25 APRILE – ERBA

25 APRILE – ERBA – ORE 20,45 – PIAZZA MERCATO

wu ming 2
 
RAZZA PARTIGIANA
Storia di Giorgio Marincola, partigiano nero e italiano

raccontata in musica da:
Wu Ming 2
Egle Sommacal, Stefano Pilia, Paul Pieretto e Federico Oppi

Dopo l’avventura di Pontiac, storia di una rivolta – 18 date in tutta Italia e un audiolibro per Vincent Books – la stessa compagine di cantastorie torna con una nuova lettura concerto, racconto in musica, chiamatelo-come-preferite.
13 testi, 13 musiche originali, 13 ballate elettriche dove la lettura prende il posto del canto, per raccontare, in poco più di un’ora,
la storia di Giorgio Marincola, nato in Somalia nel 1923, da padre italiano e madre somala.
Cresciuto a Roma sotto il fascismo, militante del Partito d’Azione, partigiano nel viterbese. E ancora: paracadutato dai servizi alleati nella zona di Biella, catturato dai tedeschi, internato nel Lager di Bolzano. 
Muore a guerra finita, in Val di Fiemme, nell’ultima strage nazista sul territorio italiano.

Chi raccoglie i cocci dell’eroe?
Chi gli rammenda i calzini?
Chi resta, mentre lui va, verso la fine che ha scelto?
Chi si nasconde dietro al suo monumento?

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L’evento si svolgerà anche in caso di pioggia, disponibilie cucina calda e fredda, vegetariana e non. 

A seguire: CIRCO ABUSIVO in concerto

STRAPPO ALLA COSTITUZIONE

La riforma del Senato, strappo alla Costituzione

14 Aprile 2016

Con la votazione del testo, senza più discussione né voti su emendamenti, si conclude l’iter della riforma del Senato. La scena della prima seduta parla da sola: i banchi semivuoti, tutte le opposizioni assenti. È l’esatto contrario di ciò che avrebbe voluto il legislatore costituente, anche con l’articolo 138: modifiche apportaste con largo consenso e non con una semplice maggioranza di Governo.
Si conclude così un lungo e triste cammino. Dico triste perché una vera e approfondita discussione di merito non c’è stata e ciò che colpisce è la povertà degli argomenti addotti proprio dai sostenitori della riforma.
In una precedente seduta, definita “cruciale”, si sono approvate alcune modifiche, per venire incontro – si è detto – alle opposizioni e soprattutto alla minoranza del PD. Ma le modifiche sono state assolutamente inconsistenti anche se poi hanno ricevuto l’approvazione.
Mi soffermo solo un momento sul famoso art. 2, oggetto di tante controversie e relativo alla “elezione” dei futuri Senatori. La semplice lettura del nuovo e definitivo testo lascia basiti. Si è aggiunto che i senatori saranno eletti “in conformità della scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge, di cui al 6° comma”. Si va al comma 6 e si scopre che le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato fra consiglieri e sindaci saranno determinate da una legge approvata da entrambe le Camere.
Dunque, uno dei punti principale della riforma, che dovrebbe costituire addirittura un evento storico è rinviato alla legislazione ordinaria. Fino ad allora il cittadino interessato non saprà in cosa consiste la elettività dei senatori e tanto meno quale sia il significato di quella frase, effettivamente un po’ “vaga”, che vuole che i senatori siano eletti “in conformità delle scelte espresse dagli elettori”. Si è mai visto nulla di simile in materia costituzionale? E coloro che votano tranquillamente questa riforma, si rendono conto che stanno votando su un guscio vuoto proprio in uno degli aspetti fondamentali? Era solo un esempio.
Comunque, varata la riforma, si passerà al referendum, che si svolgerà, a quanto pare, in ottobre.
Peraltro non bisogna aspettare fino ad ottobre, ma bisogna muoversi subito per informare e chiarire ai cittadini, che dovranno votare con cognizione di causa. Avviamo insomma, la campagna referendaria nella quale, ha detto il Presidente del Consiglio, che “non si parlerà solo di contenuti”. E di cosa altro allora? Noi non votiamo per la sopravvivenza del Governo o per la sua caduta; ci impegniamo, con tutte le nostre forze, per cercare di impedire uno strappo alla Costituzione, che è anche uno strappo alla democrazia, o quantomeno, alla rappresentanza ed al completo esercizio della sovranità popolare.
E sia chiaro: la battaglia può anche essere impegnativa, ma è tutt’altro che invincibile; e noi vogliamo vincere il referendum perché crediamo sia giusto e corrispondente alla volontà dei Costituenti. Per questo, dunque, da domani, anzi da oggi, tutti al lavoro!

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

Leggi anche il documento del Comitato nazionale del 21 gennaio scorso diffuso dopo un’ampia discussione sulla riforma del Senato e la legge elettorale e sulla proposta di aderire ai Comitati referendari già costituiti. Documento con il quale L’ANPI si schierava per il referendum popolare, per dire “no” alla legge di riforma del Senato ed alla legge elettorale.

RIFORMA BOSCHI

RIFORMA BOSCHI: IL PLEBISCITO SUL PREMIER GIA’ OSCURA I CONTENUTI

di Massimo Villone

Renzi chiude la discussione generale per il voto conclusivo sulla riforma costituzionale e per un attimo ci fa sognare. Promette risposte nel merito su ben venticinque punti. Ma, come sappiamo, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno.

Comincia con uno scarico di responsabilità. Tutto parte da Napolitano, ampiamente citato: «un senatore senza il quale tutto questo passaggio non sarebbe stato possibile». Non è necessario entrare nelle polemiche su Napolitano, o in quelle odierne su Mattarella, anche richiamato da Renzi per il suo intervento alla Columbia University dell’11 febbraio 2016. Non è dubbio che il Capo dello Stato non possa nella specie andare oltre la moral suasion. Chi non è convinto può sempre dire no.
Renzi continua poi con gli argomenti già noti. Tutto è andato per il meglio, senza forzature, ed anzi i parlamentari «hanno dato una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente … la politica quando è sfidata in positivo è capace di far vedere la pagina più bella». Ma davvero? Dignità o miserabile attaccamento alla poltrona? Perché allora le continue minacce sul votare secondo il volere del governo o tutti a casa? Perché imbavagliare chi ha osato alzare la testa? E vogliamo davvero credere che la pagina più bella rechi la firma di Verdini? O che venga da quella fecondazione assistita e abortita che fu il patto del Nazareno?
Anche sul referendum nulla cambia. Renzi ribadisce la richiesta dei parlamentari di maggioranza: è consentita. Certo, ma la scelta di chiedere il voto popolare è politica, e non è necessitata.
Quel che conta è la motivazione. E se l’esito si lega alla persona del premier e alla sopravvivenza del governo, la torsione plebiscitaria è inevitabile e voluta. Cosa importa che venga da un accordo politico, come ricorda Renzi? L’obiettivo di verificare l’orientamento popolare sul merito della riforma potrebbe essere anche comprensibile e persino meritorio: ma solo se si togliesse dal piatto la posta della crisi e dello scioglimento anticipato nel caso di vittoria dei no, e si rendesse ai cittadini la libertà di voto che si vuole con tale minaccia nei fatti espropriare.
Tutto per un testo costituzionale concepito male e scritto peggio. Non c’è pubblicità ingannevole che tenga. Tale è il caso ad esempio della semplificazione e della rapidità nella produzione legislativa, pezzo forte della rappresentazione renziana. Basta pensare che l’articolo 72 della Costituzione vigente disciplina la formazione delle leggi con un totale di 190 parole.
L’articolo 12 della riforma, che lo sostituisce, giunge a 442 parole. Si è mai visto qualcosa che semplifichi più che raddoppiando in lunghezza?
Renzi sostanzialmente nulla dice sulle critiche di fondo. Nulla sulla concentrazione del potere in capo all’esecutivo. Il voto a data certa a richiesta del governo è cosa buona e utile. Che poi metta l’agenda parlamentare nelle mani dell’esecutivo che importa? Nulla sulla sinergia perversa tra riforma e Italicum, che con il trucco del ballottaggio senza soglia apre la via a governi fortemente minoritari nel consenso ma blindati per la legislatura in numeri parlamentari posticci. Con indebolimento inevitabile dell’impianto dei checks and balances e della stessa rigidità della Costituzione, pietra angolare del sistema.
Proprio i numeri dati da Renzi sulle maggioranze, solo formalmente mantenute, attestano l’indebolimento. Cita la sentenza 1/2014, che dichiara l’illegittimità costituzionale della legge elettorale – il Porcellum – ma «non travolge la legittimazione giuridica né politica delle Camere», abilitate quindi a riformare. Ma la Corte nulla dice della legittimazione politica. Mentre invece Renzi bene dovrebbe occuparsene, visto che senza i numeri parlamentari drogati i voti per la riforma non li avrebbe avuti. Invece, con l’Italicum ha riprodotto i vizi di incostituzionalità del Porcellum fulminati dalla Corte.
Infine, una menzione speciale merita la citazione renziana di Terracini. Il 15 gennaio 1947 nella II Sc., I Sez., mette ai voti il principio per cui il governo ha titolo a prendere l’iniziativa sulla revisione costituzionale. La Sottocommissione approva. Renzi ne trae una trionfale conferma che il suo governo ben poteva fare quel che ha fatto.
Chi conosce la storia sa che in quel tempo i governi furono di fatto attentissimi a non interferire con il lavoro costituente. Una decisione saggia, che consentì di continuare la stesura della Costituzione anche dopo la rottura dell’unità antifascista e l’uscita delle sinistre dall’esecutivo con il IV De Gasperi nel maggio del 1947.
Più modestamente, possiamo qui ricordare a Renzi che i verbali vanno letti per intero. In quella seduta si discuteva in astratto di molteplici modalità possibili per la revisione costituzionale. Nulla di più. Subito dopo il passaggio citato Terracini mette ai voti se l’iniziativa possa essere attribuita al parlamento. E successivamente mette in votazione il principio per cui dopo la prima approvazione del progetto di revisione le assemblee legislative debbano essere sciolte, per procedere a nuove elezioni. La Sottocommissione approva (AC, II Sc., I Sez., 15 gennaio 1947, pag. 137).
Quindi, se Renzi vuole davvero onorare fino in fondo la citazione, cominci a preparare le valige. E intanto dica al suo scriba – chiunque sia – di studiare di più.

il manifesto, 13 aprile 2016

L’ ANPI SUI RFERENDUM POPOLARI

 

L’ANPI per il referendum popolare: “NO” alla riforma del Senato ed alla legge elettorale

13 Aprile 2016

Riproponiamo il documento del Comitato nazionale del 21 gennaio scorso diffuso dopo un’ampia discussione sulla riforma del Senato e la legge elettorale e sulla proposta di aderire ai Comitati referendari già costituiti. Documento con il quale L’ANPI si schierava per il referendum popolare, per dire “no” alla legge di riforma del Senato ed alla legge elettorale.

http://www.anpi.it/articoli/1482/lanpi-per-il-referendum-popolare-no-alla-riforma-del-senato-ed-alla-legge-elettorale

22 APRILE – TORNO

VENERDI’ 22 APRILE

ORE 20,45

SALA DEL PALAZZO COMUNALE DI TORNO

Comune di Torno, con Anpi Provinciale di como, Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta, Associazione del Fante di Torino

LE DONNE NELLA RESISTENZA

intervengono:

G. CALZATI, presidente dell’ Istituto di Storia Contemporanea P.A.Perretta

A. PROIETTO, segretario Anpi Provinciale di Como

F. CASSINARI, presidente dell’ Associazione del Fante di Torino

seguirà:

lettura di poesie di : F.M. Gottardi, A. Carnini, M. Fogliaresi, N. Cavalmoretti, A. Trombetta

momento musicale:

Andrea Magli

 

LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

di Alberto Asor Rosa

L’attuale vuoto politico, che rischia di diventare catastrofico, e di cui la cosiddetta sinistra è al tempo stesso vittima e corresponsabile, fa emergere con forza la valenza probabilmente decisiva delle prossime consultazioni referendarie.
È sempre più evidente che dal loro esito dipenderanno (per dirla in modo un po’ enfatico) le sorti del paese. In questo quadro, è difficile non prendere atto del fatto che quella fra loro che riguarda il problema delle trivellazioni marine (17 aprile) stenta a decollare, quasi che il quesito fosse di significato e dimensioni minori.
Io penso che non sia così, almeno per due buoni motivi.
Il primo è più specifico, anche se presenta anch’esso valenze generalissime. Questo governo, e il partito che in questo momento esso rappresenta, esprimono la posizione più risolutamente antiambientale (attenzione: antiambientale, non semplicemente antiambientalista), che nel nostro paese sia stato dato di vedere da molti decenni (forse da sempre?).
L’ambiente, il paesaggio, il territorio, i beni culturali sono considerati, nel migliore dei casi, come degli oggetti o realtà morte, in cui investire più che si può, per ricavarne più che si può (spesso, però, sbagliando anche il calcolo dei rapporti fra investimenti e ricavati).
Se una società petrolifera o un consorzio di palazzinari glielo chiedesse, pianterebbero trivelle o edificherebbero ecomostri anche di fronte a Piazza San Marco a Venezia o in Piazza della Signoria a Firenze.
Il caso lucano è ormai sotto gli occhi di tutti, non si può più girare la testa dall’altra parte.
Osservo che, della stessa natura del caso delle trivelle, sono altri casi clamorosi come quelli del sottoattraversamento ferroviario di Firenze e dell’ampliamento sconsiderato e dissennato dell’aeroporto di Peretola, anch’esso a due passi da Firenze (la quale rischia di diventare la “città martire”, e come tale meriterebbe d’esser proclamata, di questa fase produttivistico-ambientale). Del resto, in ambedue questi casi basterebbe scavare appena più a fondo (non dico «più a fondo»; dico: «appena più a fondo»), per arrivare a scoprire le stesse logiche che hanno sovrainteso alle operazioni speculative lucane.
Per cui: chi vota sì al referendum sulle trivellazioni marine, vota contemporaneamente contro tutto questo – contro tutto questo, e contro il suo probabile, anzi, facilmente e assolutamente prevedibile, peggioramento. Anche a tremila metri c’è dunque un interesse profondo (è il caso di dirlo) a votare al prossimo referendum sulle trivelle sottomarine.
Il secondo motivo è di carattere politico generale. Non s’è mai visto in questo paese un governo che inviti la cittadinanza a non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale. Questo governo conta sulla stanchezza, la disaffezione, lo scontento, persino sull’incazzatura («vadano tutti al diavolo, non voglio più saperne!»), per continuare a governare.
Qui, a proposito delle trivelle, – tema, come ho già detto, apparentemente marginale e interesse di pochi, – si manifesta la stessa linea, non soltanto politica, ma ideologico-culturale, che si manifesta a proposito della materia dei referendum d’autunno, e cioè: quanto più si restringe la base del potere, tanto meglio è per chi governa.
Può governare meglio, con meno impacci e più libertà di movimento e di azione. Per esempio: fare quel che si vuole dell’ambiente italiano, se petrolieri, palazzinari e costruttori di strade e autostrade glielo chiedono (oppure, magari, prendere l’iniziativa di andarglielo a chiedere, se il giro dei soldi, degli investimenti e delle ricadute di potere, dovesse troppo abbassarsi).
Ma di più, molto di più: fare quel che si vuole in ogni ganglio dell’azione di governo, accantonando o eliminando del tutto controlli, verifiche, inutili discussioni (perdite di tempo, gufismi d’altri tempi).
Di fronte a questo stato di cose, e a questa prospettiva, più si vota meglio è.
Nonostante tutto, perdura qualcosa di vivo anche nella stanchezza, nella disaffezione, nello scontento, persino nell’incazzatura. Bisogna che venga fuori, per riprendere la strada comune, comune per noi, certo, ma, a pensarci bene, persino per gli altri che non la pensano come noi.
 
il manifesto,  8 aprile 2016