i loro esponenti più in vista, come Gramsci, Terracini e altri, debbano lasciare la città, mentre tutti gli altri non possano circolare dopo la mezzanotte, a meno che non siano muniti di un salvacondotto rilasciato dal Fascio torinese. In seguito questo bando sarà revocato.

I giovani operai Evasio Becchio e Ernesto Arnaud erano in un’osteria di via Nizza, nel tardo pomerriggio del 20 dicembre. Un gruppo di fascisti vi fece irruzione, li prelevò facendoli salire su un camion che li condusse, lungo corso Bramante, in corso Galileo Ferraris. Fatti scendere sul prato che si distende in quel luogo, i fascisti, armati di moschetti e pistole, si disposero a ventaglio e fecero fuoco. Becchio morì sul colpo, Arnaud, ferito, venne ancora colpito da una coltellata che doveva essere il suo colpo di grazia, ma riuscì a sopravvivere.

In questo giorno avvennero poche altre violenze a Torino, normale amministrazione nell’Italia fascistizzata: il prefetto Olivieri, tornato finalmente in sede per «prendere in mano la situazione», poteva trasmettere al ministero degli Interni che erano stati solamente incendiati da un centinaio di fascisti tre circoli comunisti.

Evasio Becchio fu l’undicesima e, ufficialmente, ultima vittima della strage, ma i morti potrebbero essere stati di più.

Il console Brandimarte, quasi due anni dopo, il 24 giugno 1924 dichiarò al «Popolo di Roma» che “la rappresaglia era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata […] noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva con ferma arroganza: «Cosa vuole che sappiano in questura e prefettura? Io sarò ben in grado di saperlo più di loro […] gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti».

Brandimarte confermava, infine, che il capo « del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione»

L’ amnistia

Il 22 dicembre, il governo Mussolini emanò un decreto di amnistia – il Regio Decreto 1641 del 22 dicembre 1922 – preparato dal ministro di Giustizia Aldo Oviglio: i responsabili di reati di natura politica venivano amnistiati, a condizione che i fatti delittuosi fossero stati commessi «per un fine, sia pure indirettamente, nazionale». Pertanto, i crimini fascisti, essendo stati commessi per fini «non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale», non erano punibili, ma non quelli eventualmente commessi da «sovversivi», essendo essi volti ad «abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale». Questo mostro giuridico – che tra l’altro comprometteva politicamente anche quella magistratura non ancora connivente con il Regime, costretta a distinguere tra reati commessi da fascisti o da antifascisti – fu subito controfirmato da re Vittorio.

Da: anarchopedia

ARTICOLO SUL “FATTO QUOTIDIANO”

Berlusconi e quel che c’era di buono nel fascismo

di Carlo Bordoni, 28 gennaio 2013

L’infelice battuta di B., “Mussolini era un leader che, per certi versi, aveva fatto del bene”, quasi sussurrata al termine di una dichiarazione sulla condanna del razzismo nel giorno della memoria, è significativa. Fa trasparire la nostalgia di fondo per la figura autoritaria, il capo carismatico che gode dell’infallibilità papale (“Mussolini ha sempre ragione”), è al di sopra delle leggi degli uomini ed è in grado di risolvere i problemi del Paese.

L’ex ministro Brunetta, nel difendere il suo leader, tenta un affondo: “è quello che la maggioranza degli italiani pensa di Mussolini”, cade nello stesso errore di attribuire al fascismo il merito della creazione dell’Inps e del modello di welfare. Fu invece il portato di un processo storico inevitabile che il fascismo si trovò a gestire e che aveva le sue radici nelle lotte sociali dell’Ottocento, nelle società di mutuo soccorso, nella Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia del 1898.

Un processo che era maturato nella coscienza civile della popolazione e che non poteva più essere rinviato. Non riconoscerlo sarebbe come affermare che dobbiamo alla Dc la legge sul divorzio. Questi strascichi tipicamente italiani – visto che i tedeschi, salvo rari e limitati casi, se ne sono liberati da tempo – persistono anche in uomini di governo e rappresentano un pericoloso arrière pensée che inquina la nostra memoria storica e le menti dei più giovani.

Dietro questa logica si nasconde il giudizio positivo di un fascismo “buono” che avrebbe funzionato se non fosse sceso in guerra a fianco dei nazisti. Se non avesse emanato le leggi razziali; se non avesse inseguito il miraggio del colonialismo; se non avesse usato armi chimiche in Africa; se non avesse chiuso l’Italia nell’autarchia; se non avesse mandato al confino, imprigionato e fatto assassinare i suoi oppositori; se non avesse soffocato la libertà di stampa; se non avesse abolito i partiti politici; se non avesse deriso e vanificato la democrazia.

Ma tolto questo, cosa ne resta? Probabilmente niente di più di un uomo a cavallo e dei simboli fastosi di un’ambizione smisurata, a fronte di una miseria morale.

Da ” il Fatto Quotidiano”, 28 gennaio 2013, Carlo Bordoni.

LE VIOLENZE FASCISTE NEGLI ANNI ’20

ANNI 20-21

Violenze fasciste.

Secondo gli storici del fascismo nei primi sei mesi del 1921 furono distrutti 100 circoli di cultura, 53 circoli operai e ricreativi, 59 case del popolo, 17 sedi di giornali e tipografie, 119 camere del lavoro, 107 cooperative. Come annota nel suo diario il capo delle squadre del ferrarese: «Il nostro passaggio era segnato da colonne di fuoco e di fumo. Tutta la pianura di Romagna fino ai colli è stata sottoposta alla esasperata rappresaglia dei fascisti, decisi a finirla per sempre col terrore rosso».

La «spedizione punitiva» non costituì dunque per il movimento fascista soltanto un mezzo di pressione psicologica, ma il più delle volte un mezzo di distruzione anche fisica dell’avversario. Un testimone del tempo, A. Tasca, nel suo documentatissimo Nascita e avvento del fascismo, pubblicato in francese nel 1938, ci dà un resoconto del clima di intimidazione che i fascisti avevano creato in Italia, specialmente nelle campagne

«A partire dall’inizio del 1921 questa forma di azione dilaga nella valle del Po, coi caratteri e coi metodi che finiranno per prevalere nel fascismo e lo accompagneranno fino alla marcia su Roma. Nella valle padana, la città è, in generale, meno «rossa» della campagna, perché in città si trovano i ricchi agrari, gli ufficiali delle guarnigioni, gli studenti delle Università, i funzionari, i redditieri, i membri delle professioni liberali, i commercianti. E’ in queste categorie che si reclutano i fascisti e sono queste che forniscono i quadri delle prime squadre armate. La spedizione punitiva parte infatti quasi sempre da un centro urbano e si irraggia nelle campagne circostanti.

Montate su camion, armate dall’Associazione agraria o dai magazzini dei reggimenti, le «Camicie nere» si dirigono verso il luogo che è l’obiettivo della loro spedizione. Arrivate, cominciano col bastonare tutti coloro che incontrano per le strade, e che non si scoprono al passaggio dei gagliardetti o che portano una cravatta, un fazzoletto, una sciarpa rossi. Se qualcuno si rivolta, se si scorge un minimo gesto di difesa, se un fascista è ferito o un poco malmenato, la «punizione si estende. Ci si precipita alla sede della Camera del lavoro, del sindacato, della cooperativa, alla Casa del popolo, si sfondano le porte, si buttano nella strada i mobili, i libri, le merci, si versano dei bidoni di benzina: qualche minuto dopo, tutto è in preda alle fiamme. Coloro che si trovano nei locali vengono selvaggiamente picchiati o uccisi. Le bandiere son bruciate o portate via come trofei. Più spesso, la spedizione parte con uno scopo preciso, quello di «ripulire» il luogo. I camion si arrestano allora proprio davanti alle sedi delle organizzazioni «rosse» che vengono distrutte. Gruppi di fascisti vanno alla ricerca dei «capi», sindaco e consiglieri comunali, segretario della «lega», presidente della cooperativa: si impone loro di dimettersi, si «bandiscono» per sempre dal paese, sotto pena di morte o di distruzione delle loro case. Se sono riusciti a mettersi in salvo, ci si vendica sulle famiglie. …

Quando il dirigente locale malgrado tutto resiste, lo si sopprime. Si arriva di notte davanti alla sua casa, lo si chiama, con una scusa qualunque, per non urtarsi nella sua diffidenza: appena apre la porta, si scaricano le armi su di lui, lo si abbatte sulla soglia. Spesso egli si lascia prelevare, purché si risparmino i suoi, per evitare loro il tragico spettacolo. I fascisti lo conducono in un campo, dove poi lo si ritrova morto al mattino. A volte si divertono a trasportarlo sul loro camion e lasciarlo nudo, legato a un albero, a qualche centinaio di chilometri di distanza, dopo avergli inflitto le più atroci torture. Il terrore è mantenuto con le minacce e con le intimidazioni che i Fasci spediscono e pubblicano, senza che la minima sanzione intervenga mai da parte della magistratura e del governo. Così il marchese Dino Perrone Compagni può inviare impunemente, nell’aprile del 1921, a un sindaco di un villaggio della Toscana, la seguente lettera:

«Dato che l’Italia deve essere degli italiani e non può, quindi, essere amministrata da individui come voi, facendomi interprete dei vostri amministrati e dei cittadini di qua, vi consiglio a dare, entro domenica, 17 aprile, le dimissioni da Sindaco, assumendovi voi, in caso contrario, ogni responsabilità di cose e persone. E se ricorrete alle autorità per questo mio pio, gentile e umano consiglio, il termine suddetto vi sarà ridotto a mercoledì 13, cifra che porta fortuna.

Firmato: Dino Perrone Compagni- Piazza Ottaviani, 1 – Firenze»

L’autore di questa ingiunzione firma col suo nome, su carta intestata dei Fasci, e aggiunge il suo indirizzo: è sicuro che niente verrà a disturbare lui e i suoi amici, e a impedire la spedizione annunciata.» (ed. Laterza, Bari, 1965)

QUEL POCO DI BUONO DI MUSSOLINI

RIPORTO QUI SOTTO UN BRANO TRATTO DAL BLOG DI MASSIMO LIZZI

RELATIVO ALLE RECENTI DICHIARAZIONI DI SILVIO BERLUSCONI

http://massimolizzi.blogspot.it/

Capita di leggere online elenchi di “buone cose” compiute dal fascismo, o magari di ascoltarne un cenno dalle parole di Silvio Berlusconi nel giorno della memoria. Elenchi che variano da dieci a cento punti. I treni in orario, la refezione scolastica, la bonifica dell’agro pontino, il doposcuola, la lotta alla mafia, etc. Tra le cose buone capita di leggere anche quelle che in verità sarebbero cattive: la guerra d’Abissinia e le opere pubbliche in Etiopia, il Tribunale Speciale, il patto Anti-Comintern, i Patti lateranensi, etc. Di solito, tra le “buone” ci vengono risparmiate le leggi razziali, attribuite direttamente a Hitler: non si possono dare tutti i meriti a Mussolini. Insomma, cose buone, cose false, cose cattive, cose che avrebbe fatto qualsiasi governo, in quegli anni, per modernizzare il paese. Ma la sostanza del fascismo quale fu?

Prendiamo un qualsiasi soggetto, anche inventato, per esempio, Hannibal Lecter. L’elenco dei suoi pregi supera probabilmente quello dei suoi difetti. Uomo di cultura e gusti raffinati, intenditore di arte e di letteratura, degustatore di vini e di cibi, ottimo cuoco, signore galante, cortese, gentiluomo, amabile conversatore, intelligenza analitica, coraggio, forza. Qualità autentiche, mica come le “cose buone” del fascismo. Ma commetteva delitti efferati, benchè animato da una morale nobile. Così neppure di lui, per quanto ci sia simpatico, riusciamo a farci una idea positiva. Dovremmo essere più indulgenti con Mussolini? La violenza squadrista per schiacciare gli oppositori, il carcere e il confino per gli antifascisti, le guerre di aggressione, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, la distruzione del paese nella seconda guerra mondiale. Non è questa la sostanza del fascismo? E d’altra parte, i fascisti di oggi non sono tali essenzialmente nell’identificazione identitaria con la storia di quel regime?

Si invita a contestualizzare, a non guardare a ieri con gli occhi di oggi, così come facciamo con Giulio Cesare, senza troppo curarci di quello che fu il destino dei galli. Ma gli occhi di Giacomo Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Giovanni Amendola, di Pietro Gobetti, di Antonio Gramsci, sono di ieri o di oggi? E con Cesare come ci comportiamo? Noi vediamo la guerra gallica anche dal punto di vista dei galli. Tra le cose buone di Cesare non includiamo il massacro di un milione di galli. Abbiamo una idea vagamente positiva di Vercingetorige. E abbiamo da molti anni un fumetto molto popolare (Asterix e Obelix) che simpatizza per i galli e ridicolizza i conquistatori romani. Di Cesare pensiamo bene, perchè gli attribuiamo una funzione progressiva, lo collochiamo nel campo democratico dell’epoca, la migliore fra tutte le alternative, perchè migliorò la condizione materiale di vita nelle province. Ma pensiamo piuttosto male del resto del suo triumvirato: di Pompeo e soprattutto di Crasso, di cui ricordiamo la fallimentare spedizione contro i parti, quasi quasi solidarizzando con i parti che, si narra (e la leggenda ce la tramandiamo fino ad oggi come se fosse stata una sorte più meritata che crudele) lo uccisero facendogli bere dell’oro fuso, per punirlo della sua avidità. Nell’Italia degli anni 1922-1945, sarebbe Mussolini l’equivalente di Cesare? Il più democratico di tutti i leaders, a parte Clodio? E Pompeo e Crasso chi sarebbero? E le province che migliorano le proprie condizioni di vita, quali? Libia e Abissinia? E le gloriose imprese militari che ne illustrano l’onore e il coraggio, quali? L’aggressione alla Francia già battuta dalla Germania?

DICHIARAZIONE DELL”ANPI REGIONALE

MILANO, RAID IN CAMICIA NERA
Condanna delle gravi dichiarazioni di Berlusconi all’inaugurazione del Memoriale della Shoah

Preoccupazione per le scritte neofasciste a Villa Litta e condanna  delle gravi dichiarazioni di Berlusconi all’inaugurazione del Memoriale della Shoah. Questo in sintesi il significato di una pre4sa di posizione di Roberto Cenati,  presidente ANPI Provinciale di Milano.

“L’Anpi Provinciale di Milano esprime la propria ferma condanna e la propria profonda indignazione per il vergognoso raid di sabato 26 gennaio 2013 conclusosi con scritte nazifasciste, svastiche  e croci celtiche sui muri di villa Litta ad Affori. Sono comparsi anche insulti rivolti alle Forze dell’Ordine, alle quali l’ANPI Provinciale esprime la propria solidarietà”.

“Queste azioni – aggiunge Cenati – non solo sono indegne di un Paese civile e di Milano Città Medaglia d’Oro della Resistenza, ma offendono la memoria di chi ha sacrificato la propria giovane vita per la nostra libertà, combattendo contro i nazifascisti o resistendo nei lager e nei campi di sterminio. La provocazione è ancora più grave perchè è avvenuta proprio alla vigilia del Giorno della Memoria che ricorda la tragedia della Shoah, della deportazione politica, operaia e di quella dei soldati italiani internati nei lager tedeschi dopo l’8 settembre 1943”.

“In questo quadro – si sottolinea – assumono particolare gravità le dichiarazioni di Silvio Berlusconi che, proprio nel giorno in cui a Milano è stato inaugurato il Memoriale della Shoah al binario 21 della Stazione Centrale, ha affermato che a parte le leggi antisemite del 1938, Mussolini ha fatto anche delle cose buone per l’Italia.
Nel condannare queste affermazioni vogliamo richiamare non solo le tragedie di cui è stato responsabile il regime fascista, ma l’aperta collaborazione che la Repubblica di Salò diede ai nazisti per la denuncia e la cattura di ebrei, oppositori politici, operai in sciopero. Senza questa fattiva collaborazione i nazisti non avrebbero potuto deportare e uccidere decine di migliaia di nostri connazionali.
Nel Giorno della Memoria vogliamo ribadire – conclude Cenati – l’importanza di una controffensiva ideale, culturale e storica che si richiami all’antifascismo e ai i principi e ai valori sanciti dalla Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza”.

LA DICHIARAZIONE DI BERLUSCONI

“La dichiarazione di ieri di Berlusconi è così mostruosa che si potrebbe lasciarla perdere, anche per non assecondare la sua ricerca di pubblicità.

Ma un minimo di riflessione ci vuole, perché la frase non è sfuggita a caso, ha tutta l’aria di essere premeditata, cogliendo l’occasione della presenza di molta stampa nel luogo dove si inaugurava il Museo della Shoah; ma dietro, c’è comunque un mondo, un modo di pensare. Si diceva una volta che Omero è sempre Omero anche quando sonnecchia. Questa frase si adatta perfettamente al caso di Berlusconi che, anche quando dormicchia (come ha fatto ieri) durante la cerimonia, tuttavia è sempre lui, cioè – alla fine – uno che pensa davvero che Mussolini abbia “fatto bene” a prescindere dalle leggi raziali. E i 3000 morti prima ancora di prendere il potere? E i tantissimi anni di carcere irrogati dai Tribunali speciali agli antifascisti e il confino agli oppositori? E la guerra disastrosa e perduta? Chiaramente Berlusconi pensa che tutto questo non rappresenti nulla. Il guaio è che, in questo campo, si va molto al di là della boutade, perché c’è chi ascolta con piacere e si sente appoggiato. Sarà stato un bel giorno, ieri, per Casa Pound, per i fascisti del terzo millennio, per tutti coloro che sognano impossibili ritorni. Ed è questo il guaio maggiore: l’incoraggiamento e il sostegno, diretto o indiretto, che si dà ai neofascisti, ai nostalgici, ai (quasi) indifferenti.

E questo è grave e pericoloso e va detto con forza,  anche se Berlusconi sarà contento, comunque, di essere finito – come voleva – sui giornali”.

CARLO SMURAGLIA, Presidente Anpi Nazionale