Autore: ecoinformazioni
FALOPPIO – MOSTRA
SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO
FALOPPIO
MOSTRA DI GIORNALI
IDEE PER LA RISCOSSA
STAMPA CLANDESTINA IN ALTA ITALIA 1943-45
SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO – GAGGINO FALOPPIO – VIA MATTEOTTI, 11
(VICINO AI CARABINIERI)
VENERDI 22 NOVEMBRE 2013 DALLE 20 ALLE 23
SABATO 23 NOVEMBRE 2013 DALLE 15 ALLE 20
DOMENICA 24 NOVEMBRE 2013 DALLE 9 ALLE 12.30 E DALLE 14.30 ALLE 20
VENERDI 29 NOVEMBRE 2013 DALLE 20 ALLE 23
SABATO 30 NOVEMBRE 2013 DALLE 15 ALLE 20
DOMENICA 1 DICEMBRE 2013 DALLE 9 ALLE 12.30 E DALLE 14.30 ALLE 20
INGRESSO LIBERO
4 NOVEMBRE, MAI PIU’ GUERRE
Ecco il testo del discorso di Giuseppe De Luca, presidente dell’Anpi Seprio in occasione del 4 novembre.
MAI PIU’ GUERRA
Ecco il testo dell’intervento Anpiseprio effettuato il giorno 3 novembre a Mozzate in occasione delle celebrazioni del 4 Novembre.
Mozzate 4 novembre 2013
MAI PIU’ LA GUERRA
Ricorre oggi la fine della prima guerra mondiale e l’anpiseprio ricorda questo evento partecipando alle manifestazioni del Comune di Mozzate,che ringraziamo per l’invito che il sindaco a nome dell’aministrazione comunale ha voluto farci.
Il 4 novembre di 95 anni fa si chiudeva un’avventura bellica che in 5 anni di combattimenti ha lasciato sul terreno oltre 9 milioni di morti in Europa e ridotte allo stremo la popolazione dei paesi belligeranti.
L’Italia fu spinta alla guerra dal nazionalismo e fanatismo dei gruppi politici al potere e dai potentati economici più spericolati che vedevano nella produzione bellica un’occasione di facile arricchimento.
Lo stesso fanatismo ideologico, nazionalismo e capitalismo sfrenato più tardi,negli anni ‘20, daranno origine al regime fascista.
L’Italia uscì dalla guerra in condizioni di estrema povertà economica e sociale, con il tessuto economico e produttivo distrutto e con masse enormi di lavoratori e di contadini senza lavoro e ridotti alla fame.
Non c’è stato nessun paese e nessuna famiglia che non sia stato toccato dalla prima guerra mondiale, ma quelli che hanno pagato un prezzo altissimo sono stati i contadini strappati alle loro terre e gli operai allontanati dalle loro fabbriche.
Si può dire che la prima guerra mondiale fu uno spaventoso massacro: solo in Italia vi sono stati 650 mila morti e 1 milione di feriti.
Molti furono obbligati a combattere in una guerra in cui non credevano, costretti dalle loro povertà, dal ricatto e dalle rappresaglie.
Molti combatterono invece convinti che l’Italia avrebbe conquistato una posizione dominante nella geografia politica dei paesi europei.
Entrambi questi schieramenti ne uscirono fortemente ridimensionati: i primi toccarono con mano l’inutilità della guerra, i secondi hanno dovuto ricredersi delle aspirazioni di dominio italiano.
Non è questo quindi un giorno di gloria, ma un giorno di riflessione sulle atrocità della guerra, sui lutti che essa provoca, sulle sofferenze della popolazione, sulla sua inadeguatezza e inutilità per risolvere i conflitti tra le nazioni.
Come appunto recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, nata dalla resistenza e dalla lotta di liberazione, che afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Una costituzione,la nostra,che oggi alcune forze politiche vorrebbero rivedere al di fuori delle regole parlamentari e che invece secondo noi deve essere ancora largamente applicata,fatta conoscere ai giovani e studiata nelle scuole di ogni ordine e grado.
È questo,quindi, un giorno per ricordare, per non perdere la memoria di eventi drammatici e delle grandi sofferenze che essi hanni inflitto a tutto il nostro paese.
E per fare questo bisogna iniziare dai giovani.
A questo proposito facciano nostro il pensiero dei costruttori di pace.
Si promuovano nelle scuole le letture dei libri di Carlo Emilio Gadda “Il giornale della guerra e della prigionia”, delle poesie di Giuseppe Ungaretti scritte in trincea, si proponga la lettura di “Addio alle armi” di Ernest Hemingway, di “Un anno sull’alto piano” di Emilio Lussu, siano diffuse le lettere dei soldati che mandavano al diavolo la guerra e il re.
Non c’è proprio nessun motivo per tenerle segrete, se non l’ipocrisia della retorica.
Si facciano vedere agli studenti i film “La grande guerra” di Mario Monicelli, ”Uomini contro” di Francesco Rosi, ”Non uccidere” di Claude Autant-Lara, proiettato a Firenze nel 1961 da Giorgio La Pira, nonostante il divieto, con un coraggioso gesto di disobbedienza civile.
Si faccia studiare l’Unione Europea, nata dalle macerie di due guerre mondiali e costituita dalle stesse nazioni che per decenni si sono fronteggiate sui campi di battaglia e che oggi sono accomunate da uno stesso destino in un’unica, grande istituzione europea.
Non bisogna dare spazio a coloro che vogliono tornare indietro,ad un’europa divisa,separata da differenti interessi e prospettive culturali,dove gli stati si contrappongono l’uno contro l’altro.
Abbiamo bisogno di un’europa più coesa e solidale,con più potere politico e più unità.
Si promuova la cultura dell’integrazione della diversità, garantendo gli stessi diritti civili e sociali ai gruppi sociali di recente immigrazione prevenendo ogni forma d’intolleranza, di xenofobia e di discriminazione nei loro confronti.
Sia questo giorno,insomma, l’occasione per contribuire a diffondere la cultura della pace e dell’integrazione.
È questo un modo costruttivo per onorare tutti quelli che persero la vita nella prima guerra mondiale e perché dal 4 novembre rinasca il monito solenne che l’anpiseprio fa proprio: mai più la guerra.
LOCANDINE FASCISTE IN OCCASIONE DEL 4 NOVEMBRE
In occasione della festività del 4 novembre, le strade della provincia di Varese, Milano e Como sono state tappezzate con manifesti in memoria dei caduti per la patria
La locandina affissa in queste ore, del tutto simile a quelle istituzionali, recita: “4 novembre – giornata dedicata ai caduti in guerra – sono caduti per la patria – onoriamo il loro sacrificio”, una scritta sormontata dall’immagine di un fascistissimo gladio mentre, più sotto, riporta la firma del Comitato nazionale ricerche ed onoranze dei caduti della Repubblica Sociale Italiana. Il gruppo, che ha sede a Somma Lombardo (Varese), porta il nome della medaglia d’oro Carlo Borsani (un convinto fascista che rimase ferito in Albania e aderì alla Rsi, morì giustiziato dai Partigiani il 29 aprile 1945). Del comitato non si trovano altre tracce se non un gruppo facebook poco frequentato e un sito che non viene aggornato dal 2010.
Il comitato in questione è nato dalla riunione delle associazioni combattentistiche e culturali con l’intento di “ricevere i Dispersi e i Caduti della Repubblica Sociale Italiana perché avessero una tomba onorata”, dal momento che “caddero per la Patria” e si professa apartitico ma non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale direzione vadano le simpatie dei suoi membri. A segnalare la stonatura è l’Osservatorio Democratico, che punta il dito contro questa iniziativa, sottolineando il pericolo che si cela dietro al continuo “tentativo della revisione storica” in atto da tempo “in una delle province più nere d’Italia – la provincia di Varese – nata nel Ventennio ed ancora molto affezionata a quell’eredità” e conclude: “purtroppo è in corso un pericoloso rigurgito fascista”. Per la giornata odierna, 1 novembre, il Comitato ha proposto ai nostalgici una cerimonia di commemorazione al “Campo 10” del cimitero milanese di Musocco, al sacrario nazionale dei caduti della Rsi.
I tempi della Repubblica Sociale hanno segnato una pagina terribile della storia del nostro paese, ancor più nelle zone interessate da questa ondata di nostalgia, dove l’occupazione nazi-fascista ha comportato una dura politica di persecuzione e repressione nei confronti di tutti gli oppositori del regime.
Da ” Il Fatto Quotidiano” del 4 novembre 2013
REPLICA DEL PRESIDENTE SMURAGLIA SU IL FATTO
REPLICA DI CARLO SMURAGLIA SU IL FATTO DEL 30 OTTOBRE 2013
In relazione all’articolo del professor Alessandro Pace apparso su Il Fatto del 27 ottobre 2013, ci teniamo a precisare quanto segue: a partire dal 18 maggio scorso e in tutti questi mesi, l’ANPI non ha mai fatto distinzioni tra problemi di metodo, di procedura e di merito. In materia costituzionale, tutto è sostanza; e dunque siamo e resteremo contrari sia alle modifiche all’ art. 138, sia a quelle che non siano già mature e coerenti col sistema costituzionale, già delineato nella prima e nella seconda parte della Costituzione stessa.
ARTICOLO DI ALESSANDRO PACE SU IL FATTO DEL 27/10/2013
Caro Direttore, leggo nell’articolo di Salvatore Cannavò pubblicato il
giorno 24 sul Fatto che Anpi e Cgil punterebbero a rilanciare il
Comitato “Salviamo la Costituzione, aggiornarla non demolirla”, il che
mi fa piacere essendone io il presidente. Sembra però, dall’articolo,
che sia la Cgil sia l’Anpi (ma ho dei dubbi a proposito di
quest’ultima) sarebbero bensì favorevoli a opporsi alle singole leggi
costituzionali (in particolare contro il presidenzialismo), ma non
contro il d.d.l. n. 813, col quale, com’è noto, Governo e Parlamento
intenderebbero “disapplicare” (una tantum!) la Costituzione per
introdurre una diversa procedura di approvazione delle
leggi costituzionali per la modifica della Costituzione. Ebbene, se
ciò fosse vero, io sarei personalmente contrario a Cgil e ad Anpi sia
come studioso, sia come primo firmatario dell’appello lanciato dal
Fatto in favore
dell’articolo 138.
Danilo Barbi, segretario generale della Cgil ha bensì giustamente
sottolineato la difficoltà dei comuni cittadini a comprendere il
significato di un referendum contro il solo d.d.l. n. 813, e cioè
contro il “metodo” delle riforme. Personalmente io sono invece certo
che gli italiani capirebbero bene il problema sottostante, se si
spiegasse loro che il d.d.l. n. 813, così com’è scritto, potrebbe
consentire la modifica di gran parte dell’“ordinamento della
Repubblica”. E quindi con effetti pregiudizievoli che invece non si
avrebbero con una semplice revisione ex
art. 138, in forza della quale si potrebbe tranquillamente effettuare
la puntuale riforma del bicameralismo, la puntuale riduzione del
numero dei parlamentari e addirittura la stessa riforma della forma di
governo (purché non se ne riducano i “contropoteri”!).
Non opporsi al d.d.l. n. 813 significherebbe, oltre tutto, far
pervenire ai cittadini italiani e alle forze politiche un messaggio
assai pericoloso, e cioè che l’articolo 138 non è più l’unico percorso
consentito per le revisioni
costituzionali – ma che il Parlamento, ponendosi al di sopra della
stessa Costituzione – può prefigurare percorsi alternativi per la
riforma della Costituzione.
DONGO, 7 NOVEMBRE
ASSOCIAZIONE MUSEO DELLA RESISTENZA DI DONGO
CON IL PATROCINIO A.N.P.I.
DONGO, VIA STATALE 14 – ANG. VIA COSSONI
GIOVEDì 7 NOVEMBRE
ORE 20,45
incontro con:
prof. Giovanni De Luna
LA COSTITUZIONE E LA RELIGIONE CIVILE DEGLI ITALIANI
AULA MAGNA DELL’ISTITUTO CIVICO MUSICALE ( EX PALAZZO DEL VESCOVO)
NOVEMBRE: INCONTRI SULLA COSTITUZIONE
Per la ricorrenza del 70° anniversario dell’8 settembre, l’Associazione
Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato Provinciale di Como, con la
collaborazione delle sezioni territoriali, organizza degli incontri per la
“Difesa quotidiana della Costituzione e della legalità.”
Da oltre vent’anni, nella maggior parte della classe politica italiana, c’è
una sorta di accanimento verso la nostra Carta Costituzionale con l’intento
di modificarla a proprio uso e consumo.
La vogliono cambiare nonostante non sia mai stata applicata negli articoli
più importanti e significativi.
Di questo e altro ne parliamo a:
Dongo – Istituto civico Musicale giovedì 7 novembre ore 20,45 incontro con
il professor Giovanni De Luna su “ La Costituzione e la religione civile
degli italiani”
Nesso – Sala Consiliare venerdì 8 novembre ore 21 con il Magistrato dott.
Massimo Croci Giudice della Corte di Appello di Milano
Uggiate Trevano – Sala Coop di Uggiate venerdì 22 novembre ore 21 con
il Magistrato dott. Giuseppe Battarino
Lomazzo – sala da definire venerdì 22 novembre ore 21 con il Magistrato
dott. Giuseppe Croci Giudice della Corte di Appello di Milano
Mariano Comense – Sala civica sabato 23 novembre ore 10 con il
Magistrato antimafia dott. Vittorio Nessi
Per difendere la Costituzione è necessario conoscerla e per conoscerla è
importante esserci.
CICLISMO E RESISTENZA
SABATO 26 OTTOBRE
CASTELLETTO TICINO
SALA CONSILIARE, ORE 16

RODOTA’: LA VOCE AI CITTADINI
RIFORME ELETTORALI: LA VOCE AI CITTADINI
di Stefano Rodotà, da Repubblica delle Idee del 23 ottobre 2013
So bene quanto sia difficile, oggi in Italia, una discussione ispirata a criteri di ragione e rispetto. È quel che sta accadendo per il tema della riforma della Costituzione. Ma questo non deve indurre a ritrarsi da una discussione che trova talora toni sgradevoli. Impone, invece, di fare ogni sforzo perché una questione davvero fondamentale possa essere affrontata in modo rispettoso dei dati di realtà e delle diverse posizioni in campo.
Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro stare insieme. Tuttavia, prima di affrontare questioni così impegnative, è necessario ristabilire alcune minime verità. Nell’affannosa ricerca di argomenti a difesa della strada verso la revisione costituzionale scelta da governo e maggioranza, infatti, si sta operando un vero e proprio stravolgimento della posizione di alcuni critici di questa scelta. Premono le ragioni della propaganda e così si alzano i toni, con una mossa rivelatrice dell’intima debolezza delle proprie ragioni. Spiace che in questa operazione si sia fatto coinvolgere lo stesso presidente del Consiglio, che non perde occasione per additare i critici come quelli che vogliono rendere impossibile la riduzione del numero dei parlamentari, l’uscita dal bicameralismo paritario, la riscrittura dello sciagurato titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e Regioni.
Ripeto: questa è una assoluta distorsione della realtà. Fin dall’inizio di questa vicenda, di fronte al “cronoprogramma” del governo era stato indicato un cammino diverso, che sottolineava proprio la possibilità di una rapida approvazione di riforme per le quali esisteva già un vasto consenso sociale, appunto quelle ricordate prima. Se governo e Parlamento avessero subito seguito questa indicazione, è ragionevole ritenere che saremmo già a buon punto, vicini ad una dignitosa riscrittura di norme della Costituzione concordemente ritenute bisognose di modifiche. Come si sa, è stata scelta una strada diversa, tortuosa e pericolosa, con variegate investiture di gruppi di “saggi” e con l’abbandono della procedura di revisione indicata dall’articolo 138
della Costituzione. I tempi si sono allungati e i contrasti si sono fatti più acuti.
Questo non è un dettaglio, come vorrebbero farlo apparire quelli che, con sufficienza, invitano a guardare al merito delle proposte e a non impigliarsi in questioni meramente procedurali. Quando si tratta di garanzie, la regola sulla procedura è tutto, dà la certezza che un obiettivo così impegnativo, come la revisione costituzionale, non venga piegato a esigenze strumentali, a logiche congiunturali. È proprio quello che sta avvenendo, sì che non è arbitrario ritenere che la strada scelta nasconda un altro proposito – quello di agganciare a riforme condivise anche una forzatura, riguardante il cambiamento della forma di governo.
È caricaturale, e improprio, descrivere la discussione attuale come un conflitto tra conservatori e innovatori. Si stanno confrontando, e non da oggi, due linee di riforma. Di fronte a quella scelta da governo e maggioranza non v’è un arroccamento cieco, un pregiudiziale no a qualsiasi cambiamento. Vi è una proposta diversa, che può essere così riassunta:rispetto della procedura dell’articolo 138, avvio immediato delle tre specifiche riforme già citate, mantenimento della forma di governo parlamentare rivista negli aspetti che appaiono più deboli.
Torniamo, allora, alle questioni più generali. Da alcuni anni si è istituita una relazione perversa tra
emergenza economica, impotenza politica e cambiamenti della Costituzione. Con una accelerazione violenta, e senza una vera discussione pubblica, nel 2012 è stata approvata una modifica dell’articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio. Allora si chiese, invano, ai parlamentari di non approvare quella riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere eventualmente un referendum su un cambiamento tanto profondo. La ragione era chiara. Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge elettorale era proporzionale, dando così garanzie in Parlamento che sono state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario. Oggi la stessa richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in seconda lettura la modifica dell’articolo 138. Vi sarà tra loro un gruppo dotato di sensibilità istituzionale che accoglierà questo invito, affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare invocando qualche diversa urgenza o emergenza? Non basta, infatti, aver previsto un referendum alla fine dell’iter della riforma finale, se rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino è cominciato.
La discussione sul merito delle proposte assume significato diverso se queste non alterano l’impianto costituzionale e sono già sorrette da consenso sociale, come quelle più volte citate, o se invece implicano un mutamento della forma di governo. Per quest’ultima, nella relazione del Comitato dei “saggi” sono state fatte due operazioni. In via generale, sono state legittimate tre ipotesi tra loro ben diverse. E poi si è indicata tra queste una sorta di mediazione, definita come “forma di governo parlamentare del Primo Ministro”, che in realtà introduce un presidenzialismo mascherato, costituzionalizzando l’indicazione sulla scheda del candidato premier e ridimensionando così il potere di nomina da parte del presidente della Repubblica e quello del Parlamento di dare la fiducia. Ha detto bene Gaetano Azzariti sottolineando che così si realizza “l’indebolimento della forma di governo parlamentare e il definitivo approdo in Costituzione delle pulsioni presidenziali”. Una politica debole cerca così una scorciatoia efficientista attraverso un accentramento/ personalizzazione dei poteri e sembra rassegnarsi ad una crisi dei partiti che, incapaci di presentarsi come effettivi rappresentanti dei cittadini, non sono più in grado di cogliere la pienezza del ruolo dell’istituzione in cui sono presenti, il Parlamento, alterando così gli equilibri costituzionali.
Ma l’assunzione della logica dell’emergenza e della pura efficienza svuota lo spazio costituzionale di tutto ciò che si presenta come “incompatibile” con essa. I diritti fondamentali sono respinti sullo sfondo e si perde il loro più profondo significato, in cui si esprime non solo il riconoscimento della persona nella sua integralità, ma un limite alla discrezionalità politica che, soprattutto in tempi di risorse scarse, deve costruire le sue priorità partendo proprio dalla garanzia di quei diritti. Sbagliano quelli che, con una mossa infastidita, dichiarano l’irrilevanza della discussione sulle riforme di fronte ai bisogni reali delle persone. Questi vengono sacrificati proprio perché la politica ha perduto la sua dimensione costituzionale, e fa venir meno garanzie in nome di un’efficienza tutta da dimostrare, come accade per il lavoro. Se non si coglie questo nesso, rischiano d’essere vane anche le iniziative su questioni specifiche, e i lineamenti della Repubblica verranno stravolti assai più di quanto possa accadere con un mutamento della forma di governo.
I 5 VOTI DEL SENATO
Grazie a soli 5 voti, il Senato approva in terza lettura, a maggioranza assoluta con 218 voti il ddl costituzionale che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali. E’ la seconda deliberazione del Senato. L’ok finale spetta alla Camera, che ha gia’ votato il 10 settembre. Per cinque voti in più viene precluso il ricorso al referendum, infatti il non raggiungimento dei due terzi, che lo avrebbero permesso, presupponeva che i voti favorevoli fossero meno di 214.
