L’ INSULTO RAZZISTA DI CALDEROLI

Da Articolo 21

SONO TUTTI GLI ITALIANI AD ESSERE COLPITI DA QUELL’ INSULTO

“Era una battuta”. “Non intendevo offendere”. “Si inseriva in un ben più articolato e politico intervento di critica al ministro e alla sua politica”. Così si difende Calderoli per aver insultato la Ministra della Repubblica Cécile Kienge, definita simile a un orango. Una difesa che, se possibile, è peggio dell’insulto stesso. Le più alte cariche istituzionali hanno stigmatizzato il fatto. Ma non basta. Il razzismo deve essere fermato come deve finire l’attacco continuo alle donne delle istituzioni. “L’articolato e politico intervento di critica al ministro” contro la legge dello ius soli si è risolto in un attacco personale, violento, razzista e sessista. Contro una donna, contro una nera. Il vice presidente del Senato si è scagliato contro di lei perché non tollera che Cécile Kienge rivesta il ruolo di ministro. E lo ha fatto con l’unico linguaggio che conosce: quello degli insulti, dell’attacco personale, della violenza, dell’offesa. Un linguaggio per scaldare i militanti della Lega che partecipavano al suo comizio. “Era un discorso da comizio” ha detto.

Ha ragione la ministra Kyenge a dire che le parole di Calderoli non sono un’offesa personale ma un’offesa per tutto il paese. Sono tutti gli italiani a essere colpiti da quell’insulto. È tutto il paese che ne esce svilito e umiliato. Nessuno può usare un linguaggio razzista. Ancor di più un rappresentante delle istituzioni. Perché sono le istituzioni che perdono di credibilità, di autorevolezza, di dignità.  Perché il razzismo si alimenta di queste cose. Perché l’Italia è un paese democratico che non può essere rappresentato da chi non crede nell’uguaglianza delle persone. Ancora una volta dalla ministra Cécile Kienge è arrivata una lezione di civiltà e di dignità per tutti noi.

Daniela De Robert, Articolo 21, 15 luglio 2013

FIRMA LA PETIZIONE PER LE DIMISSIONI DI CALDEROLI

http://www.change.org/it/petizioni/presidente-del-senato-pietro-grasso-dimissioni-di-calderoli-iostoconcecilekyenge

SE….di Massimo Gramellini

SE…

«Se, invece che per gli affaracci di uno dei loro, il Parlamento restasse chiuso un giorno per ogni cittadino vessato da tasse e burocrazie, per ogni giovane meritevole senza lavoro, o sottopagato, per ogni anziano pensionato che non arriva a fine mese, per ogni imprenditore che tenta di salvare i sacrifici di una vita anteponendo ai propri interessi le sue responsabilità verso i dipendenti.  

«Se il Parlamento restasse chiuso un giorno per ogni disperato morto in mare, per ogni donna che decide di interrompere la gravidanza perché si sente abbandonata, per ogni padre che ha paura di invecchiare perché teme di non potere più aiutare i figli, per ogni persona discriminata perché ama qualcuno del suo stesso sesso, per ogni essere umano abbandonato alle sofferenze di un male incurabile senza il diritto di andarsene in pace, per tutti coloro che vivono nell’attesa infinita di una giustizia che forse non avranno mai.  

«Se il Parlamento restasse chiuso un giorno per ogni emergenza che emergenza non è, ma solo incuria e disinteresse, per protesta verso quanti hanno depredato in passato bruciando il futuro e ora pretendono di governare il presente, per indignazione contro chi tutela il proprio interesse fregandosene di quello collettivo, per solidarietà verso ogni persona di buona volontà che dedica tempo e risorse ad aiutare chi ha più bisogno senza chiedere nulla in cambio.  

«Se il Parlamento restasse chiuso un giorno per ognuna di queste ragioni… non riaprirebbe più». 

(Tratto dalla mail di un lettore che si firma «un cittadino della Repubblica italiana») 

Massimo Gramellini, La Stampa, venerdì 12 luglio2013

LORENZA CARLASSARRE LASCIA I SAGGI

STOP AI LAVORI ALLE CAMERE, LA CARLASSARE LASCIA I SAGGI

A seguito della sospensione dei lavori alle Camere di mercoledì 10 luglio ( su cui l’Anpi Nazionale non ha emesso nessuna nota, forse troppo occupata nella pur giusta polemica sulla trasmissione di Pippo Baudo, n.d.r.), la costituzionalista Lorenza Carlassare ha presentato le sue dimissioni dalla Commissione dei Saggi sulle Riforme Costituzionali con la seguente motivazione:

” perchè la maggioranza, con il suo comportamento, ha mostrato in pieno la sua assoluta estraneità ai valori dello stato di diritto, il disprezzo per il costituzionalismo liberale e i suoi più elementari principi”.

In una sua intervista di oggi al Manifesto ha poi precisato: “Non posso certamente continuare a far parte della Commissione di un governo sostenuto da una maggioranza che decide di fermare i lavori del Parlamento perché la data della sentenza non consente all’imputato di fruire della prescrizione”. Secondo Loranza Carlassare la decisione di bloccare le istituzioni rappresenta una indebita pressione sulla corte di Cassazione e un grave precedente nella storia della nostra Repubblica.

ANCORA VIA RASELLA

Le mistificazioni di Baudo su via Rasella. L’Anpi chiede alla Rai di rettificare

L’ANPI ritiene indispensabili un preciso chiarimento e una reale precisazione dei fatti nel corso della stessa trasmissione o in qualsiasi altra forma pubblica, per ristabilire la verità. In caso contrario, l’ANPI si riserverà di esperire ogni necessaria azione a tutela dell’immagine e dell’onore dei partigiani, come espressamente richiesto e previsto dal suo Statuto. La Segreteria nazionale dell’Anpi risponde così alla mistificatoria ricostruzione dell’attentato di via Rasella e alla successiva feroce rappresaglia nazi-fascista alle Fosse Ardeatine compiuto da Pippo Baudo nella sua trasmissione su Rai Tre.

“Abbiamo appreso, con sdegno, quanto è stato detto – a proposito di via Rasella e delle Fosse Ardeatine – nel corso della trasmissione di lunedì 8 luglio su Rai 3, in prima serata, nel programma “Il viaggio”, condotto da Pippo Baudo; ed abbiamo apprezzato il pronto intervento dell’ANPI di Roma, con esatte puntualizzazioni. I tentativi del conduttore  Pippo Baudo, pubblicati sulla stampa nazionale, di attenuare e chiarire sono stati, in un certo senso, peggiori del male, perché alla fine si è avallata ancora la tesi della responsabilità dei partigiani per quanto è avvenuto, a Roma, in quel tragico marzo del 1944, insistendo nella deformazione dei fatti e nella formulazione di giudizi oltraggiosi e sommari.”

“L’ANPI – sottolinea la segreteria nazionale – tiene a ricordare agli ignari e a coloro che vogliono dimenticare o deformare la realtà: che l’azione condotta dai partigiani (fra cui Bentivegna e Capponi) è stata riconosciuta come legittima azione di guerra da due sentenze della Cassazione, pronunciate rispettivamente in sede penale e civile; che da tutti gli atti dei processi risulta con chiarezza che non ci fu nessun avvertimento preventivo, né fu offerta alcuna possibilità per i partigiani di assumersi  la responsabilità di salvare vite umane, per la semplice ragione che invece i comandi tedeschi decisero di comunicare la notizia dell’eccidio alle Fosse Ardeatine solo dopo l’esecuzione; che i Gap che operarono dopo l’8 settembre, erano gruppi d’azione patriottica e non possono essere confusi con i gruppi armati proletari, costituiti dai terroristi molti anni dopo; che infine Bentivegna non è mai stato parlamentare, mentre è assolutamente pacifico che a lui fu assegnata una medaglia d’argento ed alla Capponi una medaglia d’oro proprio per le azioni compiute nella Resistenza, a Roma  e altrove; che, infine, alcune delle affermazioni effettuate nel corso della trasmissione anche dal direttore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sono state definite false da una sentenza del 2007 della Corte di Cassazione”.

“L’ANPI nazionale ritiene indispensabile che vengano effettuati un preciso chiarimento e una reale precisazione dei fatti nel corso della stessa trasmissione o in qualsiasi altra forma pubblica, per ristabilire la verità. A questo fine formula una precisa richiesta indirizzata non solo ai protagonisti della recente vicenda, ma anche al presidente e al direttore generale della Rai; richiesta che sarà proposta anche in modo formale, riservandosi l’ANPI in caso contrario di esperire ogni necessaria azione a tutela dell’immagine e dell’onore dei partigiani, come espressamente richiesto e previsto dallo Statuto dell’Associazione. Non può, non deve essere consentito, infatti, di infangare l’onore e l’immagine di partigiani combattenti, il cui contributo alla lotta di Liberazione è stato ampiamente e definitivamente riconosciuto, al di là di ogni mistificazione e di ogni strumentalizzazione”.

RASSEGNA STAMPA:

la Repubblica:  http://www.repubblica.it/politica/2013/07/12/news/anpi_a_rai_chiarimenti_su_via_rasella_o_ci_saranno_azioni_per_difesa_partigiani-62847457/

AgenParl: http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20130712-rai-l-anpi-contro-baudo-sulle-fosse-ardeatine

Corriere della sera: http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_10/baudo-polemizza-con-anpi-attentato-via-rasella_244d51ce-e973-11e2-a2a0-aaafeae20fe9.shtml

Il Messaggero: http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/via_rasella_baudo_anpi/notizie/302819.shtml

PREMIATA LA PARTIGIANA WILMA CONTI

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Alla presenza di un folto pubblico ( fra cui un commosso gruppetto di iscritti all’Anpi), il 19 giugno u.s. ad Erba la partigiana Wilma Conti è stata premiata “Donna Lariana ad honorem”.

Qui sotto un articolo della nostra Gigliola Foglia.

LE MANI DI WILMA

Nella Bibbia è scritto: “Come sono belli sui monti / i piedi del
messaggero di lieti annunci,/ che annuncia la pace”.
Io vorrei raccontare come sono belle le tue mani.
Erano ancora mani di bambina quando, su un carrettone
di macchina per scrivere che adesso è in un museo, scrivevi una pagina
di storia della nostra libertà .
Mani che, ormai adulte, hanno portato nel mondo centinaia di nuove
vite; mani con cui hai aiutato tuo marito nel lavoro e hai accompagnato
sulle strade della vita le tue figlie e i nipoti.
Queste mani ancora oggi tengono alta una bandiera che dice “Non
dimenticare”.
Grazie Wilma
18-19 giugno 2013

E’ stato consegnato durante un’animata serata a Erba il Premio Donna
Lariana 2013, promosso dal Comitato per la Promozione
dell’IMprenditoria Femminile di cui è presidente Ornella Gambarotto.
Della Giuria facevano parte l’on.le Chiara Braga, l’Assessore del
Comune di Como Giulia Pusterla, Daniela Maroni Consigliera  Regionale,
Giulia Parini giornalista, la Comandante dei Vigili del Fuoco Marisa
Cesareo, l’arch. Anna Proserpio, l’ing. Annarita Polacchini di ASF, 
Serena Zanfrini e Tiziana Martinelli imprenditrici.
Si è voluto dare un segnale forte scegliendo persone attive su fronti
‘caldi’ quali la lotta alla violenza sulle donne, alla disoccupazione
giovanile, e al disagio portato dalla disabilià .

Giustamente i media hanno dato spazio alle quattro premiate, scelte
(con difficoltà , hanno ammesso i giurati) tra una rosa di 20
segnalazioni: Maria Antonietta Russo, direttrice della Casa di
Orientamento Femminile C.O.F. di Montano Lucino, Marina Nelli
coordinatrice del corso Fashion & Textile Design dell’Accademia di
Belle Arti : Galli’ di Como nonchè fodnatrice del corso di laurea di
Fashion Design dell’Istituto Europeo del Design, e terze ex aequo
Luigia Giudici, presidente della Coop. Il Ciliegio di Vertemate con
Minoprio, e Wanda Bertacchi, presidente dell’Ass. Il Melograno di Erba,
che si occupano di persone diversamente abili e della loro
integrazione.
Ma non è da dimenticare la signora Wilma Conti di Dongo, insignita
della Menzione d’Onore: bellissima ottantatreenne, nata a Dongo il 10
febbraio 1929, figlia di un partigiano combattente, diventà staffetta
partigiana a soli 14 anni, tra l’altro dattiloscrivendo messaggi per
Enrico Caronti (che lei chiamava zio, e che sarà  torturato e ucciso a
Menaggio); assiste dalla finestra di casa allo smascheramento di
Mussolini sulla piazza di Dongo. Ostetrica di condotta dal 1953 al 1988
circa, sulla condotta comprendente Gravedona, Consiglio Rumo, Peglio,
Livo, Dosso del Liro, e chiamata anche alla supplenza della condotta di
Dongo, in un’epoca in cui le levatrici erano magari guardate come
‘donne perdute’ perchè erano tra le prime a indossare i pantaloni… in
realtà  una scelta di decenza, al posto delle sottane svolazzanti,
quando si trattava di spostarsi in bicicletta. Nel 1955 sposa Romano
Salice, figlio di Vitaliano fondatore nel 1919 della Salice Occhiali
(una delle attuali eccellenze italiane nel mondo) e ne ha due figlie;
di esse Anna è attualmente la ‘terza generazione’ per l’azienda ormai
famosa in tutto il mondo per l’occhiale sportivo e da lavoro.
Wilma non ricoprì incarichi in questa ditta, ma aiutò il marito in
un’altra attività  produttiva di materie plastiche, la IPL, dal 1955 al
1975. Resta vedova nel 1978.
Iscritta da sempre all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, è
stata per un ventennio presidente dell’ANPI di Dongo e consigliere
provinciale. E’ inoltre membro della neonata associazione per il Museo
della Resistenza di Dongo, nonchè dell’Istituto di Storia Contemporanea
“P.A. Perretta” di Como.
Lo scorso anno ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica
dalle mani del Prefetto Michele Tortora.
Risiede a Gravedona.

Ha accolto con gioiosa sorpresa il riconoscimento, tenutole nascosto
fino all’ultimo istante, e ha così ringraziato giurati e organizzatori:
“Ho sentito con piacere che nelle edizioni precedenti avete premiato
un’ostetrica, anch’io lo sono stata per quasi quarant’anni, in un
periodo in cui ci si muoveva su per i monti a piedi o in bicicletta,
perchè gli ospedali non c’erano… Vi ringrazio di questo premio che
accetto a nome di tutte le donne che sono state arrestate, torturate
per la libertà , e faccio un appello a impegnarci perchè simili cose non
accadano più”.
Gigliola Foglia

ERA MEGLIO MINOLI

Le mistificazioni di Pippo Baudo sulle Fosse Ardeatine

Lunedì 8 luglio è andato in onda su Rai Tre in prima serata il programma ‘Il viaggio’, con Pippo Baudo.

Al suo interno è stato dedicato un servizio al Sacrario delle Fosse Ardeatine nel quale il presentatore ha intervistato il maggiore dell’Esercito Italiano Francesco Sardone.

Purtroppo ancora una volta, parlando di via Rasella, si sono rappresentati i fatti come se si fosse trattato di un attentato terroristico, e non di una “legittima azione di guerra partigiana”, come è stato riconosciuto più volte dalla Corte di Cassazione italiana e da numerosi tribunali.

Dispiace – si sottolinea in una presa di posizione dell’Anpi di Roma – che uno dei più noti volti della TV italiana abbia scelto, ponendo le domande, di porre l’accento su presunti fatti poco chiari ancora oggi, quando la verità storica dovrebbe essere oramai riconosciuta e sedimentata.

Ma le imprecisioni e i commenti equivoci non finiscono qui. Baudo, parlando di Don Pietro Pappagallo, dice che lui non c’entrava nulla! E’ vero, come innocenti però furono tutte le 335 vittime: non ci furono innocenti più di altri.

Inoltre dobbiamo correggere il maggiore Sardone, che ha raccontato che dopo l’8 settembre del ’43 i Gruppi Armati Proletari cominciarono a compiere attentati contro i tedeschi, evidentemente confondendo i G.A.P. , Gruppi di Azione Patriottica responsabili dell’azione di via Rasella, con i Gruppi Armati Proletari, gruppo terroristico degli anni di piombo.

Parlando della rappresaglia, le domande di Baudo sembrano legittimare le presunte leggi di guerra, solo in parte spiegate dal maggiore dell’Esercito, continuando a diffondere l’dea sbagliata che si potessero uccidere 10 persone per ogni militare morto. Baudo afferma: ”Dobbiamo dire la verità, sui fatti ancora si discute… gli autori non si sono mai presentati, anzi, sono stati insigniti di medaglia d’oro ed alcuni hanno fatto i deputati”.

In realtà l’eccidio fu compiuto dai tedeschi in gran segreto e in tempi rapidissimi (21 ore dopo l’azione), in combutta con la polizia fascista, che consegnò alle SS di Kappler una parte delle vittime. Non fu rivolto alcun appello a consegnarsi agli autori dell’azione di via Rasella nè vi fu alcun preavviso della rappresaglia. Proprio per celare il posto dell’eccidio, i tedeschi fecero esplodere delle bombe all’ingresso delle cave Ardeatine. Ricordiamo quindi a Baudo, nel ’70 anniversario della Resistenza, e a tutti i cittadini italiani che lo hanno ascoltato, che la verità è un’altra ed è stata definitivamente stabilita dai tribunali.

APPELLO SU MICROMEGA

RANIERO LA VALLE – ART. 138: NON TRADITE LA COSTITUZIONE

rlavalle 

Caro Senatore,

questa settimana è fissata la discussione del disegno di legge Costituzionale n. 813, recante “Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali”, che giunge in aula, dopo essere stato esaminato con procedura d’urgenza dalla Commissione Affari costituzionali, che, per accelerare i tempi lo ha licenziato in seduta notturna. Tanta fretta non è sintomo di efficienza e non è giustificata dalla materia trattata, che ha per oggetto l’instaurazione di una procedura straordinaria per la revisione costituzionale, in deroga all’art. 138 Cost., allo scopo di agevolare una revisione profonda della Costituzione che investe i titoli I, II, III e V della Parte seconda, ma può estendersi anche alle garanzie giurisdizionali e costituzionali (titolo IV e VI) ed alla prima Parte.

La Costituzione non è una questione che possa essere trattata con somma urgenza come avviene per le leggi finanziarie, le cui correzioni possono essere imposte da situazioni contingenti e di mercato. Le Costituzioni non sono un puro atto di diritto positivo imposto comunque da un legislatore: esse nascono da un processo storico, sono memoria e progetto e, come tali, definiscono l’identità di un popolo, di una comunità politica organizzata in Stato. La nostra Costituzione porta dentro di sé la memoria di 100 anni di storia italiana, nel bene e nel male; contempla le ferite del fascismo, il suo ripudio attraverso la lotta di liberazione e realizza le garanzie perchè il fascismo non venga più riprodotto, attraverso una tecnica di equilibrio dei poteri che impedisce ogni forma di dittatura. La Costituzione italiana è stata forgiata in quel “crogiolo ardente” rappresentato dall’evento globale costituito dalla seconda guerra mondiale e porta l’impronta di uno spirito universale.

Mettere mano alla Costituzione non è mai un’azione banale, vuol dire mettere mano alla storia, interrogarci sulla nostra storia, sulle conquiste di civiltà giuridica faticosamente raggiunte, sui successi, sui fallimenti, sui pericoli che sono all’orizzonte. La Costituzione può essere riformata per adeguarla ai tempi, ma non tollera revisioni radicali che ne snaturino l’impianto. I beni pubblici repubblicani che i Costituenti hanno attribuito al popolo italiano, inerenti la garanzia dei diritti fondamentali e la qualità della democrazia, costituiscono un patrimonio irrecusabile, che non può e non deve essere smantellato. Proprio per tutelare l’indisponibilità di questo patrimonio, la Costituzione ha previsto un procedimento “rigido” di revisione, incardinato nei binari dell’art. 138, con il limite dell’immodificabilità della forma repubblicana e dei principi costituzionali supremi. Fra questi ultimi, come rimarcato da autorevole dottrina, rientra il principio della salvaguarda della rigidità costituzionale, che è il più supremo di tutti. Infatti, se si intaccasse la rigidità della Costituzione, tutti i suoi principi e valori verrebbero esposti agli umori delle contingenti maggioranze politiche e perderebbero di effettività.

Il fatto che per avviare un processo di revisione costituzionale (la cui iniziativa, comunque, non spetterebbe al Governo ma al Parlamento) si pretenda di incidere sulla rigidità della Costituzione, lascia trasparire l’intento (o quantomeno la possibilità) che il processo riformatore esorbiti dai limiti sostanziali che la Carta stessa fissa alla sua revisione; limiti che da molto tempo sono contestati da forze politiche portatrici di culture estranee ai principi e valori costituzionali, le quali, assieme all’antifascismo, contestano la divisione dei poteri ed il principio fondamentale che la Repubblica sia “fondata sul lavoro”.

Per queste ragioni ti chiediamo di votare contro questo disegno di legge, perché integra un vero e proprio illecito costituzionale: siamo infatti convinti che la fedeltà alla Costituzione debba prevalere sulla disciplina di partito e su ogni altra considerazione di opportunità politica e ti preghiamo di rivendicare la procedura normale dell’art. 138 per le pur opportune modifiche costituzionali.

Raniero La Valle e Domenico Gallo

Associazione per la Democrazia Costituzionale
Comitati Dossetti per la Costituzione

MICROMEGA (8 luglio 2013)

AFFILE

Lo sconcio di Affile: perchè le istituzioni non intervengono?

Il 29 giugno si è svolta ad Affile un’altra manifestazione neofascista.  Con omaggio al criminale di guerra fascista, Graziani. Con contorno di saluti romani e del tradizionale (e fascistissimo) presente. Uno sconcio che non finisce e che nessuno si decide a bloccare. L’ANPI Nazionale si unisce alla protesta e chiede fermamente che chi ha il potere di intervenire lo faccia, presto e bene, perché questa situazione è, ormai da tempo, intollerabile.

Finora – commenta il presidente Carlo Smuraglia – c’è stato soltanto l’intervento positivo del Presidente della regione Zingaretti. Ma il Governo continua a considerarlo un fatto locale; la Magistratura, investita da mesi di una nostra denuncia, ancora non ha preso provvedimenti concreti. E’ apprezzabile il fatto che – rispetto a molti silenzi del passato – l’on. Monica Gregori abbia presentato un’interpellanza parlamentare il 26 giugno scorso. Sono curioso di vedere la risposta del Governo delle larghe intese.

Importante e tempestivo anche il comunicato di protesta emesso dall’Anpi  di Roma. Ma ciò che occorre è togliere il pretesto per queste manifestazioni, che nessuno pensa di vietare. E il pretesto è il famoso “sacrario”, che dovrebbe essere abbattuto per ordine dell’autorità o destinato ad altre (lecite) finalità. E’ ora che le Istituzioni di una Repubblica democratica e antifascista intervengano in modo risolutivo, prima che Affile  diventi meta di continui e vergognosi pellegrinaggi.

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE ANPI

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE DELL’ANPI CARLO SMURAGLIA

Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone
intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato,
dimostra con chiarezza che tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali,
c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli
obiettivi fondamentali
Oplà. Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato, dimostra con chiarezza che
tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali, c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli obiettivi fondamentali.
Si tratterebbe, secondo l’emendamento, di inserire nella legge costituzionale che si sta esaminando in Parlamento, tra i temi da discutere, oltre alle indicazioni già note, anche quelle relative alle tematiche inerenti alla giustizia, cioè di un tema che non compariva nel quadro degli accordi di governo e che, finora, sembrava da tutti ignorato.
Non c’è neppure da stupirsi, perché di fatto qualcosa di analogo è già accaduto, diversi anni fa, all’epoca della Bicamerale. Si era giurato che non si sarebbe parlato di giustizia e poi, un giorno venne fuori che di giustizia bisogna occuparsi, a fondo; fu nominato un relatore a fu poi predisposto un testo, che per fortuna è finito nel nulla ed ivi è bene che resti.
Naturalmente, il primo firmatario dell’emendamento ha dato spiegazioni, quasi sorpreso del clamore suscitato: l’obiettivo è un altro, ha detto; è solo quello di adeguare anche alcune disposizioni che riguardano la giustizia nel caso venga mutata la forma di governo e – magari – la figura e i poteri del Presidente della Repubblica. Vogliamo credergli? E’ un po’ difficile, ma diamo pure per scontata la buona fede; in tal caso, però, si sarebbe aperta, comunque, una porta entro la quale potrebbe infilarsi chiunque, e con più ampi e pericolosi obiettivi.
Da ciò la viva preoccupazione di molti. Non perché la giustizia non abbia bisogno di
interventi, ma perché quelli che necessitano non sono di natura costituzionale; dunque, se si volesse inserire il tema della giustizia nel processo delle riforme costituzionali, non sarebbe certo per occuparsi della durata dei processi, dell’organizzazione strutturale della giustizia o altro.
In realtà, se si entra nel terreno costituzionale, si finisce sempre per mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, cioè un tema che non riguarda tanto l’organizzazione materiale di un servizio importante, quanto princìpi e valori di fondo della nostra Costituzione, sia desumibili della prima parte che ricavabili dalla seconda.
Bisogna dire, allora, con forza, che sotto questo profilo “la giustizia non si tocca”, perché autonomia e indipendenza sono una garanzia per i cittadini, imprescindibile e non trattabile.
Anche coloro che nutrono diffidenza nei confronti dei Magistrati, dovrebbero convincersi facilmente che il problema non è degli errori (sempre possibili), e neppure delle condotte arroganti e perfino degli abusi, perché questi mali sono tutti eliminabili, là dove sussistano, con rimedi ordinari, senza alcun bisogno di disturbare la Costituzione.
Chiediamoci, insomma, di che cosa ha bisogno il Paese, sotto questo profilo. Ebbene, l’elenco è presto fatto: di una giustizia celere, uguale per tutti, ispirata all’esigenza di rispetto delle leggi, ma anche capace di includere le ragioni dell’equità e del buon senso; di Magistrati che facciano il loro dovere, secondo i normali canoni (vedi l’art. 97 della Costituzione), nella piena consapevolezza di essere a quel posto per rendere un importante servizio ai cittadini ed alla collettività; di una giustizia moderna, funzionante secondo i più avanzati sistemi organizzativi, ma al tempo stesso in piena indipendenza ed autonomia rispetto agli altri poteri; di una
giustizia che ubbidisca alla legge, sapendo peraltro che a fondamento dell’intero sistema legislativo è la Costituzione, anche come canone interpretativo di tutta la normativa; infine, di una giustizia imparziale.
Bene, per molti di questi aspetti, non c’è problema, perché io sono convinto che,
mediamente, la nostra è una giustizia imparziale, che tende a rispettare il principio di
uguaglianza (anche se, talora, con qualche difficoltà). E sono convinto che la media dei Magistrati è intimamente indipendente e sufficientemente acculturata. D’altronde, c’è un organo di autogoverno (il CSM) che presiede a tutto questo e che ha bisogno di funzionare meglio, piuttosto che di essere riformato. E per migliore funzionalità si intende quella di un Consiglio più libero dal peso delle correnti, per quanto riguarda la componente dei Magistrati, ma anche più libero dal peso delle provenienze, per quanto riguarda la componente di nomina parlamentare. Sono due problemi, questi, che difficilmente possono essere oggetto di riforma; invece, richiedono un rinnovamento della cultura politica e della cultura della giurisdizione. Il resto, ed è la parte più saliente ed evidente, chiaramente non va: le cause
civili durano secoli, ma anche i processi penali, nonostante il principio della giusta durata, non sono da meno, tant’è che altissima è la percentuale delle prescrizioni, cioè di giustizia denegata per il solo decorso del tempo. Questo significa che occorrono interventi di tipo organizzativo, misure per snellire le procedure e favorire le conciliazioni; e soprattutto significa estendere a tutta la giustizia l’informatizzazione, che già in alcuni uffici giudiziari è stata adottata, fornendo ottima prova.
Ma sono proprio questi gli interventi che vengono invocati da anni e mai realizzati, perché si preferisce parlare di altro e lasciare che imperversi sui giornali le vicende giudiziarie di Berlusconi, che costituiscono di per sé un’anomalia, sia perché non si è mai visto un simile cumulo di nefandezze ascrivibile ad un importante uomo politico, sia perché si è visto come i potenti riescano spesso ad inceppare il cammino della giustizia (cosa che ai “deboli”, invece, non riesce mai).
Un Governo efficiente dovrebbe mettere in campo i rimedi ormai noti, dovrebbe fare in modo che tutto sia accelerato e informatizzato, dovrebbe proporre misure di semplificazione degli eccessivi adempimenti formali, riordinare il sistema dei Tribunali, sul territorio (come si sta facendo, ma incontrando difficoltà enormi per il prevalere di spinte localistiche sulle esigenze funzionali). Dovrebbe, insomma, colpire al cuore – d’intesa col Parlamento – quella che da decenni viene definita “la crisi della giustizia”.
Ma tutto questo non c’entra nulla con la Costituzione e non esige riforme. Questo dev’essere ben chiaro e soprattutto dev’essere spiegato ai tanti cittadini che, ignorando come stanno davvero le cose, scaricano le colpe e le responsabilità sui Magistrati o si fanno convincere dalle teorie “complottiste”.
Ho sentito, qualche sera fa, in un luogo pubblico, un gruppetto di persone che parlava male dei Magistrati, dei loro errori, delle “persecuzioni” da loro messe in atto. Ciò che colpiva era l’assoluta ignoranza, accompagnata da una enorme sicumera e arroganza. A questi, se possibile, bisogna chiarire che noi abbiamo tre gradi di giurisdizione, funzionali proprio ad ovviare o rimediare a possibili errori (la giustizia è fatta da uomini, non da macchine); e bisognerebbe anche far capire che i processi, prima di sproloquiare, bisogna conoscerli. Io ho fatto e faccio l’avvocato da più di cinquant’anni; e mi sono sempre attenuto alla regola della rigorosa preparazione e del puntuale studio dei processi, specialmente se di una certa complessità; e difficilmente ho espresso un giudizio senza aver prima letto, e riletto, magari
centinaia (in qualche caso, migliaia) di pagine. Mi colpiva, dunque, l’altra sera, sentir dire con sicurezza che dare a Berlusconi sette anni di galera, per fatti irrilevanti e per di più senza prove, è un fatto colossale e inaccettabile.
Costoro non conoscevano una riga del processo per cui Berlusconi è stato condannato, ma erano sicuri che non ci fossero prove; e non conoscevano le imputazioni, o le sottovalutavano perché corruzione di minorenni e concussione sono reati molto gravi ed è addirittura inconcepibile che possano essere commessi da un Presidente del Consiglio; così come l’abuso della condizione di una minorenne è un fatto gravissimo che non consente di dire (come ha fatto un giornalista, qualche sera fa, in televisione, che non c’è nulla di male se ad un uno piacciono le donne e perfino se è un “puttaniere” (la parola “garbata” è del giornalista, ma
merita di essere riportata tale quale). E’ contro questa ignoranza, e questa sicurezza e che occorre reagire, per chiedere una giustizia più celere e più “giusta” (dunque forte non solo con i deboli, ma anche con i potenti), una giustizia, cioè, corrispondente appieno a quanto dispone la Costituzione, che – dunque – potrebbe essere modificata solo in peggio; ed è proprio questo che non vogliamo; semmai, ancora una volta, ove occorra, è il caso di attuarla, questa Costituzione, finalmente e completamente.

F-35 ULTIMA PAROLA

Per chi si fosse illuso che la vicenda dei caccia-americani si possa concludere positivamente, ecco una breve sintesi di quanto accaduto negli ultimi giorni.

Il 26 giugno scorso passava in Parlamento, con 381 voti su 530 deputati, la mozione di maggioranza secondo cui il Governo non poteva procedere all’acquisto degli F-35 se non dopo un’indagine conoscitiva di sei mesi, ai sensi dell’art.4 legge n. 244 del 31 dicembre 2012.

Che cosa dice in sostanza questo art.4? Dice che le commissioni di Difesa possono votare contro un sistema d’arma solo nel caso che dall’indagine conoscitiva risulti che il progetto sia differente dalla pianificazione del Ministero. In parole povere, si può bloccare l’acquisto degli F-35 solo se dall’indagine conoscitiva risulta che sono carote e non aerei.

Considerando che è emerso che gli aerei che l’Italia si è impegnata ad acquistare sono ben 14, si è dato il via al più grande ( e costoso) programma di riarmo degli ultimi 25 anni.