NOVEMBRE: INCONTRI SULLA COSTITUZIONE

Per la ricorrenza del 70° anniversario dell’8 settembre, l’Associazione
Nazionale Partigiani d’Italia, Comitato Provinciale di Como, con la
collaborazione delle sezioni territoriali, organizza degli incontri per la
“Difesa quotidiana della Costituzione e della legalità.”

Da oltre vent’anni, nella maggior parte della classe politica italiana, c’è
una sorta di accanimento verso la nostra Carta Costituzionale con l’intento
di modificarla a proprio uso e consumo.
La vogliono cambiare nonostante non sia mai stata applicata negli articoli
più importanti e significativi.

Di questo e altro ne parliamo a:

Dongo – Istituto civico Musicale giovedì 7 novembre ore 20,45 incontro con
il professor Giovanni De Luna su “ La Costituzione e la religione civile
degli italiani”

Nesso – Sala Consiliare venerdì 8 novembre ore 21 con il Magistrato dott.
Massimo Croci Giudice della Corte di Appello di Milano

Uggiate Trevano – Sala Coop di Uggiate venerdì 22 novembre ore 21 con
il Magistrato dott. Giuseppe Battarino

Lomazzo – sala da definire venerdì 22 novembre ore 21 con il Magistrato
dott. Giuseppe Croci Giudice della Corte di Appello di Milano

Mariano Comense – Sala civica sabato 23 novembre ore 10 con il
Magistrato antimafia dott. Vittorio Nessi

Per difendere la Costituzione è necessario conoscerla e per conoscerla è
importante esserci.

RODOTA’: LA VOCE AI CITTADINI

RIFORME ELETTORALI: LA VOCE AI CITTADINI

di Stefano Rodotà, da Repubblica delle Idee del 23 ottobre 2013

So bene quanto sia difficile, oggi in Italia, una discussione ispirata a criteri di ragione e rispetto. È quel che sta accadendo per il tema della riforma della Costituzione. Ma questo non deve indurre a ritrarsi da una discussione che trova talora toni sgradevoli. Impone, invece, di fare ogni sforzo perché una questione davvero fondamentale possa essere affrontata in modo rispettoso dei dati di realtà e delle diverse posizioni in campo.

Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro stare insieme. Tuttavia, prima di affrontare questioni così impegnative, è necessario ristabilire alcune minime verità. Nell’affannosa ricerca di argomenti a difesa della strada verso la revisione costituzionale scelta da governo e maggioranza, infatti, si sta operando un vero e proprio stravolgimento della posizione di alcuni critici di questa scelta. Premono le ragioni della propaganda e così si alzano i toni, con una mossa rivelatrice dell’intima debolezza delle proprie ragioni. Spiace che in questa operazione si sia fatto coinvolgere lo stesso presidente del Consiglio, che non perde occasione per additare i critici come quelli che vogliono rendere impossibile la riduzione del numero dei parlamentari, l’uscita dal bicameralismo paritario, la riscrittura dello sciagurato titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e Regioni.
Ripeto: questa è una assoluta distorsione della realtà. Fin dall’inizio di questa vicenda, di fronte al “cronoprogramma” del governo era stato indicato un cammino diverso, che sottolineava proprio la possibilità di una rapida approvazione di riforme per le quali esisteva già un vasto consenso sociale, appunto quelle ricordate prima. Se governo e Parlamento avessero subito seguito questa indicazione, è ragionevole ritenere che saremmo già a buon punto, vicini ad una dignitosa riscrittura di norme della Costituzione concordemente ritenute bisognose di modifiche. Come si sa, è stata scelta una strada diversa, tortuosa e pericolosa, con variegate investiture di gruppi di “saggi” e con l’abbandono della procedura di revisione indicata dall’articolo 138
della Costituzione. I tempi si sono allungati e i contrasti si sono fatti più acuti.

Questo non è un dettaglio, come vorrebbero farlo apparire quelli che, con sufficienza, invitano a guardare al merito delle proposte e a non impigliarsi in questioni meramente procedurali. Quando si tratta di garanzie, la regola sulla procedura è tutto, dà la certezza che un obiettivo così impegnativo, come la revisione costituzionale, non venga piegato a esigenze strumentali, a logiche congiunturali. È proprio quello che sta avvenendo, sì che non è arbitrario ritenere che la strada scelta nasconda un altro proposito  –  quello di agganciare a riforme condivise anche una forzatura, riguardante il cambiamento della forma di governo.
È caricaturale, e improprio, descrivere la discussione attuale come un conflitto tra conservatori e innovatori. Si stanno confrontando, e non da oggi, due linee di riforma. Di fronte a quella scelta da governo e maggioranza non v’è un arroccamento cieco, un pregiudiziale no a qualsiasi cambiamento. Vi è una proposta diversa, che può essere così riassunta:rispetto della procedura dell’articolo 138, avvio immediato delle tre specifiche riforme già citate, mantenimento della forma di governo parlamentare rivista negli aspetti che appaiono più deboli.

Torniamo, allora, alle questioni più generali. Da alcuni anni si è istituita una relazione perversa tra
emergenza economica, impotenza politica e cambiamenti della Costituzione. Con una accelerazione violenta, e senza una vera discussione pubblica, nel 2012 è stata approvata una modifica dell’articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio. Allora si chiese, invano, ai parlamentari di non approvare quella riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere eventualmente un referendum su un cambiamento tanto profondo. La ragione era chiara. Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge elettorale era proporzionale, dando così garanzie in Parlamento che sono state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario. Oggi la stessa richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in seconda lettura la modifica dell’articolo 138. Vi sarà tra loro un gruppo dotato di sensibilità istituzionale che accoglierà questo invito, affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare invocando qualche diversa urgenza o emergenza? Non basta, infatti, aver previsto un referendum alla fine dell’iter della riforma finale, se rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino è cominciato.

La discussione sul merito delle proposte assume significato diverso se queste non alterano l’impianto costituzionale e sono già sorrette da consenso sociale, come quelle più volte citate, o se invece implicano un mutamento della forma di governo. Per quest’ultima, nella relazione del Comitato dei “saggi” sono state fatte due operazioni. In via generale, sono state legittimate tre ipotesi tra loro ben diverse. E poi si è indicata tra queste una sorta di mediazione, definita come “forma di governo parlamentare del Primo Ministro”, che in realtà introduce un presidenzialismo mascherato, costituzionalizzando l’indicazione sulla scheda del candidato premier e ridimensionando così il potere di nomina da parte del presidente della Repubblica e quello del Parlamento di dare la fiducia. Ha detto bene Gaetano Azzariti sottolineando che così si realizza “l’indebolimento della forma di governo parlamentare e il definitivo approdo in Costituzione delle pulsioni presidenziali”. Una politica debole cerca così una scorciatoia efficientista attraverso un accentramento/ personalizzazione dei poteri e sembra rassegnarsi ad una crisi dei partiti che, incapaci di presentarsi come effettivi rappresentanti dei cittadini, non sono più in grado di cogliere la pienezza del ruolo dell’istituzione in cui sono presenti, il Parlamento, alterando così gli equilibri costituzionali.

Ma l’assunzione della logica dell’emergenza e della pura efficienza svuota lo spazio costituzionale di tutto ciò che si presenta come “incompatibile” con essa. I diritti fondamentali sono respinti sullo sfondo e si perde il loro più profondo significato, in cui si esprime non solo il riconoscimento della persona nella sua integralità, ma un limite alla discrezionalità politica che, soprattutto in tempi di risorse scarse, deve costruire le sue priorità partendo proprio dalla garanzia di quei diritti. Sbagliano quelli che, con una mossa infastidita, dichiarano l’irrilevanza della discussione sulle riforme di fronte ai bisogni reali delle persone. Questi vengono sacrificati proprio perché la politica ha perduto la sua dimensione costituzionale, e fa venir meno garanzie in nome di un’efficienza tutta da dimostrare, come accade per il lavoro. Se non si coglie questo nesso, rischiano d’essere vane anche le iniziative su questioni specifiche, e i lineamenti della Repubblica verranno stravolti assai più di quanto possa accadere con un mutamento della forma di governo.

I 5 VOTI DEL SENATO

Riforme costituzionali
CINQUE VOTI MALEDETTI

Da libertà e Giustizia, 23 ottobre 2013

Grazie a soli 5 voti, il Senato approva in terza lettura, a maggioranza assoluta con 218 voti il ddl costituzionale che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali. E’ la seconda deliberazione del Senato. L’ok finale spetta alla Camera, che ha gia’ votato il 10 settembre. Per cinque voti in più viene precluso il ricorso al referendum, infatti il non raggiungimento dei due terzi, che lo avrebbero permesso, presupponeva che i voti favorevoli fossero meno di 214.

La votazione al Senato (favorevoli, contrari, astenuti)

26 OTTOBRE MANIFESTAZIONE A BOLOGNA

ANPI PROVINCIALE DI BOLOGNA col patrocinio dell’ ANPI NAZIONALE

SABATO 26 OTTOBRE

BOLOGNA PIAZZA NETTUNO

DALLE ORE 15 ALLE ORE 18

CON LA COSTITUZIONE

IL NOSTRO FUTURO

interviene Carlo Smuraglia,

presidente ANPI NAZIONALE


Informiamo inoltre che la Segreteria dell’ Anpi Nazionale ha inviato a tutti i senatori vicini o iscritti all’ANPI i documenti prodotti per una urgente e approfondita riflessione su quanto si sta attuando. Tra questi la recente dichiarazione appello del presidente Carlo Smuraglia, già riportata più sotto sul nostro sito, che termina con questa nota:

Confido che i senatori, consapevoli della loro funzione e della loro responsabilità, si prendano il tempo necessario per riflettere e discutere e facciano in modo che, in ogni caso, sul disegno di legge sia poi possibile dare la parola ai cittadini, col referendum.



LA STRAGE DI CEFALONIA

Ergastolo per il nazista Alfred Stork: colpevole del massacro di Cefalonia

L’ANPI Nazionale, costituita parte civile nel procedimento penale a carico di Alfred Stork, nella persona del proprio Presidente, prof. avv. Carlo Smuraglia, e difesa dagli avvocati Emilio Ricci e Rosa Anna Ruggiero, comunica che oggi, 18 ottobre,  il Tribunale militare di Roma ha riconosciuto la responsabilità penale dell’imputato, condannandolo all’ergastolo, per il massacro compiuto nel settembre del 1943 sull’isola di Cefalonia, dove vennero fucilati per mano tedesca, in esecuzione di uno specifico ordine di Hitler, centinaia di soldati italiani, prigionieri di guerra, in spregio delle convenzioni internazionali che – anche all’epoca dei fatti – imponevano un trattamento umano dei militari che avevano ormai deposto le armi.

Alfred Stork, oggi novantenne,che vive in Germania a Kippenheim, a suo tempo aveva confessato di aver preso parte alle fucilazioni degli ufficiali della divisione Acqui a Cefalonia nel settembre del 1943.

La decisione giudiziaria, che interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni, grazie al serio e attento sforzo investigativo del
Procuratore militare, Dott. Marco De Paolis e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi, assume
un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero
responsabili dell’eccidio di Cefalonia.

La sentenza è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi,
la cui costituzione di parte civile è stata ammessa in considerazione del fatto che l’Associazione è stata formata per dare corpo unitario alle
aspirazioni di libertà e giustizia proprie dei partigiani, per conservarne e tramandarne i valori e per non disperdere il messaggio antifascista di cui i partigiani erano portatori.

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Avv. Emilio Ricci

Avv. Rosa Anna Ruggiero

18 ottobre 2013

Cefalonia, ergastolo per nazista: “Partecipò a fucilazione di 117 italiani”

Il Tribunale militare di Roma ha accolto la richiesta della Procura. Albert Stork, che all’epoca dell’eccidio avvenuto sull’isola greca era caporale, aveva confessato di aver preso parte ad una delle tante fucilazioni di soldati e ufficiali della Divisione Acqui. Anpi: “Sentenza destinata a fare storia”

da Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2013 

Condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Roma per avere partecipato alla fucilazione di “almeno 117 ufficiali italiani” a Cefalonia, il 27 settembre 1943. Alfred Stork, ex caporale della Wehrmacht che attualmente vive in Germania, è stato condannato in contumacia. Ha preso parte all’eccidio avvenuto sull’isola greca, il 27 settembre 1943, quando alla ‘casetta rossa’ furono uccisi decine di prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. Il 19 dicembre scorso c’era stata la prima udienza dibattimentale del processo nei confronti dell’ex caporale tedesco. Ancora da stabilire, verrà fatto in sede civile, l’ammontare del risarcimento dovuto alle parti offese.

Il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, si dice “soddisfatto” per la condanna di Stork. Tuttavia, precisa, “è una soddisfazione a metà perché quando una sentenza arriva a 70 anni dai fatti non è giustizia, ma è negata giustizia”. Tuttavia, sottolinea, “è la prima sentenza di condanna in assoluto per i fatti di Cefalonia dopo il processo di Norimberga“, che inflisse 12 anni al generale Hubert Lanz, che ne scontò solo tre. Il fatto importante, secondo De Paolis, è che il tribunale “sembra aver sposato la tesi da noi sostenuta secondo cui l’ordine illegittimo, criminoso, non doveva essere rispettato: non può essere un paravento per coprire misfatti del genere”. 

Secondo l’Associazione nazionale partigiani (Anpi) la condanna di Stork  ”è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi”. L’associazione, però, sottolinea in una nota che la sentenza ”interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni grazie al serio e attento sforzo investigativo del Procuratore militare e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi”. Inoltre, prosegue il comunicato, “assume un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero responsabili della strage”.

L’eccidio di Cefalonia – Stork, sentito nel 2005 dai magistrati tedeschi, ammise di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, il 24 settembre. “Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani” perché “erano considerati dei traditori”, disse. Alla Casetta Rossa sarebbero stati complessivamente giustiziati 129 ufficiali (altri sette vennero ammazzati il giorno successivo per rappresaglia) da parte di due plotoni. Quello di Stork, comandato da “un tenente”, sparò dall’alba al pomeriggio lasciando sul terreno “73 ufficiali”, come afferma lo stesso imputato.

Ad uccidere i rimanenti fu invece il secondo plotone, comandato da Otmar Muhlhauser, l’ufficiale che negli anni scorsi venne incriminato dalla procura militare di Roma e morì nel luglio 2009, mentre era in corso l’udienza preliminare nei suoi confronti. Proprio indagando su Muhlhauser si è arrivati a Stork, ma il fatto che questi non abbia mai ripetuto la sua confessione ha reso fin dall’inizio in salita la strada dell’accusa. Una strada ancora più irta, se si pensa che l’inchiesta non ha consentito di individuare nessuno pronto a indicare Stork come componente del plotone di esecuzione. “C’era allora, come purtroppo c’è ora – ha detto il pm De Paolis – un patto tra gli appartenenti a quei reparti dell’esercito tedesco che si sono macchiati dei peggiori misfatti di non rivelare mai il nome degli autori. Il fatto sì, i responsabili no. Un disgustoso muro di omertà”.

In una delle passate udienze, uno dei sottufficiali dei carabinieri altoatesini (e bilingue) che hanno condotto le indagini, ha manifestato con un esempio tutta la sua frustrazione. “Ad un suo commilitone abbiamo fatto vedere questa foto”, ha detto, mostrando una vecchia fotografia in cui il caporale condannato è immortalato insieme ad altri suoi camerati. “Curiosamente li ha riconosciuti tutti, tranne l’imputato”. Neppure la decina di reduci italiani sentiti nel corso del processo avevano mai sentito parlare di Stork. Il procuratore, tuttavia, ha citato la consulenza tecnica disposta dagli inquirenti tedeschi e una serie di testimonianze in base alle quali il plotone cui apparteneva Stork era “sicuramente” uno di quelli in azione alla Casetta Rossa.

Essenzialmente sulla base di queste prove ha chiesto l’ergastolo per l’imputato, al quale “non vanno riconosciute le attenuanti generiche – ha detto – tenuto conto della estrema gravità dei reati, delle modalità con le quali essi sono stati crudelmente posti in essere, del totale disinteresse per le vittime anche dopo tanti anni dalla commissione dei fatti e del comportamento processuale tenuto, poichè Stork non ha in alcun modo collaborato con gli organi giudiziari”. De Paolis ha anche ricordato che a nulla vale sostenere come causa di giustificazione “che ‘quelli erano gli ordini e dovevano essere rispettati, pena la morte’. Non è vero, è una delle tante bugie. Il militare ha l’obbligo di non adempiere ad ordini palesemente criminosi, illegittimi e assurdi, come quello di uccidere altri soldati che si sono arresi: a Cefalonia ci sono stati dei rifiuti e non risulta che nei confronti di chi ha detto di no siano state adottate sanzioni. Partecipare ad un plotone d’esecuzione era una libera scelta, chi ha ucciso in modo così vergognoso era consapevole della totale antigiuridicità e illegalità della propria condotta”.

CONSIGLIO NAZIONALE ANPI

sabato 19 e domenica 20 ottobre si e riunito a Chianciano Terme il Consiglio Nazionale dell’Anpi. Dopo la relazione introduttiva del Presidente Nazionale Carlo Smuraglia che invio in allegato, si è aperto un lungo e animato dibattito e la presentazione di 2 documenti. In precedenza, venerdì 18 ottobre, il Comitato Nazionale ha discusso e approvato con 21 voti a favore 1 contrario e 3 astenuti l’Ordine del Giorno, che è possibile leggere qui sotto. Per Anpi Como Antonio Proietto.


Ordine del giorno approvato dal Comitato Nazionale ANPI sul 12 ottobre

Relazione del presidente Smuraglia

Ordini del giorno presentati da alcuni consiglieri, assunti dalla Presidenza come raccomandazione e trasmessi al Comitato Nazionale:

Ordine del giorno ANPI Sicilia

Ordine del giorno ANPI Ancona, Ascoli Piceno e Macerata


SEMINARI SULLA RESISTENZA

SEMINARIO SULLA STORIA DELLA RESISTENZA
1943-1944 Resistenza e Resistenti, l’incerto futuro del passato

Nell’avvicinarsi del 70° della Liberazione, l’Istituto di Storia P.A. Perretta organizza un ciclo di seminari sulla Resistenza e la  sua storiografia.
L’incontro si terrà presso la biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea, in via Brambilla 39 a Como alle ore 17,30.
CALENDARIO DEGLI INCONTRI:
25 ottobre: Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana –
Franco Catalano, Storia del CLNAI –  (Giuseppe Calzati).
8 novembre: Guido Quazza, La Resistenza italiana (Appunti e documenti) e
Resistenza e storia d’Italia (Problemi e ipotesi di ricerca) – (Gerri
Caldera)
29 novembre: Claudio Pavone, Una guerra civile ( Patrizia Di Giuseppe)
13 dicembre: Santo Peli, La Resistenza in Italia (Storia e critica)
(Patrizia Di Giuseppe).

Il ciclo è aperto a tutti ed è valido come corso d’aggiornamento per gli insegnanti (verrà rilasciato certificato di partecipazione)



MESSA IN SICUREZZA DELLA COSTITUZIONE

Comunicato stampa

METTERE IN SICUREZZA LA COSTITUZIONE, DARE VOCE ALLE OPPOSIZIONI

18 ottobre 2013Libertà e Giustizia
La prossima settimana si terrà in Senato, in seconda lettura, la votazione finale sul ddl Costituzionale “Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali”, quello che in sostanza smantella l’articolo 138 della Costituzione. Dopo l’ appello dei cinque firmatari della Via Maestra e la richiesta del presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, Libertà e Giustizia consiglia la rilettura del disegno di legge costituzionale con cui Oscar Luigi Scalfaro nel giugno 2008 chiese la “messa in sicurezza” della Costituzione. E si rivolge soprattutto ai senatori ancora presenti a Palazzo Madama, che allora firmarono per la messa in sicurezza della Costituzione, chiedendo che cosa è cambiato da allora.