



E’ con profondo dolore che diamo la notizia della scomparsa, avvenuta stamattina, del caro compagno Nello Caronti.
Figlio dell’ eroe della Resistenza Enrico Caronti, ha partecipato, seppur giovanissimo, alla lotta di Liberazione nel comasco.
Daremo nelle prossime ore notizia dei funerali.
Comitato provinciale di Como
Intervista di Radio Popolare al prof. Valerio Onida, presidente della Corte Costituzionale, sulle ragioni del NO.
Da non perdere!
http://www.radiopopolare.it/podcast/il-demone-del-tardi-i-fatti-20/
27 Settembre 2016
Abbiamo finalmente la data. Naturalmente è la peggiore, anche se almeno rappresenta un punto fermo, perché è la più lontana e tutto continua ad essere incentrato sul referendum, mentre il quadro economico, politico e internazionale si presenta sempre più complesso. Ma tant’è: evidentemente insicuro e preoccupato, il governo voleva guadagnare tempo, dimostrando ancora una volta di anteporre interessi di parte a quelli generali (basti pensare che appena due mesi fa, si parlava del 2 ottobre).
D’altronde, tutto torna, così come il quesito che riproduce l’intero titolo della legge (non è vero che si trattava di una soluzione obbligata), che è praticamente uno spot promozionale per il SI’, anche se evidenzia la straordinarietà di un quesito che dovrebbe essere omogeneo e di facile comprensione e così è solo un pasticcio di netta impronta populista.
“Ce ne faremo una ragione”, comunque procedendo con serenità e fermezza nella nostra campagna referendaria, decisi – nonostante tutto – a vincerla. Alla fine, qualche settimana in più sarà utile per controbattere l’insistente propaganda, condotta con ogni mezzo (ricatti compresi), che vanno portando avanti i sostenitori del SI’.
Carlo Smuraglia
(da ANPInews n.216 – 27 settembre /4 ottobre 2016)
16 Settembre 2016
Il commento del Presidente nazionale ANPI per il nostro sito
Devo dire, prima di tutto, che ho trovato alla Festa dell’Unità una accoglienza cordiale e calorosa da parte di tutta la dirigenza del Partito Democratico e particolarmente affettuosa da parte di moltissimi presenti alla Festa (anche da parte di alcuni che si dichiaravano apertamente per il “sì”).
Dopo di che, ritengo che sia stata una serata importante, con un confronto paritario tra il Segretario del PD e il Presidente dell’ANPI (quell’ANPI che alcuni pretenderebbero di considerare ormai estinto).
Ho insistito molto, nel dibattito, sul merito delle riforme (riforma del Senato e legge elettorale) e sul ruolo dell’ANPI. Renzi ha preferito parlare più volte di politica e dei meriti del Governo, anche per riscaldare i suoi fan, peraltro già di per sé agguerriti. Ma alla fine, tutto è stato civile, anche da parte della appassionata (e diversificata) platea; e spero davvero che alcuni dati sulle riforme siano apparsi con chiarezza ed evidenza a tutto l’uditorio come una corretta e composta informazione.
Ho registrato solo, con rammarico e con un po’ di intima indignazione, una caduta di stile e precisamente il riferimento del Segretario del Partito Democratico ai partigiani che votano “sì”, indicati – alcuni – anche nominativamente e segnalati per l’applauso che, ovviamente, c’è stato. Avevo detto poco prima che certamente c’è qualcuno per il “sì” anche nell’ANPI, ma che i dati del Congresso dimostrano che si tratta di una esigua minoranza, a cui è stato riconosciuto il pieno diritto di dissentire, con l’invito, peraltro, a non fare atti clamorosamente contrastanti con la linea approvata dal Congresso; ed avevo assicurato che non vi sono state e non vi saranno limitazioni alla libertà di pensiero e, a maggior ragione, nessuna misura disciplinare per la minoranza. A questo punto, riproporre la stantia distinzione tra partigiani “veri” (quelli che votano “sì”) e partigiani meno meritevoli e meno veri (a cominciare da me) per il solo fatto che votano “no”, è stato di cattivo gusto ed ha irritato molti degli iscritti all’ANPI presenti (non solo i vecchi partigiani ma anche i giovani e meno giovani iscritti). Ero stato tentato di reagire vivacemente sul palco, ma ho preferito evitare di eccitare gli animi, consentendo così che la manifestazione si concludesse serenamente, restando un esempio di confronto civile per tutta la campagna referendaria in corso.
Carlo Smuraglia
Questa sera, a Bologna, alla festa dell’ Unità avrà luogo l’ atteso confronto fra il presidente dell’ Anpi Carlo Smuraglia e il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Per chi volesse ascoltarlo in diretta, potrà seguire il dibattito su Radio Popolare ( fm 107,6) dalle ore 21,30
Napolitano si preoccupa per l’ esasperazione del confronto sul referendum costituzionale. Preoccupazione giusta, perché nessuno si può compiacere della circostanza che una riforma di 47 articoli della Costituzione, che una nuova e diversa architettura dello Stato possano sortire da una lacerante divisione. I vecchi, saggi costituenti rappresentavano la Repubblica come «casa comune» dentro la quale siamo chiamati ad abitare insieme (così, per esempio, Moro). Non è buona cosa che mezzo paese – vinca il sì o vinca il no – debba sentire a sé estranea o addirittura ostile la casa che abita. Un prezzo troppo alto.
Dunque, preoccupazione giusta quella di Napolitano. Ma ci dovremmo interrogare sulle cause e sulle responsabilità di un confronto che sconfina nello scontro. Una traccia la fornisce lui stesso: l’ errore della personalizzazione della contesa operata dal premier; una legge elettorale sbagliata varata addirittura con il ricorso al voto di fiducia (non vi sono precedenti al riguardo) e sulla quale già oggi, a suo dire, il Pd dovrebbe prendere una iniziativa volta a cambiarla senza attendere la Consulta; il ricorso improprio al referendum costituzionale – istituto concepito come strumento delle minoranze sconfitte in parlamento – da parte della maggioranza di governo favorevole alla riforma. Tutti elementi, questi, che alterano il senso del referendum, che lo snaturano, che avvelenano il confronto e che conducono i critici, con buone ragioni, a parlare di plebiscito.
Scusate se è poco…
Ma se si vuole andare alla radice della deriva paventata da Napolitano bisogna fare un passo indietro. Risalire all’ avvio della legislatura. È sorprendente quanto sia labile la memoria collettiva. Non vi fu un chiaro vincitore delle elezioni. L’ opinione largamente prevalente, allora, era la seguente: si faccia un governo del presidente o istituzionale che dir si voglia e, entro un anno al massimo, si restituisca la parola ai cittadini -elettori. A intuito, nessuno si sarebbe azzardato a sostenere che quel parlamento avesse titolo per fare una grande riforma costituzionale. E invece il governo Letta, proprio dietro sollecitazione di Napolitano, si assegnò quel compito. Con una procedura farraginosa, in deroga alll’ articolo 138 della Costituzione, che si risolse in nulla. Così come, con ancor più enfasi e con procedura ordinaria, fece il governo Renzi. Governo legittimo, sia chiaro, ma anch’ esso privo di una investitura elettorale.
Nel frattempo, intervenne la sentenza con la quale la Consulta dichiarò incostituzionale il Porcellum. Essa non si spingeva sino a confutare la legittimità del parlamento nella sua attività legislativa ordinaria, ma certo una grande riforma costituzionale è cosa affatto diversa, che avrebbe presupposto ben altra autorevolezza e ben altro mandato. Dunque, due governi, a debole investitura, hanno fatto della riforma costituzionale, materia genuinamente parlamentare, la propria ragione sociale. Con l’ avallo e la sponda del presidente della Repubblica. Qui sta, a mio avviso, il peccato d’ origine dell’ intera vicenda. Che Renzi, non a torto, certifica sostenendo che «questa riforma porta il nome e il cognome di Giorgio Napolitano». È la verità, anche se l’ interessato comprensibilmente si schermisce.
Insomma: come sorprendersi dei contrasti e dell’ incattivimento del confronto su una grande riforma costituzionale che affonda le sue radici ed è segnata da un percorso nel quale la giusta sequenza parlamento -governo -presidente della Repubblica è sovvertita dalla sequenza presidente della Repubblica -governo -parlamento? Come non chiedersi se l’ improprio, esorbitante protagonismo del governo (e del premier) sulla più parlamentare delle materie non abbia concorso ad acuire il dissenso delle opposizioni e dunque a restringere le basi di consenso della riforma?
Faccio fatica a convincermi che a tale vizio d’ origine, a tale distorsione di metodo e di percorso si possa persuasivamente rispondere evocando l’ applauso dei parlamentari al discorso di insediamento del Napolitano 2. Non può essere un applauso a sanare un’anomalia.
Franco Monaco, deputato del Pd.
Cari amici e compagni, in allegato trovate l’appello della sezione ANPI Monguzzo Erbese per una raccolta di beni di prima necessità, per i migranti che vivono ancora nel prato della stazione San Giovanni a Como. Anche il Comitato Provinciale ha aderito al coordinamento di Como senza Frontiere che ormai da tempo si occupa di queste persone. Facciamo nostro questo appello e lo proponiamo a tutti i nostri iscritti. Già nella riunione di venerdì 9 settembre abbiamo chiesto ai dirigenti delle sezioni di mettere a disposizione delle risorse per acquistare beni di prima necessità da donare ai migranti. Però, più alimenti arrivano meglio è. I punti di raccolta dei viveri possono essere o presso la sezione di Monguzzo o al comitato provinciale di via Brambilla, 39 a Como, previa telefonata ai n. 3408441114 Marco per Monguzzo o 3356056769 Antonio per Como.
RIAVERE I NOSTRI BORGHI PER PERMETTERE UN FUTURO
In Italia i cittadini e i loro monumenti non hanno destini separati: vivono, o muoiono, insieme.
Per questo appaiono non solo condivisibili, ma davvero importanti, le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro Graziano Delrio sulla necessità di ricostruire i centri devastati dal sisma dov’ erano e com’ erano, salvo che per le misure antisismiche.
L’ espressione «dov’ era e com’ era» ha una lunga storia italiana. Alle 9.52 del 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia rovinò al suolo, lasciando un cumulo di macerie alto venti metri. In un dibattito parlamentare, incalzato dal deputato Pompeo Molmenti, il ministro per l’ Istruzione Nunzio Nasi (allora responsabile delle Belle Arti) pronunciò parole simili a quelle oggi dette da Renzi: «Il governo non potrà far altro che rispettare la volontà dei veneziani». E il 19 luglio l’ inviato del governo dichiarò che il Campanile sarebbe stato ricostruito «com’ era e dov’ era»: non era pensabile che Venezia perdesse il suo profilo. Venne stampato un francobollo con quel motto, e nel 1908 il ‘nuovo’ Campanile fu inaugurato.
È di fronte alla dimensione apocalittica delle distruzioni della Seconda guerra mondiale che quel motto torna attuale. Nell’ aprile del 1945, nel primo numero del Ponte di Piero Calamandrei, lo storico dell’ arte Bernard Berenson scrive: «Se noi amiamo Firenze come un organismo storico che si è tramandato attraverso i secoli, come una configurazione di forme e di profili che è rimasta singolarmente intatta nonostante le trasformazioni a cui sono soggette le dimore degli uomini, allora essi vanno ricostruiti al modo che fu detto del Campanile di San Marco, “dove erano e come erano”».
È da quello spirito, che intrecciava ricostruzione delle città e ricostruzione della democrazia, che nasce l’ articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Gli italiani di oggi non lo sanno (il che non fa che dimostrare l’ eccezionale bravura delle maestranze di allora), ma le chiese, le piazze, i palazzi che formano i nostri centri storici sono in parte assai notevole frutto di una estesa opera di ricostruzione postbellica. In altri termini: se nel 1945 non fosse stata presa quella decisione, oggi l’ Italia come tutti la conosciamo, e celebriamo, semplicemente non esisterebbe.
Questa linea attraversa la nostra storia, annoverando successi (si pensi a Venzone, in Friuli) e insuccessi, fino ad arrestarsi drammaticamente all’ Aquila, nel 2009. Qui il governo Berlusconi decise di sacrificare il futuro di una città sull’ altare della propria immagine mediatica, dando vita ad una sorta di deportazione di massa, che ha spezzato forse per sempre ogni rapporto sociale, recidendo alla radice il rapporto tra un popolo e le sue pietre. Con il risultato che oggi il vero rischio è che forse finiremo (tra vent’ anni) per avere un’ Aquila ricostruita, ma vuota: perché il suo corpo sociale non esiste più. I diciannove insediamenti di cemento voluti da Berlusconi e Bertolaso intorno all’ Aquila sono stati chiamati, abusivamente new town, ma il risultato è un’ unica no town: una generazione di aquilani che non sa cosa sia una città, e dunque cosa sia la cittadinanza. Perché questo è il cuore della tradizione culturale italiana: il nesso strettissimo tra la bellezza della città e la dignità della vita civile.
Anche la gestione del dopo terremoto in Emilia non è stata esente da ombre: tra le quali il frettoloso abbattimento, a colpi di dinamite, di troppi campanili e municipi danneggiati, ma salvabili. Ora Vasco Errani ha l’ occasione di mostrare che si è fatto tesoro di quegli errori, coinvolgendo sistematicamente la comunità scientifica nelle decisioni da prendere. Per ricostruire i borghi appenninici com’ erano e dov’ erano occorrerà, infatti, abbandonare improvvisazioni mediatiche come quella dei cosiddetti ‘caschi blu della cultura’, e invece tornare ad avvalersi delle solide competenze del personale delle soprintendenze, troppo spesso umiliato e privato di ogni mezzo. Grazie al lavoro esemplare di una funzionaria dei Beni Culturali (Alia Englen, coadiuvata tra gli altri dalla storica dell’ arte, e direttrice del museo civico di Amatrice, Floriana Svizzeretto, uccisa dal crollo della sua abitazione) abbiamo una catalogazione capillare del patrimonio artistico di Amatrice, corredata da una capillare documentazione fotografica: ed è da questa conoscenza che bisogna ripartire per impedire saccheggi, salvare ogni pietra che si possa consolidare, ricostruire il resto e trattenere in loco il patrimonio mobile.
È una sfida vitale, perché riavere i nostri borghi com’erano e dov’erano non serve a difendere il passato: ma a permettere che esista un futuro.
La Repubblica, 30 Agosto 2016