OLGIATE COMASCO – 17 MARZO

OLGIATE COMASCO

DOMENICA 17 MARZO

ORE 21

SHIRTWAIST

spettacolo teatrale

di e con Jane Bowie

ispirato alla storia vera dell’incendio alla Triangle Shirtwaist

ingresso libero

Nel 1911, negli Stati Uniti, le operaie della Triangle Shirtwaist, industria tessile, iniziarono a scioperare per le pessime condizioni contrattuali e lavorative.
Lo sciopero proseguì per diverse giornate ma fu proprio l’ 8 marzo che la proprietà dell’azienda bloccò le uscite della fabbrica, impedendo alle operaie di uscire per scioperare.
Un incendio, probabilmente doloso, forse accidentale, ferì mortalmente 146 operaie, tra cui anche delle italiane, donne, molte madri di famiglia, che cercavano semplicemente di migliorare la propria qualità del lavoro
Già da qualche tempo le femministe, ma anche molti partiti socialisti, in tutto il mondo, rivendicavano il diritto delle donne di poter votare e dopo questo tristissimo evento, a Copenaghen, durante la Conferenza Internazionale delle donne socialiste, la loro rappresentante, Clara Zetkin, propose di celebrare il giorno delle donne proprio l’8 marzo, per ricordare al mondo l’impegno delle donne non solo come mogli e madri, ma anche come lavoratrici e cittadine.
A festeggiare la donna si è quindi arrivati solo dopo molte lotte e scioperi, manifestazioni politiche e combattimenti per ottenere non solo il suffragio universale, ma anche più diritti e più possibilità di scelta, e per ricordare questo, in tutto il mondo si celebrano le lotte per la parità dei diritti delle donne nello stesso giorno.

8 MARZO: LE DONNE NELLA RESISTENZA

RIPORTIAMO UN DISCORSO DELLA PARTIGIANA NORI BRAMBILLA PESCE, TENUTO A MILANO ALLA XII CONFERENZA REGIONALE ANPI DEL 15 E 16 MARZO 2008.

NORI E LA RESISTENZA DELLE DONNE

La guerra di Liberazione ha visto una rivoluzione culturale di non poco conto, quella della donna italiana, che usciva dall’arretratezza nella quale il fascismo l’aveva tenuta.

Mussolini aveva predicato per vent’anni alle donne “la sottomissione e la bellezza” – così diceva lui – di stare a casa a fare la calza. “La donna è la regina del focolare”, diceva la propaganda fascista. Strana regina, di un focolare nel quale, in molti, troppi casi, non si garantiva neppure il pane.

In realtà, si sanciva in ogni legge l’inferiorità della donna! Non ha diritto al voto, sono escluse dall’in- segnamento delle lettere e della filosofia, sono escluse dai posti di responsabilità di dirigenza scola-stica, dall’amministrazione pubblica, dalla magistratura e, a parità di lavoro con gli uomini, hanno salari molto inferiori. Nonostante ciò, durante il ventennio, le donne hanno avuto momenti di ribellione e di lotta. Voglio ricordare soprattutto le mondine dell’Emilia-Romagna e del Novarese che rivendicavano le otto ore di lavoro (ricordiamo la famosa canzone “Se otto ore vi sembran poche”, perché lavoravano anche 10/12 ore al giorno), e alcuni scioperi delle operaie tessili e di altre categorie per migliori condizioni di lavoro e di salario. Anche durante il fascismo quindi, pur sotto un clima di paura, le donne non hanno sempre accettato supinamente la loro condizione di “inferiorità”, poi la guerra, i lutti, il razionamento dei generi alimentari, i bombardamenti che distruggono le case, le fabbriche. La guerra cambia un po’ le cose: gli uomini servono per le guerre. Le donne allora vengono impiegate in loro sostituzione in ogni campo: nelle scuole, nelle fabbriche, nell’amministrazione pubblica, nei servizi civili.

Iniziamo così a vedere per le strade le postine, le tranviere, le ferroviere; nelle campagne assumono la direzione delle aziende agricole. Arriva poi l’8 settembre del ’43. L’esercito è abbandonato a se stesso, i soldati scappano per sottrarsi al rastrellamento dei tedeschi che invadono le nostre città, e sono le donne che, rischiando, li nutrono,li aiutano, li nascondono, forniscono loro i vestiti affinché non si facciano individuare con la divisa che ancora indossano. Io credo che siano state proprio le donne a iniziare la Resistenza, col loro intervento di aiuto ai soldati, che rappresentò anche una reazione naturale, nemmeno forse organizzata, ma che servì senza dubbio a salvare migliaia di persone. Anche se purtroppo sappiamo che altrettante migliaia furono arrestate e mandate ai lavori forzati in Germania.

Seguì la Resistenza vera, la ribellione di massa delle donne, perché di questo si tratta.

Inizia da quel momento il risveglio, la presa di coscienza di un gran numero di donne di ogni strato sociale, di ogni idea politica e religiosa. E alla Resistenza partecipano in tante, numerose, in decine di migliaia, e svolgono tante mansioni.

Sono le cosiddette “staffette”, che contribuiscono in tanti modi. Combattono in montagna e in città, assicurano i collegamenti, il rifornimento di viveri, armi, medicinali, vestiario, la preparazione di documenti falsi, la ricerca di alloggi necessari per chi deve nascondersi, la diffusione della stampa clandestina. Ricordiamoci di un giornale che venne fondato e diffuso allora dalle donne della Resistenza: “Noi Donne” che esiste ancora oggi. Erano le donne che spesso dovevano scriverlo, stamparlo e diffonderlo, ed ebbe una funzione importante di orientamento e mobilitazione per tante altre donne. Le “staffette” si occupano, tra l’altro, della cura dei partigiani feriti, poiché non sempre è possibile ricoverarli in ospedale.

Si occupano dei contatti con le famiglie dei combattenti e dei carcerati. In definitiva le “staffette” hanno svolto varie e molteplici mansioni, che risultarono spesso decisive per la vita delle stesse brigate partigiane.

Mansioni in apparenza semplici, ma che in realtà richiedevano intelligenza, prontezza e attenzione, si correva il rischio dell’arresto, delle torture e della morte.

Alla fine della guerra, dai documenti del Ministero della Difesa, e vorrei citarli perché forse sono poco conosciuti, si hanno queste cifre e questi dati:

2.500 cadute o fucilate;

35.000 riconosciute partigiane combattenti;

20.000 patriote;

512 commissarie di guerra;

2.750 deportate;

2.653 arrestate e torturate;

19 insignite di Medaglia d’Oro al valor militare; numerose di Medaglia d’Argento;

70.000 furono le donne che aderirono e lottarono nei gruppi di Difesa della Donna

un’organizzazione che riuscì a mobilitare migliaia di donne nella Resistenza, per l’assistenza ai “Volontari della Liberta”.

Questa organizzazione unitaria di massa diede un grande aiuto alle brigate partigiane. 

La prima conseguenza di questo grande e indispensabile contributo alla liberazione dal nazifascismo fu la conquista al diritto di voto, deciso dal governo del Comitato di Liberazione Nazionale, quando ancora la guerra non era finita.

Un diritto che non rappresenta un regalo, ma il giusto riconoscimento dell’insostituibile apporto fornito alla lotta di Liberazione. Abbiamo poi il 2 giugno ’46. Per la prima volta nella storia d’ltalia le donne votano, nel referendum “repubblica o monarchia”, e vince la repubblica! Abbiamo ragione di ritenere che siano state tante, soprattutto al nord le donne che hanno scelto la repubblica. Sempre nel 1946 si apre la fase costituente, l’assemblea di coloro che redigeranno la Carta costituzionale. In questa assemblea vengono elette 21 donne. La presenza delle donne nella Costituente, con alle spalle la partecipazione alla lotta di Liberazione e la conoscenza diretta della condizione femminile, è stata senz’altro decisiva nella formulazione degli articoli, nei quali vengono stabilite norme di parità tra uomini e donne. Ne cito solo alcuni, ma sarebbero più numerosi: l’articolo 3, che stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociali; l’articolo 37, sulla parità di salario tra uomo e donna; l’articolo 41, per l’accessibilità delle donne agli uffici pubblici e alle cariche elettive.

Ho citato solo questi tre articoli,ma nel complesso la Costituzione è la più grande conquista democratica e di libertà che gli uomini e le donne che hanno preso parte alla Resistenza hanno ottenuto per tutti gli italiani. E decisiva è risultata la presenza delle donne.

Ricordiamo le conquiste più significative del dopoguerra, in conseguenza della lotta della Resistenza, ottenute mediante lotte incessanti e con manifestazioni popolari unitarie.

Ne cito solo alcune, prima fra tutte, nel 1950, la legge 860 di tutela delle lavoratrici madri. Perché le donne allora, che pure erano “l’angelo del focolare”, non ricevevano alcun aiuto da parte delle organizzazioni del fascismo. Pur avendo dei limiti (escludeva dai benefici le donne contadine), è tuttavia il primo importante passo e fu il risultato di convegni, di lotte e di interesse di centinaia di migliaia di donne.

Poi, nel 1971, questa legge verrà estesa a tutte le categorie di lavoratrici, comprese le lavoranti a domicilio. Tutte queste leggi, non furono un regalo, ma il risultato dell’attività delle donne nel dopoguerra.

Un risultato ottenuto con la raccolta di migliaia di firme in tutta Italia, di manifestazioni, dibattiti, convegni.

Nel 1960 fu approvata la legge per la parità salariale, secondo l’articolo 37 della Costituzione, conquistata con la mobilitazione dei partiti politici di sinistra, del sindacato e dei movimenti femminili che si erano creati nel dopoguerra, come ad esempio l’Unione Donne Italiane, erede dei Gruppi di Difesa della Donna.

Nel 1963 si conquista e viene approvata la legge che vieta il licenziamento “per matrimonio”.

Nel 1971 la legge per gli asili nido e le scuole materne, nel ’74 la legge che consente alle donne l’accesso a tutte le carriere, magistratura inclusa, e finalmente, nel 1975, viene approvato il nuovo diritto di famiglia, che sancisce la parità tra i coniugi e la pari podestà sui figli.

Noi riteniamo che tutte queste leggi siano state anche il risultato della lotta nella Resistenza, perché già allora noi lottavamo per la libertà e la democrazia del nostro Paese, ma rivendicavamo sin da allora, per le donne, un avvenire diverso, una posizione uguale agli uomini, nella famiglia, nella società e in tutte le leggi. Seguì poi l’approvazione di altre leggi, che cito soltanto: sulle pari opportunità; le pensioni alle casalinghe; il divorzio; la tutela della maternità; l’interruzione volontaria della gravidanza, la legge 194 . Concludo il mio intervento dicendo che sappiamo, che in questo momento, sono in atto tentativi revisionisti per cancellare il passato, per rinnegare gli ideali della guerra di Liberazione e della Costituzione, pietre miliari su cui invece si dovrebbe marciare speditamente verso il futuro.

Con questo intendiamo far capire che quanto abbiamo vissuto, sofferto, conquistato, non vada perso, ma diventi patrimonio prezioso per le generazioni future.


Onorina Brambilla Pesce, marzo 2008

Da Patria Indipendente n. 1/2010


10 MARZO: ECCIDIO DI SALUSSOLA

COMMEMORAZIONE DELL’ECCIDIO DI SALUSSOLA:

DOMENICA 10 MARZO

SALUSSOLA ( BL)

ORE   9,00: RITROVO PRESSO IL MUNICIPIO

ORE 10,00: MESSA IN RICORDO DEI CADUTI

ORE 10,45 CORTEO FINO AL LUOGO DEL SACRIFICIO E DEPOSIZIONE DELLE CORONE

DOMENICA 10 MARZO L’ECOMUSEO DI SALUSSOLA RESTERA’ APERTO DALLE ORE 9 ALLE ORE 12 E SARA’ POSSIBILE VISITARE LA SALA DEDICATA ALLA MEMORIA DELL’ECCIDIO.

ECCIDIO DI SALUSSOLA

Il distaccamento ” Benvenuto Zoppis “, appartenente alla 109ª Brigata ” Pietro Tellaroli, Barba “, della 12ª divisione Garibaldi ” Pietro Pajetta, Nedo “, quel giorno era composto di trentatré partigiani; si erano spostati nel Monferrato, e durante il tragitto di ritorno alla base, furono catturati dai fascisti nella pianura Vercellese tra Bianzé e Livorno Ferraris. Portati a Tronzano Vercellese, dove c’era il Comando Nazifascista, furono rinchiusi in una stanza. Il giorno dopo divisi in due gruppi, l’uno di dodici prigionieri fu mandato a Vercelli e l’altro di ventuno rimase per essere interrogato. Venti furono gli uccisi di Salussola nella notte dell’8 e l’alba del 9 marzo 1945; l’unico che si salvò fu Sergio Canuto Rosa, detto ” Pittore.

Ecco la sua testimonianza:

  « … La notte del 9 marzo ci comunicarono che saremmo partiti verso una zona del Biellese dove ci sarebbe stato uno scambio di prigionieri. Il breve tempo trascorso dal nostro arresto ci fece pensare all’impossibilità della cosa, ma ci aggrappammo a quella speranza. Nel cortile dell’edificio ( Tronzano V.se, sede del Comando, n.d.r.) si trovavano dei camion su cui ci fecero salire e quando partimmo il nostro sforzo era di capire, attraverso le fessure, quale fosse la direzione presa, ma nessuno di noi era pratico della zona ed era notte. Nella nostra mente i pensieri si accavallavano ai pensieri mentre il rumore dei motori ci faceva pensare ad una salita. Quando i camion si fermarono, fummo stupiti di trovarci in una piccola piazza circondata da case, più lontano mi parve di intravedere la chiesa di quel piccolo paese immerso nel silenzio. Ci avviarono verso un edificio e, nella camera a pianterreno (l’attuale sacello al piano terreno del Palazzo Municipale, n.d.r.) , cominciarono subito le sevizie; infierirono su di noi con sadica ferocia. Non vedevo più nulla, sentivo i colpi mentre la stanza si riempiva di gemiti e urla che non avevano più niente di umano. E’ impossibile descrivere quello che è successo. Ricevetti un colpo violento sulla fronte e il sangue, che scendeva copioso, mi accecava; caddi supino in un angolo evitando un secondo colpo, altri compagni caddero su di me coprendomi in parte. Sentivo urla e gemiti dei morenti e mi chiedevo quando sarebbe giunta la fine. Ai primi chiarori dell’alba cercai di alzarmi. I nazifascisti mio afferrarono e mi colpirono ancora con i calci del fucile spingendomi verso un muro, mentre alcuni automezzi con i fari accesi illuminavano la piazza.  Avrei voluto pulirmi il sangue che mi colava sugli occhi, ma mi accorsi di avere le mani legate dietro la schiena; altri compagni venivano trascinati per i piedi fuori dall’edificio. Poi accadde un fatto che ha dell’incredibile: un fascista si avvicinò e cercò di strapparmi il giubbotto mentre un altro mi spingeva violentemente; sentii le corde allentarsi e le mani muoversi. Con la forza della disperazione mi buttai contro il mio assalitore che mi afferrò per le braccia, in quel momento la corda scivolò e sentii le mani libere. Mi avvinghiai disperatamente a lui trascinandolo fuori alla luce dei fari. Come una furia sfuggii ad altri fascisti che erano accorsi per immobilizzarmi e mi lanciai verso un vuoto che intravedevo oltre un muro tirandomi dietro uno di loro. L’oscurità e il timore di colpire il compagno impedì loro di spararmi subito e questo mi permise di rotolare verso il fondo della scarpata (il pendio che scende verso l’Elvo, n.d.r.). Quando mi accorsi di essere solo, cominciai a strisciare fra rovi e cespugli: le spine mi entravano nella carne, ma erano la mia salvezza, ostacolavano l’inseguimento e ogni passo in avanti era un passo verso la vita. Riuscii a bere un po’ d’acqua in un torrente (il rio RiFreddo o l’Elvo, n.d.r.), poi ripresi a fuggire cercando di rimanere  dove gli alberi erano più fitti, ormai le gambe mi reggevano a stento. Come in un sogno incontrai i partigiani, ma non chiedetemi come sono arrivato qui, non lo so, non ricordo altro che i miei compagni rimasti là, nella piazza in un paese di cui non conosco il nome »

CITTADINANAZA AI SENEGALESI FERITI

VITTORIA!

Grazie! Abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per i tre senegalesi feriti il 13 dicembre 2011 a Firenze.

Il Consiglio dei Ministri ha conferito la cittadinanza italiana ai sopravvissuti del raid razzista di Gianluca Casseri. “La concessione della cittadinanza – spiega il Consiglio dei Ministri – rappresenta un gesto di doveroso riconoscimento e di concreta solidarieta”.

Abbiamo raggiunto questo incredibile obiettivo anche con la tua firma.

Il 13 dicembre 2011 a Firenze Modou Samb e Mor Diop vennero assassinati e Sougou Mor, Mbengue Cheike e Moustapha Dieng furono gravemente feriti durante l’attacco armato di un fanatico razzista. Moustapha è tetraplegico e non potrà più essere autosufficiente.

Ma per loro si accende ora una speranza e una certezza, quella che nel Paese in cui vivono non tutti sono razzisti.

Grazie ancora a nome di tutti loro.

COMUNITA’ SENEGALESE ITALIANA

ANCORA LOMBARDI

In merito alla dichiarazione della capogruppo dei grillini alla camera che “il fascismo era buono prima di degenerare” vi inviamo la dichiarazione del Presidente Smuraglia.        
Comitato provinciale Anpi Como

 
Sulla recente dichiarazione dell’On. Roberta Lombardi: c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici
 
A proposito delle affermazioni di una esponente del gruppo dei “grillini ” in Parlamento, Roberta Lombardi, rilevo ancora una volta che i pregiudizi, come quello del ” fascismo buono “, sono duri a morire, anche quando confliggono con la realtà storica . Sarei curioso di sapere in che modo e quando il fascismo avrebbe dimostrato un “altissimo senso dello Stato” ; parimenti, sarei curioso di sapere quando sarebbe  – sempre secondo l’On. Lombardi –  cominciata le “degenerazione”, se prima o dopo gli incendi delle Case del popolo, le aggressioni, le botte e le purghe a chi veniva considerato antifascista, la marcia su Roma, la progettata occupazione del Parlamento, gli omicidi compiuti già prima che il fascismo salisse al potere; e, magari, se prima o dopo le leggi razziali. Se quella del ” fascismo buono” può essere ancora considerata  una tesi proponibile , c’è da chiedersi cosa si insegni nelle scuole e su quali fondamenta riposi la cultura di certi  esponenti politici“.
 

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

SMURAGLIA: ANALISI SUL VOTO

Smuraglia: situazone politica a rischio ingovernabilità

Qui di seguito il commento di Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi sul risultato elettorale del 24 e 25 febbraio.


Avevo espresso soddisfazione per la fine di una campagna elettorale deludente e noiosa; e concludevo esprimendo la speranza di una “svolta”, di cui il Paese ha bisogno.

La svolta c’è stata, ma anche a causa di una legge elettorale perversa, e nonostante alcuni aspetti meritevoli di interesse ed attenzione, stenterei alquanto a definirla come positiva.

Non è qui il caso di analizzare i risultati del voto, anche perché non è un compito che spetta a noi. Possiamo esprimere solo alcune valutazioni complessive, di carattere generale, rilevando che: i maggiori partiti, quale che sia stato il risultato finale, hanno perduto in modo differenziato milioni di voti; la nuova formazione guidata da Monti non ha sfondato; il movimento di Ingroia non ha superato nemmeno la soglia per entrare in Parlamento; c’è stata una forte crescita del movimento di Grillo. Il quadro finale si può sintetizzare in un rischio: quello dell’ingovernabilità.

A che cosa sia dovuto questo tsunami, è facilmente individuabile, al di là delle mille dissertazioni ed analisi che si stanno svolgendo sul tema. Il Paese  è percorso da un desiderio di cambiamento, è tormentato dalla situazione economica e sociale, che ha assunto connotati di particolare gravità, e va alla ricerca di soluzioni chiare, soprattutto quando riguardano la contestazione di ciò che si è fatto finora, con risultati più che deludenti, anche se poi sono incerte e complesse le previsioni per quanto riguarda il futuro.

Di questi umori è evidente che lo stesso centro-sinistra non è riuscito a coglierne se non una parte,  piuttosto limitata, mentre il centro-destra ha continuato sulla via delle promesse e dei discorsi diretti più alla pancia che alla ragione.

Logico che l’indignazione, la protesta, le contestazioni siano state raccolte principalmente da chi su questo basava la sua campagna e il suo impegno, con alcuni aspetti positivi (alcune delle contestazioni e delle proposte di cambiamento sono condivisibili e certamente condivise  anche a sinistra) ed altri negativi (il modo di presentarsi del “capo”, spesso incline addirittura alla volgarità, la concezione della democrazia rappresentativa, la mancanza di una vera progettualità, l’ambiguità su alcuni temi di fondo, di cui abbiamo avuto più volte occasione di parlare, la proposta di abolire i sindacati, il referendum sul ritorno alla lira, e così via). Peraltro, si possono criticare questi aspetti negativi, ma non si può ignorare o sottovalutare ciò che significa un successo elettorale di quel genere. Non c’è nulla da demonizzare, dunque; c’è, invece, da capire che cosa non ha funzionato, nel sistema democratico, e che cosa va davvero e prontamente messo in campo, superando il rischio della ingovernabilità.

Su questo è bene che i partiti riflettano, e in particolare rifletta a fondo il partito che, almeno alla Camera, ha ottenuto il maggior numero di consensi, assumendo quindi una particolare responsabilità. Non si tratta di favorire un clima di resa dei conti, anche se una riflessione autocritica è necessaria; ma piuttosto di trovare soluzioni che giovino al Paese, avviando nel contempo una stagione divero cambiamento.

Una stagione che, per la verità, è in qualche modo cominciata: c’è un Parlamento in gran parte rinnovato, ci sono più donne e più giovani del passato; e c’è un fenomeno nuovo che costringe tutti a riflettere ed a guardare attentamente a ciò che siamo ed a ciò che dovremmo essere.

Certo, ho parlato solo dell’avvio di una stagione nuova, perché in realtà, in Parlamento, ci sono ancora troppi “relitti”, troppi soggetti che hanno a che fare con la giustizia e troppi personaggi strettamente legati al passato.

Il ricambio va fatto con coerenza e serietà, facendo largo alle nuove generazioni, ma garantendo la qualità e conservando il valore dell’esperienza. Sotto questo profilo, il fatto che alcuni partiti abbiano rinnovato ben poco, non abbiano neppure fatto le primarie (oppure le abbiano fatte in un modo che è tutt’altro che democratico), accompagnandosi alla pessima legge elettorale che non si è voluto cambiare, pesa negativamente sull’insieme della situazione e non aiuta a ricreare un rapporto di fiducia nei cittadini.

Occorrerà, dunque, che il Governo che si formerà (almeno lo spero) nel prossimo periodo, su basi serie e coerenti e non su impossibili ed inaccettabili connubi con chi reca le maggiori responsabilità della degenerazione del Paese, adotti alcuni provvedimenti urgenti che vadano nella direzione per la quale si sono espressi tanti cittadini (ad esempio, modificare questa legge elettorale, fare una legge vera contro la corruzione, ripristinare la norma sul falso in bilancio, prendere in seria considerazione il tema del reddito minimo garantito, reperendo, ovviamente, i fondi necessari, rilanciare le attività produttive per favorire l’incremento della occupazione e al tempo stesso dei consumi e così via).
Noi dovremo ribadire, ancora una volta, che i valori a cui ispirarsi sono sempre e solo quelli costituzionali, intesi correttamente e senza deviazioni; e dovremo sottolineare il fatto che la democrazia rappresentativa è un cardine fondamentale del sistema, da cui non si può prescindere e che anzi bisogna valorizzare. Una democrazia che deve essere fatta di partecipazione, di divisione dei poteri, di rispetto delle regole da parte di tutti, a cominciare da coloro che rivestono cariche pubbliche. Una democrazia in grado di respingere ogni tentazione populistica ed autoritaria e di sbarrare la strada ad ogni sogno revisionista o nostalgico, improponibile sempre, ma più che mai in un momento in cui è necessario e obbligatorio proiettarsi verso un futuro migliore.

In questo contesto, cosa dobbiamo fare noi è piuttosto chiaro. Dobbiamo, come sempre, esercitare la funzione di coscienza critica e quindi dire la nostra, con chiarezza, ai partiti che stentano a rinnovarsi ed  a riprendere il ruolo che loro assegna la Costituzione, ai movimenti che credono che la protesta e l’indignazione  siano sufficienti per uscire dalla grave crisi economica, politica e morale in cui versa il Paese, ai cittadini che non vanno a votare oppure votano per sensazioni e non sulla base di un ragionamento informato.

E dobbiamo dire la nostra, con forza, anche a fronte di alcune tematiche che riemergono continuamente.

La prima è quella del cambiamento, chiarendo che non si tratta solo di una questione generazionale (che pure esiste, con evidenza, ma va risolta con ragionevolezza, cercando di accompagnare la freschezza dell’età con la qualità e l’esperienza) ma di una questione che investe il modo di essere della politica, dei partiti, delle istituzioni, ma anche di una parte saliente della società civile (penso a quegli imprenditori che sono più attenti alla  finanza che all’attività produttiva, penso ai manager privati e pubblici che spesso costano troppo e rendono poco, e non pagano neppure quando cagionano disastri; penso alla stampa ed alla televisione, che non sempre svolgono il proprio ruolo con indipendenza e serietà; penso a chi non adempie alle funzioni pubbliche con disciplina e onore; penso ai cittadini che magari si indignano per le grandi corruzioni, ma poi nel loro piccolo, sono pronti a trasgredire ed a scavalcare le regole, nella vita quotidiana).

La seconda questione è quella della legalità e dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Il rispetto delle regole dev’essere posto a fondamento di tutta la convivenza civile; e di esso dev’essere garante il sistema giurisdizionale, che può anche essere criticato, ma va sempre rispettato.  Tira una brutta aria, sotto questo profilo, tant’è che si sentono i dirigenti del Pdl minacciare una grande manifestazione pubblica contro la Magistratura, che si permette – secondo loro – di perseguire anche i potenti, di incriminare soggetti cui si imputa di aver comprato parlamentari, e che è capace, perfino, di voler condurre a termine alcuni processi penali pendenti da tempo contro il capo di una coalizione che, per ciò solo, si vorrebbe indenne da ogni responsabilità, penale e morale.

E’ un fatto di estrema gravità che un imputato, già condannato, indica una manifestazione pubblica contro i suoi giudici, nel giorno stesso in cui devono emettere la sentenza d’appello. Il rispetto dell’autonomia e indipendenza della Magistratura costituisce una base fondamentale della democrazia; pensare di scardinarla è nient’altro che eversione, e come tale essa va denunciata pubblicamente.

Ma ancora: tra i risultati del voto, c’è la conquista della Regione Lombardia da parte di un partito che più volte, in modo diretto o indiretto, ha invocato la secessione (in qualche  modo, è ascrivibile a questo concetto anche l’idea di formare la macroregione del nord). Questo rappresenta un pericolo serio, davanti al quale non sarà inutile appellarsi all’art. 5 della Costituzione, che parla di una Repubblica “una e indivisibile”, pur nel quadro dell’ampio riconoscimento delle autonomie locali.

Infine, qualunque cosa si faccia, bisognerà provvedere e decidere sulla base della chiarezza e della coerenza. In questi primi giorni di discussione, ho sentito parlare anche da qualche esponente della sinistra della riproposizione del presidenzialismo. Ma che senso ha, un discorso del genere ed a quale convenienza risponde, per il Paese e per i cittadini. Mettiamolo dunque da parte e semmai rinforziamo il proposito e l’impegno di non apportare modifiche alla Costituzione, che non siano attese e richieste dalla maggior parte dei cittadini e di cui ci sia effettiva ed assodata necessità. 

Insomma, e per concludere, c’è molto da fare. Si può essere delusi dal risultato delle elezioni, si può essere preoccupati per la governabilità, ma non si può cedere allo scoramento. E’ una parola, questa, che non ha diritto di cittadinanza in un’Associazione che si richiama ai valori ed al coraggio della Resistenza. Semmai, più forte dev’essere l’invito a riflettere e la volontà di ragionare, più profondo il richiamo ai valori costituzionali, più intenso e partecipato il nostro lavoro. Abbiamo avuto tante stagioni difficili e il Paese le ha superate, non solo  con le manifestazioni di piazza, ma anche e soprattutto  con l’impegno, con lo sforzo di capire e di far capire, con l’espressione di una reale volontà  di riscatto, sempre nelsolco profondo e imprescindibile della Costituzione. Altrettanto faremo in questo caso, certo complicato e difficile, ma non insormontabile. Dipende anche da noi, dipende dalla volontà di tanti cittadini che la invocano, se la svolta vera ci sarà e sarà positiva per il Paese e per il suo futuro.

LOMBARDI: POST SUL FASCISMO

La neo-deputata Lombardi ( Movimento 5S) si definisce “allibita” per le polemiche scaturite da un suo commento in internet sul fascismo.

Ma gli allibiti siamo noi, on. Lombardi: allibiti e sconcertati che persone così impreparate come lei possano prendere le redini, sia pure ” a tempore”, dello Stato in un momento così delicato per la nostra democrazia.

La politica è un mestiere difficile, la politica, quella vera, non si improvvisa: per fare buona politica ci vuole studio, serietà, sacrificio e anche tanta esperienza.

IL POST SUL FASCISMO

Ecco la frase dell’ on. Lombardi, apparsa sul suo blog il 21 gennaio:

«Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia».

MARZO ’43 – TORINO

“Quei giorni del marzo ’43”


Torino / 9 marzo 2013

“Quei giorni del marzo ’43”. Questo il titolo della manifestazione che si svolgerà sabato 9 marzo, alle ore 9.30, al Teatro Carignano di Torino (in piazza Carignano 6).

Con la partecipazione di Piero Fassino, Sindaco di Torino, Claudio Dellavalle, presidente Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, Carlo Smuraglia, presidente nazionale ANPI, si svolgerà una tavola rotonda con Susanna Camusso, segretario nazionale Cgil, Raffaele Bonanni, segretario nazionale Cisl, Luigi Angeletti, segretario nazionale Uil.

Conduce Gad Lerner giornalista e scrittore.

Nel corso della manifestazione sarà proiettato un filmato realizzato da Rai Storia.

Il gruppo Le Primule Rosse presenterà una antologia di brani musicali tratti dalla storia del Movimento operaio.

Info: cerimonialegabinettosindaco@comune.torino.it oppure tel. 011 4422254

70 ANNI DA QUEI GIORNI

GLI SCIOPERI DEL MARZO 1943


Tra il 5 e il 17 marzo 1943, le fabbriche torinesi sono bloccate da una protesta che coinvolge 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni hanno un chiaro intento politico e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo. Un’ondata che da Torino si estende alle principali fabbriche del Nord Italia.

Ma con gli scioperi del marzo 1943, succede qualcosa di nuovo in Italia: in pochi giorni, dopo il via dato da Torino, nel triangolo industriale trecentomila operai scendono in lotta e questa assume, dalle AIpi alle pianure pugliesi, un significato politico enorme e immediato: giornate del marzo 1943 rappresentano una svolta, poiché dietro alle richieste economiche si cela una precisa volontà politica, e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo.

Come reagì a questo duro colpo la dittatura ormai a brandelli? Rifiutando di trattare e nello stesso tempo cercando di minimizzare gli avvenimenti. Mussolini, parlando al direttorio del partito fascista, disse: “dichiaro nella maniera più esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un’ora di lavoro in un’officina”. Altro che un’ora e altro che un’officina! Gli scioperi non solo durarono per tutto il mese estendendosi da Torino a tutto il nord, ma furono anche l’inizio di un movimento sindacale-politico costantemente presente poi nella lotta antifascista, malgrado gli altissimi costi in vite umane, in carcere, in violenze, che tutto questo doveva comportare.

Secondo i documenti della direzione generale di pubblica sicurezza ne!l’anno che va dall’aprile ’42 all’aprile ’43 vennero arrestati 2.600 lavoratori dei quali oltre 300 furono trascinati davanti ai tribunali speciali. Da un quinto a un terzo degli arrestati erano già schedati come appartenenti a organizzazioni antifasciste, gli altri (fra i quali moltissime donne) entravano per la prima volta nella lotta, senza specificazione di partito.

Gli scioperi del marzo ’43 (fra l’altro conclusi non solo con un grande successo politico — del quale subito si sentiranno le conseguenze — ma anche con esito positivo dal punto di vista economico) hanno infine un grande rilievo nella storia dell’unità dei lavoratori. Essi ne esprimono infatti la resurrezione come massa dopo più di venti anni di feroce oppressione di classe (che aveva appunto nella liquidazione dei sindacati e nella repressione di qualunque attività rivendicativa il suo primo obiettivo) e pongono le basi di una unità nuova delle grandi correnti sindacali storiche che già avevano guidato i lavoratori fino alla dittatura e poi anche nella clandestinità. Questa unità sarà poi sancita dal Patto di Roma dell’anno dopo, il patto che diede vita alla CGIL di Di Vittorio, Grandi e Buozzi.

LECCO – 27 FEBBRAIO, ORE 21

Le elezioni vi hanno deluso?
Coraggio, si riparte!
Venite tutti stasera a sentire una voce libera, che si batte contro la corruzione e il malaffare.
LE BATTAGLIE NON SI PERDONO
SI VINCONO SEMPRE
E. Che Guevara
Mercoledì 27 febbraio, ore 21

Sala Ticozzi – Via Ongania, Lecco

ingresso libero

presentazione del libro

FORTI CON I DEBOLI

Il potere è senza controllo, la corruzione dilaga e al disagio si risponde con la repressione. L’analisi impietosa e l’allarme di un protagonista degli ultimi quarant’anni di magistratura.


dibattito pubblico con l’autore
LIVIO PEPINO
magistrato fino al 2010, già presidente di Magistratura democratica e componente del Csm, è oggi responsabile delle Edizioni Gruppo Abele, direttore della rivista “Questione giustizia”


Pressati da vent’anni di campagne mediatiche da parte di una destra ostile e di una sinistra che sembra unita solo nell’appoggio alla magistratura, pensiamo che l’amministrazione della giustizia sia oggi votata al controllo dei poteri forti e resti a volte l’unico argine di fronte all’arroganza della politica: abbiamo sotto gli occhi maxi processi di mafia, inchieste sulla corruzione, indagini sulle condizioni di lavoro… Ma forse si tratta solo di un’illusione. In quest’analisi lucida e senza sconti Livio Pepino, protagonista di quarant’anni di magistratura nel nostro Paese, spiega come, a dispetto di quanto ci viene raccontato, i risultati della giustizia nel contrasto dei poteri forti sono in realtà assai ridotti e, nell’ultimo decennio, in costante diminuzione. Al contrario, nel generale disinteresse, le carceri continuano a riempirsi delle fasce più deboli della società: migranti, tossicodipendenti, manifestanti senza copertura politica. Una deriva autoritaria che sembrava superata e che sta invece tornando con forza. Pepino lancia così un allarme di estrema serietà: perché si può e si deve immaginare una giustizia davvero uguale. È un obiettivo che riguarda tutti noi.