“L’ANPI ribadisce le sue posizioni sul conflitto in Ucraina e respinge radicalmente qualsiasi accusa al Presidente della Repubblica. Non condividiamo l’iniziativa del 22 dicembre alla Federico II di Napoli”
Nei fatti, al termine di una affollatissima conferenza pubblica, è stato organizzato un flash mob di contestazione. Abbiamo poi registrato un crescendo inaccettabile di strumentale rumore e di calunnie rivolte all’Associazione nazionale che respingiamo con sdegno, ma anche con amarezza, perché in qualsiasi polemica non dovrebbe mai sfuggire a personalità della politica e delle istituzioni il limite dell’offesa e della diffamazione. L’ANPI, per sua natura e costituzione, considera un valore il pluralismo e la dialettica democratica: beni da salvaguardare, anche nei confronti più aspri.»
LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI
RISPOSTA DELL’ ANPI-NAPOLI ZONA ORIENTALE, Sez. Aurelio Ferrara
Alcune doverose precisazioni:
1. quella del 22 è stata una chiara aggressione di stampo squadristico, altro che flashmob;
2. l’iniziativa è stata concordata con ANPI Nazionale, tanto da prevedere ufficialmente la presenza del responsabile per il Mezzogiorno della Segreteria nazionale ANPI, assente solo perché gravemente ammalato;
3. l’iniziativa era comunque presieduta ed introdotta dall’autorevole compagno Marino, del Comitato Nazionale ANPI, cofondatore dell’ ANPI a Napoli;
4. alla gremitissima iniziativa erano presenti 7 Presidenti di Sezioni ANPI, con ampie delegazioni delle Sezioni stesse ;
5. agli attacchi violenti abbiamo comunque risposto con compostezza e dando COMUNQUE la parola ai facinorosi;
7. per una contestazione molto meno dura a tale Fiano si provvide ad esprimergli solidarietà entro poche ore ;
8. accogliamo con soddisfazione la solidarietà che ci giunge da innumerevoli organizzazioni e compagni da tutta Italia, comprese quelle delle sezioni ANPI ;
9. facciamo presente che fanno fede i filmati integrali dell’evento, avallati da autorevoli organi di stampa, compreso il Corriere della Sera ;
10. rimaniamo in attesa, rispettosamente ma fermamente, di un confronto con gli estensori di questo comunicato.”
ABERRANTI E INACCETTABILI LE PROPOSTE DEL COMITATO REMIGRAZIONE CHE SI PRESENTA A MODENA IL 19 DICEMBRE.
CGIL, ANPI, ARCI, UDU, e Rete Medi di Modena condannano fermamente l’ iniziativa del Comitato Remigrazione che si terrà a Modena venerd’ 19 dicembre. Sono previsti interventi di rappresentati del Fronte Veneto Skinheads, Rete dei Patrioti Emilia, Comunità militante Bulaggna e Casapound. Tutte organizzazioni di stampo chiaramente fascista e con forti posizioni razziste e xenofobe.
Modena città Medaglia d’Oro al valor Militare per la Resistenza rifiuta con forza queste posizioni che rappresentano uno sfregio a una città nata dalla lotta partigiana che ha sempre messo al centro i valori dell’antifascismo, la difesa della democrazia e l’inclusione sociale.
E’ molto grave la presentazione a Modena del Comitato Remigrazione e le idee che propugna. La remigrazione (ovvero riportare le persone straniere nei loro paesi di provenienza) e il primato dell’italianità, non sono che mezzi per riproporre ideologie basate sulla superiorità razziale e sulla deportazione come mezzi per “depurare” una società, posizioni che riportano inevitabilmente il pensiero alle pagine più oscure e vergognose della storia del nostro Paese.
La remigrazione non è altro che un modo per parlare di deportazione, fenomeno che richiama gli spostamenti forzati di popolazioni che hanno segnato drammaticamente il XX secolo.
I promotori di tali aberranti posizioni sono certamente movimenti minoritari, ma che purtroppo trovano sponde in forze e culture che sono addirittura al Governo. E’ preoccupante che le loro tesi, inaccettabili e dannose per la tenuta sociale ed economica del Paese, siano condivise anche da esponenti di partiti al governo, segno di un viraggio pericoloso verso l’estrema destra della maggioranza governativa.
Questi movimenti di stampo neo fascisti e razzisti fanno leva sulle paure delle persone sul tema dell’immigrazione. L’immigrazione è un tema che va discusso, che va regolato e che va migliorato, a partire dalla modifica della Legge Bossi Fini che, di fatto, legalizza un tipo di immigrazione che spesso apre essa stessa spazi di illegalità.
Noi pensiamo che la vera democrazia non ha bisogno di avere paura delle diversità, ma ha bisogno di conoscere e di confronto. Rifiutiamo un’idea autoritaria che punta all’omologazione. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sui principi e i valori della Costituzione che siamo tutti chiamati a rispettare.
Cgil, Anpi e Arci, Udu e Rete Studenti Medi di Modena chiedono di dissociarsi da questo tipo di iniziative alle forze di centro destra, che a Modena rappresentano l’opposizione, e che governano a livello nazionale.
Cgil, Anpi, Arci, Udu e Rete Studenti Medi di Modena Modena, 17 dicembre 2025
È bene che il capogruppo PD in Senato abbia sconfessato il disegno di legge Del Rio sull’antisemitismo, ma il ddl non è stato ritirato e rimane una ferita aperta.
Esso penalizza presunti comportamenti antisemiti assumendo la definizione palesemente strumentale della Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che equipara antisemitismo e antisionismo. Di conseguenza il ddl criminalizza di fatto ogni critica a Israele e mette ai margini della legalità l’intero movimento popolare di solidarietà con la Palestina, laddove per qualsiasi persona di buon senso l’antisemitismo è l’avversione, il pregiudizio e l’odio verso gli ebrei.
L’antisemitismo va combattuto senza se e senza ma, a cominciare dalle leggi razziali volute da Mussolini e dalla persecuzione infame voluta da Hitler.
L’antisionismo e la critica anche radicale a Israele è un’opinione che può o meno essere condivisa, ma è del tutto legittima, tant’è che è sostenuta da molte personalità del mondo ebraico e da intere comunità ebraiche.
Il ddl Del Rio – come gli analoghi ddl Gasparri, Gasparotto e della Lega – al di là forse della volontà dei firmatari (almeno lo spero), è di fatto un servizio all’impunita’ di cui godono i governi israeliani nel tempo in cui Gaza è un cumulo di macerie rosse del sangue di decine di migliaia di gazawi e in Cisgiordania i coloni praticano la caccia all’uomo contro i contadini palestinesi.
Fra richieste di generalità a tanti pacifici partecipanti alle manifestazioni per la Palestina e riforme che introducono nuove fattispecie di reato e aumentano le pene per fattispecie di reato già esistenti – la legge-sicurezza – passa di fatto sotto silenzio il rigurgito di violenze e provocazioni di natura neofascista particolarmente virulento durante il mese di ottobre. Brutta cosa la rimozione. Il 3 ottobre a Roma viene aggredito un medico dell’istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, mentre andava via dal flash mob ‘Luci per la Palestina’. Colpito alla testa, viene ricoverato al San Camillo. Il 5 ottobre sempre a Roma, a piazza Vittorio, una trentina di squadristi aggredisce in un bar con caschi e bastoni un gruppo di persone che avevano partecipato a una manifestazione per la Palestina. Il 18 ottobre a Cesena un cittadino italiano di origine albanese e un ragazzo marocchino sono presi a calci e pugni da un gruppo di una quarantina di appartenenti ad ambienti neo-fascisti. Il 19 ottobre sulla strada statale 79 verso Terni, la tragedia: viene attaccato il pullman del Pistoia Basket e assassinato Raffaele Marianella, uno dei due autisti. Sono attualmente in carcere per “gravi indizi di colpevolezza” tre ultrà neofascisti. Il 25 ottobre a Roma il giornalista Alessandro Sahebi viene aggredito a Roma in via Merulana mentre era con la sua compagna e il loro bimbo di sei mesi. Volevano che si togliesse la felpa con la scritta “azione antifascista”. Il 26 ottobre a Genova un gruppo di squadristi armati di spranghe fa irruzione nel liceo Da Vinci occupato dagli studenti e al grido di “Viva il duce” devasta alcune aule, disegna una svastica sui muri, infrange i vetri. Il 26 ottobre a Predappio un migliaio di nostalgici saluta romanamente davanti alla tomba di Mussolini. Si tratta, certamente, di episodi fra di loro diversi e scollegati, ma che comunque indicano un’allarmante accelerazione di eventi di natura squadristica che, se non contrastati, potrebbero moltiplicarsi, e che di conseguenza richiedono la massima attenzione da parte delle istitutuzioni e delle forze democratiche. Questo è vero, a maggior ragione, considerando il delicatissimo momento che attraversa il Paese, percorso da grandi e legittime manifestazioni per la Palestina e per la pace, scosso da un crescente malessere sociale causato da un impoverimento generalizzato dei ceti bassi e medio bassi, indebolito da elementi di degrado della convivenza civile e da una più generale crisi di valori; un mix di contraddizioni che ha visto sempre, nella storia del dopoguerra, la reazione di formazioni neofasciste. Sappiamo bene che a tutt’oggi la Presidente del Consiglio rifiuta di dichiararsi antifascista e il Presidente del Senato contesta il carattere radicalmente antifascista della Costituzione. E sappiamo bene anche quanto scarsa sia la memoria dei dirigenti apicali di Fratelli d’Italia nei confronti del filo nero della violenza fascista che ha caratterizzato gli anni della Repubblica, raggiungendo il suo culmine nella tragica stagione dello stragismo. Ricordo che il 20 gennaio 2023 con una delegazione di rappresentanti di sindacati e di associazioni incontrammo il ministro dell’Interno Piantedosi chiedendo l’immediato sgombero di CasaPound dall’edificio illegalmente occupato in Via Napoleone III, 8 dal 26 dicembre 2003 (2003!) e, in merito all’assalto alla sede nazionale CGIL del 9 ottobre 2021, l’attuazione – seppur tardiva – del secondo comma dell’articolo 3 della legge Scelba del 1952 che recita che “nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’art. 1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge”. Nulla avvenne, E fu un presagio di disinteresse. La recrudescenza dello squadrismo avviene dunque in un clima da un lato di indifferenza politica da parte dell’autorità di governo. Sul pullman di Pistoia c’è scappato il morto. A questo punto nessuno può più transigere. È ora che il ministro dell’Interno ci ripensi e agisca per interrompere questa allarmante sequela di violenze con gli strumenti politici che ha a disposizione. Si possono dare dei segnali chiari. Per esempio liberando finalmente la sede occupata da CasaPound. Per esempio mettendo fuori legge le organizzazioni neofasciste.
Il 15 giugno una marcia nazionale da Marzabotto a Monte Sole chiederà a gran voce umanità in un territorio martoriato da una criminalità omicida che sembra inarrestabile. 18.000 bambini uccisi. Molto più di 50.000 morti. Un popolo intero da affamare e da cacciare dalla sua terra. Si chiama pulizia etnica. A Marzabotto nel 1944 si realizzò un massacro inaudito. E proprio significativamente da qui ci si metterà in Marcia per fermare un rinnovato orrore.
L’ANPI è tra i co-promotori.
L’invito è forte e accorato: siateci, in tantissime e tantissimi.
Un’occasione preziosa di unità in movimento.
L’APPUNTAMENTO:
La marcia partirà da Marzabotto alle ore 11. Alle 14 inizieranno gli interventi a Monte Sole
Articolo di Gianfranco Pagliarulo sul quotidiano Domani del 12 marzo
Sono gli storici a dover scrivere
la storia. E non serve alla comprensione dei fatti spegnere ogni luce
sulla drammatica scena del confine orientale negli anni 40, e illuminare
solo le tragedie delle foibe e dell’esodo.
Bene sarebbe che
nell’anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia dalle
istituzioni italiane giungesse un inequivocabile messaggio di
distensione e di riconoscimento delle pesanti responsabilità che gravano
ancora sul nostro Paese.
Il cosiddetto confine orientale
andrebbe finalmente osservato con uno sguardo altro e alto: una
frontiera di secolare convivenza fra culture, lingue, religioni, stili
di vita differenti. Non un muro, ma un ponte che consenta di guardare ad
un futuro pacifico.
Si avvicina l’80esimo anniversario dell’invasione italiana della
Jugoslavia. Quell’evento – 6 aprile 1941 – rappresentò l’inizio di
un’oppressione e poi di una repressione sanguinosa. Le vittime jugoslave
dell’occupazione, della contestuale aggressione nazista e dei crimini
dei collaborazionisti si contano nella cifra di oltre un milione di
morti.
La legge 92 del 2004 recita, all’art. 1, che «la Repubblica riconosce il
10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e
rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime
delle foibe,
dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel
secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
In questi diciassette anni, ben lungi da un lavoro di costruzione di
una memoria, se non condivisa, quantomeno complessiva, si è sviluppata
un’azione a largo raggio delle destre, in particolare le destre estreme,
tesa a imporre il dramma delle foibe e dell’esodo come una sorta di una
narrazione alternativa e contrapposta alla storia della Resistenza.
Tale azione politica e culturale a tutt’oggi in corso ha come
presupposto necessario l’estrapolazione delle drammatiche vicende dal
contesto e perciò la consapevole rimozione delle finalità della legge in
merito alla “complessa vicenda del confine orientale”. Ferma rimanendo –
questo sia assolutamente chiaro – la condanna e la riprovazione per
l’orribile vicenda delle foibe, come più volte ribadito dall’Anpi
nazionale, e assieme la drammatica memoria dell’esodo, va sottolineato
che l’obiettivo reale delle destre estreme è la costruzione di un mito
vittimario fascista. Dietro questa complessa operazione si cela un
paradossale capovolgimento della storia, per cui il fascismo italiano,
responsabile dell’aggressione alla Jugoslavia, sarebbe stato in realtà
vittima dell’aggressione jugoslava in una realtà ucronica in cui sono
state radicalmente rimosse l’invasione, le violenze, l’impunità dei
criminali di guerra, le complicità con il Terzo Reich.
L’operazione di illusionismo consiste nello spegnere ogni luce sulla
drammatica scena del confine orientale, mentre i fari si illuminano
soltanto per le tragedie delle foibe e dell’esodo.
Tutto qui per
gli illusionisti? No. Rimane da disinnescare il pericolo rappresentato
dalle fonti della conoscenza della verità sui fatti, cioè la ricerca
storica, ove questa non confermi la vulgata della destra, e rivestire di
autorità istituzionale la versione illusionista attribuendo alle
medesime istituzioni il compito inquietante di stabilire una volta per
tutte un’unica verità, negando la quale ci si pone in automatico al
fuori di qualsiasi legittimità. Detto in breve, non sono gli storici che
scrivono la storia, ma lo Stato.
La mozione di Fratelli d’Italia
L’incarnazione di questo disegno si trova nella mozione proposta dal
gruppo di Fratelli d’Italia, approvata il 23 febbraio dal Consiglio
regionale del Veneto e preceduta da un’analoga mozione del 2019 del
Consiglio del Friuli-Venezia Giulia.
Nel documento si premette che «tra il 1943 ed il 1947 sono stati
assassinati e infoibati dal regime comunista jugoslavo oltre 12.000
italiani». Ma il regime inizia alla fine del 1945; nel periodo
precedente si è in presenza di un movimento di resistenza contro
l’occupazione nazifascista. Eppure questa grottesca svista proclama la
vacuità, la vanità e la presunzione di sostituire alla ricerca storica
una artefatta verità politico-istituzionale.
Né va meglio con le
vittime delle foibe, dichiarate nel numero di 12.000 – ovviamente senza
citare alcuna fonte –, per cui qualsiasi altro calcolo formulato in
base agli elementi di ricerca si rivela “riduzionista”. È il caso del
“Vademecum per il giorno del ricordo”, esplicitamente attaccato come
“riduzionista” dalla mozione. Il testo, davvero equilibrato, a cura di
un gruppo di autorevoli storici, stima un numero di vittime inferiori di
circa la metà rispetto a quello dichiarato dalla mozione.
Tra
tali storici c’è da segnalare la presenza di Raoul Pupo, uno dei massimi
studiosi dell’argomento, già relatore ufficiale al Quirinale nel Giorno
del ricordo. Sia chiaro che il dramma delle foibe rimane esecrabile sia
che le vittime siano state 12.000, sia che siano state un numero
inferiore. Ma che le 12.000 vittime diventino verità assoluta e
inconfutabile per decisione del Consiglio regionale del Veneto pena
l’incorrere nella sua scomunica, è francamente imbarazzante per un Paese
civile.
L’esegesi del testo della mozione potrebbe continuare a lungo,
smontando omissioni e veri e propri falsi di cui è costellata. Conviene
però soffermarsi su qualche punto ulteriore, ove si afferma che ci si
impegna «a sospendere ogni tipo di contributo finanziario e di qualsiasi
altra natura (…) a beneficio di soggetti pubblici e privati che,
direttamente o indirettamente, concorrano con qualsiasi mezzo o in
qualsiasi modo a diffondere azioni volte a macchiarsi di riduzionismo,
giustificazionismo e/o di negazionismo
nei confronti delle vicende drammatiche quali le foibe e l’esodo,
sminuendone la portata e negando la valenza storica e politica di questa
enorme tragedia».
Ma con chi ce l’hanno gli estensori della
mozione? Lo si scopre in una delle premesse: «in occasione delle
celebrazioni del Giorno del Ricordo ogni anno vengono organizzati
numerosi convegni di natura negazionista o riduzionista con la presenza
di presunti storici, a cura principalmente dell’Anpi, con il sostegno
talvolta di amministrazioni locali compiacenti e di partiti politici
presenti in Parlamento, con il solo fine di sminuire o addirittura
negare il dramma delle foibe e delle drammatiche vicende correlate». In
sostanza coloro che propongono una visione difforme da quella imposta
nella mozione sarebbero sanzionabili: l’Anpi, gli storici («presunti»),
le amministrazioni locali («compiacenti»), i partiti politici.
Lettera a Mattarella
Nella gabbia – invero zoppicante – della mozione è imprigionata, in
sostanza, la libertà di ricerca e le libere iniziative promosse in
questa direzione dalle forze sociali e politiche. Quanto basta perché un
rilevantissimo numero di storici e di istituti di ricerca abbia inviato
una lettera aperta al Presidente della Repubblica in cui si denuncia
«un rischio gravissimo per la libertà di ricerca, il libero dibattito
scientifico, e più in generale per la libertà di espressione del nostro
Paese». In sostanza, la mozione di Fratelli d’Italia è in violenta rotta
di collisione – un riflesso pavloviano? – con l’art. 21 della
Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione».
E ancora: nella mozione si richiama la legge 115
del 2016 «con la quale si attribuisce rilevanza penale alle affermazioni
negazioniste della Shoah» con l’evidente intenzione di estenderne
l’ambito anche versus i “negazionisti” e “riduzionisti” delle foibe,
nella cieca ignoranza del disposto della legge che considera la norma
sulla negazione della Shoah come una circostanza aggravante dei delitti
di natura tipicamente neofascista di propaganda razzista.
Finito? Neanche per idea. Nella mozione si denuncia, in breve, la non
sufficiente presenza del dramma delle foibe e dell’esodo nei programmi
di formazione. Come se nei programma di formazione ci si soffermasse,
viceversa, sulle «complesse vicende del confine orientale». Ma quando
mai si parla nelle scuole dell’invasione della Jugoslavia? Gli italiani
in Jugoslavia si resero responsabili di incendi, fucilazioni, stragi,
rappresaglie di ogni genere. E del fascismo di confine?
Fu
proprio in quei territori che i fascisti presentarono il loro volto più
violento per un lungo periodo che prese avvio dall’inizio degli anni
Venti: una sistematica politica di oppressione e snazionalizzazione
delle minoranze slovene e croate e di persecuzione degli antifascisti.
Il 20 settembre 1920 a Pola Benito Mussolini affermò fra l’altro: «Di
fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve
seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». E
dell’occupazione tedesca del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia
Giulia? Dopo l’8 settembre il Friuli Venezia Giulia fu occupato e
amministrato dal Terzo Reich, collaborazionisti cosacchi compresi, in
armonia con i fascisti locali ovviamente subalterni e fu luogo di
ulteriori atrocità che videro protagonisti non solo i tedeschi, ma anche
i fascisti italiani, fra cui quelli della X Mas. E dei criminali di
guerra italiani rimasti a tutt’oggi impuniti?
Questo fu il
contesto in cui si consumò il dramma delle foibe e successivamente
dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e, assieme, prese corpo la
questione dell’espansionismo jugoslavo a fronte di una guerra che
l’Italia, fra gli altri, aveva dichiarato, uscendone sconfitta l’8
settembre 1943 e redenta per quanto possibile dalla Resistenza. Andò
molto peggio alla Germania e al Giappone.
La foglia di fico dell’ultranazionalismo
Le foibe e l’esodo sono tragedie sconvolgenti che richiedono la massima
serietà nella ricerca storica, nell’attribuzione delle responsabilità, e
nell’approccio politico affinché non diventino la bandiera di una
fazione e la foglia di fico di un ultranazionalismo irredentistico di
tipo novecentesco. E questo è il cuore del problema che abbiamo davanti:
dietro il racconto di una storia riscritta, cancellata, inventata,
semplicemente violentata si nasconde una ruggine vendicativa e
sciovinista che costituisce un pericolo per il nostro Paese e per i
Paesi confinanti. Per i firmatari della mozione e per quella
rilevantissima parte delle destre che condivide la sostanza di quelle
tesi il Novecento non è stato il secolo breve ma è invece un secolo così
lungo che continua tutt’oggi, nell’anno del Signore 2021.
Il
cosiddetto confine orientale andrebbe finalmente osservato con uno
sguardo altro e alto: una frontiera di secolare convivenza fra culture,
lingue, religioni, stili di vita differenti. Non un muro, ma un ponte
che consenta di guardare ad un futuro pacifico e di progresso di
civiltà, mettendo a valore le straordinarie ricchezze culturali di
quella terra.
Bene sarebbe che proprio in questa prospettiva,
nella circostanza dell’anniversario dell’invasione italiana della
Jugoslavia proprio dalle istituzioni italiane giungesse un
inequivocabile messaggio di distensione e di riconoscimento delle
pesanti responsabilità che gravano ancora sul nostro Paese.
Nota del Presidente nazionale
ANPI: “Occorre aprire una pagina nuova che, senza nulla togliere alla
gravità degli eventi delle foibe e dell’esodo, restituisca nella sua
interezza il dramma delle terre di confine e del più ampio territorio
slavo”
Oggi è il Giorno del ricordo,
istituito “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia
degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro
terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della
più complessa vicenda del confine orientale”.
Ricordiamo perciò in primo luogo e senza alcuna reticenza l’orrore
delle foibe e le sue vittime e, assieme, il dramma dell’esodo di tanti
italiani. Guardiamo con compassione e rispetto a tutti gli innocenti
colpiti da questa immane tragedia.
Ma perdura l’assordante silenzio verso “la più complessa vicenda del confine orientale”.
Stigmatizziamo il silenzio verso l’aggressione dell’Italia fascista
nei confronti della Jugoslavia (parte della Slovenia, della Croazia,
compresa la Dalmazia, e della Bosnia ed il Montenegro), di cui
quest’anno ricorre l’80° anniversario, gli innumerevoli, efferati
massacri che ne seguirono, le impunite responsabilità dei criminali di
guerra italiani.
Stigmatizziamo il silenzio verso le violenze, gli incendi e gli
omicidi del “fascismo di confine” in Venezia Giulia dal 1920 in poi, che
colpì le minoranze slovene e croate e gli oppositori politici italiani.
Stigmatizziamo il silenzio verso la risiera di San Sabba, campo di
sterminio dove furono assassinati dall’inizio del 1944 migliaia di
ebrei, partigiani, detenuti politici ed ostaggi.
Stigmatizziamo il silenzio verso i crimini nella Zona d’operazioni
del litorale adriatico, che comprendeva l’attuale Friuli-Venezia Giulia e
la Zona d’operazioni delle Prealpi, cioè l’attuale Trentino Alto Adige,
occupati dai nazisti all’indomani dell’8 settembre, con la piena
collaborazione dei fascisti italiani, complici o responsabili – a
cominciare dalla X MAS – di innumerevoli delitti.
A 17 anni dall’approvazione della legge prevale una memoria vera e
drammatica, ma che è parte di una memoria molto più grande, volutamente e
colpevolmente rimossa. Così operando si sollecita soltanto un nuovo
nazionalismo che ci riporta al 900 e non sanerà mai le ferite del
passato. Occorre aprire una pagina nuova che, senza nulla togliere alla
gravità degli eventi delle foibe e dell’esodo, restituisca nella sua
interezza il dramma delle terre di confine e del più ampio territorio
slavo e le incancellabili e criminali responsabilità del fascismo.
Occorre infine restituire alla ricerca storica la sua funzione oggi
indebitamente occupata dalla politica che, in questa misura, distorce la
verità storica e la presenta a vantaggio di questa o quella parte.
Appello congiunto della Segreteria nazionale ANPI e del Coordinamento regionale ANPI Emilia-Romagna
Esprimiamo la più viva
preoccupazione ed il sincero sgomento per la prolungata ed ingiusta
detenzione di Patrick Zaki, senza processo da un anno, con l’assurda
accusa di terrorismo. Una detenzione “preventiva” che viene rinnovata
ogni 45 giorni; una tortura psicologica capace solo di aggravare le già
durissime condizioni di vita all’interno del carcere; una detenzione
evidentemente non necessaria in assoluto spregio del diritto di ogni
persona a non subire restrizioni della libertà personale se non nei casi
previsti da specifiche norme di legge. La lotta di Patrick, la sua
attività di studioso, incarnano i diritti fondamentali contenuti nella
nostra Costituzione, nonché nella Convenzione Europea dei Diritti
dell’Uomo; formazione universitaria presso l’Alma mater studiorum di
Bologna e il prestigioso master internazionale GEMMA, un corso unico in
Europa sugli studi di genere, non possono certo qualificarsi come
“terrorismo”, ma rappresentano l’esercizio del suo diritto allo studio,
alla libera ricerca scientifica e alla libera manifestazione del
pensiero. Per tutto questo chiediamo al Governo italiano di
intraprendere ogni azione utile che possa portare alla liberazione di
Patrick Zaki e chiediamo al Presidente della Repubblica di valutare di
concedergli la cittadinanza italiana per meriti speciali, per l’eminente
servizio reso al nostro Paese.
Nota della Segreteria nazionale
ANPI. L’impegno della nostra Associazione per una soluzione legislativa
complessiva. La generosità di una recente proposta di legge di
iniziativa popolare, però parziale e limitata, che alcuni iscritti
all’ANPI stanno firmando
PER UNA GIUSTA E UTILE SVOLTA LEGISLATIVA CONTRO IL NEOFASCISMO
Nonostante il dramma della pandemia continuano intimidazioni,
aggressioni e vandalismi dei fascisti: sono spesso in primo piano sul
web, imbrattano lapidi, e addirittura di recente attaccano iniziative da
remoto, cioè le teleconferenze, dando vita a provocazioni e insulti.
Ove dovesse scoppiare nei prossimi mesi una grande crisi sociale resa
ancor più difficile e complessa dalla pandemia – di cui non si vede
ancora la conclusione – i fascisti saranno presenti per rimestare nel
torbido. Di fronte a tutto questo, la stessa legislazione vigente si
mostra spesso impotente, anche a causa di non pochi contrasti
giurisprudenziali.
L’ANPI sta lavorando da tempo attorno a queste problematiche e
studiando i modi migliori perché tutte le istituzioni siano impegnate
nell’antifascismo, di cui è largamente impregnata l’intera Carta
costituzionale. Proseguiamo nello sforzo di pervenire ad una serie di
proposte di respiro, idonee a riempire ogni vuoto ed a rendere più
efficaci i vari mezzi già vigenti. Il nostro libro “Antifascismo
quotidiano”, recentemente pubblicato, è uno strumento di lavoro per
individuare i problemi ed indicare possibili soluzioni. Ci aspettano
ulteriori e ravvicinati impegni in questa direzione.
Abbiamo scelto la strada, anche se impegnativa, di un intervento
complessivo, perché le soluzioni parziali e limitate sono troppo spesso
destinate all’insuccesso, in un Paese in cui l’iniziativa popolare non
ha ancora trovato un ascolto serio, come è dimostrato dal silenzio che
da anni copre la presenza in Parlamento di un disegno di legge promosso
dalla CGIL e corredato da oltre un milione di firme.
La proposta di legge di iniziativa popolare di cui siamo venuti a
conoscenza tempo fa è generosa e manifesta una chiara volontà
antifascista, ma è parziale e specificamente incentrata sulla produzione
di gadget. Firmare, come hanno fatto alcuni iscritti all’ANPI, a
sostegno di tale proposta di legge, è comunque un segno di
partecipazione civile e di scelta antifascista.
Comprendiamo che iniziative dirette a incidere su aspetti particolari
della presenza fascista possano suscitare interessi ed illusioni; ma la
realtà ci dice che oggi c’è ben poco spazio per iniziative pure
ispirate a finalità legittime e comprensibili, ma irrimediabilmente
incomplete e destinate a cadere nel silenzio.
Va fatto uno sforzo di lunga lena, pretendendo l’applicazione delle
varie leggi già esistenti, compreso l’art. 9 della legge Scelba, che
impegnava la Repubblica a far conoscere nelle scuole che cosa fosse
stato il fascismo e che non è stato mai applicato.
C’è l’urgenza di definire altre e nuove fattispecie di reato, in
particolare sui social e nelle teleconferenze. A questo proposito
occorre, tra gli interventi più urgenti, ampliare gli attuali limitati
compiti di indagine della polizia postale, responsabilizzare
giuridicamente i providers, conferire ai giudici il potere di ordinare
l’oscuramento dei siti e dei profili Fb fascisti.
Vi è poi l’emergenza di un intervento più incisivo sulle competenze
amministrative e sugli interventi preventivi, ad esempio in tema di
elezioni, a proposito dell’ammissione delle liste elettorali che abbiano
riferimento a simboli o a parole d’ordine del fascismo o che comunque
facciano riferimento al fascismo e della concessione di spazi pubblici a
queste formazioni.
La vera battaglia antifascista deve condursi su due piani: da un
lato, nel superamento della frammentata e parziale disciplina
legislativa oggi vigente, con provvedimenti tali non solo da colmare
specifici vuoti, ma da dare continuità e coerenza all’intero sistema;
dall’altro lato, nell’impegno quotidiano di ciascuno a far conoscere che
cosa è stato il fascismo del tragico ventennio, nonché a combattere,
con i mezzi della legalità e della democrazia, ogni forma di “nuovo
fascismo”, comunque si atteggi e comunque si presenti, impegnando tutte
le forze nell’attuazione dei principi fondamentali della Costituzione