GIANCARLO PUECHER

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Questa è l’ ultima foto fatta a Giancarlo Puecher, medaglia d’ oro della Resistenza.

Fu fucilato il 23 dicembre, antivigilia di Natale, nel cimitero nuovo di Erba. Aveva 20 anni. Prima di morire volle abbracciare e salutare tutti i presenti, rincuorando e perdonando tutti.

Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l’effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell’Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.

Riportiamo qui l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, scritta poche ore prima di essere fucilato.

21 dicembre 1943

Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia.
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.
Baci a tutti
Giancarlo Puecher Passavalli

 

Martedì 23 dicembre ricorre il 71° anniversario della morte di Giancarlo Puecher Passavalli

 

SABATO 20 DICEMBRE A Erba

ore 11,30 sala del Consiglio Comunale ricordo a cura dell’Amministrazione Comunale con la presenza della sezione Anpi di Monguzzo – Erbese

MARTEDI’ 23 DICEMBRE A Erba

ore 14,30 ricordo e deposizione di corona a cura della sezione Anpi del territorio alla lapide del cimitero di Erba.

TESSERAMENTO IN PIAZZA A COMO

 

 

ANTIFASCISTI IERI OGGI E DOMANI

Care/i amiche/i e compagne/i,

dopo il buon successo ottenuto durante il banchetto dello scorso 29 novembre in cui sono state raccolte ben venti iscrizioni in quattro ore di presenza, anche sabato 13 dicembre 2014 dalle ore 10.00 alle 15.30 l’Anpi sezione di Como sarà presente in piazza Boldoni a Como con un gazebo informativo ricco di libri tematici, gadget e materiale di approfondimento.
Verranno esposti anche alcuni pannelli della mostra Memoria Resistente che raccontano come è nato il Monumento alla Resistenza europea, opera unica e celebrativa della lotta dei popoli europei contro il nazifascismo.
Potrete già rinnovare l’iscrizione alla nostra sezione per l’anno 2015.
Passate a trovarci, vi aspettiamo numerosi!

Anpi sezione di Como “Perugino Perugini”
www.anpisezionecomo.net

N.B.: in caso di maltempo, l’iniziativa verrà annullata.

LINEA NERA, UNA STORIA SPORCA

Da Il Fatto Quotidiano del 5 dicembre 2014

Erano esclusi dal potere. Ed erano puliti. Adesso, invece, li troviamo neri e sporchi, alla guida del “mondo di mezzo” di Mafia Capitale. Sono gli eredi della destra, un tempo duri e puri, beccati oggi a manovrare un sistema criminale pervasivo e trasversale. Ma siamo proprio sicuri che ci sia stata una svolta, una rottura? “Vivevano nel mito delle mani pulite, che potevano esibire anche per mancanza di occasioni. Vent’anni dopo, il fallimento è spettacolare, verrebbe da dire wagneriano”: così Mattia Feltri. Ancor più forte la nostalgia di Marcello Veneziani, per “una destra che per anni si è vantata della sua diversità, che propugnava l’alternativa al sistema e ripeteva con Almirante che dalle tasche di Mussolini appeso in piazzale Loreto non è caduto un soldo”. Ma esisteva davvero la “diversità” nera? O non c’è piuttosto una sotterranea continuità criminale?

Il mito della destra esclusa & pulita (e anche antimafia) si nutre delle storie di tanti militanti onesti, ancorché fascisti, e anche di figure limpide come quella di Paolo Borsellino. Ma non fa i conti con una realtà ben più articolata. Intanto il “polo escluso” (così il politologo Pietro Ignazi ha definito l’area politica che ruotava attorno al Msi) era in realtà un “polo occulto”. Quasi del tutto fuori dai circuiti del potere visibile, la destra di fede fascista ha in realtà sempre cogestito una larga fetta di “potere invisibile”. Il Msi è stato infatti coinvolto fin dalla sua nascita nella gestione dello Stato, dentro i suoi apparati più segreti e le sue operazioni più sotterranee. Forze armate, ministero dell’Interno, servizi segreti hanno sempre avuto rapporti stretti con il Movimento sociale e i suoi uomini. È esistito dunque in Italia anche un invisibile consociativismo di destra, in cui i “neri” hanno gestito una parte importante di delicatissimi apparati dello Stato, assumendosi spesso il compito di fare i “lavori sporchi” del sistema.

 Guardavano al Msi i generali più importanti delle Forze armate negli anni Sessanta, a cominciare da Giuseppe Aloja, il capo di Stato maggiore che istituisce i “corsi d’ardimento” per formare “migliaia di uomini particolarmente addestrati contro la guerra sovversiva”, secondo la testimonianza di due personaggi coinvolti in quell’operazione, Pino Rauti e Guido Giannettini. Un uomo-chiave dei servizi segreti, Vito Miceli, termina la sua carriera in Parlamento, nei seggi del Movimento sociale, dopo essere stato capo del Sid, il servizio segreto militare, negli anni cruciali della strage di piazza Fontana (1969) e dei tentati golpe Borghese (1970) e Rosa dei venti (1973). Approdano nelle file del Msi molti altissimi ufficiali: dal generale Giovanni De Lorenzo (quello del Piano Solo, 1964) all’ammiraglio Gino Birindelli. E quanti uomini della destra lavorano, apertamente o in maniera “coperta”, per i servizi segreti, da Miceli a Rauti, da Giannettini a Stefano Delle Chiaie, da Giano Accame a Piero Buscaroli. I militanti neri, sempre in bilico tra Msi e gruppi extraparlamentari (principalmente Ordine nuovo e Avanguardia nazionale), sono per decenni il serbatoio da cui attingere personale, sotto lo sguardo attento dei servizi di sicurezza, da impiegare nelle operazioni della “guerra non ortodossa”, teorizzata nel 1965 nel convegno al Parco dei Principi e passata attraverso il fuoco delle stragi, da piazza Fontana a Bologna.

Solo militanza politica (o politico-militare)? No. L’incrocio con gli affari, la politica e la corruzione (e anche con la mafia) è una costante di questa storia nera. Licio Gelli era già un perno della “terra di mezzo”, in contatto, sopra, con i Sindona, i Calvi, i Berlusconi e, sotto, con le bande dei neri toscani e i gruppi romani in cui s’incontravano eversione, servizi, malavita e mafia. La banda della Magliana era già Mafia Capitale, commistione “perfetta” di affari, politica e criminalità. Altro che “cuori neri”, altro che destra dura e pura. A parole proclamava ideali alti, ancorché fascisti; in pratica li tradiva ogni giorno in un balletto di spioni, informatori, infiltrati e traditori sempre pronti a vendere i camerati. A parole era antimassonica; ma molti esponenti di primo piano del Msi erano in segreto iscritti alla P2: Birindelli, ex presidente del partito (tessera numero 1670), i deputati Giulio Caradonna (2192) e Sandro Saccucci, il senatore Mario Tedeschi (2127), oltre a Vito Miceli (1605). A parole erano anche antimafiosi; ma la pratica, nel Paese dei patti sotterranei e delle alleanze inconfessabili, è diversa dalla teoria. Così la destra non ha esitato a trattare e collaborare con le mafie. Con Cosa Nostra in occasione del golpe Borghese; con la ’ndrangheta durante e dopo la rivolta di Reggio; con entrambe durante la trattativa del 1992-93.

P2 e Magliana restano gli eterni modelli di una commistione affari/politica/criminalità/mafia che ha attraversato tutta la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Il “mondo di mezzo” di Massimo Carmina-ti, milanese, detto “er Cecato”, ora è una versione di certo innovativa di quel modello, ma dentro una tenace continuità che non riescono a vedere soltanto i nostalgici di un mitico fascismo duro e puro che in Italia non è mai esistito.

Gianni Barbacetto

45° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA CONTRO IL TERRORISMO
PER LA DIFESA DELL’ORDINE REPUBBLICANO

45° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

 

 

 

Venerdì 12 Dicembre 2014 ricorre il 45° anniversario della strage di piazza Fontana, con la quale ebbe inizio nel nostro Paese la strategia della tensione, sconfitta dalla mobilitazione unitaria dei lavoratori, degli antifascisti, del sindacato, delle forze politiche democratiche.
Il momento più significativo della giornata sarà costituito dal Consiglio comunale straordinario che avrà luogo a Palazzo Marino dalle
ore 14 alle 16 di venerdì 12 dicembre, al quale sono stati invitati anche i sindaci di Bologna e di Brescia.

 

Nel corso della seduta interverrà Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’ANPI a nome del Comitato permanente antifascista.
Alle ore 16,37 si svolgerà la cerimonia della posa delle corone in piazza Fontana.

 

Alle 17,20 da piazza della Scala partirà il corteo che  confluirà in piazza Fontana per i discorsi conclusivi.

 

PROGRAMMA:

VENERDI 12 DICEMBRE IN PIAZZA FONTANA

ore 16,37: posa delle corone in piazza Fontana, alla presenza delle autorità;

ore 17,30: partenza del corteo da piazza della Scala;

ore 18,00: interventi conclusivi in piazza Fontana:

 

Interverranno:

Carlo Arnoldi, Presidente Associazione Familiari Vittime di Piazza Fontana;

Danilo Galvagni Segretario Generale CISL Milano Metropoli;

Matteo Dendena, figlio di Paolo Dendena,Vicepresidente Associazione Familiari Vittime Piazza Fontana;

Roberto Cenati, Presidente ANPI Provinciale di Milano a nome del Comitato Permanente

Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano.

Il corteo avrà il seguente svolgimento:

 

ORE 17,30: partenza del corteo da piazza della Scala con il seguente percorso:

Piazza della Scala, via Santa Margherita, via Mengoni, piazza Duomo (lato destro), via

dell’Arcivescovado, piazza Fontana.

BREGNANO, 13 DICEMBRE

Sabato 13 alle ore 21 presso l’Angelicum, messo a disposizione da don Eugenio, si terrà lo spettacolo La Tregua di Natale, organizzato dall’Amministrazione in occasione del centenario della Grande Guerra.

Sabato in mattinata la rappresentazione sarà allestita per le classi I II e III della scuola media accompagnati dai loro insegnanti, mentre la sera, ale 21, si replica per la cittadinanza, l’ingresso è gratuito.
Interprete è MARCO CONTINANZA, bregnanese, regia di Giuseppe Di Bello, per la compagnia teatrale Anfiteatro.

Lo spettacolo si ispira ad un episodio realmente accaduto:

Durante l’inverno del 1914, nelle trincee del fronte occidentale,al confine tra la Francia e il Belgio, inglesi e tedeschi si ritrovavano a fronteggiare una logorante guerra di posizione. Ma la notte di Natale, in molti settori, sia tedeschi che inglesi, ebbero luogo una serie di tregue spontanee e non ufficiali, che insieme prendono il nome di Tregua di Natale. Si interruppero le ostilità e i soldati di diverse nazioni si incontrarono nella terra di nessuno, dove fraternizzarono, intonarono cori, si scambiarono regali, organizzarono partite di calcio e seppellirono i morti che normalmente sarebbe stato impossibile recuperare senza rischiare ulteriori vite.

Si trattò di una eccezionale circostanza dettata dalla spontaneità di un sentimento di fratellanza universale, più forte persino del rombo dei cannoni.”

Il messaggio di FRATELLANZA e PACE che lo spettacolo esprime è universale e concorda appieno con quello del  Natale che ci prepariamo ad accogliere: con l’occasione vi rivolgo i miei più cari AUGURI DI BUONE FESTE.  

SCONCERTANTE VOTAZIONE ALL’ ONU

Sulla condanna del nazismo non ci possono essere dubbi”

 

Si è appreso, nei giorni scorsi, che in una Commissione dell’ONU è stato posto in votazione un documento di condanna del nazismo. Gli Stati si sono divisi; il documento è stato approvato, ma con significativi voti contrari e/o di astensione.
Ci ha colpito – spiega il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia – in particolare, vedere i Paesi europei, a partire dall’Italia, schierati sulla linea dell’astensione, così come il vedere, tra i voti contrari, anche quello degli Stati Uniti.

Le spiegazioni sono assolutamente insufficienti. Sulla condanna del nazismo, soprattutto in una fase in cui ci sono tanti rigurgiti di neo-nazismo, non ci possono essere dubbi, esitazioni o contrarietà, perché si è trattato di quello che alcuni hanno definito come “ il male assoluto” e tutti dovrebbero essere impegnati a non dimenticarlo.

In particolare – sottolinea il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia –  ci sembra grave che non si sia pronunciata a favore l’Europa (e, per quanto ci riguarda più da vicino, l’Italia), che ha vissuto praticamente in tutti gli Stati, l’orrore, la brutalità, la violazione dei diritti umani, da parte del nazismo. Non ci possono essere ragioni di opportunità, e tanto meno ragioni collegate alle presunte finalità di chi ha promosso l’iniziativa, che possano valere, in questo caso.

Quand’anche si dubitasse delle ragioni che hanno indotto a formulare quella proposta e quand’anche si ritenesse che anche lo Stato proponente meriterebbe un giudizio severo, per quanto riguarda i diritti umani, questo non toglierebbe che si trattava di esprimere una condanna severa del fenomeno nazista. Contro il nazismo e il fascismo, dopo le terribili esperienze vissute in Italia e in Europa, non si può fare a meno di schierarsi sempre in qualunque occasione; altrimenti perfino questa doverosa condanna rischierebbe di finire in un limbo di ambiguità, francamente non ammissibile e non accettabile quando si tratta di fenomeni devastanti come il nazismo.

LA POSIZIONE DELL’ ANPI SULL’ ART. 18

Art. 18, storia di battaglie per i diritti

 

Leggo sui giornali, testualmente, un titolo come questo “Addio all’articolo 18” e una dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano che nel dichiararsi soddisfatto, afferma “abbiamo tolto l’articolo 18”. Non mi interessano i distinguo, gli accordi raggiunti in Parlamento e le soddisfazioni manifestate. Mi chiedo solo se tutti ricordino la storia e le origini dell’art. 18, pronto a sentirmi dare del conservatore, ma forte del fatto che la storia non si può contestare ed è lì a ricordarci i suoi valori.

La racconterò in modo rapido e sommario, questa storia che comincia nel 1955, con un famoso convegno a Torino sui licenziamenti, che vide riuniti molti dei più importanti giuristi, del lavoro e costituzionalisti, del Paese. Era accaduto che in una grande fabbrica del nord fosse stato licenziato un lavoratore, con espresso riferimento ai motivi “politici” del licenziamento stesso. Questa esibizione “muscolare” provocò una sorta di rivolta morale, nel Paese, tra i lavoratori, gli intellettuali, i giuristi. Ne nacque un convegno in cui tutti misero in discussione la facoltà di recesso da parte del datore di lavoro, come uno dei più consistenti strumenti di potere contro i lavoratori.

Da quel convegno nacque una spinta politica e sindacale, che impiegò degli anni, ma alla fine sfociò nella prima legge italiana sui
licenziamenti, quella del 15 luglio 1966, n. 604 (norme sui licenziamenti individuali) che introduceva l’obbligo di motivazione e affiancava alla “giusta causa”, già prevista dal Codice civile, il “giustificato motivo”. La legge costituiva un grande passo avanti, rispetto al potere indiscriminato di recesso, ma aveva un limite, nel senso che tutto si poteva risolvere, in caso di licenziamento ingiustificato, col pagamento di alcune mensilità di retribuzione (come alternativa rispetto alla reintegrazione).

Ci vollero ancora degli anni e le battaglie sindacali del così detto” autunno caldo” per arrivare alla legge 20 maggio 1970, n. 300 (“Statuto dei diritti dei lavoratori”) intitolata significativamente come “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori”. Nello Statuto era compreso l’art. 18, che superava il limite della legge precedente, prevedendo – in caso di licenziamento ingiustificato – la reintegrazione.
Un percorso lungo, complesso e ricco di lotte per arrivare alla prima vera applicazione delle norme della Costituzione che riguardano il lavoro, facendo della tutela dei diritti di chi lavora un a questione di dignità e di libertà. Da molti quella fu considerata una conquista di straordinaria importanza. Se nel Convegno del 1955 si era affermato che la Costituzione si era fermata fuori dei cancelli delle fabbriche, con lo Statuto e con l’art. 18 quella soglia era stata finalmente superata.

Un giurista di grande rilievo e di insospettabile indipendenza di giudizio (che pagherà poi con la morte) Massimo D’Antona, poteva affermare che “il merito maggiore dell’art. 18 sta nell’aver tradotto nel linguaggio del diritto […] l’idea che esiste, e deve essere difeso, un diritto del lavoratore alla conservazione del suo concreto posto di lavoro”. Un altro grande giurista del lavoro, Giorgio Ghezzi scriverà, anni dopo, che “la tutela reale del posto di lavoro è, in sé stessa, un regime di integrale ripristino della continuità giuridica del rapporto di lavoro” e sosterrà che “la totale reintegrazione del posto di lavoro […] si traduce non nella difesa di un singolo diritto, pur importante e significativo che sia, ma nella salvaguardia dell’intero regime dei diritti soggettivi, sia individuali che collettivi oggi fruibili sul posto di lavoro”.

Questo spiega perché, quando fu proposto da Marco Pannella un referendum abrogativo dell’art. 18, nel 2000, vi fu una vera sollevazione non solo dei lavoratori, ma anche di tanti giuristi e della gran parte della cultura politica del Paese (ricordo, fra l’altro, una lettera della Federazione milanese dei Democratici di sinistra, inviata ad un convegno proprio su quel referendum, in cui si ribadiva con nettezza l’impegno del maggior partito di sinistra per un fermo ”no” alla proposta referendaria).

E’ passata molta acqua sotto i ponti, persino rispetto al momento in cui – proprio sull’art. 18 – Cofferati riempì le piazze di Roma, per esprimere la ferma contrarietà ad ogni ipotesi di riforma. Peraltro, è anche bene ricordare come finì quel referendum per l’abrogazionedell’art. 18 a cui ho fatto riferimento più sopra: il referendum non raggiunse il quorum dei votanti necessario, ma di quelli che andarono a votare il 66,6% si espresse contro l’abrogazione.

Oggi, molti sembrano avere dimenticato questo lungo percorso; e perfino il richiamo alla libertà e dignità, contenuto nel titolo dello ”Statuto”, sembra aver perso molto del suo smalto, nelle menti e nei cuori di tanti. È per questo che vale la pena di ricordare ciò che la storia dovrebbe insegnare, il lavoro, le lacrime e il sangue di quanti hanno sofferto perché fosse – almeno su questo punto – attuata la Costituzione.

So di parlare al vento, ma mi auguro che almeno lui (il vento) abbia buona memoria e tenga conto dei valori e dei significati della storia, sempre utili e necessari per uscire dalla crisi in modo duraturo e soprattutto equo. Intanto, impietosamente, sono usciti i nuovi dati dell’ISTAT, che fissano la disoccupazione al 13% (cioè al peggior livello di questi anni, pari solo a quello del 1977). Lo stesso ISTAT colloca al 43% il tasso di disoccupazione dei giovani; mentre continua la recessione e, sostanzialmente, anche la stagnazione dell’economia e delle attività produttive.
È davvero togliendo di mezzo la maggior parte dell’art. 18 che si otterranno risultati positivi per risolvere una crisi di queste dimensioni?

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

OLGIATE COMASCO, 12 DICEMBRE

Organizzato dalla sez. Anpi ” Rado Zuccon” di Uggiate Trevano

Con il patrocinio del Comune di Olgiate Comasco

 

VENERDI’ 12 DICEMBRE, ORE 21

OLGIATE COMASCO

CENTRO MEDIOEVO, P.ZA VOLTA 1

IO CHE CONOSCO IL TUO CUORE

Storia di un padre Partigiano raccontata da un figlio.
La più grande storia della nostra Resistenza dalla voce di un testimone bambino.

Libro scritto da Adelmo Cervi con la collaborazione di Giovanni Zucca

Alla presentazione sarà presente l’ autore.


Interventi musicali di Filippo Andreoni

 

Adelmo Cervi è un ex ragazzo di oggi, figlio di un padre strappato alla vita, che racconta quel padre, Aldo, Partigiano con i suoi sette fratelli nella banda Cervi, per narrare la sua storia e per rivendicare di essere figlio di un uomo e non di un mito pietrificato dal tempo e dalle ideologie. Adelmo vuole, con questo libro, raccontare non la Storia, ma una storia, in cui riporta quello che gli hanno raccontato e lo “condisce” abilmente – grazie alla collaborazione dello scrittore Giovanni Zucca – con quello che invece non gli hanno mai raccontato e con quello che ha scoperto e imparato leggendo libri e parlando con parenti, amici e studiosi. Non è la sua storia. È la storia di un uomo che non c’è più. Sette uomini, sette vite, sette morti e sette medaglie. E una cosa sola: un mito in cui i singoli uomini spariscono. Loro non erano una cosa sola. Erano sette fratelli e avevano ognuno un nome, un carattere, una vita, una storia.

 

Uno di loro era il padre di Adelmo, della voce narrante di questo libro, ossia era Aldo Cervi. Aldo voleva cambiare il mondo e, insieme al fratello più grande, Gelindo, aveva convinto gli altri fratelli che era giusto cambiare una realtà di miseria, di ristrettezze e soprusi.

 

 

DOMENICA 14 DICEMBRE, RAMPONIO VERNA

IL GIURAMENTO DI SAN PANCRAZIO

Giuro di impegnare tutte le mie energie morali e materiali per il raggiungimento di uno stato di libertà e di giustizia in Italia e di eseguire tutti gli ordini che a tale scopo mi verranno dati contro i nemici fascisti e tedeschi”

La notte del 14 dicembre 1943, un gruppo di 23 partigiani si riunisce clandestinamente nella antica e suggestiva chiesetta  di San Pancrazio, situata in una zona isolata nei pressi di Ramponio, in Val d’Intelvi, e, alla presenza del sacerdote antifascista don Carlo Scacchi, si impegna solennemente con un giuramento scritto a proseguire con ogni mezzo la lotta al nazifascismo, fino alla sua sconfitta.
Il giuramento porta le firme di tutti i presenti, fra queste spicca quella del capitano degli autieri Ugo Ricci, eroe della Resistenza, un militare genovese che si era unito alla Resistenza dopo l’8 settembre, divenendo il comandante del Distaccamento Sozzi della 52a Brigata Garibaldi in Val d’ Intelvi e che morirà nel corso della battaglia di Lenno il 4 ottobre 1944.

 

ANPI- ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIa
SEZIONE CENTRO LAGO (TREMEZZO)
 

                                     DOMENICA 14 DICEMBRE

 

PASSEGGIATA PARTIGIANA
sui luoghi del GIURAMENTO DI SAN PANCRAZIO
di cui ricorre il 71° anniversario.

Appuntamento alle 14.30 sulla piazza di RAMPONIO VERNA,

dove c’è possibilità di parcheggio; quindi si proseguirà a piedi per il
SANTUARIO di San Pancrazio (20 min. circa)
dove alle 15,15 vi sarà una breve commemorazione
con testimonianze e la posa di una corona.
Ritorno in paese per una merenda in compagnia.
Possibilità di trasporto in auto per chi avesse problemi di salute.
 
La manifestazione sarà annullata solo in caso di FORTE maltempo.

 

E’ gradita comunicazione circa la partecipazione, anche con bandiere e insegne.
Si ringraziano il Comune e la Parrocchia di Ramponio.

 

Si avvisa anche che: sono disponibili le tessere per l’anno 2015, minori e stranieri possono richiedere la tessera speciale Amici dell’ANPI
(info tel. 0344.40288)