11 APRILE, CONVEGNO A GENOVA

1943, dalla crisi del regime all’8 settembre

A Genova, l’11 aprile , presso la Sala di rappresentanza di Palazzo Tursi, in via Garibaldi, convegnio su “1943, dalla crisi del regime all’8 settembre”. A cura dell’Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Università degli studi di Genova, Regione Liguria, Comune e Provincia di Genova.
Relatori:
Paolo Battifora, Coordinatore scientifico Ilsrec.
Alberto De Bernardi, Università di Bologna.
Claudio Dellavalle, Università di Torino.
Antonio Gibelli, Università di Genova.
Gabriella Gribaudi, Università di Napoli.
M. Elisabetta Tonizzi, Università di Genova.
Giovanni B. Varnier,  Università di Genova.

Aderisce il Comitato permanente della Resistenza di Genova in collaborazione con Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria.

Info: ILSREC, Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, via del Seminario 16 – 16121 Genova.
tel. 010-5576091; 010-5955031; fax 010-5953126
e-mail: ilsrec@ilsrec.it
sito Internet: www.istitutoresistenza-ge.it

PREMIO GUFFANTI

Pubblichiamo con piacere il manifesto vincitore del concorso “Premio Guffanti” indetto dalla sezione Anpi del Seprio, a ciu hanno partecipato più di 100 ragazze e ragazzi delle scuole medie dell’area del Seprio.

Il concorso premia il miglior manifesto, che sarà adoperato come locandina per il 25 aprile 2013 e che quest’anno è stato vinto dall’alunna Sara Zaffarano della III C della scuola media Anna Frank.

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LO SCIOPERO DELL ‘OMITA

ALBATE, 29 MARZO 1943


LO SCIOPERO DELL’ OMITA

“Alle ore 10 del 29 marzo 1943, appena cessato il suono della sirena, una sessantina di operai, su 270 presenti, hanno cessato il lavoro, riversandosi nel cortiletto che univa i due capannoni della fabbrica.

Al capotecnico e direttore del personale sig. Greco e al direttore generale ing. Scolari, gli operai avanzarono una richiesta di aumento salariale del 70%, motivando che, essendo introvabili i viveri, essi dovevano necessariamente ricorrere al mercato nero, i cui prezzi erano però proibitivi.

Queste richieste venivano ribadite anche al vice federale Rodini, subito accorso in Albate.

L’interruzione del lavoro, durata circa 30 minuti, non ha dato luogo ad incidenti”.

La modalità dello sciopero ricalca quello del 5 marzo 1943 ad opera dei lavoratori della Fiat Mirafiori di Torino, e le rivendicazioni salariali dimostrano che gli operai di Albate erano ben informati sulle lotte che si erano sviluppate.

Da una lettera inviata il giorno seguente al federale Casagrandi, l’organizzazione dello sciopero dell’ OMITA sarebbe da imputarsi ad un gruppo di comunisti guidati da Mario Ceruti, ex confinato politico. L’esempio delle lotte nelle grandi città industriali insegna ai lavoratori comaschi che anche nelle loro fabbriche si può cominciare a protestare, unendo agli obiettivi generali degli aumenti salariali anche quelli specifici delle inadempienze contrattuali.

Il sabato precedente, 27 marzo, era stato arbitrariamente esteso all’ OMITA il sistema del cottimo a tempo in tutti i reparti. E’ questa la causa scatenante che induce i lavoratori all’azione il lunedì seguente. Questi operai avevano la qualifica di manovali pur svolgendo mansioni da specializzati e il loro compenso era fermo ai minimi contrattuali da ben quattro anni. Il lavoro era inoltre scandito da una dura disciplina, regolata a suon di multe dall’ufficiale di sorveglianza , capitano Cinquini e dal capo officina Greco, che nel partito fascista ricopriva anche la carica di “ consultore del rione”, vale a dire che oltre alla sorveglianza sul luogo di lavoro univa la sorveglianza del quartiere.

Sarà proprio Greco che, convocato dall’ispettore federale del PNF fornirà i nomi dei tre possibili promotori dell’agitazione: Dante Albonico, Luigi Brenna e Mario Merio, contro i quali verranno organizzate spedizioni punitive, mentre i carabinieri arrestanoper aver preso parte alla sospensione del lavoro e non aver fatto presente alle gerarchie l malcontento e i desiderata il fiduciario di fabbrica Alfonso Arrighi e ilcapo reparto, non iscritto al PNF ed ex sovversivoFederico Camoncini.

Quanto alle rivendicazioni, non furono soddisfatte, anche se il governo fascista, scosso dalla portata degli scioperi, il 2 aprile 1943 emise un comunicato in cui si annunciava che le due confederazioni fasciste stavano elaborando provvedimenti salariali che sarebbero stati elargiti il 21 aprile, ricorrenza del Natale di Roma. ( si trattò di indennità giornaliere di 10 lire agli operai e 15 lire agli impiegati).

Tuttavia, il 1 aprile, “ malgrado la situazione all’interno dello stabilimento sia tornata normale, sono state rilevate sul muro, in prossimità dello stabilimento, le scritte criminose: MORTE AL DUCE – VIVA LO SCIOPERO E CHI LO FANNO

Tratto da ” La calma apparente del lago”, di Vittorio Roncacci.

26 MARZO, MILANO

Gli scioperi del marzo 43-44 contro il fascismo


Martedì 26 marzo, alle ore 10,30 (fino alle 12,30) presso la Camera del Lavoro Metropolitana di Milano, Salone Giuseppe Di Vittorio (Corso di Porta Vittoria 439) manifestazione-dibattito a ricordo degli scioperi del marzo 43-44 contro il fascismo.

Programma.

ROBERTO CENATI, Presidente ANPI provinciale di Milano.  Introduzione e coordinamento. 

CLELIA CAFIERO, pianoforte, musiche di S. Rachmaninov e D. Shostakovich.

LUIGI GANAPINI, storico, sguardo e riflessioni storiche sugli avvenimenti.

ANTONIO PIZZINATO, presidente onorario ANPI Lombardia, intervento.

PIERA PATTANO, staffetta partigiana, testimonianza.


Proiezione docufilm “Quei ragazzi del ’43-‘44” con Marco Balma e Ottavia Piccolo. Regia di Leonardo Gervasi.


Conclusioni di GRAZIANO GORLA, segretario Generale Camera del Lavoro Metropolitana di Milano.

Alle ore 12.30 esposizione delle opere d’arte donate alla Camera del Lavoro da Giorgio Gaslini e Marco di Giovanni e di una targa in ricordo degli scioperi del ’43-’44 con l’intervento di GIULIANO PISAPIA,  Sindaco di Milano e la presenza degli Artisti.

La manifestazione è in collaborazione con l’Istituto Lombardo di Storia Contemporanea e l’AssociazioneCulturale Secondo Maggio.

ROMA, 24 MARZO – VERITA’ E GIUSTIZIA IN ARGENTINA

“Argentina-Italia: La memoria condivisa”

“Argentina-Italia: La memoria condivisa”. Questa il tema della manifestazione organizzata dall’ Ambasciata Argentina in Italia  e dal Museo storico della  Liberazione di Roma per domenica 24 marzo,alle  ore 10,30 presso la Sala conferenze del Museo storico della Liberazione, via Tasso 145.

Nella Giornata Nazionale della Memoria per la Verità e la Giustizia in Argentina, data che ci porta a rievocare – nello stesso giorno della strage delle Fosse Ardeatine, punto massimo della repressione nazifascista a Roma –  l’inizio della tragica dittatura civico-militare argentina instauratasi il 24 marzo 1976,  l’Ambasciata Argentina desidera stringersi con l’A.N.P.I., con il Museo storico della Liberazione e con le altre associazioni antifasciste in un abbraccio della  memoria, perché la   memoria è l’unico strumento che abbiamo per non ripetere la storia.
“Vogliamo condividere con l’A.N.P.I., con il Museo storico della Liberazione e con le altre associazioni antifasciste la necessità di difendere i valori profondi della democrazia, particolarmente perché riteniamo che – se non si è impegnati e operosi – la democrazia si può perdere non  in un solo giorno, ma si può perdere un po’ ogni giorno. Per questo, dobbiamo essere vigili e non sottovalutare le manifestazioni anti-democratiche, l’intolleranza, la discriminazione e la mancanza di verità e di giustizia. La difesa e la promozione dei diritti umani – in questo senso – sono nella nostra epoca una delle frontiere più avanzate dell’antifascismo. E per questo vogliamo dire insieme all’ANPI e alle altre associazioni antifasciste: La vostra storia e la nostra sotto il motto  “Argentina-Italia: La memoria condivisa”. 
 
Interventi:
Torcuato di Tella, Ambasciatore della Repubblica Argentina in Italia (saluto istituzionale).
Antonio Parisella, Presidente del Museo storico della Liberazione.
Vito Francesco Polcaro, Presidente dell’ANPI Roma e Lazio.
Carlos Cherniak, Ministro responsabile Diritti Umani dell’Ambasciata Argentina.

Posti limitati, si prega di confermare la presenza entro sabato 23
Segreteria: info@museoliberazione.it

TERESA MATTEI: TESTIMONIANZE

ECCO LA TESTIMONIANZA DI TERESA MATTEI SU UN EPISODIO DELLA LOTTA PARTIGIANA:

…” Io…. ero una staffetta, ma facevo anche azioni molto più

impegnative… Certo io durante la lotta di Resistenza ho rischiato più volte di morire, ma

mi sono sempre salvata. Per mio fratello purtroppo non è stato così…. Non potevo certo

fermarmi dopo la morte di mio fratello. Anzi volevo vendicarlo.Volevo raggiungere Roma

dove si trovavano i miei genitori anche per portare le matrici per stampare l’Unità. Fu un

viaggio tragico. Salii su un camion che trasportava seta, ma che vicino ad Arezzo venne

mitragliato; l ’autista morì. Si fermò un autocarro guidato da tedeschi e forse impietositi mi

caricarono sul loro mezzo dicendomi che andavano fino a Perugia. Ad un certo punto però

anche questo camion venne fermato da altri tedeschi. Si accorsero di me, …….. Non so

perché saltò fuori l’accusa di essere una partigiana, mentre io, col poco tedesco che

conoscevo, mi difendevo… … Ma loro non ascoltavano le mie ragioni. … Fatto sta che ho

passato una notte terribile. Mi hanno picchiato e cinque di loro mi hanno violentata, forse

solo perché ero una giovane donna. Per fortuna non hanno trovato le matrici e al mattino

sono riuscita a fuggire e ho trovato rifugio in un convento….”


TESTIMONIANZA SULLA SUA PARTECIPAZIONE ALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE:


…” Non è stato mercanteggiato nulla, allora si guardava più alla

parte positiva, cioè che uniti si poteva fare qualcosa, divisi non si poteva fare niente…”


RICORDO DI TERESA MATTEI

A.N.P.I.

A S S O C I A Z I O N E   N A Z I O N A L E   P A R T I G I A N I   D ’ I T A L I A

COMITATO NAZIONALE


Il Cordoglio dell’ANPI Nazionale per la scomparsa di Teresa Mattei

Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente

della Presidenza onoraria dell’ANPI.

Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di

una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza

alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma.

Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa

combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di

Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu

la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non

dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare la Lega per i diritti

dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e

la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a

far realizzare – in piena autonomia – ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per

handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969

dalla mostra del Cinema di Venezia.

Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella

per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra

battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al

futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di

senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –

rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro.

Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile.

Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente

fondata sulla giustizia e sulla libertà”.

Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze

e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile

amore per il Paese.


LA PRESIDENZA E SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

Roma, 13 marzo 2013

RIFLESSIONI SUGLI SCIOPERI DEL ’43

Il coraggio di respingere l’indifferenza e di sfidare il futuro

“Respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione”, in nome di quei che giovani che a partire dal 1943 ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro”, questo in estrema sintesi il significato dell’intervento del presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, pronunciato il 9 marzo, in occasione della manifestazione di apertura del 70° anniversario della Resistenza, a Torino, al Teatro Carignano, per ricordare gli scioperi del marzo 1943.

Si avvia qui, oggi, nella splendida cornice di un bellissimo e glorioso Teatro, gremito, un lavoro che ci impegnerà  per i prossimi tre anni, per ricordare degnamente l’anniversario della Resistenza. Un avvio felice, bisogna dire, poiché oltre al ricordo ed alla rievocazione degli scioperi del marzo 1943, che saranno tenuti  dal Sindaco di Torino, Fassino, da un illustre storico come il Prof. Della Valle e dal Presidente Nazionale dell’Anpi a nome di tutte le Associazioni partigiane, ci sarà anche un importante tavola rotonda con i tre Segretari Generali delle Confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL, da cui dovrà nascere non solo un giudizio su quei fatti, ma anche un’attualizzazione.

E’ bene, infatti, che ci impegniamo tutti a fare in modo che le “celebrazioni” del 70° riescano ad evitare il connotato “liturgico” e di pura celebrazione. E’ doveroso, certamente, ricordare gli scioperi del ‘43, un atto di enorme coraggio e di grandissimo impegno politico; è doveroso anche ricordare le vittime, perché vi furono arrestati e deportati e non pochi persero la vita. Ma è altrettanto, e forse più, doveroso cogliere l’occasione per cercare di recare un contributo alla conoscenza ed  alla valutazione dei fatti, da molti – ancora oggi – ignorati, per una riflessione sul loro significato e valore, anche alla luce del presente e del futuro.

E’ stata, dunque, una scelta positiva quella di abbandonare il carattere celebrativo che troppe volte ha contraddistinto le nostre manifestazioni sulla Resistenza, per cercare di comprendere appieno ciò che è avvenuto in Italia tra il ’43 e il ’45 e per cogliere il ruolo rappresentato dagli scioperi, nel contesto complessivo della Resistenza; nel quale essi si inseriscono a buon diritto, anche perché quelli del marzo 1943 furono solo l’avvio di un movimento, che continuò con gli scioperi dell’estate, dell’autunno, dell’inverno del ’43, per poi arrivare ai grandissimi scioperi della primavera 1944, in concomitanza con le iniziative della Guerra di Liberazione e in particolare della Resistenza armata.

La Resistenza, infatti, è stata una vicenda straordinaria, forse la più bella e significativa della storia d’Italia; una vicenda che colpisce anche per la sua complessità, perché la lotta armata si coniugò con la resistenza non armata, nelle sue mille forme e manifestazioni, perché – per la prima volta nella storia – si trovarono a reagire alla dittatura fascista e poi alla occupazione tedesca, persone di varie ideologie, di varie professioni e mestieri, uomini e donne uniti nella stessa ansia di libertà e di democrazia.

Anche se è ormai pacifico che gli scioperi, anche quelli del marzo 1943, furono contrassegnati da una forte carica politica, è altrettanto sicuro che essi furono effettuati da tanti lavoratori diversi per idee e per consapevolezza, ma concordi nel cercare non solo la protesta ma anche il riscatto. Così, in tutta la Resistenza, poterono operare insieme comunisti, socialisti, cattolici, liberali, perfino monarchici e molti anche semplicemente contrari al fascismo e ansiosi di libertà.

E’ in questo contesto che si inserisce l’esplosione del 5 marzo 1943 e dei giorni seguenti, che lasciò stupiti e impreparati molti cittadini e molti fascisti, questi ultimi – poi – pronti a reagire con la violenza del potere.
Ed è questa la ragione per cui sono contrario a ridurre la Resistenza ai venti mesi che vanno dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 ed a valorizzare soltanto gli aspetti della lotta armata.

La Resistenza fu un insieme di atti e di comportamenti, armati e non, diretti a contrastare la prepotenza fascista, a liberare il Paese dalla dittatura e dall’occupazione tedesca, a preparare un futuro di democrazia. Ed è in questo complessivo contesto che vanno considerati anche gli scioperi, come parte integrante di un movimento di liberazione estremamente complesso  e ricco.
Di questo quadro, intendo sottolineare prima di ogni altra cosa un dato che è la costante di tutto ciò che è stata la Resistenza: il coraggio e la responsabilità delle scelte.

Per meglio capirlo, occorre partire dalla contestualizzazione degli scioperi del marzo 1943, che aprirono – appunto – una fase di lotta e di impegno civile che si concluse solo con l’insurrezione del 25 aprile.
Quando i lavoratori di Torino incrociarono le braccia, alle 10 del 5 marzo, da più di 20 anni erano spariti l’associazionismo, la solidarietà di classe, lo sciopero. Era dal 1926 e più ancora dal 1930, con l’avvento del nuovo codice penale, che lo sciopero era diventato un reato. E quale reato! Il codice penale lo puniva, soprattutto se collegato a finalità politiche, con pene  severe, che – considerata anche l’aggravante  dello stato di guerra e quella della finalità coercitiva dell’Autorità – prevedevano una sanzione fino a 2 anni di carcere per i partecipi e fino a 4 anni per i capi e promotori.

Ma il fatto, inconcepibile per il fascismo, era di per sé inseribile anche fra i reati contro la personalità dello Stato; e in questo caso si passava dall’associazionismo sovversivo, punito da 5 a 12 anni, al disfattismo politico o economico, punibile con pena non  inferiore a 5 anni. La competenza non era più del Tribunale ordinario o della Corte di Assise, ma del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, (organismo più politico che giudiziario) o addirittura dei Tribunali Militari.

Ma c’è ancora di più: essere considerato sovversivo, allora, significava essere esposto a qualcosa di più immediato delle sanzioni penali: dopo l’arresto, l’invio ai campi di concentramento o di sterminio, dove il trattamento è a tutti noto.
Di fatto, chi entrò in sciopero, sapeva a quali conseguenze andava incontro; e non era un’ipotesi teorica, perché, in effetti, furono centinaia gli arrestati o deportati; e di essi, non pochi non fecero più ritorno.

Eppure, al suono delle sirene, a partire dal 5 marzo, decine di migliaia di lavoratori entrarono in sciopero a Torino, a Milano, a Sesto S. Giovanni e in tanti altri luoghi (217 aziende e oltre 150.000 scioperanti, solo tra marzo e luglio).
Scioperi determinati da motivi economici, ma che contenevano qualcosa di molto più rilevante, dimostrando una frattura irreversibile rispetto alla continuità del regime fascista.

E furono soprattutto i fascisti a coglierne l’aspetto politico. Fu il comandante dei C.C. Hazon, fu il questore di Torino, fu il Capo della polizia Senise a cogliere lo sfondo politico e, a loro dire, “sedizioso” degli scioperi, perfino al di là della consapevolezza dei singoli manifestanti.
D’altronde, le parole d’ordine “pane e pace”, come la richiesta di fine della guerra erano incompatibili con l’accettazione della sopravvivenza del regime fascista.

Ebbene, la caratteristica fondamentale di questi scioperi, fu – appunto – il coraggio, l’accettazione dei rischi gravissimi e facilmente prevedibili.

E’ questo che dobbiamo ricordare, prima di ogni altra cosa, anche per far conoscere una realtà spesso dimenticata e sottovalutata, soprattutto da parte di generazioni abituate a sentire parlare dello sciopero come di un diritto e ad esercitarlo liberamente.
Un coraggio che accomuna queste azioni che oggi ricordiamo, a tutto il resto della Resistenza e colloca gli scioperi all’interno di essa.
L’impostazione che a lungo ha prevalso e di cui ho fatto cenno, pur comprensibile, non coglie tutti gli aspetti della Resistenza ampiamente intesa, che è composta da tutto ciò che è stato reazione e rivolta contro il fascismo e impegno contro l’occupazione nazista e contro la R.S.I., e comprende un insieme di atti e di comportamenti che hanno tutti alla base il coraggio delle scelte e la responsabilità.

E’ coraggio quello di chi intraprese e condusse la resistenza armata, ben conoscendo i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi, strumenti ed uomini rispetto ad un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco. Eppure, quei combattenti – che spesso pagarono il loro coraggio con la morte – non esitarono ad affrontare i rischi, con la ferma  volontà di ottenere la liberazione del Paese, a qualunque costo ed a qualunque prezzo.

E’ coraggio quello degli scioperanti del ‘43, consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.
E’ coraggio quello dei giovani renitenti  alla leva, che, al richiamo della R.S.I., si trasformarono in “sbandati” per sottrarsi all’arresto ed alle peggiori conseguenze e, molti, finirono poi per aderire alle bande che intanto si erano formate nelle montagne, oppure operavano nelle città.
E’ coraggio quello dei circa 600.000  militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e in effetti, furono trattati – molti – non come prigionieri di guerra, ma come schiavi, alcuni finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.

E’ coraggio quello del complesso di azioni e comportamenti che è stato giustamente inserito non già nel concetto di resistenza passiva, troppo riduttivo, ma in quello di “resistenza non armata”, che comprende tutti coloro che rifiutarono la guerra e contribuirono alla liberazione nei mille modi che la storia ci ricorda: dalle donne che, non solo combatterono con le armi, ma affrontarono il pericolosissimo mestiere di staffetta o furono amorevoli soccorritrici di prigionieri e feriti e misero in campo – nelle repubbliche partigiane – un complesso di “intendenza”, come scrivono alcuni storici, che andava al di là di qualunque esperienza del passato, ai contadini che spesso aiutarono i partigiani ben sapendo che se li avessero scoperti, tedeschi e fascisti, li avrebbero fucilati, e incendiate le loro case; ai sacerdoti che cercarono di difendere le popolazioni dalle violenze e brutalità, pagando spesso con la loro vita.

Questa è, dunque, la Resistenza, che oggi dobbiamo  ricordare nella sua interezza, proprio partendo da una vicenda, come quella degli scioperi della primavera del ‘43, così diversa dalla lotta armata, ma così ricca di implicazioni, di significati, di valori.
Questa è la Resistenza che dobbiamo non solo ricordare, ma prima di tutto far conoscere, contro ogni forma di negazionismo, di revisionismo o anche di semplice sottovalutazione. Una Resistenza da ricordare ad un Paese smemorato, che troppo spesso preferisce dimenticare o rifiuta di conoscere anziché menarne vanto ed esserne orgoglioso, come accade, invece, in ogni Paese a riguardo delle pagine più straordinarie della sua storia.

Perchè da questa Resistenza nasce non solo un ricordo e neppure solo una memoria che stenta a diventare collettiva, ma viene un grande insegnamento, di cui dovremmo fare tesoro. In quel coraggio delle scelte, degli scioperanti come degli altri, armati o non armati, c’è la forza di un esempio. Se negli scioperanti, così come in tutti i combattenti per la libertà, gli internati militari, le donne, i contadini, i sacerdoti, ci fosse stato un calcolo sui rischi, la Resistenza non ci sarebbe stata, il nostro Paese si sarebbe coperto di disonore ed a questo avremmo aggiunto il discredito di essere stati liberati da altri.
Quel coraggio, che non è fatto di spregiudicatezza e di sterile ardimento,  ma di consapevolezza e di volontà politica, dev’essere per noi un simbolo ed un incitamento.

Viviamo in tempi difficili e duri e stiamo attraversando una crisi che assume sempre di più caratteri drammatici e preoccupanti, riguardando – insieme – l’economia, la vita sociale, la politica e la stessa democrazia. Ma ne abbiamo viste tante, in questo dopoguerra, dagli attacchi alla Resistenza e alla Costituzione, alle iniziative e manifestazioni neofasciste, ai tentativi di  golpe, alle stragi di cittadini inermi, fino al terrorismo. E siamo riusciti a vincere le difficoltà, a superarle, con fatica, ma ritrovando ogni volta la solidarietà, la volontà di libertà e di democrazia, l’impegno collettivo.

Oggi, nell’affrontare le dure difficoltà di una crisi gravissima e l’incertezza che colpisce intere generazioni e soprattutto i giovani, dobbiamo riferirci a quegli esempi, richiamarci alle scelte ed al coraggio di chi seppe resistere, ai combattenti per la libertà, ai valori che li ispiravano  e che poi sono stati trasfusi in  una Costituzione molto avanzata, ma troppo esposta ad attacchi, insidie e pericoli. Nelle peggiori difficoltà, nei momenti più difficili, dobbiamo pensare a quegli uomini , a quelle donne che, a partire dal marzo 1943, ebbero il coraggio di riprendere in mano il loro destino e il loro futuro, assumendo le proprie responsabilità e considerando l’impegno civile e l’obiettivo finale superiori di gran lunga ai rischi che potevano correre.

In loro nome dobbiamo respingere l’indifferenza, la rassegnazione, la “distrazione” che ancora permea troppi cittadini del nostro Paese e ad esse contrapporre la volontà di riscatto, per uscire dalla degenerazione economica, sociale e politica in cui versa il nostro Paese. Dobbiamo anche ricordare che la Resistenza non è nata solo da una sterile protesta contro i fascisti e i tedeschi, ma è stato coraggioso impegno, sforzo di volontà per compiere scelte decisive e vincenti.

E’ con questa ispirazione che dobbiamo procedere alle celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza; restando ancorati fermamente al passato, a quegli anni straordinari, a quel movimento complesso che abbiamo definito “Resistenza”, a quelle aspirazioni non solo alla libertà, ma anche alla democrazia; ma nello stesso tempo dobbiamo sapere guardare al futuro, con il coraggio e il senso di responsabilità di chi si rende conto di avere un grande debito nei confronti di coloro che si sono impegnati per la nostra libertà, e un forte dovere verso quanti , da noi, si aspettano di ricevere sicurezza, libertà, uguaglianza e democrazia. Lo dobbiamo soprattutto ai giovani, che si trovano a vivere in una società ingiusta ed hanno il diritto di aspirare ad un presente e ad un futuro migliore di quello attuale e, infine, più degno di essere vissuto.

Carlo Smuraglia

CI HA LASCIATI TERESA MATTEI

Il cordoglio dell’Anpi per la scomparsa di Teresa Mattei

Anpi in lutto per la morte di Teresa Mattei, partigiana combattente, protagonista della lotta per l’emanicipazione femminile.

“Ci ha lasciato Teresa Mattei, partigiana combattente, Costituente, per anni componente della Presidenza onoraria dell’ANPI. Un lutto gravissimo per tutti i sinceri democratici e antifascisti: Teresa è stata il simbolo di una lotta autentica e appassionata per l’uguaglianza nei diritti di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: proprio l’articolo 3 della Costituzione porta la sua firma“. Questo l’inizio della nota di cordoglio diffusa dalla segreteria nazionale dell’Anpi.

“Una vita di battaglie, la sua, a cominciare dall’esperienza partigiana – fu valorosa  combattente nella formazione garibaldina Fronte della Gioventù con la qualifica di Comandante di Compagnia – fino all’attività nell’Assemblea Costituente, di cui a 25 anni fu la più giovane componente, alle battaglie successive per i diritti delle donne, per non dimenticare il suo impegno nell’educazione dei minori: fu lei a fondare  la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione che promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza, come anche la Cooperativa di Monte Olimpino, la cui attività era tesa a far realizzare – in piena autonomia –  ai bambini delle scuole elementari e degli istituti per handicappati, dei documentari e cortometraggi. Alcuni di questi furono ospitati nel 1969 dalla mostra del Cinema di Venezia.
Il cinema, una passione che l’ha accompagnata per anni. Ma la più grande fu forse quella per i giovani. La trasmissione della memoria alle nuove generazioni è stata un’altra “battaglia” che ha segnato buona parte della sua esistenza. Memoria attiva, che guarda al futuro. Ci piace oggi ricordare e riportare uno dei suoi ultimi messaggi – accorato, pieno di senso di responsabilità e tenacia morale seppure pronunciato con voce ormai flebile –  rivolto ai giovani dell’ARCI di Mesagne (Brindisi): “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.
“Porteremo con noi – e non cesseremo mai neanche un giorno di trasmetterla alle ragazze e ai ragazzi – la forza di queste parole, la loro carica di futuro e di limpido e inossidabile amore per il Paese”.