TURCHIA

Una forte condanna di quanto sta accadendo in Turchia e un monito severo all’Unione europea perché faccia quanto occorre per la difesa della democrazia – e della sicurezza – in Europa e nel mondo

 

Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Turchia è di una gravità inaudita. Sono state sospese le garanzie offerte dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e di fatto ne era già in atto la violazione.

Per la verità, non da ora poiché è da tempo che viene tolto ogni spazio al dissenso ed all’opposizione, vengono incarcerati personaggi “scomodi”, viene limitata la libertà di stampa e la manifestazione e la diffusione del pensiero. Ma ora, dopo il cosiddetto “tentativo di golpe” che ha assunto forme così assurde di preparazione e di impostazione da far dubitare molta parte della stampa mondiale che sia stato davvero un tentativo di scalzare Erdogan e non di una operazione che comunque, da chiunque pensata, ha fatto molto comodo proprio al dittatore; che ha colto l’occasione (se “occasione” c’è stata, perché – ripeto – non pochi ne dubitano) per arrogarsi poteri personali illimitati, rafforzando i legami con la parte più islamica” e religiosa del Paese, sempre nell’intento di rafforzare se stesso e quel tipo di Stato che ha nella mente.

Uno Stato che non ha più nulla (o quasi) di democratico e che minaccia di identificarsi con le forme più bieche di fondamentalismo. Per questo, alcuni hanno apprezzato, inizialmente, la “mossa” dei militari, da sempre inclini alla laicità dello Stato. Noi, per la verità, non siamo caduti nella trappola perché non ci piacciono gli Stati fondamentalisti, ma non ci piacciono neppure le dittature o gli autoritarismi militari (si veda ciò che accade in Egitto, dove Regeni, che ricordiamo sempre, non è stato certamente l’unico a subire un trattamento barbarico, sul quale si sono poi innestati silenzi, dirottamenti e disimpegno da parte di chi avrebbe dovuto collaborare alla ricerca, almeno, della giustizia). Certo è che, attualmente, di libertà e di diritti umani, in Turchia, resta appena una sottilissima traccia, mentre colpiscono gli arresti, evidentemente premeditati, vista la celerità con cui sono stati individuati” e incarcerati i presunti colpevoli, come magistrati, avvocati, giornalisti e insegnanti. E si parla, di nuovo, di pena di morte.

Tutto questo non può che suscitare la più ferma condanna da parte di chiunque (individuo o Stato) abbia a cuore la democrazia e la libertà. Ed è veramente incomprensibile ed inaccettabile il silenzio dell’Unione Europea, all’interno della quale non è mai venuta meno, in alcune componenti, l’intenzione di ammettere la Turchia nell’ambito dell’Unione.

Per parte nostra e per quello che possiamo contare (ma ancora una volta cerchiamo di esprimere i valori della Costituzione e quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, oltreché della Convenzione europea – appunto – in tema di diritti e garanzie) siamo fermamente contrari anche solo all’idea che nell’Unione europea, che già include troppi Stati che si fondano sull’autoritarismo ed il razzismo, possa entrare, un simile Paese.

Non ne deriverebbe certo un vantaggio per lo sviluppo democratico dell’Unione europea, che invece, se finalmente riuscisse ad esprimersi con una voce sicura e ferma, dovrebbe emettere solo parole (e atti concreti) di condanna.

Per quanto ci riguarda, siamo vicini a coloro che oggi, in Turchia, nutrono sentimenti democratici e per questo stanno rischiando di vedersi privare di alcuni diritti fondamentali, precisando che non si tratta solo di solidarizzare, ma di premere perché il nostro Governo, così come l’Unione Europea, assumano un atteggiamento chiaro e netto, adottando anche le misure necessarie, perché le brutalità, l’orrore e la violazione dei diritti – contro i quali abbiamo combattuto settant’anni fa – non possano ripetersi ancora, magari in forme diverse, ma sempre estremamente pericolose, non solo per uno specifico Paese, ma per l’intera comunità internazionale.

Carlo Smuraglia, presidente ANPI

 

ESEMPI DI CATTIVA POLITICA

La ”cattiva” politica dà altre prove di sé. A quando un cambiamento radicale?

a. in questi giorni, ancora nuovi esempi di come la politica finisca per allontanare i cittadini, anziché recuperarne la fiducia.

Da un lato, il già lungo iter della proposta di legge sulla tortura, che ci vede in grave ritardo rispetto a molti altri Paesi, si è interrotto, in Parlamento, ed in forma tale da far ritenere a buona parte della stampa che la questione si sia ormai avviata verso un binario morto.

Il fatto è grave e rischia, ancora un a volta, di minare alla base la credibilità della politica. L’Italia ha assunto l’impegno di introdurre il reato di tortura nel 1985, ratificando la Convenzione dell’ONU. Non ha adempiuto, tant’è che ha subìto una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, circa un anno fa, proprio per non aver ancora colmato la lacuna esistente nel nostro ordinamento penale. C’erano, dunque, mille ragioni per arrivare finalmente alla conclusione. Proprio a questo punto, nonostante le tante promesse, si è verificata una battuta di arresto, con ogni probabilità tutt’altro che temporanea.

Questo proprio in un Paese che dovrebbe essere “vaccinato” per aver fatto la drammatica esperienza della Caserma Diaz di Bolzaneto, (e non solo) oltre ad aver registrato, di recente, un gravissimo caso di “tortura” da parte di un gruppo di giovani a danno di un coetaneo. Ci sarebbe da essere scoraggiati; ma noi insisteremo a chiedere, a pretendere, che finalmente si adempia ad un obbligo, oltreché giuridico, anche morale. C’è bisogno, ancora una volta, di rassicurare i cittadini e non di deluderli incrinando ulteriormente la fiducia nei confronti delle istituzioni e della politica.

b. Il secondo caso, talmente clamoroso da essere stato definito, sulla stampa, come un “delitto perfetto”, è quello della negata autorizzazione, in sede giudiziaria, dell’utilizzo di alcune conversazioni telefoniche in cui è parte Silvio Berlusconi, nel procedimento cosiddetto “Ruby ter”. Si tratta di una serie di testimonianze, rese in altro processo, ritenute dai Giudici “false”, con conseguente trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, che ha proceduto (e il processo è in corso) contro alcune “olgettine” e contro alcuni imputati (fra cui Silvio Berlusconi) per induzione alla falsa testimonianza. In Parlamento, dopo alcune vivaci discussioni nella competente Commissione e trascorsi diversi mesi da quando la richiesta di autorizzazione era pervenuto alla Giunta del Senato (8.10.15), si è passati all’Aula; e qui è avvenuto l’incredibile.

Un certo numero di parlamentari di vari gruppi, ha chiesto – e ottenuto – che si procedesse con voto segreto; e la votazione ha dato un risultato non corrispondente alle forze in campo: si erano pronunciati per l’autorizzazione il Partito Democratico e il Movimento 5 stelle e i loro voti sommati, avrebbero rappresentato la maggioranza, che invece non c’è stata.

Un risultato assurdo e apparentemente inspiegabile. La stampa ha formulato non poche ipotesi, i sospetti si sono accavallati; naturalmente, non c’è una prova, perché il voto – appunto – era “segreto”. Resta il fatto che senza motivazione e nel segreto dell’urna, si è verificata una sorta di “salvataggio” di Berlusconi, in danno della giustizia. Un danno, peraltro, parziale perché ci sono altri elementi di prova che i Giudici dovranno valutare. Ma un danno, certo, d’immagine per la politica, che ancora una volta ha dato una cattiva prova di sé. Tanto più che si arriverà addirittura al ridicolo, perché quelle conversazioni telefoniche che non potranno essere utilizzate nei confronti di Berlusconi, potranno esserlo invece nei confronti dalle imputate, che ad esse hanno partecipato. Così, in un processo, si discuterà attorno a prove che avranno valore per alcuni imputati e non per altri. Cosa penseranno i cittadini, che certo non sono tenuti a conoscere il diritto ma faticheranno molto a capire come sia possibile che in un giudizio alcuni fatti acclarati (le abbiamo lette tutti, ormai, quelle conversazioni sulla stampa) possano essere valutati per alcuni imputati e non per altri, in palese conflitto col principio che “la legge è uguale per tutti”?

Un altro punto a favore, purtroppo, di quella antipolitica, che noi riteniamo poco utile per il benessere della nostra democrazia e quindi contestiamo con forza, ma che proprio da fatti come quelli ricordati, finisce per trarre alimento.

A quando una vera “rigenerazione” della politica? Eppure sarebbe veramente importante che i cittadini ricevessero finalmente qualche messaggio positivo.

Se ne gioverebbero la partecipazione e la democrazia

Carlo Smuraglia, presidente ANPI

 

 

ANPI CONTRO IL REATO DI TORTURA

Nel 15° anniversario delle Giornate di Genova 2001 al G8, giorni in cui l’impegno civile, sociale e politico di centinaia di migliaia di cittadini (la stragrande maggioranza erano giovani) fu brutalizzato da una repressione cieca da parte degli apparati dello Stato, l’ ANPI RINNOVA CON FORZA il suo appello affinchè il reato di tortura sia finalmente introdotto nel nostro Paese .

Di questi giorni l’annuncio del tentativo del ministro Alfano di affossare la legge contro la tortura, presente in ogni Paese civile, e di cui l’Italia è ancora vergognosamente sprovvista.

Più volte negli ultimi anni, proprio in riferimento ai fatti di Genova 2001, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato lo Stato italiano per aver violato il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti e per non aver adeguatamente accertato e sanzionato i responsabili. La sentenza Cestaro ( manifestante a Genova 2001) v. Italia del 7 aprile 2015 riconosce, facendo proprie la ricostruzione storica e la valutazione giuridica dei giudici di merito e della nostra Corte di Cassazione, che durante il G8 di Genova 2001 si è arrivati a praticare la tortura e che l’ordinamento italiano è strutturalmente inidoneo per reprimere e quindi prevenire il ripetersi di tali fatti. La lacuna maggiore è rappresentata dalla mancata codificazione del reato di tortura e della sua imprescrittibilità. Il Parlamento in questi anni ne ha discusso a lungo, senza mai trovare un accordo su una buona legge. Eppure non avrebbero dovuto esserci valide ragioni per discostarsi dai percorsi obbligati che derivano dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984 e dalle chiare indicazioni della Corte dei Diritti Umani.

Rischia così di allontanarsi l’obiettivo primario della prevenzione, in un Paese che si è macchiato più volte di episodi di tortura, spesso taciuti e dimenticati.

ROMA, 16 LUGLIO

Sabato 16 luglio a Roma, si sono incontrati in un convegno tutti i comitati territoriali del Coordinamento Democratico per la Costituzione, per analizzare le ragioni del mancato raggiungimento del numero delle firme e per discutere le prossime strategie da adottare in vista del referendum di ottobre.

E’ qui riportata la relazione di Alfiero Grandi, sindacalista e politico italiano, membro di Libertà e Giustizia.

Incontro nazionale dei comitati territoriali 16/7/2016

Relazione di Alfiero Grandi

 

 

Ringraziamo anzitutto quanti hanno contribuito a portare il numero dei comitati territoriali da 160 a 400 nei tre mesi di raccolta delle firme per i due referendum abrogativi sull’Italicum e per il referendum costituzionale. L’ultimo è nato a Minturno giovedi scorso. Questo lavoro aveva anzitutto l’obiettivo di rendere possibili i due referendum sull’Italicum e garantire non tanto l’effettuazione del referendum costituzionale, che sapevamo essere ormai certo, quanto di riuscire ad inserire un protagonista nella campagna elettorale referendaria che fosse espressione dei cittadini che si battono per la vittoria del No contro la legge Renzi- Boschi.

Ringraziamo le donne e gli uomini che hanno organizzato i banchetti per raccogliere le 420.000 firme per i due referendum sull’Italicum e le 316.000 per il referendum costituzionale.

Ringraziamo le centinaia di migliaia di elettrici e di elettori che abbiamo avvicinato durante la raccolta delle firme – raccogliendo complessivamente più di un milione e centomila firme – che hanno ascoltato le nostre ragioni, le hanno condivise e hanno firmato per i referendum. Molti di questi cittadini si sono a loro volta impegnati in questa opera di informazione e sensibilizzazione, che è diventata sempre più ampia.

E’ vero, non abbiamo centrato l’obiettivo dei due referendum sull’Italicum perché non abbiamo raggiunto le 500.000 firme valide necessarie per farli scattare. Per questo sottolineiamo le aspettative che abbiamo riposto sulla sentenza della Corte costituzionale che grazie all’iniziativa degli avvocati che fanno riferimento ai nostri comitati dovrà pronunciarsi il 4 ottobre sulla costituzionalità dell’Italicum. Italicum che a noi è sempre sembrato fin troppo simile al porcellum, la legge che la Corte costituzionale ha già sanzionato per le stesse ragioni che ci hanno portato a promuovere il referendum.

Anche se non abbiamo raggiunto l’obiettivo siamo orgogliosi del risultato raggiunto, dell’appoggio popolare che abbiamo trovato e che ci rende oggi più forti di quando abbiamo iniziato la raccolta delle firme. Quando abbiamo iniziato la nostra campagna pubblica l’11 genanio 2016, nell’aula dei gruppi della Camera dei Deputati, eravamo forti di competenze indiscusse e di diversi apporti di grande qualità ed esperienza. Ora abbiamo una base di riferimento importante e diffusa nel territorio nazionale, per creare la quale è stato decisivo l’apporto dell’Anpi, associazione che per noi costituisce un punto di riferimento morale e politico nella battaglia per difendere i valori della Costituzione. Respingiamo la finzione politica e giuridica che distingue, meglio ancora divide tra prima e seconda parte della Costituzione. Infatti l’attuazione reale dei valori costituzionali dipende dalla qualità e dalla effettiva rappresentanza dei cittadini, che debbono sempre potere eleggere tutti i loro rappresentanti, e da un sistema di decisione istituzionale che non tradisca la prima parte attraverso un accentramento delle decisioni in poche mani, tale da poter stravolgere nell’attuazione i valori della prima parte della Costituzione.

 

REFERENDUM RIFORMA RENZI BOSCHI

 

Anche la raccolta delle firme per il referndum sulla riforma del Senato non ha raggiunto le 500.00 firme necessarie, fermandosi a quota 312.000

Ci sarà comunque il referendum, un referendum molto importante perchè, se vincerà il NO, il risultato inciderà anche sulla legge elettorale Italicum, per il quale peraltro si attende il giudizio della Corte Costituzionale.

Analizziamo il risultato della raccolta delle firme nella nostra provincia. Grazie ai volontari del Comitato per il NO di Como (CDC) di cui anche l’ Anpi fa parte e della mobilitazione di alcune nostre sezioni il risultato è il seguente:

per l’ Italicum si sono raccolte 2.871 firme

per le riforme costituzionali si sono raccolte 1.694 firme

Mentre la raccolta delle firme per il referendum sull’ Italicum è stata, nella provincia di Como, sorprendentemente positiva, per quanto riguarda le riforme costituzionali il risultato è stato decisamente minore. I motivi sono da imputarsi principalmente al fatto che i moduli per la raccolta delle firme per il referendum sulla Costituzione sono arrivati con notevole ritardo ( quasi un mese) a campagna di raccolta firme già iniziata. In aggiunta, il maltempo dell’ ultimo mese non ci ha aiutati, costringendoci, a volte, addirittura a sospendere i banchetti.

Un ringraziamento va a tutti i volontari, del CDC e dell’ Anpi, che per più di tre mesi, con uno sforzo straordinario, si sono adoperati nell’ organizzazione delle varie fasi della raccolta, soprattutto dialogando con i cittadini, spesso completamente ignari, cercando di spiegare, illustrare, far comprendere, svolgendo un compito di informazione vera che i media non hanno fatto.

Un grosso ringraziamento a tutti i certificatori che, con grande dedizione e generosità, si sono alternati ai vari banchetti di Como e della provincia.

UN GRAZIE ENORME E SINCERO AI TANTI ISCRITTI, AI TANTI COMUNI CITTADINI CHE SI SONO FERMATI AI NOSTRI BANCHETTI E HANNO FIRMATO PER IL NO.

La battaglia continua!

Noi continueremo a condurre una campagna chiara ed informata, e chiederemo a tutti voi di darci una mano, vista l’ importanza fondamentale della vittoria del NO, nell’ interesse del nostro Paese.

L’ appuntamento, quindi, alle prossime iniziative!

 

 

IL RITORNO DI AVANGUARDIA NAZIONALE

Il ritorno in nero di Avanguardia Nazionale

Sciolta nel giugno del 1976 sulla base della legge Scelba, Avanguardia nazionale rispunta oggi proponendosi di aprire sedi a cercare militanti. Stesso simbolo e stessi dirigenti guidati, oggi come allora, da Mario Merlino, l’agente provocatore infiltrato tra gli anarchici. E’ la terza volta che l’organizzazione fascista si rifonda e prova a ritagliarsi un ruolo nella politica italiana. In attesa che il Viminale decida di andare a vedere chi sono e cosa fa il nuovo estremismo nero

 

Si è formalmente ricostituita Avanguardia nazionale, l’organizzazione neofascista e golpista sciolta d’autorità nel giugno del 1976 dopo una sentenza del Tribunale di Roma che condannò, in base alla legge Scelba, trentuno dei suoi aderenti per ricostituzione del partito fascista.

Per la cronaca era ormai da qualche anno che i suoi affiliati si rivedevano con gli stessi simboli, ora per celebrare la morte del boia delle Fosse Ardeatine Eric Priebke, ora per presentare l’autobiografia del suo fondatore Stefano Delle Chiaie (L’Aquila e il Condor), ora in convegni e meeting, sempre dalle parti di Roma. Ad Anzio nel 2014 intervenne anche l’europarlamentare leghista Mario Borghezio.

In verità questa è la terza volta che Avanguardia nazionale si rifonda. L’atto di nascita fu nel 1957, quando un gruppo di giovani guidato da Stefano Delle Chiaie si distaccò da Ordine nuovo per dar vita ai Gruppi di azione rivoluzionaria, che il 25 aprile del 1960 si trasformarono in Avanguardia nazionale giovanile.

Il gruppo si differenziò da quello di Pino Rauti per diversi aspetti, tra gli altri, l’estrazione sociale più modesta dei suoi dirigenti e la scarsissima elaborazione teorico-politica, compensata da una spiccata propensione squadrista. Fu proprio per le ripetute violenze, che fruttarono da subito una grandinata di procedimenti giudiziari, che alla fine del 1965 Delle Chiaie decise di scioglierla. Uno «stratagemma tattico», come venne definito negli stessi ambienti dell’organizzazione. Alcuni dei dirigenti rientrarono formalmente nell’MSI. Altri, dal canto loro, continuarono invece a distinguersi nelle aggressioni durante le mobilitazioni studentesche della seconda metà degli anni Sessanta. Un fatto, in particolare di estrema gravità, il 27 aprile del 1966, suscitò forte allarme nell’opinione pubblica, quando, nel corso di una violenta aggressione, uno studente universitario socialista, Paolo Rossi, morì precipitando da un muro spintonato da numerosi fascisti anche di Avanguardia nazionale, come immortalato da diverse fotografie.

08 storie nere eeee

In ANG, le personalità di maggior rilievo furono, insieme a Delle Chiaie, Sergio Pace (il primo presidente che risultò poi legato a una loggia massonica), i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, Adriano Tilgher, Flavio Campo e Saverio Ghiacci. Come organo di stampa venne utilizzato per qualche tempo «Avanguardia – periodico di lotta alla partitocrazia». Sul primo numero del 1° gennaio 1963 venne anche pubblicato lo statuto del gruppo, in cui si stabiliva che al «Capo Nazionale», cioè direttamente a Delle Chiaie, veniva «affidata ogni decisione all’interno dell’organizzazione», compresa la nomina di tutti i dirigenti.

Grazie a finanziamenti, anche consistenti, provenienti dal mondo imprenditoriale, il gruppo aprì,

sempre in quegli anni, diverse sezioni a Roma, in Via Michele Amari, Via del Pantheon, Via delle Muratte, Via Gallia e al Quadraro, dove si installò il covo principale.

Il simbolo scelto fu l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico, a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, utilizzata come emblema, durante il secondo conflitto mondiale, anche da una divisione delle Waffen-SS.

08 storie nere

Avanguardia Nazionale, fra il 1960 e il 1966 ebbe contatti con l’OAS, con funzionari del Ministero dell’Interno (in particolare dell’Ufficio Affari Riservati) e degli apparati di sicurezza, come testimoniato da diversi suoi aderenti, partecipando a corsi di guerriglia, di fabbricazione e uso di esplosivi. Di fatto AN si trasformò in un’organizzazione segreta dedita ad attività paramilitari, inserita a pieno titolo nella rete in costruzione del partito golpista in Italia. Emblematico un episodio del 1963 quando a Roma, nel corso delle cariche della Polizia contro le manifestazioni della sinistra organizzate per protestare contro l’arrivo di Ciombè, l’assassino di Patrice Lumumba, a fianco dei poliziotti e delle squadre speciali degli agenti in borghese, intervennero i fascisti di Avanguardia nazionale armati con gli stessi manganelli. Alcune decine di attentati, infine, fra il 1962 e il 1967, portarono solo a qualche mite condanna, a dimostrazione della considerazione e della «benevolenza» di cui godeva AN.

AN incarnò un ruolo di punta all’interno dei meccanismi di provocazione messi in atto dalla strategia della tensione. Stefano Delle Chiaie partecipò al convegno, dal 3 al 5 maggio 1965, a Roma all’Hotel Parco dei Principi, promosso dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio, legato allo Stato Maggiore della Difesa, in cui si tracciarono le linee di intervento che portarono alla stagione delle stragi.

AN, in questo contesto, si incaricò in particolare della penetrazione fra i movimenti di opposta collocazione politica. Già dal 1967 avviò un’opera di sistematica infiltrazione sia in ambienti comunisti filo-cinesi che in gruppi anarchici dopo un “viaggio di studi” nell’aprile del 1968 in Grecia, per imparare alcune tecniche già sperimentate in quel paese dai colonnelli protagonisti del colpo di Stato.

Nel gennaio del 1970 Delle Chiaie decise la ricostituzione del suo gruppo, meglio, di tornare a rendere pubblica la sua esistenza, mantenendo tuttavia un doppio livello organizzativo. Non più di qualche centinaio gli aderenti. Quando Guido Paglia, già presidente di Avanguardia nazionale, ricostruì nel 1972 in un memoriale per il Sid la struttura interna dell’organizzazione, parlò dell’esistenza di un apparato clandestino con tanto di «commandos terroristici» guidati da Flavio Campo.

La “nuova” Avanguardia Nazionale segnò un considerevole successo politico durante la rivolta di Reggio Calabria (estate 1970) nella quale alcuni suoi esponenti, come Felice Genoese Zerbi, assunsero un ruolo di primo piano. Contemporaneamente il gruppo avviò una stretta alleanza con il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese.

Nella stessa estate del 1970, l’autorità giudiziaria spiccò mandato di cattura contro Delle Chiaie nel quadro dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Iniziava in questo modo la lunga latitanza del leader di AN che si protrarrà per ben diciassette anni.

AN, dopo il coinvolgimento nel “golpe Borghese”, in cui gli avanguardisti occuparono effettivamente per qualche ora il Ministero dell’Interno, continuò ad agire sino al 1976, anno in cui sarà sciolta.

La storia di Avanguardia nazionale non si esaurì solo in Italia.
Numerose furono, infatti, le «operazioni» che videro i suoi aderenti nella veste di killer per conto delle dittature sudamericane, dei franchisti spagnoli e della Dina, il servizio segreto di Pinochet, che su suggerimento della stessa An adottò come simbolo uno stemma delle SS.

Stefano Delle Chiaie operò nel 1974 in Costa Rica contro la guerriglia comunista, altri di An intervennero a più riprese in Spagna contro l’Eta, sia per assassinare loro dirigenti sia per imbastire provocazioni. Stefano Delle Chiaie, Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, il 9 maggio 1976, parteciparono in Spagna, insieme con altri neofascisti, all’assassinio a colpi di pistola di due giovani democratici a Montejurra nel corso di una manifestazione organizzata dal partito Carlista di Carlos Hugo.

Nessuno in Spagna ne rispose anche se un servizio fotografico su El Pais immortalò gli aggressori in azione.

Ma fu il tentato assassinio di Bernardo Leighton (l’ex-vice presidente del Cile) e di sua moglie, a Roma il 6 ottobre 1975 (rimasero entrambi gravemente feriti), che vedrà tutta An, con il contributo di elementi già di Ordine nuovo, impegnarsi a realizzare l’attentato mettendo a disposizione uomini e sedi. Lo stesso Pierluigi Concutelli dirà molti anni dopo al giudice Guido Salvini, il 17 maggio 2002, che l’assassinio era stato «Organizzato da Pinochet. Lo seppi da Delle Chiaie che affermava che Pinochet si stava ‘togliendo i sassolini dalle scarpe’».

Nel processo, tenutosi a Roma nel 1987, Delle Chiaie e Concutelli furono assolti per insufficienza di prove. Qualche anno dopo per gli stessi fatti, sempre davanti alla Corte d’Assise di Roma, Michael Townley, un cileno-americano reclutato dalla Dina, venne condannato a quindici anni, dopo aver confessato il suo ruolo di intermediario presso Avanguardia nazionale, spostandosi a Roma nel luglio del 1975 per preparare l’attentato a Bernardo Leighton.

In Bolivia delle Chiaie partecipò anche, nel luglio 1980, al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie) e dei gruppi paramilitari conosciuti come Los novios de la muerte (I fidanzati della morte), che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per giungere al controllo totale del mercato.

Ora vorrebbero tornare. Se lo son detti a Roma lo scorso 25 e 26 giugno. Il simbolo è lo stesso, pure i dirigenti. Tra loro anche Mario Merlino, l’«agente provocatore» che si infiltrò tra gli anarchici. L’intenzione è di aprire sedi. Allo stato sono ancora fuorilegge. Chissà se dalle parti del Ministero dell’Interno se ne ricordano?

Saverio Ferrari da Il Manifesto

Osservatorio democratico, 8 luglio 2016

 

UNA NOTIZIA AGGHIACCIANTE

Risultati immagini per emmanuel chidi namdi

Agghiacciante la notizia del linciaggio del giovane nigeriano Emmanuel Chidi Namdi, rifugiato a Capodarco, in provincia di Fermo, nella comunità della Caritas guidata da Don Vinicio Albanesi. Da tempo assistiamo ad un crescente clima di intolleranza e di odio verso il diverso, da tempo denunciamo alle autorità il pericolo che questo clima possa provocare atti violenti. Dopo il recente pestaggio ad un venditore ambulante a San Benedetto del Tronto, purtroppo è di ieri la notizia della morte del nigeriano, ucciso di botte in strada dopo che aveva cercato di difendere la moglie da insulti razzisti. Fermato con l’ accusa di omicidio preterintenzionale Amedeo Mancini, 38enne allevatore di Fermo. A Mancini è stata anche contestata l’aggravante della finalità razziale. In un primo momento l’ uomo era stato indagato a piede libero per lesioni. A quanto risulta, oltre ad essere un noto fascista l’ omicida farebbe anche parte di un gruppo di ultras della Fermana.

Dato che appare evidente che il calcio non c’entra nulla, ci sarebbe da chiedersi perché i giornali continuano a parlare di Mancini come ultras e non come fascista. Secondo don Vinicio Albanesi, è proprio negli ambienti di destra che bisognerebbe indagare per scoprire gli autori dei diversi attentati alle chiese fermane. E dopo questi attentati, il cui stampo fascista e xenofobo era evidente, come mai le autorità non si sono mosse con decisione e senza tentennamenti per evitare un escalation della violenza?

 

METTIAMO AL BANDO I MALI CHE SI ANNIDANO NELLA NOSTRA VITA SOCIALE E POLITICA

“Chimiary é stremata, distrutta, inconsolabile. Qui nel reparto rianimazione dell’ospedale, le stanno proponendo la donazione degli organi di Emanuel, per dare la vita, magari, a quattro nostri connazionali…

Lui, Emanuel, che era scampato agli orrori di Boko Haram nella sua Nigeria; con lei, la sua amata compagna, era sopravvissuto alla traversata del deserto, alle indicibili violenze della Libia, alla tragica lotteria della traversata del mare.

Da noi si aspettava finalmente umanità, protezione ed asilo. A Fermo, nella mia “tranquilla” provincia, ha invece incontrato la barbarie razzista che cresce nell’indifferenza, nell’indulgenza e nella compiacenza di larghi settori della comunità, della politica, delle istituzioni. L’ hanno ammazzato di botte dopo averlo provocato, paragonandolo ad una scimmia, due picchiatori, figli della città, cresciuti nell’humus del fascistume infiltrato ampiamente nella tifoseria ultras. Loro, che paragonarli alle bestie offende l’intera specie animale.

Le mie lacrime, le nostre lacrime e la nostra vergogna per questo orrore che si è nutrito della putrefazione della nostra insensibilità, del nostro egoismo e delle nostre paure non basta affatto. Cosa dobbiamo attendere ancora per mettere al bando con ogni mezzo, tutti noi, cittadini e Istituzioni, il razzismo e fascismo che si annida nella nostra vita sociale e politica?

Massimo Rossi
Consigliere Comunale di Fermo
ex-Presidente della Provincia di Ascoli Piceno

LE REGOLE DEL GIOCO NON LE PUO’ STABILIRE SOLO CHI COMANDA

Il più autorevole costituzionalista italiano, Gustavo Zagrebelsky, con il professor Francesco Pallante, illustrano le ragioni del NO alle riforme istituzionali promosse dall’attuale governo nel nuovo volume di Laterza Editore, che esce anche con il logo dell’ associazione “Libertà e Giustizia”.

Loro diranno: siete conservatori.

Noi diciamo: non ci interessano “riforme” che non sono tali

Loro diranno: le riforme servono alla “governabilità”.

Noi diciamo che la parola che usate è ambigua.

Loro diranno: ce lo chiede l’Europa.

Noi diciamo e chiediamo a nostra volta: che cos’è l’Europa?

Zagrebelsky e Pallante argomentano per il rinnovamento di una democrazia partecipata, contro le modifiche della Costituzione -di cui si vorrebbero cambiare ben 47 articoli (oltre un terzo del totale)- e contro la legge elettorale.

Oltre alle critiche di merito (contraddizioni, errori concettuali, complicazione del sistema), vengono messe in evidenza le forzature procedurali che hanno connotato il percorso di approvazione delle due leggi. Ne emerge un quadro tutt’altro che rassicurante: le nuove regole del gioco politico risultano essere, a giudizio degli autori, sempre più un’imposizione unilaterale basata su rapporti di forza incostituzionali – leggi approvate in tutta fretta e al costo di qualunque forzatura.

Il libro si chiude offrendo al lettore il confronto, articolo per articolo, del testo della Costituzione vigente con quello che scaturirebbe dalla riforma. Ciò allo scopo di offrire al cittadino una chiara visione d’insieme del nuovo dettato costituzionale.

Gustavo Zagrebelsky è presidente onorario di “Libertà e Giustizia” e professore emerito nell’Università di Torino. Francesco Pallante fa parte del Consiglio di Direzione di “Libertà e Giustizia” ed è professore di Diritto costituzionale nell’Università di Torino.

 

30 GIUGNO 1960 – I FATTI DI GENOVA

30 GIUGNO 1960 – DISCORSO DI SANDRO PERTINI DOPO I FATTI DI GENOVA

 

“Gente del popolo, partigiani e lavoratori, genovesi di tutte le classi sociali. Le autorità romane sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della casa dello Studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere “no” al fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e l’offesa.
Io nego – e tutti voi legittimamente negate – la validità della obiezione secondo la quale il neofascismo avrebbe diritto di svolgere a Genova i1 suo congresso. Infatti, ogni atto, ogni manifestazione, ogni iniziativa, di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo e poiché il fascismo, in ogni sua forma è considerato reato dalla Carta Costituzionale, l’attività dei missini si traduce in una continua e perseguibile apologià di reato.
Si tratta del resto di un congresso che viene qui convocato non per discutere, ma per provocare, per contrapporre un vergognoso passato alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza.
Ed è ben strano l’atteggiamento delle autorità costituite le quali, mentre hanno sequestrato due manifesti che esprimevano nobili sentimenti, non ritengono opportuno impedire la pubblicazione dei libelli neofascisti che ogni giorno trasudano il fango della apologia del trascorso regime, che insultano la Resistenza, che insultano la Libertà.
Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.
Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l’amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell’amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui.
La Resistenza ha voluto queste cose e questi valori, ha rialzato le glorie del nostro nuovamente libero paese dopo vent’anni di degradazione subita da coloro che ora vorrebbero riapparire alla ribalta, tracotanti come un tempo. La Resistenza ha spazzato coloro che parlando in nome della Patria, della Patria furono i terribili nemici perché l’hanno avvilita con la dittatura, l’hanno offesa trasformandola in una galera, l’hanno degradata trascinandola in una guerra suicida, l’hanno tradita vendendola allo straniero. Noi, oggi qui, riaffermiamo questi principi e questo amor di patria perché pacatamente, o signori, che siete preposti all’ordine pubblico e che bramate essere benevoli verso quelli che ho nominato poc’anzi e che guardate a noi, ai cittadini che gremiscono questa piazza, considerandoli nemici della Patria, sappiate che coloro che hanno riscattato l’Italia da ogni vergogna passata, sono stati questi lavoratori, operai e contadini e lavoratori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasciste non perché avessero rubato, o per un aumento di salario, o per la diminuzione delle ore di lavoro, ma perché intendevano battersi per la libertà del popolo italiano, e, quindi, anche per le vostre libertà.
E’ necessario ricordare che furono quegli operai, quegli intellettuali, quei contadini, quei giovani che, usciti dalle galere si lanciarono nella guerra di Liberazione, combatterono sulle montagne, sabotarono negli stabilimenti, scioperarono secondo gli ordini degli alleati, furono deportati, torturati e uccisi e morendo gridarono “Viva l’Italia”, “Viva la Libertà”. E salvarono la Patria , purificarono la sua bandiera dai simboli fascista e sabaudo, la restituirono pulita e gloriosa a tutti gli italiani.
Dinanzi a costoro, dinanzi a questi cittadini che voi spesso maledite, dovreste invece inginocchiarvi, come ci si inginocchia di fronte a chi ha operato eroicamente per il bene comune.
Ma perché, dopo quindici anni, dobbiamo sentirci nuovamente mobilitati per rigettare i responsabili di un passato vergognoso e doloroso, i quali tentano di tornare alla ribalta?
Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra generosità nei confronti degli avversari. Una generosità che ha permesso troppe cose e per la quale oggi i fascisti la fanno da padroni, giungendo a qualificare delitto l’esecuzione di Mussolini a Milano. Ebbene, neofascisti che ancora una volta state nell’ombra a sentire, io mi vanto di avere ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che firmare una condanna a morte pronunciata dal popolo italiano venti anni prima.
Un secondo errore fu l’avere spezzato la solidarietà tra le forze antifasciste, permettendo ai fascisti d’infiltrarsi e di riemergere nella vita nazionale, e questa frattura si è determinata in quanto la classe dirigente italiana non ha inteso applicare la Costituzione là dove essa chiaramente proibisce la ricostituzione sotto qualsiasi forma di un partito fascista ed è andata più in là, operando addirittura una discriminazione contro gli uomini della Resistenza, che è ignorata nelle scuole; tollerando un costume vergognoso come quello di cui hanno dato prova quei funzionari che si sono inurbanamente comportati davanti alla dolorosa rappresentanza dei familiari dei caduti.
E’ chiaro che così facendo si va contro lo spirito cristiano che tanto si predica, contro il cristianesimo di quegli eroici preti che caddero sotto il piombo fascista, contro il fulgido esempio di Don Morosini che io incontrai in carcere a Roma, la vigilia della morte, sorridendo malgrado il martirio di giornate di tortura. Quel Don Morosini che è nella memoria di tanti cattolici, di tanti democratici, ma che Tambroni ha tradito barattando il suo sacrificio con 24 voti, sudici voti neofascisti.
Si va contro coloro che hanno espresso aperta solidarietà, contro i Pastore, contro Bo, Maggio, De Bernardis, contro tutti i democratici cristiani che soffrono per la odierna situazione, che provano vergogna di un connubio inaccettabile.
Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni.
Il senso, il movente, le aspirazioni che ci spinsero alla lotta, non furono certamente la vendetta e il rancore di cui vanno cianciando i miserabili prosecutori della tradizione fascista, furono proprio il desiderio di ridare dignità alla Patria, di risollevarla dal baratro, restituendo ai cittadini la libertà. Ecco perché i partigiani, i patrioti genovesi, sospinti dalla memoria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a rivendicare i valori della Resistenza, a difendere la Resistenza contro ogni oltraggio, sono scesi perché non vogliono che la loro città, medaglia d’oro della Resistenza, subisca l’oltraggio del neofascismo.
Ai giovani, studenti e operai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fierezza., il coraggio che hanno dimostrato. Finché esisterà una gioventù come questa nulla sarà perduto in Italia.
Noi anziani ci riconosciamo in questi giovani. Alla loro età affrontavamo, qui nella nostra Liguria, le squadracce fasciste. E non vogliamo tradire, di questa fiera gioventù, le ansie, le speranze, il domani, perché tradiremmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo preparati alla lotta, pronti ad affrontarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sempre.
Qui vi sono uomini di ogni fede politica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in contrasto, come peraltro vuole la democrazia. Ma questi uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, superare tutte le differenziazioni politiche per unirsi come quando l’8 settembre la Patria chiamò a raccolta i figli minori, perché la riscattassero dall’infamia fascista.
A voi che ci guardate con ostilità, nulla dicono queste spontanee manifestazioni di popolo? Nulla vi dice questa improvvisa ricostituita unità delle forze della Resistenza?
Essa costituisce la più valida diga contro le forze della reazione, contro ogni avventura fascista e rappresenta un monito severo per tutti. Non vi riuscì il fascismo, non vi riuscirono i nazisti, non ci riuscirete voi.
Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio.
Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi.”

RACCOLTA FIRME IN ALTO LARIO

ULTIMI GIORNI PER LA RACCOLTA FIRME PER ABROGARE LA LEGGE ELETTORALE “ITALICUM”

“Firmiamo per dire NO alla “deforma” della Costituzione e SI alla modifica della legge elettorale Italicum.

Si ricorda che presso i comuni di: Menaggio, Porlezza, Carlazzo, Cavargna, Pianello del Lario, Musso, Dongo, Gravedona, Grandola ed Uniti, Domaso, Gera Lario, Sorico, Vercana sono depositati i moduli per la raccolta firme per dire NO alla riforma della Costituzione e SI all’abolizione della legge elettorale Italicum.

Le firme per l’ abrogazione dell’ Italicum devono essere consegnate entro il 15 giugno, quindi sono gli ultimi giorni utili.

Mentre per l’altro c’è tempo fino al 10 Luglio.