DOMANDE E RISPOSTE SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Riforma costituzionale

Si dice che sono molti anni che si discute e non si è mai fatto nulla. Perché opporsi adesso, quando si decide, finalmente, di fare qualcosa di positivo per l’aggiornamento della Costituzione?
Non si tratta di fare a tutti i costi, ma di fare bene, aggiornando quando occorre, ma rispettando lo spirito e i valori della Costituzione. Inoltre non è vero che non si sia fatto nulla. Sono stati modificati, in varie occasioni, molti articoli della Costituzione e, in taluni casi, addirittura alcune parti. È vero, invece, che non si è data attuazione a norme fondamentali della Costituzione, ma su nessuna di esse interviene questa riforma.
Dunque, contrarietà ad ogni modifica del sistema parlamentare?
Niente affatto: si può correggere il “bicameralismo perfetto” in modo molto semplice e rapido: differenziando, almeno in parte, il lavoro delle Camere (ad esempio, riservando la fiducia al Governo solo alla Camera, e il controllo sull’esecutivo e sull’attuazione ed efficacia delle leggi al Senato). E poi creando un sistema che consenta di approvare insieme le leggi più importanti e che affidi le altre ad un solo ramo del Parlamento, con la facoltà di intervento da parte dell’altro ramo. Questa riforma si sarebbe potuta fare in poco tempo, già col Governo Letta, invece di mettere mano a modifiche molto estese e controverse.
La riforma abolisce o no il Senato?
La riforma non abolisce affatto il Senato ed anzi ne ribadisce la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, ma indebolendolo concretamente con la composizione, fatta di Sindaci e Consiglieri regionali, cioè Senatori a tempo parziale.
Perché l’elezione del Senato dovrebbe essere diretta?
La riforma Boschi, nell’attribuire ai consigli regionali, e non ai cittadini, il diritto di eleggere il Senato, viola la sovranità popolare, di cui «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto ( … ) costituisce il principale strumento di manifestazione», come affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014.
Affermare poi che il popolo italiano – con la riforma Boschi – eleggerebbe indirettamente il Senato perché i consigli regionali, eletti dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è una vera baggianata. È come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo. Si tratta di una analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile.
In realtà, la cosa più grave è che non si sa neppure come le elezioni avverrebbero “in conformità della volontà popolare”, visto che su questo punto l’art. 2 rinvia ad una legge ordinaria (che non c’è).
Non c’è il lato positivo del risparmio di spesa, visto che la funzione dei Senatori è prestata a titolo gratuito?
Se si pensa che occorre ridurre il numero dei parlamentari, si può ridurre proporzionalmente il numero dei Deputati e quello dei Senatori. Se invece si riduce drasticamente solo il numero dei Senatori, squilibrando il sistema, vuol dire che il disegno è un altro: praticamente “azzerare” il Senato e dare tutto il potere ad una sola Camera ed a chi la governa. Questo è grave e pericoloso perché elimina il sistema di pesi e contrappesi giustamente disegnato dalla Costituzione.
Quindi, la riforma prevede che i senatori esercitino contemporaneamente anche le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, senza considerare che l’importanza e l’onerosità delle funzioni senatoriali (funzione legislativa ordinaria e costituzionale; raccordo tra lo Stato, le Regioni e i comuni, con l ‘Unione Europea; valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni; verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori ecc. ecc.) ne renderebbero aprioristicamente impossibile il puntuale espletamento. I futuri 100 senatori, in quanto Sindaci o Consiglieri regionali, non saranno compensati per le loro funzioni di Senatore, ma avranno soltanto un “rimborso spese” di imprecisabile dimensione (anche se è difficile credere che si faccia un lavoro in più gratuitamente). Godranno dell’insindacabilità giudiziaria per i fatti posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni – il che è condivisibile – e, ancorché Senatori, solo part-time, godrebbero anche dell’immunità “personale” dagli arresti, dalle perquisizioni personali e domiciliari, e dai sequestri della corrispondenza, col rischio – connesso all’abnorme numero dei Consiglieri regionali attualmente indagati o addirittura rinviati a giudizio – di trasformare il Senato in un “refugium peccatorum”. Inoltre, è pacifico che verranno poi fuori le solite “diarie” e resteranno comunque in piedi tutte le costose strutture del Senato.
Ci sarà uno snellimento al procedimento legislativo.
Non è vero, perché sono previsti molti tipi e molte modalità di esercizio della funzione legislativa (secondo alcuni, sette, secondo altri, assai di più); l’art. 70 della Costituzione si risolveva in una riga e mezzo, quello “nuovo” si protrae per tre pagine ed è indice solo di confusione, conflitti, rallentamento.
Ma questo che viene configurato è il Senato delle autonomie?
No, perché non rappresenta le Regioni, ma assegna solo determinati poteri a Consiglieri regionali e Sindaci. In Paesi come la Germania, è il Governo dei Lander (Regioni) che elegge il Senato e così nasce una vera rappresentanza.
La riforma attribuisce poteri legislativi all’Esecutivo, cioè al Governo?
La riforma amplia il potere d’iniziativa legislativa del Governo mediante la previsione di disegni di legge «attuativi del programma di governo», da approvare, da parte della Camera dei deputati, entro 70 giorni dalla deliberazione d’urgenza dell’assemblea. Il che rischia di restringere ulteriormente gli spazi per l’iniziativa legislativa parlamentare – attualmente ridotti al solo 20 per cento – grazie a possibili capziose interpretazioni estensive sia del concetto di “programma di governo”, sia del concetto di “attuazione del programma”. In altre parole, si finirebbe per mettere nelle mani del Governo l’agenda dei lavori della Camera.
Quale sarebbe la posizione costituzionale del Premier grazie alla riforma Boschi e all’ltalicum?
II nostro ordinamento si orienterebbe di fatto verso un “premierato assoluto”, grazie all’Italicum e alla riforma Boschi: I’Italicum trasformerebbe il voto al partito del leader in un’investitura quasi diretta del Premier e la legge Boschi eliminerebbe il Senato come potenziale contro-potere esterno della Camera senza prevedere efficaci contro-poteri interni. Col duplice rischio, connesso all’ ”uomo solo al comando”, di produrre eccessivi squilibri di rappresentanza e di condizionare addirittura i poteri del Presidente della Repubblica.
Cosa accadrà se vincerà il NO? Sarà il caos?
Trattandosi di riforma costituzionale, non succederà nulla. Tutto resterà come prima, sul piano costituzionale, essendosi però evitato uno stravolgimento del sistema costituzionale e restando ben aperta la possibilità di apportare quelle opportune modifiche, ritenute necessarie per correggere il cosiddetto “bicameralismo perfetto”. Quanto alle conseguenze politiche, ne ha parlato solo il Presidente del Consiglio. Noi siamo di diverso avviso e non lasciamo entrare la politica-partitica nella campagna referendaria. Escludiamo, in ogni caso, il caos; il Governo andrà avanti fino a che il Parlamento gli darà la fiducia. E questo non c’entra nulla con le riforme costituzionali.
Quanto agli aspetti economici, è singolare il fatto che sia la Confindustria a prospettare il disastro economico. Ogni volta che i “poteri forti” si occupano della Costituzione c’è da preoccuparsi e da temere che si perseguano interessi particolari, anziché l’interesse pubblico.
Ci sono altre misure, nella legge sulla riforma del Senato, che suscitano perplessità e/o contrarietà?
Certamente: mentre si parla di partecipazione e della necessità di rafforzarla, si triplica il numero delle firme necessarie per i progetti di legge di iniziativa popolare; e non si fissano termini per la trattazione dei progetti in Parlamento, rinviando la questione ai regolamenti parlamentari.
Anche per il referendum, si finisce – in sostanza – per aumentare il numero delle firme necessarie (portandole a 800.000); inoltre, si rinvia alle calende greche ogni provvedimento sulla tutela delle minoranze e lo “statuto delle opposizioni”, richiesto da tutti a gran voce.
Ma almeno la durata delle due Camere è la stessa?
No, perché quella della Camera resta prestabilita, mentre quella del Senato è legata alle vicende degli organi da cui provengono i Senatori (Regioni e Comuni).

TURCHIA

Una forte condanna di quanto sta accadendo in Turchia e un monito severo all’Unione europea perché faccia quanto occorre per la difesa della democrazia – e della sicurezza – in Europa e nel mondo

 

Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Turchia è di una gravità inaudita. Sono state sospese le garanzie offerte dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e di fatto ne era già in atto la violazione.

Per la verità, non da ora poiché è da tempo che viene tolto ogni spazio al dissenso ed all’opposizione, vengono incarcerati personaggi “scomodi”, viene limitata la libertà di stampa e la manifestazione e la diffusione del pensiero. Ma ora, dopo il cosiddetto “tentativo di golpe” che ha assunto forme così assurde di preparazione e di impostazione da far dubitare molta parte della stampa mondiale che sia stato davvero un tentativo di scalzare Erdogan e non di una operazione che comunque, da chiunque pensata, ha fatto molto comodo proprio al dittatore; che ha colto l’occasione (se “occasione” c’è stata, perché – ripeto – non pochi ne dubitano) per arrogarsi poteri personali illimitati, rafforzando i legami con la parte più islamica” e religiosa del Paese, sempre nell’intento di rafforzare se stesso e quel tipo di Stato che ha nella mente.

Uno Stato che non ha più nulla (o quasi) di democratico e che minaccia di identificarsi con le forme più bieche di fondamentalismo. Per questo, alcuni hanno apprezzato, inizialmente, la “mossa” dei militari, da sempre inclini alla laicità dello Stato. Noi, per la verità, non siamo caduti nella trappola perché non ci piacciono gli Stati fondamentalisti, ma non ci piacciono neppure le dittature o gli autoritarismi militari (si veda ciò che accade in Egitto, dove Regeni, che ricordiamo sempre, non è stato certamente l’unico a subire un trattamento barbarico, sul quale si sono poi innestati silenzi, dirottamenti e disimpegno da parte di chi avrebbe dovuto collaborare alla ricerca, almeno, della giustizia). Certo è che, attualmente, di libertà e di diritti umani, in Turchia, resta appena una sottilissima traccia, mentre colpiscono gli arresti, evidentemente premeditati, vista la celerità con cui sono stati individuati” e incarcerati i presunti colpevoli, come magistrati, avvocati, giornalisti e insegnanti. E si parla, di nuovo, di pena di morte.

Tutto questo non può che suscitare la più ferma condanna da parte di chiunque (individuo o Stato) abbia a cuore la democrazia e la libertà. Ed è veramente incomprensibile ed inaccettabile il silenzio dell’Unione Europea, all’interno della quale non è mai venuta meno, in alcune componenti, l’intenzione di ammettere la Turchia nell’ambito dell’Unione.

Per parte nostra e per quello che possiamo contare (ma ancora una volta cerchiamo di esprimere i valori della Costituzione e quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, oltreché della Convenzione europea – appunto – in tema di diritti e garanzie) siamo fermamente contrari anche solo all’idea che nell’Unione europea, che già include troppi Stati che si fondano sull’autoritarismo ed il razzismo, possa entrare, un simile Paese.

Non ne deriverebbe certo un vantaggio per lo sviluppo democratico dell’Unione europea, che invece, se finalmente riuscisse ad esprimersi con una voce sicura e ferma, dovrebbe emettere solo parole (e atti concreti) di condanna.

Per quanto ci riguarda, siamo vicini a coloro che oggi, in Turchia, nutrono sentimenti democratici e per questo stanno rischiando di vedersi privare di alcuni diritti fondamentali, precisando che non si tratta solo di solidarizzare, ma di premere perché il nostro Governo, così come l’Unione Europea, assumano un atteggiamento chiaro e netto, adottando anche le misure necessarie, perché le brutalità, l’orrore e la violazione dei diritti – contro i quali abbiamo combattuto settant’anni fa – non possano ripetersi ancora, magari in forme diverse, ma sempre estremamente pericolose, non solo per uno specifico Paese, ma per l’intera comunità internazionale.

Carlo Smuraglia, presidente ANPI

 

ESEMPI DI CATTIVA POLITICA

La ”cattiva” politica dà altre prove di sé. A quando un cambiamento radicale?

a. in questi giorni, ancora nuovi esempi di come la politica finisca per allontanare i cittadini, anziché recuperarne la fiducia.

Da un lato, il già lungo iter della proposta di legge sulla tortura, che ci vede in grave ritardo rispetto a molti altri Paesi, si è interrotto, in Parlamento, ed in forma tale da far ritenere a buona parte della stampa che la questione si sia ormai avviata verso un binario morto.

Il fatto è grave e rischia, ancora un a volta, di minare alla base la credibilità della politica. L’Italia ha assunto l’impegno di introdurre il reato di tortura nel 1985, ratificando la Convenzione dell’ONU. Non ha adempiuto, tant’è che ha subìto una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, circa un anno fa, proprio per non aver ancora colmato la lacuna esistente nel nostro ordinamento penale. C’erano, dunque, mille ragioni per arrivare finalmente alla conclusione. Proprio a questo punto, nonostante le tante promesse, si è verificata una battuta di arresto, con ogni probabilità tutt’altro che temporanea.

Questo proprio in un Paese che dovrebbe essere “vaccinato” per aver fatto la drammatica esperienza della Caserma Diaz di Bolzaneto, (e non solo) oltre ad aver registrato, di recente, un gravissimo caso di “tortura” da parte di un gruppo di giovani a danno di un coetaneo. Ci sarebbe da essere scoraggiati; ma noi insisteremo a chiedere, a pretendere, che finalmente si adempia ad un obbligo, oltreché giuridico, anche morale. C’è bisogno, ancora una volta, di rassicurare i cittadini e non di deluderli incrinando ulteriormente la fiducia nei confronti delle istituzioni e della politica.

b. Il secondo caso, talmente clamoroso da essere stato definito, sulla stampa, come un “delitto perfetto”, è quello della negata autorizzazione, in sede giudiziaria, dell’utilizzo di alcune conversazioni telefoniche in cui è parte Silvio Berlusconi, nel procedimento cosiddetto “Ruby ter”. Si tratta di una serie di testimonianze, rese in altro processo, ritenute dai Giudici “false”, con conseguente trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, che ha proceduto (e il processo è in corso) contro alcune “olgettine” e contro alcuni imputati (fra cui Silvio Berlusconi) per induzione alla falsa testimonianza. In Parlamento, dopo alcune vivaci discussioni nella competente Commissione e trascorsi diversi mesi da quando la richiesta di autorizzazione era pervenuto alla Giunta del Senato (8.10.15), si è passati all’Aula; e qui è avvenuto l’incredibile.

Un certo numero di parlamentari di vari gruppi, ha chiesto – e ottenuto – che si procedesse con voto segreto; e la votazione ha dato un risultato non corrispondente alle forze in campo: si erano pronunciati per l’autorizzazione il Partito Democratico e il Movimento 5 stelle e i loro voti sommati, avrebbero rappresentato la maggioranza, che invece non c’è stata.

Un risultato assurdo e apparentemente inspiegabile. La stampa ha formulato non poche ipotesi, i sospetti si sono accavallati; naturalmente, non c’è una prova, perché il voto – appunto – era “segreto”. Resta il fatto che senza motivazione e nel segreto dell’urna, si è verificata una sorta di “salvataggio” di Berlusconi, in danno della giustizia. Un danno, peraltro, parziale perché ci sono altri elementi di prova che i Giudici dovranno valutare. Ma un danno, certo, d’immagine per la politica, che ancora una volta ha dato una cattiva prova di sé. Tanto più che si arriverà addirittura al ridicolo, perché quelle conversazioni telefoniche che non potranno essere utilizzate nei confronti di Berlusconi, potranno esserlo invece nei confronti dalle imputate, che ad esse hanno partecipato. Così, in un processo, si discuterà attorno a prove che avranno valore per alcuni imputati e non per altri. Cosa penseranno i cittadini, che certo non sono tenuti a conoscere il diritto ma faticheranno molto a capire come sia possibile che in un giudizio alcuni fatti acclarati (le abbiamo lette tutti, ormai, quelle conversazioni sulla stampa) possano essere valutati per alcuni imputati e non per altri, in palese conflitto col principio che “la legge è uguale per tutti”?

Un altro punto a favore, purtroppo, di quella antipolitica, che noi riteniamo poco utile per il benessere della nostra democrazia e quindi contestiamo con forza, ma che proprio da fatti come quelli ricordati, finisce per trarre alimento.

A quando una vera “rigenerazione” della politica? Eppure sarebbe veramente importante che i cittadini ricevessero finalmente qualche messaggio positivo.

Se ne gioverebbero la partecipazione e la democrazia

Carlo Smuraglia, presidente ANPI

 

 

REFERENDUM: L’ IMPORTANZA DELLA VERITA’

Referendum: l’importanza della verità

Si va diffondendo, per fortuna, il convincimento che la campagna referendaria

debba svolgersi con civiltà, senza ricatti e senza pressioni “politicamente

scorrette”. Non va dimenticato, però, che un requisito importante, anzi

fondamentale, di una campagna civile è la verità. Le opinioni possono essere

diverse, ma sui presupposti di fatto non dovrebbero esserci dubbi. La verità,

prima di tutto. Mi capita, peraltro, di leggere su un grande quotidiano l’articolo

di un autorevole esponente del “SI” (Il confronto sul referendum e le ragioni

per votare “SI”) che mi sembrava muoversi sulla linea civile di cui ho detto. Ma

poi dopo aver sostenuto che una delle grandi difficoltà delle democrazia

occidentali è costituita dalle estraneità dei cittadini alla politica, si afferma che

vada particolarmente sottolineata “quella parte della riforma (del Senato) che

riconosce il diritto dei cittadini al referendum propositivo e a veder prese in

esame entro un determinato termine le proposte di legge di iniziativa popolare

che oggi finiscono in un cestino”. Due proposte, dice l’autore, che

rappresentano una novità che, insieme con una buona legge elettorale,

potrebbe riattivare il circuito virtuoso” tra società e politica”. Bene. Guardiamo,

però le norme in questione e ci accorgiamo facilmente che quel circuito virtuoso è molto di là da venire, perché il legislatore della riforma, che avrebbe ben

potuto dettare disposizioni precise, in tutti e due i casi, invece non l’ha fatto

rinviando l’attuazione dei principi enunciati sostanzialmente alle calende greche.

Leggiamoli: all’art. 71 attuale si aggiunge un comma in cui si parla del

referendum costituzionale propositivo, ma se ne rinviano “condizioni ed effetti”

ad una legge costituzionale. Questa è la prima delle due future novità.

Passando alla seconda, che riguarda l’iniziativa legislativa popolare, anche in

questo caso c’è un comma aggiuntivo all’art. 71, ma da un lato si scrive che “la

discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge di iniziativa

popolare sono garantite, nei tempi, nelle forme, e nei limiti stabiliti dai

regolamenti parlamentari (dunque ancora un rinvio alle calende greche, per

l’attuazione effettiva del principio); e dall’altro si moltiplica addirittura per tre il

numero delle firme richieste, appunto, per la presentazione di leggi di iniziativa

popolare. E in questo caso la trasformazione del numero di firme da 50.000 a

150.000 non è rinviata ma diventa di immediata applicazione. Davvero un

singolare modo per favorire la partecipazione a meno che non si intenda che

essa si risolva in una promessa, anzi in due promesse e in una norma

peggiorativa. Dunque siamo d’accordo di discutere sul merito, ma a condizione

che si dica la verità, tutta la verità sulle cosiddette “novità” che dovrebbero

risolvere il problema del circuito viziosoè molto di là da venire, perché il legislatore della riforma, che avrebbe ben

potuto dettare disposizioni precise, in tutti e due i casi, invece non l’ha fatto

rinviando l’attuazione dei principi enunciati sostanzialmente alle calende greche.

Leggiamoli: all’art. 71 attuale si aggiunge un comma in cui si parla del

referendum costituzionale propositivo, ma se ne rinviano “condizioni ed effetti”

ad una legge costituzionale. Questa è la prima delle due future novità.

Passando alla seconda, che riguarda l’iniziativa legislativa popolare, anche in

questo caso c’è un comma aggiuntivo all’art. 71, ma da un lato si scrive che “la

discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge di iniziativa

popolare sono garantite, nei tempi, nelle forme, e nei limiti stabiliti dai

regolamenti parlamentari (dunque ancora un rinvio alle calende greche, per

l’attuazione effettiva del principio); e dall’altro si moltiplica addirittura per tre il

numero delle firme richieste, appunto, per la presentazione di leggi di iniziativa

popolare. E in questo caso la trasformazione del numero di firme da 50.000 a

150.000 non è rinviata ma diventa di immediata applicazione. Davvero un

singolare modo per favorire la partecipazione a meno che non si intenda che

essa si risolva in una promessa, anzi in due promesse e in una norma

peggiorativa. Dunque siamo d’accordo di discutere sul merito, ma a condizione

che si dica la verità, tutta la verità sulle cosiddette “novità” che dovrebbero

risolvere il problema del circuito vizioso attualmente in atto tra cittadini e

istituzioni; circuito vizioso palesemente destinato a protrarsi ancora a lungo,

nonostante le affermazioni di principio che finiscono per essere, unite

all’aumento del numero di firme, meno ancora di un atto di intenzione e di

buona volontà.

Carlo Smuraglia, presidente ANPI Nazionale

EMERGENZA UMANITARIA A COMO

Care/i amiche/i e compagne/i,
nelle ultime settimane stiamo assistendo alla Stazione ferroviaria di Como-San Giovanni ad una situazione veramente drammatica: decine di migranti, anche bambini, vivono in condizioni estremamente difficili a causa dei respingimenti subiti alla frontiera con la Svizzera. L’obiettivo infatti dei migranti provenienti dall’Africa che da giorni vivono accampati nei giardini fuori dalla stazione non è restare a Como, ma dirigersi nei paesi del nord Europa.
Associazioni e volontari stanno cercando di far fronte a questa emergenza umanitaria. Siamo convinti che Como sappia e debba dare il meglio di sé attraverso la solidarietà umana nei confronti dei migranti che fuggono da guerre, fame e disperazione.  Per questo motivo accogliamo e diffondiamo l’appello della rete Como Senza Frontiere che qui di seguito vi riportiamo:

Nella serata del 19 luglio alcuni rappresentanti della rete Como Senza Frontiere hanno partecipato alla riunione della Rete dei servizi per la grave marginalità per organizzare concretamente come fronteggiare la situazione di “emergenza” legata all’arrivo a Como di migranti interessati ad attraversare il confine con la Svizzera. Como senza frontiere ha partecipato all’incontro vista la costante presenza serale alla stazione San Giovanni.
Si è deciso che, insieme a persone competenti che si occupano di queste cose da tempo, che a partire dalle 18.45 i volontari del coordinamento aiuteranno ad indirizzare i migranti dalla stazione verso la mensa in via Tommaso Grossi e alla parrocchia di Rebbio; qui potranno cenare una cinquantina di persone tra donne, famiglie, minori non accompagnati, scortati dai mezzi della CRI.
Per questo servizio servono tre/quattro volontari al giorno, fino a quando non si troverà una situazione più stabile.
I volontari dovranno trovarsi alle 18.45 alla stazione San Giovanni. Laura Castegnaro della cooperativa Lotta contro l’emarginazione darà loro istruzioni.Oltre a ciò, dalle 21.30 Como senza frontiere continuerà con la distribuzione delle coperte e bisettimanalmente (mercoledì e venerdì) dei vestiti.

Chi volesse partecipare e/o contribuire può comunicarlo scrivendo a comosenzafrontiere@gmail.com oppure a info@anpisezionecomo.net, indicando i giorni in cui ci si rende disponibili.

Anpi sezione di Como “Perugino Perugini”

ANPI CONTRO IL REATO DI TORTURA

Nel 15° anniversario delle Giornate di Genova 2001 al G8, giorni in cui l’impegno civile, sociale e politico di centinaia di migliaia di cittadini (la stragrande maggioranza erano giovani) fu brutalizzato da una repressione cieca da parte degli apparati dello Stato, l’ ANPI RINNOVA CON FORZA il suo appello affinchè il reato di tortura sia finalmente introdotto nel nostro Paese .

Di questi giorni l’annuncio del tentativo del ministro Alfano di affossare la legge contro la tortura, presente in ogni Paese civile, e di cui l’Italia è ancora vergognosamente sprovvista.

Più volte negli ultimi anni, proprio in riferimento ai fatti di Genova 2001, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato lo Stato italiano per aver violato il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti e per non aver adeguatamente accertato e sanzionato i responsabili. La sentenza Cestaro ( manifestante a Genova 2001) v. Italia del 7 aprile 2015 riconosce, facendo proprie la ricostruzione storica e la valutazione giuridica dei giudici di merito e della nostra Corte di Cassazione, che durante il G8 di Genova 2001 si è arrivati a praticare la tortura e che l’ordinamento italiano è strutturalmente inidoneo per reprimere e quindi prevenire il ripetersi di tali fatti. La lacuna maggiore è rappresentata dalla mancata codificazione del reato di tortura e della sua imprescrittibilità. Il Parlamento in questi anni ne ha discusso a lungo, senza mai trovare un accordo su una buona legge. Eppure non avrebbero dovuto esserci valide ragioni per discostarsi dai percorsi obbligati che derivano dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984 e dalle chiare indicazioni della Corte dei Diritti Umani.

Rischia così di allontanarsi l’obiettivo primario della prevenzione, in un Paese che si è macchiato più volte di episodi di tortura, spesso taciuti e dimenticati.

ANPI ALLA MARCIA PERUGIA – ASSISI

L’adesione dell’ANPI alla Marcia Perugia-Assisi: “Non cedere alle tentazioni della vendetta: la pace è un dovere”

15 Luglio 2016

L’ANPI aderisce alla Marcia della pace Perugia-Assisi che si svolgerà il prossimo 9 ottobre. Ogni tragedia, ormai quasi quotidiana, l’ultima gravissima a Nizza, impone di essere uniti e pienamente responsabili. Terrorismo e razzismo imperversano in Europa e la tentazione più naturale è quella della vendetta. Di fare altro sangue, con l’unico risultato di gettare la convivenza civile nel fosso dell’annientamento dell’umanità. La pace è un dovere. Una missione permanente da perseguire con intelligenza, cuore, passione e senso del futuro. Nessuno si senta in diritto di rimanere fuori. La pace ci riguarda tutti. E allora, in marcia, per un mondo più giusto e libero da guerre e barbarie.

 

LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

Roma, 15 luglio 2016

ROMA, 16 LUGLIO

Sabato 16 luglio a Roma, si sono incontrati in un convegno tutti i comitati territoriali del Coordinamento Democratico per la Costituzione, per analizzare le ragioni del mancato raggiungimento del numero delle firme e per discutere le prossime strategie da adottare in vista del referendum di ottobre.

E’ qui riportata la relazione di Alfiero Grandi, sindacalista e politico italiano, membro di Libertà e Giustizia.

Incontro nazionale dei comitati territoriali 16/7/2016

Relazione di Alfiero Grandi

 

 

Ringraziamo anzitutto quanti hanno contribuito a portare il numero dei comitati territoriali da 160 a 400 nei tre mesi di raccolta delle firme per i due referendum abrogativi sull’Italicum e per il referendum costituzionale. L’ultimo è nato a Minturno giovedi scorso. Questo lavoro aveva anzitutto l’obiettivo di rendere possibili i due referendum sull’Italicum e garantire non tanto l’effettuazione del referendum costituzionale, che sapevamo essere ormai certo, quanto di riuscire ad inserire un protagonista nella campagna elettorale referendaria che fosse espressione dei cittadini che si battono per la vittoria del No contro la legge Renzi- Boschi.

Ringraziamo le donne e gli uomini che hanno organizzato i banchetti per raccogliere le 420.000 firme per i due referendum sull’Italicum e le 316.000 per il referendum costituzionale.

Ringraziamo le centinaia di migliaia di elettrici e di elettori che abbiamo avvicinato durante la raccolta delle firme – raccogliendo complessivamente più di un milione e centomila firme – che hanno ascoltato le nostre ragioni, le hanno condivise e hanno firmato per i referendum. Molti di questi cittadini si sono a loro volta impegnati in questa opera di informazione e sensibilizzazione, che è diventata sempre più ampia.

E’ vero, non abbiamo centrato l’obiettivo dei due referendum sull’Italicum perché non abbiamo raggiunto le 500.000 firme valide necessarie per farli scattare. Per questo sottolineiamo le aspettative che abbiamo riposto sulla sentenza della Corte costituzionale che grazie all’iniziativa degli avvocati che fanno riferimento ai nostri comitati dovrà pronunciarsi il 4 ottobre sulla costituzionalità dell’Italicum. Italicum che a noi è sempre sembrato fin troppo simile al porcellum, la legge che la Corte costituzionale ha già sanzionato per le stesse ragioni che ci hanno portato a promuovere il referendum.

Anche se non abbiamo raggiunto l’obiettivo siamo orgogliosi del risultato raggiunto, dell’appoggio popolare che abbiamo trovato e che ci rende oggi più forti di quando abbiamo iniziato la raccolta delle firme. Quando abbiamo iniziato la nostra campagna pubblica l’11 genanio 2016, nell’aula dei gruppi della Camera dei Deputati, eravamo forti di competenze indiscusse e di diversi apporti di grande qualità ed esperienza. Ora abbiamo una base di riferimento importante e diffusa nel territorio nazionale, per creare la quale è stato decisivo l’apporto dell’Anpi, associazione che per noi costituisce un punto di riferimento morale e politico nella battaglia per difendere i valori della Costituzione. Respingiamo la finzione politica e giuridica che distingue, meglio ancora divide tra prima e seconda parte della Costituzione. Infatti l’attuazione reale dei valori costituzionali dipende dalla qualità e dalla effettiva rappresentanza dei cittadini, che debbono sempre potere eleggere tutti i loro rappresentanti, e da un sistema di decisione istituzionale che non tradisca la prima parte attraverso un accentramento delle decisioni in poche mani, tale da poter stravolgere nell’attuazione i valori della prima parte della Costituzione.

 

REFERENDUM RIFORMA RENZI BOSCHI

 

Anche la raccolta delle firme per il referndum sulla riforma del Senato non ha raggiunto le 500.00 firme necessarie, fermandosi a quota 312.000

Ci sarà comunque il referendum, un referendum molto importante perchè, se vincerà il NO, il risultato inciderà anche sulla legge elettorale Italicum, per il quale peraltro si attende il giudizio della Corte Costituzionale.

Analizziamo il risultato della raccolta delle firme nella nostra provincia. Grazie ai volontari del Comitato per il NO di Como (CDC) di cui anche l’ Anpi fa parte e della mobilitazione di alcune nostre sezioni il risultato è il seguente:

per l’ Italicum si sono raccolte 2.871 firme

per le riforme costituzionali si sono raccolte 1.694 firme

Mentre la raccolta delle firme per il referendum sull’ Italicum è stata, nella provincia di Como, sorprendentemente positiva, per quanto riguarda le riforme costituzionali il risultato è stato decisamente minore. I motivi sono da imputarsi principalmente al fatto che i moduli per la raccolta delle firme per il referendum sulla Costituzione sono arrivati con notevole ritardo ( quasi un mese) a campagna di raccolta firme già iniziata. In aggiunta, il maltempo dell’ ultimo mese non ci ha aiutati, costringendoci, a volte, addirittura a sospendere i banchetti.

Un ringraziamento va a tutti i volontari, del CDC e dell’ Anpi, che per più di tre mesi, con uno sforzo straordinario, si sono adoperati nell’ organizzazione delle varie fasi della raccolta, soprattutto dialogando con i cittadini, spesso completamente ignari, cercando di spiegare, illustrare, far comprendere, svolgendo un compito di informazione vera che i media non hanno fatto.

Un grosso ringraziamento a tutti i certificatori che, con grande dedizione e generosità, si sono alternati ai vari banchetti di Como e della provincia.

UN GRAZIE ENORME E SINCERO AI TANTI ISCRITTI, AI TANTI COMUNI CITTADINI CHE SI SONO FERMATI AI NOSTRI BANCHETTI E HANNO FIRMATO PER IL NO.

La battaglia continua!

Noi continueremo a condurre una campagna chiara ed informata, e chiederemo a tutti voi di darci una mano, vista l’ importanza fondamentale della vittoria del NO, nell’ interesse del nostro Paese.

L’ appuntamento, quindi, alle prossime iniziative!

 

 

19 LUGLIO – MILANO

MILANO, 19 LUGLIO 2016

ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO

MILANO RICORDA FALCONE E BORSELLINO E LE VITTIME DELLE STRAGI DI MAFIA

Programma:

ore 16, in via Benedetto Marcello, cittadini e istituzioni osserveranno un minuto disilenzio davanti all’ albero Falcone- Borsellino.

Intervento musicale del Maestro Raffaele Kholer.

ore 19,a Palazzo Marino, Sala Alessi, Convegno.

Parteciperà, tra gli altri, Carlo Smuraglia, presidente Anpi.