RIFORMA DELLA COSTITUZIONE

VADEMECUM PER IL CITTADINO

IN VISTA DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

I cittadini devono sapere che:

  1. il rafforzamento dell’esecutivo, la stabilità, la governabilità non richiedono necessariamente la devastazione della nostra forma di governo e dei suoi principi fondativi, anzi, esecutivi forti necessitano di opposizioni forti;
  2. l’uscita dal bicameralismo perfetto o paritario non significa mascherarlo con un mocameralismo di fatto, accompagnato da una Camera di zombie.
  3. con la riforma non si attribuisce la governabilità ad una maggioranza. Infatti, a governare sarà un partito che al secondo turno si trova ad avere il 55% dei seggi, anche rappresentando il 20% degli italiani
  4. con la riforma non si eleva il grado di efficienza e governabilità. Il procedimento legislativo diventa molto più farraginoso. Sono previste circa 10 procedure legislative!! Si ipotizza un aumento del contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale.
  5. con la riforma non sono soppresse le province. Infatti, viene meno la loro copertura costituzionale, ma il governo deciderà con legge ordinaria se sopprimerle o meno.
  6. con il nuovo regime delle competenze Stato-regione, non si ridurrebbe l’elevato tasso di contenzioso davanti la Corte costituzionale. Il federalismo competitivo aumenta i conflitti, in particolare con la clausola dell’interesse nazionale od anche supremacy clause, che da la possibilità al governo di stabilire quando c’è un interesse nazionale ed il potere di legiferare nelle competenze regionali.
  7. con la riforma si verifica una forte compressione delle opposizioni. Quindi sostanzialmente della rappresentanza, così come della democrazia partecipativa.
  8. gli organi di garanzia quali il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale saranno risucchiati dalla maggioranza.

  Alberto Lucarelli, Ordinario di Diritto Costituzionale

  Università di Napoli Federico II

IL VOLTO DELLA REPUBBLICA – DI GIUSEPPE BATTARINO

Pubblichiamo l’ intervento del magistrato Giuseppe Battarino al convegno dell’ anpi Seprio di sabato 12 marzo.

Il volto della Repubblica

Il riconoscimento dei diritti dell’uomo nei lavori dell’Assemblea Costituente

I lavori dell’Assemblea Costituente sono una fonte pressoché inesauribile di spunti e suggestioni per la difesa dei principi della Costituzione, per la lettura del presente, per la costruzione di un futuro possibile per il nostro ordinamento democratico.

Un rapido sguardo sui passi che hanno portato al testo vigente dell’articolo 2 della Costituzione offre queste opportunità.

Nella riunione del 9 settembre 1946 la Prima Sottocommissione, a conclusione di una lunga discussione, dà incarico a Giorgio La Pira (DC) e Lelio Basso (PSIUP, eletto nel collegio di Como) di concretare in due articoli il risultato acquisito nella discussione.

Nella seduta dell’11 settembre 1946 vengono presentati i due articoli:

«Art. 1. — La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica e spirituale, in cui le persone debbono completarsi a vicenda, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri all’uomo, sia come singolo sia come appartenente alle forme sociali, nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

«Art. 2. — Gli uomini, a prescindere dalla diversità di attitudini, di sesso, di razza, di classe, di opinione politica e di religione, sono uguali di fronte alla legge ed hanno diritto ad uguale trattamento sociale. È compito della società e dello stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza di fatto degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana ed il completo sviluppo fisico, economico e spirituale di essa».

Interviene nella discussione Concetto Marchesi (PCI), affermando che “l’uomo, cioè l’uomo politico, l’uomo civile, è un essere sociale il quale va acquistando, di fronte all’instabilità delle leggi scritte, una certa coscienza del diritto naturale universale e nello stesso tempo l’idea di una suprema giustizia primitiva, sacra ed eterna”.

E’ dunque l’”uomo politico” il collante necessario della civiltà e della società. Era chiaro ai costituenti, e deve essere chiaro a noi, che senza politica – chiamata così, con il suo nome, senza ipocrite sostituzioni dettate dalla cosiddetta antipolitica – non c’è ordinamento democratico.

Nella seduta di Sottocommissione del 19 dicembre 1946 viene presentato il testo uscito dalle discussioni e coordinato: «La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia, la libertà e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica, spirituale, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri dell’uomo sia come singolo, sia nelle forme sociali nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

Si consolidano due idee forti.

I Costituenti rifiutano la scelta semplice di limitarsi a riconoscere i diritti “inalienabili e sacri dell’uomo” ma chiedono ai cittadini della Repubblica di esercitare ciascuno la propria solidarietà nei confronti degli altri.

Il termine “solidarietà”, apparentemente frutto di sintesi a noi contemporanea, appartiene invece, splendidamente, alla storia della Costituzione.

I Costituenti intuiscono poi che non vi può essere realizzazione della persona se non “nelle forme sociali”.

E’ solo la socialità che può dare la felicità.

La conquista della felicità: quel termine “scandaloso” che fu grande intuizione della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776, ma che, va ricordato, pervenne a Benjamin Franklin dalle riflessioni del giurista napoletano Gaetano Filangieri.

Il 24 gennaio 1947, in seduta plenaria di Commissione per la Costituzione viene presentato un testo più avanzato:

«Per tutelare i principî sacri ed inviolabili di autonomia e dignità della persona, e di umanità e giustizia fra gli uomini, la Repubblica italiana garantisce ai singoli ed alle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità i diritti di libertà e richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale».

Si legge nella relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro), che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana: “Preliminare ad ogni altra esigenza è il rispetto della personalità umana; qui è la radice delle libertà, anzi della libertà, cui fanno capo tutti i diritti che ne prendono il nome. Libertà vuol dire responsabilità. Né i diritti di libertà si possono scompagnare dai doveri di solidarietà di cui sono l’altro ed inscindibile aspetto. Dopo che si è scatenata nel mondo tanta efferatezza e bestialità, si sente veramente il bisogno di riaffermare che i rapporti fra gli uomini devono essere umani. […] Col giusto risalto dato alla personalità dell’uomo non vengono meno i compiti dello Stato. Se le prime enunciazioni dei diritti dell’uomo erano avvolte da un’aureola d’individualismo, si è poi sviluppato, attraverso le stesse lotte sociali, il senso della solidarietà umana. […] Caduta la deformazione totalitaria del «tutto dallo Stato, tutto allo Stato, tutto per lo Stato», rimane pur sempre allo Stato, nel rispetto delle libertà individuali, la suprema potestà regolatrice della vita in comune. «Lo Stato — diceva Mazzini — non è arbitrio di tutti, ma libertà operante per tutti, in un mondo il quale, checché da altri si dica, ha sete di autorità». Spetta ai cittadini di partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica, rendendo effettiva e piena la sovranità popolare. Spetta alla Repubblica di stabilire e difendere, con l’autorità e con la forza che costituzionalmente le sono riconosciute, le condizioni di ordine e di sicurezza necessarie perché gli uomini siano liberati dal timore e le libertà di tutti coesistano nel comune progresso.”

La libertà è, dunque, anche frutto delle sue precondizioni: liberazione dal timore, sicurezza, progresso sociale, esercizio dell’autorità dello Stato.

Ancora oggi a queste condizioni bisogna guardare. Con realismo, e con la consapevolezza che viviamo in una società in cui la “sete di autorità” può prendere le forme inquietanti di una voglia primitiva di semplificazione e assumere, nel nostro Paese e altrove, le forme del populismo vendicativo e livoroso.

Sotto questo profilo, pur condividendo nella sua quasi totalità il Documento politico per il XVI Congresso nazionale ANPI, non concordo con i passaggi in cui, a proposito delle riforme costituzionali e della legge elettorale, si parla di “stravolgere le linee portanti, i valori, i principi della Costituzione”.

Vero che, come si legge nel Documento, “il sistema costituzionale è costruito sulla base di poteri e contropoteri e di organi di garanzia”, non si può negare che lo spettacolo di mercanteggiamenti infiniti e imboscate parlamentari che il bicameralismo perfetto consente e quello, altrettanto inquietante, del mercato delle preferenze in molte zone d’Italia, necessitano di correttivi. Senza entrare ulteriormente nel merito dello stato attuale delle riforme, credo vada riconosciuta la necessità di dare alla parte dinamica della nostra Costituzione una veste che corrisponda all’esigenza dei cittadini di riconoscersi in una Carta che garantisca, come gli stessi Costituenti sapevano, un esercizio produttivo e chiaro dell’autorità della Repubblica. Una Repubblica attiva, non contemplativa e solo contemplata: per evitare che la “sete di autorità” assuma nel corpo sociale forme francamente fasciste.

Non si può dimenticare che fu Togliatti, nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, a criticare fortemente definendolo “pesante e farraginoso” il procedimento legislativo e ad opporsi al sistema bicamerale; in un passaggio che seguiva quelli sulla nobiltà del compromesso politico in sede costituente e sull’esigenza di rinnovamento delle classi dirigenti.

Fondamentale è l’esigenza, bene espressa nei progetti che il Documento prefigura, di una “iniziativa politica sulla rigenerazione della politica e sul ruolo dei partiti”. Rigenerare i partiti politici e la partecipazione politica dei cittadini: senza in alcun modo negare la legittimazione e la funzione costituzionale essenziale dei partiti, che si esprime, anche, nella fondamentale possibilità per essi di selezionare le classi dirigenti e la rappresentanza politica, non in completa sostituzione, ma in concorso con l’espressione del voto nelle elezioni.

Grande era allora, e deve essere oggi, l’attenzione dovuta a tutto ciò che disegna, nella sua effettività, il volto della Repubblica.

Nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, Aldo Moro, parlando di quello che sarebbe diventato il testo dell’articolo 2 della Costituzione afferma: “occorre definire il volto del nuovo Stato in senso politico, in senso sociale, in senso largamente umano […] Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità […] quando noi parliamo di autonomia della persona umana, evidentemente non pensiamo alla persona isolata nel suo egoismo e chiusa nel suo mondo […] non intendiamo di attribuire ad esse un’autonomia che rappresenti uno splendido isolamento. Vogliamo dei collegamenti, vogliamo che queste realtà convergano, pur nel reciproco rispetto, nella necessaria solidarietà sociale”.

Nella successiva seduta del 15 marzo 1947 sarà Riccardo Ravagnan (PCI) ad aggiungere il dato di contenuto che allora e oggi lega il riconoscimento dei diritti umani al principio di eguaglianza espresso nell’articolo 3 della Costituzione, richiamando tre principi essenziali contenuti in quei testi:

“1°) Essi riconoscono e riaffermano quelli che si conviene di chiamare i diritti di libertà, già sanciti nelle varie Costituzioni dell’800, aggiungendo a questi il riconoscimento di quelli che conveniamo di chiamare i diritti economici e sociali;

2°) Questi diritti di libertà e diritti economici e sociali non sono soltanto riconosciuti al singolo, ma anche alle formazioni sociali nelle quali gli individui sviluppano e perfezionano la loro personalità;

3°) Non solo è dato questo riconoscimento, ma è data la garanzia dell’effettivo godimento di questi diritti, cioè la garanzia della rimozione degli ostacoli che si frappongono al libero godimento dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali. […]

se vogliamo che la nostra Costituzione abbia un carattere effettivamente moderno, aderente alla realtà attuale, se vogliamo che la democrazia non sia soltanto una democrazia formale, ma che sia effettiva, dobbiamo integrare il riconoscimento dei diritti di libertà con i diritti economici e sociali. Ne viene, come corollario, che non si tratta soltanto del riconoscimento, ma che è necessaria anche la garanzia”.

Due giorni dopo, il 17 marzo 1947, Lodovico Benvenuti (DC) ritorna sulla portata universale dei diritti dell’uomo: “non esitiamo, onorevoli colleghi, ad introdurre nella nostra Costituzione delle norme giuridiche nuove rispetto alle altre Costituzioni. Permettete che vi rammenti quanto scriveva cinque o sei anni fa un grande maestro di diritto, il professore Francesco Carnelutti. Egli osservava che noi ci preoccupiamo, e giustamente, di estendere le nostre esportazioni: e rilevava in proposito che c’è una cosa che possiamo sempre esportare e che trova rispondenza nella nostra migliore tradizione: il diritto». Onorevoli colleghi, affermiamo dunque i diritti dell’uomo, riconosciamoli, muniamoli di una tutela sempre più intensa ed efficace. Proclamiamo, coi nostri testi costituzionali e soprattutto coll’esempio, dinanzi al mondo, i principî del vivere libero. Con questo non soltanto avrà la nostra giovane Repubblica restituita la persona umana al posto che le compete, cioè al più alto gradino nella scala dei valori, ma avrà reso un nobilissimo servigio alla causa sacra dell’umana libertà”.

L’applauso unanime dell’Aula prelude al passaggio successivo: nelle sedute del 22 e 24 marzo 1947 si propone e poi stabilisce di trasferire la materia degli articoli 6 e 7 – in cui è contenuta la proclamazione dei diritti dell’uomo, della solidarietà, della socialità, dell’uguaglianza – immediatamente dopo l’articolo 1, cosicché diventino articoli 2 e 3.

Chiarisce Ruini: “la Commissione non ha nulla da opporre a questa proposta che tende a fissare subito, nei suoi lineamenti costitutivi ed essenziali, il volto della Repubblica”.

Nella seduta pomeridiana del 24 marzo 1947 viene accolto un emendamento comune di DC, PCI e PSIUP che porta l’articolo 2 pressoché alla sua attuale formulazione.

Come dice Aldo Moro illustrando il nuovo testo “esso ha un netto significato giuridico e contribuisce a definire un aspetto essenziale dei fini caratteristici, del volto storico dello Stato italiano”.

Il volto della Repubblica è questo. E ancora oggi esso deve essere reso visibile, in primo luogo ai giovani.

Pier Paolo Pasolini, l’8 febbraio 1948, rievocando la vicenda politica e umana del fratello partigiano Guido, scrive della “turpe ignoranza in cui il fascismo immergeva i suoi giovani”.

La semplificazione ipocrita, l’invettiva becera, la turpe ignoranza, sono ancora oggi un veleno quotidiano: la risposta è il volto vivo, attivo,

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Allegati19:07 (17 ore fa)

   
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LA RIVINCITA DELLA GUERRA – DI UGO GIANNANGELI

Alleghiamo il testo dell’ intervento di Ugo Giannangeli del 12 marzo al congresso della sezione Anpi Seprio, in relazione al tema dei Diritti Umani.

 

LA RIVINCITA DELLA GUERRA

Relazione di Ugo Giannageli

 

Da troppi anni il tema del rispetto dei diritti umani è stato cancellato dall’agenda politica e da quella giuridica. Dilaga la violenza delle guerre che fa strame dei principi enunciati nei secoli. Si potrebbe risalire alla Magna Charta del 1215 oppure alla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776 o anche alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese del 1789. Già in questi lontani testi si trovano enunciati principi fondamentali in tema di diritto alla vita e alla integrità fisica, libertà di pensiero, di religione, di associazione, di partecipazione politica. Le contraddizioni tra i diritti affermati e la realtà non sono mai mancate. Pensiamo al diritto alla ricerca della felicità enunciato nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti mentre veniva praticata la schiavitù ed era in corso lo sterminio dei popoli nativi. Dobbiamo attendere la prima metà del secolo scorso per l’affermazione di principi in tema di diritti economici, sociali, culturali ma, soprattutto, di solidarietà. Tali sono i diritti all’istruzione, al lavoro, alla casa, alla salute, all’autodeterminazione dei popoli, alla pace, allo sviluppo, al controllo delle risorse nazionali e alla difesa ambientale. Il contrasto tra diritti enunciati e la realtà è palese anche in questo caso; è del 1941 la Carta atlantica che riprende le quattro libertà enunciate da Roosvelt: condanna di ogni annessione territoriale, autodeterminazione dei popoli, libertà di commercio e dei mari, condanna dell’uso della forza. Ben diversa era però la situazione sul terreno in Europa e nel mondo in quegli anni.

E’ nell’immediato dopoguerra che, con ancora negli occhi i milioni di morti e le città distrutte, si ha un proliferare di norme in tema di diritti umani: tra il 1946 e il 1950 troviamo lo Statuto delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La parola d’ordine era “ Mai più”.

Ma così non è: oggi cosa accade? Si è giunti a ritenere che la legalità internazionale, cioè il rispetto delle regole enunciate nelle Convenzioni e nei Trattati, sia un’arma per ostacolare il potere dei singoli Stati. Da grande conquista, il diritto internazionale diventa un intralcio! Questa diversa concezione ha anche un nome: Lawfare, il prezzo della legge. Si è consentito per anni che la forza prevalesse sul diritto, ora la forza addirittura crea il diritto. Spiego con un esempio questa affermazione apparentemente paradossale. Pensate ad attività criminali quotidianamente praticate come gli omicidi mirati, i cosiddetti “danni collaterali”, la tortura, la detenzione amministrativa. Attività criminali sempre praticate ma condannate, almeno a parole, e palesemente realizzate in violazione di leggi. Oggi si tende a renderle legali, almeno in una certa misura. E’ un po’ quello che accade con l’inquinamento ambientale: invece di ridurlo, si alza la soglia legale della tollerabilità. L’illegale diventa legale e si muore, come prima ma legalmente.

Se devo datare l’inizio di questo percorso penso alla prima guerra del Golfo, 1990/91. Lì assistiamo ancora a un tentativo, riuscito, di applicazione del diritto internazionale e il massimo organismo preposto alla sua applicazione, l’ONU, svolge ancora un ruolo.

 

L’Iraq di Saddam è costretto a ritirarsi dal Kuwait, le risoluzioni ONU sono fatte rispettare, sia pure a prezzo di milioni di morti tra bombe ed embargo, la legalità internazionale è ripristinata. Anni dopo si completerà l’opera con la seconda guerra e l’uccisione di Saddam ma nel 2003 siamo in una fase in cui il diritto internazionale è già stato messo da parte. Perché? Perché era intervenuto l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Due Torri. Il Patriot Act, cioè l’insieme di norme emanate in risposta all’attacco, deroga ai principi fondamentali del diritto interno e internazionale. Sorge così Guantanamo come luogo di prigionia e di tortura, partono gli attacchi armati senza alcuna copertura giuridica, si avvia la pratica delle “renditions”, cioè sequestri di persone ovunque nel mondo. 

L’ONU è inattivo, non svolge alcun ruolo politico e la sua attività si riduce a livello assistenziale tramite i suoi organismi e le sue agenzie.

Lo scorso anno, dopo gli attentati di Parigi, Hollande ha subito chiesto ed ottenuto dal Consiglio d’Europa la deroga alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; sono state promulgate in Francia leggi gravemente limitative di diritti fondamentali in tema di libertà di espressione, riunione, associazione; le leggi sono state dichiarate emergenziali, cioè con efficacia limitata nel tempo, ma talmente poco temporanee sono che è in corso la loro introduzione nella Costituzione. Non solo, ma è apparso subito chiaro che la lotta al terrorismo era anche una buona occasione per colpire realtà antagoniste e politicamente ostili ma che nulla avevano a che fare col terrorismo: così, ad esempio, in occasione della COP 21 sono state vietate le manifestazioni pacifiche di protesta degli ecologisti ( alcuni dirigenti sono stati trattenuti nelle abitazioni) ma sono stati autorizzati i mercatini di Natale, a dimostrazione del fatto che il timore di attentati, con il conseguente divieto di assembramenti, era solo un pretesto.

Nell’ambito di questo discorso sullo svuotamento di potere dell’ONU e della violazione del diritto internazionale tollerata, tra le cause non si può dimenticare una costante dal 1948 ad oggi e cioè l’impunità di Israele. Sono decine le risoluzioni ONU inottemperate da Israele ma ci potremmo limitare a citare le tre fondamentali che, se attuate, avrebbero da tempo risolto la questione palestinese ( non uso il termine invalso di “conflitto” perchè tale non è, trattandosi di una occupazione): la 181 che prevede la nascita di due Stati, la 194 che sancisce il diritto al ritorno dei profughi e la 242 che impone l’obbligo di ritiro dai Territori occupati nel 1967. Sono recenti le prese di posizione di Ban Ki-moon e, ancora più timidamente, dell’UE contro Israele invocando il rispetto del diritto internazionale ma tutto cade nel vuoto. Anzi: ad ogni piccola conquista sul piano internazionale da parte palestinese segue un incremento della colonizzazione. Così è avvenuto dopo l’ammissione della Palestina all’Unesco prima e all’ONU poi, sia pure solo come Stato osservatore.

Il diritto è basato su un principio elementare: alla violazione del precetto deve seguire una sanzione. L’autorevolezza della norma è gravemente minata se alla violazione non segue la sanzione ma ancora di più se vi è sperequazione di trattamento in situazioni simili. Perché nel caso dell’Iraq l’ONU ha agito e nel caso di Israele assiste passiva da quasi 70 anni?

 

*********

 

Quante sono le violazioni del diritto internazionale per troppo tempo tollerate? Innumerevoli. Solo a titolo esemplificativo, una veloce rassegna.

 

Diritto alla vita e alla integrità fisica: pensiamo alle esecuzioni mirate, cioè omicidi sulla base di informazioni dei servizi segreti; ai “danni collaterali”, cioè omicidi di persone innocenti, colpevoli solo di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato ( in Pakistan tra il 2004 e il 2013 gli attacchi USA con droni sono stati 364 con migliaia di morti civili tra cui circa 200 bambini); pensiamo anche agli omicidi evitabili: i neri di Ferguson, subito uccisi dai poliziotti per un comportamento ambiguo, così come gli adolescenti palestinesi, subito uccisi dall’esercito o dai coloni senza neppure una verifica delle intenzioni; pensiamo anche ai tentativi in corso, portati avanti in Italia da forze politiche razziste e fasciste, di ampliare il concetto di legittima difesa così da farvi rientrare anche omicidi di ladruncoli in fuga.

Divieto di tortura: il recente caso di Giulio Regeni ha fatto emergere quanto già si sapeva e cioè che in Egitto sono centinaia i casi di tortura e di desaparecidos ( un ministro egiziano ha detto: che cosa sono a fronte di 90 milioni di abitanti?); eppure il generale golpista Al Sisi è personaggio utile all’Occidente, si fanno affari con lui ( Renzi è stato il primo ad incontrarlo) ed ancora una volta la ragion di Stato viene fatta prevalere sul diritto. In Israele la tortura è praticata abitualmente, anche nei confronti di minori, e una commissione presieduta da tale Landau a suo tempo ne ha legittimato l’uso “in una certa misura”. In Italia sono ancora vani gli sforzi per introdurre il reato di tortura nonostante i ripetuti richiami della Corte europea al nostro Governo. Gli emuli dei torturatori di Cucchi, Uva, Aldovrandi, di Bolzaneto, della scuola Diaz possono stare tranquilli. 

Divieto di schiavitù e di lavoro forzato: un magistrato, Antonio Bevere, ha ipotizzato il reato di riduzione in schiavitù per le inumane condizioni di lavoro nel settore agricolo nel Sud, ove due donne sono morte la scorsa estate per sfinimento. Potremmo citare anche il caso delle concerie toscane.

Diritto alla libertà e alla sicurezza e diritto a un processo equo. Si è già accennato alle renditions, sequestri di persona senza alcun accertamento giudiziario di responsabilità; a Guantanamo, con condizioni di detenzione disumane. E’ il caso di ricordare che il premio Nobel per la pace Obama non è riuscito a rispettare il modesto impegno assunto di chiudere questo lager. Alcuni sono lì detenuti dal 2001, altri sono stati liberati dopo anni, o a seguito di processo, che ne ha riconosciuto l’innocenza o, addirittura, senza processo, talmente palese è emersa la falsità delle accuse inizialmente mosse. In Israele trova ampia applicazione la detenzione amministrativa, quella cioè senza contestazione alcuna, senza quindi possibilità di difesa e senza limite di durata ( prorogabile di sei mesi in sei mesi). Iniquo è anche il processo che non condanna gli imputati palesemente colpevoli: i poliziotti di Ferguson, i soldati e i coloni israeliani. In Italia trovano sempre più applicazione le misure di prevenzione, cioè quelle misure gravemente lesive del diritto di libera circolazione, applicate solo sulla base di sospetti ( la legislazione nasce nel 1865 ma trova ampia applicazione nell’epoca fascista ed è storicamente sempre indirizzata contro gli oppositori politici).

Diritto alla “privacy”: le intercettazioni ambientali e telefoniche sono sempre più invasive e si va verso quelle preventive, cioè volte alla ricerca di eventuali reati e non solo alla ricerca di colpevoli dopo il reato.

Diritto alla libertà di movimento. L’Europa è ormai costellata di muri e filo spinato alle proprie frontiere che respingono quelle persone che le nostre guerre hanno o ridotto alla miseria o costretto a fuggire sotto le bombe. L’Italia è complice nello scacchiere internazionale e laddove non partecipa direttamente alle operazioni belliche vende armi, violando sia la Costituzione sia le proprie leggi, in specifico la 185/90 ( è il caso dei caccia M346 venduti ad Israele o delle bombe vendute all’Arabia Saudita, quelle che poi uccidono nello Yemen).

Libertà di coscienza, pensiero, religione ed espressione. La situazione in questo caso è paradossale: da un lato si criminalizzano moschee e centri di cultura islamici, dall’altro si consentono sproloqui razzisti e sessisti a esponenti politici, siano aspiranti alla Casa Bianca come nel caso di Trump siano nostrani come Salvini. E’ anche il caso di ricordare che iniziative di forze dichiaratamente neonaziste e neo fasciste sono sempre più diffuse e tollerate, soprattutto nella nostra zona ( commemorazioni a San Martino, a Giulino di Mezzegra, raduni a Cantù, a Rogoredo, Hammerfest etc.).

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Prima di concludere, un accenno a quelli che dovrebbero essere gli strumenti di applicazione del diritto internazionale ma restano inoperanti. La Corte internazionale di giustizia de L’Aja nasce nel 1945 ed è l’organo giurisdizionale dell’ONU; è un Tribunale arbitrale ed emette pareri consultivi, come tali predestinati a rimanere privi di efficacia in assenza di volontà politica. Si pensi alla condanna del muro di Israele nel 2004, rimasta senza alcun effetto. La Corte penale internazionale, con sede sempre a L’Aja, nasce nel 1998 a Roma ma i suoi limiti sono evidenti se solo si pensa che non solo non hanno aderito ma addirittura hanno votato contro il suo sorgere Stati come la Russia, gli USA, la Cina ed Israele, tutti possibili e potenziali incriminabili per le loro politiche interne ed estere.

Hanno firmato Stati come Andorra, San Marino e Trinidad che non suscitano particolari preoccupazioni sul piano bellico, al massimo sono di interesse della Guardia di Finanza sul fronte fiscale.

 

L’asservimento a logiche politiche della Corte penale internazionale è stata denunciata da giuristi, ad esempio in occasione del rigetto della denuncia delle Isole Comore la cui bandiera era battuta dalla Mavi Marvara, la nave che nel 2009 ha tentato inutilmente di portare viveri e medicinali a Gaza ed è stata assalita dalla Marina israeliana che ha ucciso 9 pacifisti turchi disarmati ( un decimo è morto mesi dopo per le ferite). Pende attualmente anche la denuncia dell’Autorità nazionale palestinese e di Hamas per gli eccidi di Israele a Gaza nel 2008/9 ma la non adesione di Israele al Trattato e lo status di mero osservatore all’ONU della Palestina rendono estremamente improbabile un esito favorevole.

 

I soli Tribunali che hanno sinora funzionato sono quelli creati “ad hoc”, cioè sorti dopo il crimine, in spregio al principio della predeterminazione del giudice. Sono chiamati anche i Tribunali dei vincitori perché ratificano a livello giudiziario le vittorie politiche e belliche. Sono noti quelli di Norimberga, di Tokyo e, più recentemente, quelli per la ex Jugoslavia, Rwanda, Timor est, Cambogia. Sono in molti a mettere in dubbio la loro imparzialità; Sergio Romano, ad esempio, ha riconosciuto un particolare accanimento del Tribunale nei confronti dei Serbi. Ci si potrebbe anche chiedere del perchè della non incriminazione degli USA per Hiroscima e Nagasaki o, più recentemente, del perché dell’insabbiamento del rapporto della Commissione Goldstone che ha riconosciuto Israele responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità per la cosiddetta operazione Piombo fuso. Insomma, la discrezionalità di questi Tribunali è assoluta, sin dall’esercizio o meno dell’azione penale.

Eppure quanto lavoro ci sarebbe per i Tribunali ! La guerra ha raggiunto livelli di disumanità inimmaginabili. La IV Convenzione di Ginevra a tutela della popolazione civile è ignorata: si bombardano case ed ospedali, anche quelli di Medici senza frontiere o Emergency, si spara alle autombulanze, si uccidono medici ed infermieri durante i soccorsi, si assediano città e campi profughi lasciando morire di fame la popolazione, come nel Medio Evo (vedi Yarmouk).

 

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Concludo questo inevitabilmente per ragioni di tempo limitato excursus sulla violazione dei diritti umani con parole non mie. Un illustre giurista recentemente scomparso, Benedetto Conforti, dice nel suo Trattato di diritto internazionale: “ Resta definitivamente confermata l’opinione…..circa la scarsa efficienza e credibilità dei mezzi internazionali di attuazione coattiva del diritto, mezzi in cui si riflette la legge del più forte.”. E sempre lo stesso autore: “ …c’è forse da prendere atto che il diritto internazionale…….ha esaurito la sua funzione. La guerra non può allora essere valutata giuridicamente ma solo politicamente e moralmente.”.

Non lasciamoci prendere dallo sconforto; anzi, lasciamoci con un compito e cito allora un altro illustre giurista con il quale sono stato in Israele e Palestina nel mio primo viaggio nel 1988, Domenico Gallo. Quando gli ho sottoposto le mie pessimistiche considerazioni sul ruolo del diritto internazionale mi ha detto: “…….se il diritto internazionale non è più vincolante per nessuno, non per questo possiamo permetterci di buttarlo a mare, al contrario bisogna lottare per ristabilirne l’autorevolezza nella coscienza dei popoli in quanto l’unica garanzia effettiva del diritto internazionale sta nella misura in cui l’opinione pubblica internazionale ne pretende il rispetto.”

 

Vedo il cammino molto duro ma non è motivo per non iniziarlo, anzi. Senza il primo passo, non possono esserci gli altri.

 

 

 

 

 

 

19 MARZO – CONGRESSO PROVINCIALE

Sabato 12 marzo, con il congresso della sezione Anpi Seprio, si sono conclusi i congressi di sezione nella nostra provincia. Il Congresso conclusivo del provinciale di Como si terrà sabato 19 marzo, alle ore 14,30, presso il salone dell’ associazione Lissi, via Ennodio 10 ( ex Parco Lissi).

Al termine dei lavori seguiranno le conclusioni di Pietro Cossu, del Comitato Nazionale Anpi.

 

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RIFORME

Riforme, la giurista Carlassare: “In gioco c’è la Costituzione, non il destino del premier. Dobbiamo mobilitare i cittadini”

“Costituzionalismo vuol dire porre limiti e regole al potere; col ddl Boschi salta ogni limite” così la professoressa Lorenza Carlassare, giurista e costituzionalista, docente emerita di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Padova, ai microfoni di Radio Cora. Intanto il referendum sembra essere sempre più legato al futuro del Premier, “il Governo non c’entra nulla, non deve metterci le mani […] qui sta l’anomalia, si vuole cambiare la Costituzione con un ddl governativo ma la Costituzione non è appannaggio del Governo, della maggioranza momentanea. La Costituzione è di tutti e si può cambiare solo con un forte consenso”.

L’intervista su Radio Cora: http://www.radiocora.it/post?pst=19850

 

 

UN’ALTRA AVVENTURA IN LIBIA?

UN’ ALTRA AVVENTURA IN LIBIA?

8 Marzo 2016

Ci stanno lusingando, gli altri Paesi, facendoci intravvedere l’incarico di dirigere le operazioni militari che si pensa di realizzare in Libia; nel contempo, ci chiedono di schierare almeno cinquemila uomini e di utilizzare ampiamente la base di Sigonella ed altri punti di partenza per i voli.

Amicizia, rispetto, considerazione per l’Italia? Tutt’altro; è il solito egoismo europeo (e non solo) che pensa di scaricare su di noi il peso di una guerra, mettendoci in primo piano. Sul tema, mi pare ovvio, deve pronunciarsi il Parlamento italiano, e speriamo che lo faccia con saggezza e serietà e senza cedere alle illusioni. Ci sia consentita – quantomeno – qualche considerazione, anzitutto fondata sull’articolo 11 della Costituzione, che è davvero molto difficile mettere da parte, perfino per i peggiori guerrafondai. Su questo, c’è ben poco da dire: basta leggere la norma e capirne il senso, tutt’altro che favorevole alle avventure.

Poi, c’è qualche osservazione di merito da fare, addirittura di una semplicità sconcertante. Siamo davvero, noi, i più adatti a compiere e addirittura dirigere certe operazioni militari in Libia? Io credo di no, e non solo perché è un Paese in cui, a suo tempo, ci siamo comportati tragicamente male, ma anche perché siamo i più “esposti”. Non vogliamo essere egoisti (e lo attestano l’umanità e la solidarietà che stiamo dimostrando, da anni, in Sicilia ed in particolare a Lampedusa); ma sarà permesso anche a noi di occuparci dei nostri interessi, così come stanno facendo – in modo spesso veramente deprecabile – molti Paesi europei.

Noi siamo a due passi dalla Libia; chi volesse fare un qualsiasi atto di ritorsione, potrebbe rifarsi su di noi con pochissima fatica e scarso impiego di mezzi. Qualcuno si ricorda del missile che sfiorò l’isola di Lampedusa? Allora, qui non è questione di egoismo; ma poiché l’ISIS va combattuto e sconfitto, sarebbe giusto decidere tutti insieme che altri Paesi, meno esposti, assumessero un ruolo determinante e preponderante. Tutto qui. Certo, fidarsi della comprensione degli altri, sarebbe addirittura ingenuo, ma far valere le nostre ragioni, a partire da quell’ostacolo pressoché insormontabile che è costituito dall’art. 11 della Costituzione (oltre alle altre ragioni di “ opportunità “ di cui ho parlato ), dovrebbe essere “ normale “: e dovrebbe – a mio avviso – essere imperniata su queste basi l’imprescindibile discussione in Parlamento.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

8 MARZO

DEDICATO A BERTA CACARES E A TUTTE LE DONNE CHE VOGLIONO SALVARE IL MONDO

 

Berta Cacares, attivista per la difesa dei diritti umani, coordinatrice dei popoli indigeni dell’ Honduras, la sua figura era diventata un punto di riferimento in tutto il mondo, per aver difeso la causa dei popoli indigeni del suo Paese anche presso la Corte europea di Strassburgo, presso la Banca Mondiale e in Vaticano.

Più volte minacciata di morte, è stata  uccisa il 3 marzo scorso nella sua casa a La Esperanza.

Nel 2015 aveva vinto il prestigioso premio Goldman Prize per essersi battuta contro la costruzione del complesso idroelettrico Agua Zarca, previsto sul Rio Gualcarque, un fiume sacro nella cosmogonia Lenca, che costituisce una fondamentale risorsa idrica per circa 600 famiglie che vivono nella foresta pluviale nella zona nord-occidentale dell’ Honduras.

“Stiamo affrontando grandi mostri”, aveva detto Berta dieci anni fa. “Non è facile, ma non è nemmeno impossibile. Abbiamo delle responsabilità storiche, e tra queste c’è far sapere a tutti che siamo un popolo fiero, che ha resistito in ogni modo”.

A Berta Cacares va oggi il nostro commosso ricordo.

L’ IMPEGNO DELL’ ANPI CONTRO IL NEOFASCISMO

Su richiesta dell’ Anpi Nazionale, a proposito dell’impegno da prendere per combattere e sconfiggere l’ insorgere del neofascismo in Italia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha accolto la richiesta di colloquio col Presidente nazionale dell’ANPI e con la Presidente dell’Istituto Alcide Cervi. Ovviamente, il documento sarà pubblicato subito dopo l’ incontro.
 

Come si ricorderà, il 9 gennaio, abbiamo tenuto un importante Seminario, a Gattatico, insieme all’Istituto Cervi sul tema “Per uno Stato pienamente antifascista”. Abbiamo raccolto opinioni su ciò che occorrerebbe fare, in diversi campi, soprattutto da parte delle Istituzioni, per rendere questo Stato più aderente alle linee che si estraggono con facilità da tutto il contesto della Carta costituzionale. C’eravamo impegnati a raccogliere in un documento tutto ciò che
era emerso nel Seminario; il documento è stato prodotto, a cura del Presidente dell’Istituto Cervi e del Presidente nazionale dell’ANPI.

Si tratta di un documento diviso in due parti, di cui la prima è
di “ragionamento” e la seconda di proposte concrete. Mi auguro sinceramente che si possa fare presto e bene, perché sbaglia chi sottovaluta questa tematica, non solo per la stessa inammissibilità di certi fenomeni a fronte di una Carta costituzionale democratica e antifascista, ma anche perché non abbiamo mai cessato di ricordare a tutti che la storia si può ripetere, magari in forma diversa,
ma si può ripetere.

Carlo Smuraglia