
COMUNICATO ANPI NAZIONALE



POLEMICHE ALL’ ANPI.
“L’ANPI ribadisce le sue posizioni sul conflitto in Ucraina e respinge radicalmente qualsiasi accusa al Presidente della Repubblica. Non condividiamo l’iniziativa del 22 dicembre alla Federico II di Napoli”
Nei fatti, al termine di una affollatissima conferenza pubblica, è stato organizzato un flash mob di contestazione.
Abbiamo poi registrato un crescendo inaccettabile di strumentale rumore e di calunnie rivolte all’Associazione nazionale che respingiamo con sdegno, ma anche con amarezza, perché in qualsiasi polemica non dovrebbe mai sfuggire a personalità della politica e delle istituzioni il limite dell’offesa e della diffamazione.
L’ANPI, per sua natura e costituzione, considera un valore il pluralismo e la dialettica democratica: beni da salvaguardare, anche nei confronti più aspri.»
LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI
RISPOSTA DELL’ ANPI-NAPOLI ZONA ORIENTALE, Sez. Aurelio Ferrara
Alcune doverose precisazioni:
1. quella del 22 è stata una chiara aggressione di stampo squadristico, altro che flashmob;
2. l’iniziativa è stata concordata con ANPI Nazionale, tanto da prevedere ufficialmente la presenza del responsabile per il Mezzogiorno della Segreteria nazionale ANPI, assente solo perché gravemente ammalato;
3. l’iniziativa era comunque presieduta ed introdotta dall’autorevole compagno Marino, del Comitato Nazionale ANPI, cofondatore dell’ ANPI a Napoli;
4. alla gremitissima iniziativa erano presenti 7 Presidenti di Sezioni ANPI, con ampie delegazioni delle Sezioni stesse ;
5. agli attacchi violenti abbiamo comunque risposto con compostezza e dando COMUNQUE la parola ai facinorosi;
7. per una contestazione molto meno dura a tale Fiano si provvide ad esprimergli solidarietà entro poche ore ;
8. accogliamo con soddisfazione la solidarietà che ci giunge da innumerevoli organizzazioni e compagni da tutta Italia, comprese quelle delle sezioni ANPI ;
9. facciamo presente che fanno fede i filmati integrali dell’evento, avallati da autorevoli organi di stampa, compreso il Corriere della Sera ;
10. rimaniamo in attesa, rispettosamente ma fermamente, di un confronto con gli estensori di questo comunicato.”
ABERRANTI E INACCETTABILI LE PROPOSTE DEL COMITATO REMIGRAZIONE CHE SI PRESENTA A MODENA IL 19 DICEMBRE.
CGIL, ANPI, ARCI, UDU, e Rete Medi di Modena condannano fermamente l’ iniziativa del Comitato Remigrazione che si terrà a Modena venerd’ 19 dicembre. Sono previsti interventi di rappresentati del Fronte Veneto Skinheads, Rete dei Patrioti Emilia, Comunità militante Bulaggna e Casapound. Tutte organizzazioni di stampo chiaramente fascista e con forti posizioni razziste e xenofobe.
Modena città Medaglia d’Oro al valor Militare per la Resistenza rifiuta con forza queste posizioni che rappresentano uno sfregio a una città nata dalla lotta partigiana che ha sempre messo al centro i valori dell’antifascismo, la difesa della democrazia e l’inclusione sociale.
E’ molto grave la presentazione a Modena del Comitato Remigrazione e le idee che propugna. La remigrazione (ovvero riportare le persone straniere nei loro paesi di provenienza) e il primato dell’italianità, non sono che mezzi per riproporre ideologie basate sulla superiorità razziale e sulla deportazione come mezzi per “depurare” una società, posizioni che riportano inevitabilmente il pensiero alle pagine più oscure e vergognose della storia del nostro Paese.
La remigrazione non è altro che un modo per parlare di deportazione, fenomeno che richiama gli spostamenti forzati di popolazioni che hanno segnato drammaticamente il XX secolo.
I promotori di tali aberranti posizioni sono certamente movimenti minoritari, ma che purtroppo trovano sponde in forze e culture che sono addirittura al Governo. E’ preoccupante che le loro tesi, inaccettabili e dannose per la tenuta sociale ed economica del Paese, siano condivise anche da esponenti di partiti al governo, segno di un viraggio pericoloso verso l’estrema destra della maggioranza governativa.
Questi movimenti di stampo neo fascisti e razzisti fanno leva sulle paure delle persone sul tema dell’immigrazione. L’immigrazione è un tema che va discusso, che va regolato e che va migliorato, a partire dalla modifica della Legge Bossi Fini che, di fatto, legalizza un tipo di immigrazione che spesso apre essa stessa spazi di illegalità.
Noi pensiamo che la vera democrazia non ha bisogno di avere paura delle diversità, ma ha bisogno di conoscere e di confronto. Rifiutiamo un’idea autoritaria che punta all’omologazione. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sui principi e i valori della Costituzione che siamo tutti chiamati a rispettare.
Cgil, Anpi e Arci, Udu e Rete Studenti Medi di Modena chiedono di dissociarsi da questo tipo di iniziative alle forze di centro destra, che a Modena rappresentano l’opposizione, e che governano a livello nazionale.
Cgil, Anpi, Arci, Udu e Rete Studenti Medi di Modena
Modena, 17 dicembre 2025
5 dicembre 2025
È bene che il capogruppo PD in Senato abbia sconfessato il disegno di legge Del Rio sull’antisemitismo, ma il ddl non è stato ritirato e rimane una ferita aperta.
Esso penalizza presunti comportamenti antisemiti assumendo la definizione palesemente strumentale della Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che equipara antisemitismo e antisionismo. Di conseguenza il ddl criminalizza di fatto ogni critica a Israele e mette ai margini della legalità l’intero movimento popolare di solidarietà con la Palestina, laddove per qualsiasi persona di buon senso l’antisemitismo è l’avversione, il pregiudizio e l’odio verso gli ebrei.
L’antisemitismo va combattuto senza se e senza ma, a cominciare dalle leggi razziali volute da Mussolini e dalla persecuzione infame voluta da Hitler.
L’antisionismo e la critica anche radicale a Israele è un’opinione che può o meno essere condivisa, ma è del tutto legittima, tant’è che è sostenuta da molte personalità del mondo ebraico e da intere comunità ebraiche.
Il ddl Del Rio – come gli analoghi ddl Gasparri, Gasparotto e della Lega – al di là forse della volontà dei firmatari (almeno lo spero), è di fatto un servizio all’impunita’ di cui godono i governi israeliani nel tempo in cui Gaza è un cumulo di macerie rosse del sangue di decine di migliaia di gazawi e in Cisgiordania i coloni praticano la caccia all’uomo contro i contadini palestinesi.
Gianfranco Pagliarulo
Fra richieste di generalità a tanti pacifici partecipanti alle manifestazioni per la Palestina e riforme che introducono nuove fattispecie di reato e aumentano le pene per fattispecie di reato già esistenti – la legge-sicurezza – passa di fatto sotto silenzio il rigurgito di violenze e provocazioni di natura neofascista particolarmente virulento durante il mese di ottobre. Brutta cosa la rimozione.
Il 3 ottobre a Roma viene aggredito un medico dell’istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, mentre andava via dal flash mob ‘Luci per la Palestina’. Colpito alla testa, viene ricoverato al San Camillo.
Il 5 ottobre sempre a Roma, a piazza Vittorio, una trentina di squadristi aggredisce in un bar con caschi e bastoni un gruppo di persone che avevano partecipato a una manifestazione per la Palestina.
Il 18 ottobre a Cesena un cittadino italiano di origine albanese e un ragazzo marocchino sono presi a calci e pugni da un gruppo di una quarantina di appartenenti ad ambienti neo-fascisti.
Il 19 ottobre sulla strada statale 79 verso Terni, la tragedia: viene attaccato il pullman del Pistoia Basket e assassinato Raffaele Marianella, uno dei due autisti. Sono attualmente in carcere per “gravi indizi di colpevolezza” tre ultrà neofascisti.
Il 25 ottobre a Roma il giornalista Alessandro Sahebi viene aggredito a Roma in via Merulana mentre era con la sua compagna e il loro bimbo di sei mesi. Volevano che si togliesse la felpa con la scritta “azione antifascista”.
Il 26 ottobre a Genova un gruppo di squadristi armati di spranghe fa irruzione nel liceo Da Vinci occupato dagli studenti e al grido di “Viva il duce” devasta alcune aule, disegna una svastica sui muri, infrange i vetri.
Il 26 ottobre a Predappio un migliaio di nostalgici saluta romanamente davanti alla tomba di Mussolini.
Si tratta, certamente, di episodi fra di loro diversi e scollegati, ma che comunque indicano un’allarmante accelerazione di eventi di natura squadristica che, se non contrastati, potrebbero moltiplicarsi, e che di conseguenza richiedono la massima attenzione da parte delle istitutuzioni e delle forze democratiche. Questo è vero, a maggior ragione, considerando il delicatissimo momento che attraversa il Paese, percorso da grandi e legittime manifestazioni per la Palestina e per la pace, scosso da un crescente malessere sociale causato da un impoverimento generalizzato dei ceti bassi e medio bassi, indebolito da elementi di degrado della convivenza civile e da una più generale crisi di valori; un mix di contraddizioni che ha visto sempre, nella storia del dopoguerra, la reazione di formazioni neofasciste.
Sappiamo bene che a tutt’oggi la Presidente del Consiglio rifiuta di dichiararsi antifascista e il Presidente del Senato contesta il carattere radicalmente antifascista della Costituzione. E sappiamo bene anche quanto scarsa sia la memoria dei dirigenti apicali di Fratelli d’Italia nei confronti del filo nero della violenza fascista che ha caratterizzato gli anni della Repubblica, raggiungendo il suo culmine nella tragica stagione dello stragismo.
Ricordo che il 20 gennaio 2023 con una delegazione di rappresentanti di sindacati e di associazioni incontrammo il ministro dell’Interno Piantedosi chiedendo l’immediato sgombero di CasaPound dall’edificio illegalmente occupato in Via Napoleone III, 8 dal 26 dicembre 2003 (2003!) e, in merito all’assalto alla sede nazionale CGIL del 9 ottobre 2021, l’attuazione – seppur tardiva – del secondo comma dell’articolo 3 della legge Scelba del 1952 che recita che “nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art. 1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge”. Nulla avvenne, E fu un presagio di disinteresse.
La recrudescenza dello squadrismo avviene dunque in un clima da un lato di indifferenza politica da parte dell’autorità di governo. Sul pullman di Pistoia c’è scappato il morto. A questo punto nessuno può più transigere. È ora che il ministro dell’Interno ci ripensi e agisca per interrompere questa allarmante sequela di violenze con gli strumenti politici che ha a disposizione. Si possono dare dei segnali chiari. Per esempio liberando finalmente la sede occupata da CasaPound. Per esempio mettendo fuori legge le organizzazioni neofasciste.
Gianfranco Pagliarulo

SALVIAMO GAZA
Il 15 giugno una marcia nazionale da Marzabotto a Monte Sole chiederà a gran voce umanità in un territorio martoriato da una criminalità omicida che sembra inarrestabile. 18.000 bambini uccisi. Molto più di 50.000 morti. Un popolo intero da affamare e da cacciare dalla sua terra.
Si chiama pulizia etnica.
A Marzabotto nel 1944 si realizzò un massacro inaudito. E proprio significativamente da qui ci si metterà in Marcia per fermare un rinnovato orrore.
L’ANPI è tra i co-promotori.
L’invito è forte e accorato: siateci, in tantissime e tantissimi.
Un’occasione preziosa di unità in movimento.
L’APPUNTAMENTO:
La marcia partirà da Marzabotto alle ore 11. Alle 14 inizieranno gli interventi a Monte Sole

30 Settembre 2021
Dichiarazione del Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo. “Attendiamo com’è doveroso di leggere la sentenza. È però evidente che la condanna abnorme contraddice radicalmente la vicenda di un uomo che ha sempre aiutato gli ultimi e non si è mai arricchito”
Siamo sconvolti per la notizia della condanna a Mimmo Lucano cui inviamo solidarietà e vicinanza. Un Sindaco che per sensibilità personale e dovere costituzionale ha fatto dell’accoglienza e dell’integrazione la marca del suo impegno. Attendiamo com’è doveroso di leggere la sentenza. È però evidente che la condanna abnorme contraddice radicalmente la vicenda di un uomo che ha sempre aiutato gli ultimi e non si è mai arricchito. Ribadendo la fiducia nella magistratura e sottolineando la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva, l’ANPI tutta confida nei successivi gradi di giudizio, in una positiva risoluzione di questa dolorosissima vicenda giudiziaria
Gianfranco Pagliarulo – Presidente nazionale ANPI

Articolo di Gianfranco Pagliarulo sul quotidiano Domani del 12 marzo

Si avvicina l’80esimo anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia. Quell’evento – 6 aprile 1941 – rappresentò l’inizio di un’oppressione e poi di una repressione sanguinosa. Le vittime jugoslave dell’occupazione, della contestuale aggressione nazista e dei crimini dei collaborazionisti si contano nella cifra di oltre un milione di morti.
La legge 92 del 2004 recita, all’art. 1, che «la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». In questi diciassette anni, ben lungi da un lavoro di costruzione di una memoria, se non condivisa, quantomeno complessiva, si è sviluppata un’azione a largo raggio delle destre, in particolare le destre estreme, tesa a imporre il dramma delle foibe e dell’esodo come una sorta di una narrazione alternativa e contrapposta alla storia della Resistenza.
Tale azione politica e culturale a tutt’oggi in corso ha come presupposto necessario l’estrapolazione delle drammatiche vicende dal contesto e perciò la consapevole rimozione delle finalità della legge in merito alla “complessa vicenda del confine orientale”. Ferma rimanendo – questo sia assolutamente chiaro – la condanna e la riprovazione per l’orribile vicenda delle foibe, come più volte ribadito dall’Anpi nazionale, e assieme la drammatica memoria dell’esodo, va sottolineato che l’obiettivo reale delle destre estreme è la costruzione di un mito vittimario fascista. Dietro questa complessa operazione si cela un paradossale capovolgimento della storia, per cui il fascismo italiano, responsabile dell’aggressione alla Jugoslavia, sarebbe stato in realtà vittima dell’aggressione jugoslava in una realtà ucronica in cui sono state radicalmente rimosse l’invasione, le violenze, l’impunità dei criminali di guerra, le complicità con il Terzo Reich.
L’operazione di illusionismo consiste nello spegnere ogni luce sulla drammatica scena del confine orientale, mentre i fari si illuminano soltanto per le tragedie delle foibe e dell’esodo.
Tutto qui per gli illusionisti? No. Rimane da disinnescare il pericolo rappresentato dalle fonti della conoscenza della verità sui fatti, cioè la ricerca storica, ove questa non confermi la vulgata della destra, e rivestire di autorità istituzionale la versione illusionista attribuendo alle medesime istituzioni il compito inquietante di stabilire una volta per tutte un’unica verità, negando la quale ci si pone in automatico al fuori di qualsiasi legittimità. Detto in breve, non sono gli storici che scrivono la storia, ma lo Stato.
L’incarnazione di questo disegno si trova nella mozione proposta dal gruppo di Fratelli d’Italia, approvata il 23 febbraio dal Consiglio regionale del Veneto e preceduta da un’analoga mozione del 2019 del Consiglio del Friuli-Venezia Giulia.
Nel documento si premette che «tra il 1943 ed il 1947 sono stati assassinati e infoibati dal regime comunista jugoslavo oltre 12.000 italiani». Ma il regime inizia alla fine del 1945; nel periodo precedente si è in presenza di un movimento di resistenza contro l’occupazione nazifascista. Eppure questa grottesca svista proclama la vacuità, la vanità e la presunzione di sostituire alla ricerca storica una artefatta verità politico-istituzionale.
Né va meglio con le vittime delle foibe, dichiarate nel numero di 12.000 – ovviamente senza citare alcuna fonte –, per cui qualsiasi altro calcolo formulato in base agli elementi di ricerca si rivela “riduzionista”. È il caso del “Vademecum per il giorno del ricordo”, esplicitamente attaccato come “riduzionista” dalla mozione. Il testo, davvero equilibrato, a cura di un gruppo di autorevoli storici, stima un numero di vittime inferiori di circa la metà rispetto a quello dichiarato dalla mozione.
Tra tali storici c’è da segnalare la presenza di Raoul Pupo, uno dei massimi studiosi dell’argomento, già relatore ufficiale al Quirinale nel Giorno del ricordo. Sia chiaro che il dramma delle foibe rimane esecrabile sia che le vittime siano state 12.000, sia che siano state un numero inferiore. Ma che le 12.000 vittime diventino verità assoluta e inconfutabile per decisione del Consiglio regionale del Veneto pena l’incorrere nella sua scomunica, è francamente imbarazzante per un Paese civile.
L’esegesi del testo della mozione potrebbe continuare a lungo, smontando omissioni e veri e propri falsi di cui è costellata. Conviene però soffermarsi su qualche punto ulteriore, ove si afferma che ci si impegna «a sospendere ogni tipo di contributo finanziario e di qualsiasi altra natura (…) a beneficio di soggetti pubblici e privati che, direttamente o indirettamente, concorrano con qualsiasi mezzo o in qualsiasi modo a diffondere azioni volte a macchiarsi di riduzionismo, giustificazionismo e/o di negazionismo nei confronti delle vicende drammatiche quali le foibe e l’esodo, sminuendone la portata e negando la valenza storica e politica di questa enorme tragedia».
Ma con chi ce l’hanno gli estensori della mozione? Lo si scopre in una delle premesse: «in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo ogni anno vengono organizzati numerosi convegni di natura negazionista o riduzionista con la presenza di presunti storici, a cura principalmente dell’Anpi, con il sostegno talvolta di amministrazioni locali compiacenti e di partiti politici presenti in Parlamento, con il solo fine di sminuire o addirittura negare il dramma delle foibe e delle drammatiche vicende correlate». In sostanza coloro che propongono una visione difforme da quella imposta nella mozione sarebbero sanzionabili: l’Anpi, gli storici («presunti»), le amministrazioni locali («compiacenti»), i partiti politici.
Nella gabbia – invero zoppicante – della mozione è imprigionata, in sostanza, la libertà di ricerca e le libere iniziative promosse in questa direzione dalle forze sociali e politiche. Quanto basta perché un rilevantissimo numero di storici e di istituti di ricerca abbia inviato una lettera aperta al Presidente della Repubblica in cui si denuncia «un rischio gravissimo per la libertà di ricerca, il libero dibattito scientifico, e più in generale per la libertà di espressione del nostro Paese». In sostanza, la mozione di Fratelli d’Italia è in violenta rotta di collisione – un riflesso pavloviano? – con l’art. 21 della Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
E ancora: nella mozione si richiama la legge 115 del 2016 «con la quale si attribuisce rilevanza penale alle affermazioni negazioniste della Shoah» con l’evidente intenzione di estenderne l’ambito anche versus i “negazionisti” e “riduzionisti” delle foibe, nella cieca ignoranza del disposto della legge che considera la norma sulla negazione della Shoah come una circostanza aggravante dei delitti di natura tipicamente neofascista di propaganda razzista.
Finito? Neanche per idea. Nella mozione si denuncia, in breve, la non sufficiente presenza del dramma delle foibe e dell’esodo nei programmi di formazione. Come se nei programma di formazione ci si soffermasse, viceversa, sulle «complesse vicende del confine orientale». Ma quando mai si parla nelle scuole dell’invasione della Jugoslavia? Gli italiani in Jugoslavia si resero responsabili di incendi, fucilazioni, stragi, rappresaglie di ogni genere. E del fascismo di confine?
Fu proprio in quei territori che i fascisti presentarono il loro volto più violento per un lungo periodo che prese avvio dall’inizio degli anni Venti: una sistematica politica di oppressione e snazionalizzazione delle minoranze slovene e croate e di persecuzione degli antifascisti. Il 20 settembre 1920 a Pola Benito Mussolini affermò fra l’altro: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». E dell’occupazione tedesca del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia? Dopo l’8 settembre il Friuli Venezia Giulia fu occupato e amministrato dal Terzo Reich, collaborazionisti cosacchi compresi, in armonia con i fascisti locali ovviamente subalterni e fu luogo di ulteriori atrocità che videro protagonisti non solo i tedeschi, ma anche i fascisti italiani, fra cui quelli della X Mas. E dei criminali di guerra italiani rimasti a tutt’oggi impuniti?
Questo fu il contesto in cui si consumò il dramma delle foibe e successivamente dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e, assieme, prese corpo la questione dell’espansionismo jugoslavo a fronte di una guerra che l’Italia, fra gli altri, aveva dichiarato, uscendone sconfitta l’8 settembre 1943 e redenta per quanto possibile dalla Resistenza. Andò molto peggio alla Germania e al Giappone.
Le foibe e l’esodo sono tragedie sconvolgenti che richiedono la massima serietà nella ricerca storica, nell’attribuzione delle responsabilità, e nell’approccio politico affinché non diventino la bandiera di una fazione e la foglia di fico di un ultranazionalismo irredentistico di tipo novecentesco. E questo è il cuore del problema che abbiamo davanti: dietro il racconto di una storia riscritta, cancellata, inventata, semplicemente violentata si nasconde una ruggine vendicativa e sciovinista che costituisce un pericolo per il nostro Paese e per i Paesi confinanti. Per i firmatari della mozione e per quella rilevantissima parte delle destre che condivide la sostanza di quelle tesi il Novecento non è stato il secolo breve ma è invece un secolo così lungo che continua tutt’oggi, nell’anno del Signore 2021.
Il cosiddetto confine orientale andrebbe finalmente osservato con uno sguardo altro e alto: una frontiera di secolare convivenza fra culture, lingue, religioni, stili di vita differenti. Non un muro, ma un ponte che consenta di guardare ad un futuro pacifico e di progresso di civiltà, mettendo a valore le straordinarie ricchezze culturali di quella terra.
Bene sarebbe che proprio in questa prospettiva, nella circostanza dell’anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia proprio dalle istituzioni italiane giungesse un inequivocabile messaggio di distensione e di riconoscimento delle pesanti responsabilità che gravano ancora sul nostro Paese.