LA SCOMPARSA DELLA COMPAGNA GIORDANA PERUGINI

E’ morta oggi la compagna Giordana Perugini.

Giordana, moglie dello storico e indimenticato segretario dell’ Anpi Perugino Perugini, fu sempre accanto al marito in tutte le sue battaglie, e fu sempre sinceramente impegnata nella difesa dei valori antifascisti e democratici.

Il Comitato Provinciale di Como, profondamente commosso, esprime alla figlia Laura e alla famiglia il proprio cordoglio.

 

La cremazione che avverrà lunedì 7 dicembre, alle ore 15.30. Chi volesse salutarla, con noi, potrà farlo lo stesso giorno alle ore 14.50 presso il Salone del Crematorio del Cimitero di Como.

ARCI, COMO: IMPORTANTE APPUNTAMENTO

 

Arci Xanadù Awen Film e Anpi sez. Como organizzano:

MARTEDI’ 8 DICEMBRE ore 21 –

Como, Spazio Gloria, via Varesina 72

proiezione del film

IF ONLY I WARE THAT WARRIOR

parteciperanno alla serata
il regista Valerio Ciriaci,
il produttore Isaak Liptzin,
lo storico comasco MATTEO DOMINIONI

Ingresso libero

 

Dopo la recente costruzione di un monumento dedicato al generale fascista Rodolfo Graziani, il film affronta i crimini di guerra impuniti del generale e gli altri commessi in nome delle ambizioni imperiali di Mussolini. Il regista segue le storie di tre personaggi percorrendo Etiopia, Italia e Stati Uniti. Un viaggio attraverso i ricordi di vita ed i resti tangibili dell’occupazione italiana dell’Etiopia, che attraversa le generazioni e continenti di oggi dove questa eredità, spesso trascurata, lega ancora il destino di due nazioni e i loro popoli.
Il film-ducomentario sarà presentato in anteprima mondiale al 56esimo Festival dei Popoli di Firenze il 28 novembre p.v.

www.ifonlyiwerethatwarrior.com

BLIZT DI NEOFASCISTI CONTRO LA CARITAS

«Masse di stranieri ci stanno invadendo»: lo scrive il Veneto fronte skinheads sul proprio sito rivendicando blitz nella notte del 24 novembre a diverse sedi della Caritas e del Pd nel Nord Italia. Azioni – con manifesti funebri e sagome di cadaveri con i colori della bandiera italiana – fatte per «denunciare chi continua a condurre un chiaro disegno politico finalizzato all’annientamento dell’identità italiana» con leggi di «distruzione di massa» come quella sullo ius soli e il «favoreggiamento di un’invasione pianificata di orde di immigrati extraeuropei». Caritas è diventata un obiettivo perché «in nome di un ipocrita umanitarismo di facciata ed un falso filantropismo, trova motivo di speculazione ed interesse, proponendo un pericolosissimo modello di integrazione volto solo ed esclusivamente a ridurre i popoli in una poltiglia indifferenziata».

Sono 10 le Diocesi in cui alla Caritas sono arrivate queste «minacce e provocazioni xenofobe»: Como, Brescia, Crema, Lodi, Reggio Emilia-Guastalla, Piacenza-Bobbio, Trento, Mestre, Vicenza e Treviso. Non si tratta della prima volta che Veneto Skinheads compie azioni di questo tipo: lo aveva fatto, ad esempio, il 28 ottobre a Mantova e Suzzara davanti alle sedi della Caritas e del Pd. A Como , oltre al  blitz verso la Caritas cittadina, è stata colpita anche una sede del Pd.

L’ Anpi Provinciale esprime solidarietà e vicinanza alla Caritas e al Pd cittadino.

LE RAGIONI DEL NO ALLA RIFORMA BOSCHI RENZI

COMITATO PER IL NO

NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULLA RIFORMA RENZI-BOSCHI

 Onorevoli deputati,

 1. la vasta e complessa riforma costituzionale che vi accingete a votare in quarta lettura, ma pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una riforma che, in coerenza col nostro sistema di democrazia parlamentare, avrebbe dovuto procedere dall’iniziativa parlamentare, e non dal Presidente del Consiglio dei ministri Renzi e dal Ministro per le Riforme Boschi. Il che ha determinato inammissibili interferenze da parte dei medesimi sulla libertà di coscienza dei parlamentari in sede referente e in assemblea; e con modalità di approvazione che se legittime per leggi ordinarie, non lo sono certo per le leggi di revisione costituzionali. Come, ad esempio, l’asserita non emendabilità degli articoli approvati sia da Camera che da Senato, che è bensì un principio valido per le leggi ordinarie (art. 104 reg. Sen.) ma non per le leggi costituzionali.

 Contro l’applicabilità di tale norma vi è, infatti, non solo il precedente della Giunta del regolamento della Camera del 5 maggio 1993 (presidente Napolitano), secondo il quale nel procedimento di revisione costituzionale possono essere introdotti emendamenti anche soppressivi pur quando sul testo si sia formata la “doppia conforme”, ma sussiste l’argomento ulteriore – assorbente e insuperabile – secondo il quale, fino a quando non sia stata definitivamente approvata e promulgata, una modifica non può prevalere sulla Costituzione vigente e sostituirsi ad essa.   

 2. Quella che vi accingete ad approvare in seconda lettura, pur sempre nell’ambito della prima deliberazione, è una revisione costituzionale che, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 2014 – dichiarativa dell’incostituzionalità di talune norme del c.d. Porcellum -, non avrebbe dovuto essere nemmeno presentata in questa legislatura.

La Corte costituzionale, nella citata sentenza (v. il n. 7 del cons. in dir.), ebbe infatti a precisare che, a seguito dell’incostituzionalità di tali norme, le Camere avrebbero potuto continuare ad operare grazie ad un principio implicito – il «principio fondamentale della continuità dello Stato» – però essenzialmente limitato nel tempo, come esemplificato dalla stessa Corte, in quella sentenza, col richiamo alla  prorogatio prevista negli articoli 61 e 77, comma 2, Cost., che prevedono tutt’al più un’efficacia non superiore ai tre mesi!   

 3. Ancora: tale legge di revisione costituzionale è disomogenea nel contenuto, e pertanto contraria all’art. 48 Cost., in quanto costringe l’elettore ad esprimere con un solo voto il suo favore contestualmente a proposito sia delle modifiche alla forma di governo, sia delle modifiche ai rapporti tra Stato e autonomie locali, ancorché egli sia favorevole solo ad una delle due. Ripetendo così l’errore della riforma Berlusconi del 2005, che violava per l’appunto la libertà di voto dell’elettore.

 4. Gravi e svariate sono poi le perplessità che sollevano gli articoli fin qui approvati, molti dei quali – come si dirà nel prosieguo – ridondano addirittura nella violazione dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale, come tali non sopprimibili ancorché con legge di revisione costituzionale, sulle quali la Corte, come  esplicitamente affermato nella sent. n. 1146 del 1988 (ripetutamente ribadita), si è esplicitamente riservata di dichiararne l’incostituzionalità ove tempestivamente investita della relativa questione.

I principi supremi che vengono esplicitamente violati dal d.d.dl. Renzi-Boschi sono, in primo luogo, il principio della sovranità popolare di cui all’art. 1 Cost. (ritenuto ineliminabile dalle sentenze nn. 18 del 1982, 609 del 1988, 309 del 1999, 390 del 1999 e, da ultimo, dalla sent. n. 1 del 2014, secondo la quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare»). In secondo luogo il principio di eguaglianza e di razionalità di cui all’art. 3 Cost. (sentenze nn. 18 del 1982, 388 del 1991, 62 del 1992 e 15 del 1996).

 4.1. Il principio secondo il quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare») è violato dal “nuovo” art. 57, commi 2 e 5, il quale, con una formulazione criptica indegna di una Costituzione, da un lato, esclude comunque che i senatori-sindaci non vengano  eletti dai cittadini nemmeno in via indiretta, dall’altro prevede che la scelta dei senatori-consiglieri regionali avvenga da parte dei consiglieri regionali, che dovrebbero però conformarsi al risultato delle elezioni regionali. Per cui, delle due l’una: o l’elezione dei senatori-consiglieri si conformerà integralmente al risultato delle elezioni regionali e allora ne costituirà un inutile duplicato oppure se ne distaccherà e allora viola il principio dell’elettività diretta del Senato sancito dall’art. 1 della Costituzione.

Si badi bene: l’esigenza dell’elettività diretta del Senato non è fine a se stessa, essa consegue da ciò, che, anche a seguito della riforma Renzi-Boschi, il Senato eserciterebbe sia la funzione  legislativa sia la funzione di revisione costituzionale che, per definizione, costituiscono il più alto esercizio della sovranità popolare.

 Di qui l’ineludibilità del voto dei cittadini che, della sovranità popolare, «costituisce il principale strumento di manifestazione».

Senza poi dimenticare che solo l’elezione popolare diretta consentirebbe di svincolare l’elezione del Senato dalle beghe esistenti nei micro-sistemi politici regionali, come è stato sottolineato, tra gli altri, dal Presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri. Il che, detto più ruvidamente, sta a significare che l’elezione diretta sottrarrebbe, almeno in via di principio, le elezioni dei senatori dal tessuto di scandali che contraddistingue la politica locale italiana.

 4.2. Passando alle violazioni del principio supremo di eguaglianza e razionalità (art. 3), la prima e più evidente consiste nella macroscopica differenza numerica dei deputati rispetto ai senatori, che rende praticamente irrilevante – nelle riunioni del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti laici del CSM – la presenza del Senato a fronte della soverchiante rappresentanza della Camera,.

            Sotto un diverso profilo, la competenza dei 100 senatori ad eleggere due giudici costituzionali mentre i 630 deputati ne eleggerebbero solo tre, solleva sia un problema di proporzionalità a svantaggio della Camera, sia un problema di inadeguatezza tecnica dei senatori nella scelta dei giudici costituzionali, che finirebbe per essere effettuata dalle segreterie nazionali dei partiti politici. 

            Né si può sottacere che, secondo la riforma Renzi-Boschi, i 95 senatori eletti dai consigli regionali continuerebbero ad esercitare part time la funzione di consigliere regionale o di sindaco, per cui è facile prevedere che eserciterebbero in maniera del tutto insufficiente le funzioni senatoriali. Con un’ulteriore evidente violazione del principio di eguaglianza-razionalità

 4.3. Nel sistema federale tedesco – che alcuni parlamentari erroneamente ritengono di aver introdotto in Italia (sic!) – il Bundesrat, l’equivalente tedesco del nostro Senato (operante però sin dalla Costituzione imperiale del 1870, tranne la parentesi hitleriana), è costituito dalle sole rappresentanze dei singoli Länder che, a seconda dell’importanza del Land, hanno a disposizione da 3 a 6 voti per ogni deliberazione.

Ebbene, a parte l’ovvia considerazione, anch’essa ignorata, che i cittadini dei singoli Länder eleggono bensì il Governo del Land, me non, indirettamente, il Bundesrat, ciò che deve essere sottolineato è che nel Bundesrat sono presenti i singoli Governi del Länder, con tutto il loro peso politico, nei confronti del Governo federale, derivante dall’elezione popolare.

Ci si deve allora realisticamente chiedere quale mai forza possa avere il  Senato della Repubblica – privo di effettiva politicità (v. ancora G. Silvestri) -, sia nei confronti dello Stato centrale, sia dei Governatori delle singole Regioni, in quanto composto da soli 100 senatori part time consiglieri o sindaci.

 4.4. Di minore importanza pratica è il problema, che però testimonia la trascuratezza e superficialità del disegno costituzionale del Governo Renzi, della nomina presidenziale dei cinque senatori che durerebbero in carica per sette anni, quanto quindi il Presidente che li ha nominati.

 A parte le perplessità a proposito del “partitino” del Presidente, che verrebbe così costituito, una cosa sono i senatori a vita in un Senato avente finalità generali, altra cosa, assai più discutibile, sono i senatori eletti in un Senato delle autonomie (G. Silvestri, S. Mangiameli).

Da questo diverso angolo visuale, volendo a tutti i costi mantenere questo  pubblico riconoscimento per chi ha illustrato la Patria, sarebbe allora più logico (rectius, meno illogico) che il riconoscimento avvenisse nell’ambito della Camera dei deputati, in quanto essa sola manterrebbe le funzioni di rappresentanza generale del popolo italiano nell’ambito delle quali i deputati “del Presidente” avrebbero una indubbia funzione culturale da svolgere.

5. Il vero è che tutti questi apparenti errori e apparenti strafalcioni costituiscono piuttosto dei precisi tasselli che determineranno lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo.

Grazie all’attribuzione alla sola Camera dei deputati del rapporto fiduciario col Governo, e, grazie all’Italicum – in conseguenza del quale il partito di maggioranza relativa, anche col 30 per cento dei voti e col 50 per cento degli astenuti, otterrebbe la maggioranza dei seggi – l’asse istituzionale verrà spostato decisamente in favore dell’esecutivo, che diverrebbe a pieno titolo il dominus dell’agenda dei lavori parlamentari, con buona pace della citata sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale, secondo la quale la “rappresentatività” non dovrebbe mai essere penalizzata  dalla “governabilità”.

Il Governo, rectius, il Premier, sarebbe quindi il dominus dell’agenda parlamentare, anche se un qualche problema la darà la cervellotica varietà di ben otto diversi iter legislativi a seconda delle materie (F. Bilancia).

 Il Governo, rectius, il Premier, dominerà pertanto la Camera dei deputati cui non potrà contrapporsi, alla faccia del barone di Montesquieu, alcun potenziale contro-potere: né “esterno” – essendo il Senato ormai ridotto ad una larva – né “interno”, grazie alla mancata esplicita previsione dei diritti delle minoranze (né il diritto di istituire commissioni parlamentari d’inchiesta, né il diritto di ricorrere alla Corte costituzionale contro le leggi approvate dalla maggioranza [M. Manetti]).

 Il riconoscimento dei diritti delle opposizioni, nella Camera dei deputati, viene, dal “nuovo” art. 64, graziosamente demandato esclusivamente ai regolamenti parlamentari, con la conseguenza che sarà il partito avente formalmente la maggioranza parlamentare e, quindi, il Governo, a precisarne i contenuti.

Con riferimento ai rapporti tra Stato e Regioni, la cartina di tornasole della contrazione delle autonomie territoriale è data dalla previsione della così detta “clausola di supremazia” (art. 117), con riferimento alla quale l’ex Presidente della Consulta,  Gaetano Silvestri, ha osservato nella già citata audizione dinanzi al Senato, che suscita perplessità la previsione di una tale clausola, la quale «ingloba in sé non solo la “tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica” pienamente condivisibile, ma anche la reintroduzione del famigerato “interesse nazionale”, che nella prassi anteriore della riforma del 2001, si era rivelato uno strumento di azzeramento discrezionale dell’autonomia regionale da parte dello Stato (una “clausola vampiro”, secondo la felice espressione di Antonio d’Atena)».  

Onorevoli deputati, di fronte a questo criticabilissimo quadro normativo, e a maggior ragione discutibilissimo perché pretenderebbe di avere la forza e l’autorità morale della Costituzione della Repubblica italiana, il Comitato per il NO vi chiede di tentare con decisione di modificare l’attuale testo del d.d.l. cost. n. 2613-B; in subordine, di aderire a questo Comitato, e, infine, qualora tale d.d.l. cost. venisse definitivamente approvato, di impegnarvi fin da ora a richiederne la sottoposizione a referendum popolare. Vi chiediamo di mandarci un cenno di conferma di questo impegno.

Roma 20/11/2015

                     Prof. Alessandro Pace

          Presidente del Comitato per il No

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Consiglio direttivo del Comitato per il No nel referendum costituzionale: Gustavo Zagrebelsky (Presidente onorario), Alessandro Pace (Presidente), Pietro Adami, Alberto Asor Rosa, Gaetano Azzariti, Francesco Baicchi, Vittorio Bardi, Mauro Beschi, Felice Besostri, Francesco Bilancia, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Sergio Caserta, Claudio De Fiores, Riccardo De Vito, Carlo Di Marco, Giulio Ercolessi, Anna Falcone, Antonello Falomi, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Raniero La Valle, Paolo Maddalena, Giovanni Palombarini, Vincenzo Palumbo, Francesco Pardi, Livio Pepino, Antonio Pileggi, Marta Pirozzi, Ugo Giuseppe Rescigno, Stefano Rodotà, Franco Russo, Giovanni Russo Spena, Cesare Salvi, Mauro Sentimenti, Enrico Solito, Armando Spataro, Massimo Villone, Vincenzo Vita, Mauro Volpi.

TESSERAMENTO 2016

Cara/o amica/o e compagna/o,
siamo eredi di un patrimonio immenso fatto di sogni,  pensieri, speranze e progetti dei combattenti per la libertà. Questo ci impegna ad essere noi stessi, noi Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, tenendo ferma la nostra autonomia e la nostra indipendenza.

I tempi non sono facili, ma resta l’imperativo categorico volto a far sì che l’ANPI svolga il ruolo che le è stato assegnato dalla storia, consapevoli e orgogliosi di ricordare sempre da dove veniamo, chi siamo e dove abbiamo il dovere di andare. Vogliamo guardare all’Italia, non dall’alto di una nobiltà, ma con la coscienza critica di chi vuole e pretende che i valori per cui lottarono i Partigiani e che sono scritti nella Costituzione vengano rispettati e resi sempre più concreti e tangibili.

Alle donne e agli uomini, ai giovani, alle anziane e agli anziani che vorranno incontrarci e conoscerci diciamo con forza e la passione di sempre che l’ANPI esiste ed esisterà per promuovere e difendere la democrazia, per praticare l’antifascismo, per ottenere libertà, eguaglianza e dignità, nel nome della fratellanza, della solidarietà e della pace. Questi sono i lasciti della Resistenza, questo deve essere il collante fondamentale e l’orizzonte di azione e vita di tutti i sinceri democratici.

Nell’ambito della giornata nazionale del tesseramento, l’Anpi sezione di Como “Perugino Perugini” ti invita a partecipare e a far partecipare:

[ DOMENICA 29 NOVEMBRE 2015 *]
[ dalle ore 10 alle 16 in via Boldoni a Como ]
[ Gazebo con libri, gadget, magliette, materiale informativo e le nuove tessere per il 2016!!! ]

Anpi sezione di Como “Perugino Perugini”
www.anpisezionecomo.net

 

 

 

LA MORTE DEL PARTIGIANO ZACCARIA

Si è spento oggi il partigiano Luigi Cambiaghi, nome di battaglia Zaccaria.

Nato a Lambrate nel 1926, successivamente sfollato con la famiglia a Cernusco sul Naviglio, lavorava come operaio metalmeccanico presso la ditta Laros di Milano. Figlio di antifascisti, il 16 giugno del 1944, a soli diciotto anni, si unisce alla Resistenza, raggiungendo il battaglione Puecher in Berlinghera, zona Alto Lario.
Per dieci mesi il giovanissimo Zaccaria rimane nascosto sulle montagne, partecipa a numerose azioni, sfugge ai rastrellamenti, assiste alla cattura e alla morte di tanti compagni e dei comandanti Luigi Clerici, Alfonso Lissi e Enrico Caronti. Fa una vita dura, soffre la fame, la fatica ed il freddo e dorme all’aperto anche in inverno, perché i comandanti non volevano che si mettesse a repentaglio la sicurezza dei montanari dormendo nelle loro stalle ( in compenso, dice lui,” ho visto tante, tantissime aurore, tutte bellissime”).
Sceso a Dongo il mattino del 27 aprile 1945, viene informato della cattura di “gerarchi fascisti” sulla strada del lago e corre ad avvertire i suoi superiori.
E’ tra coloro che catturano Mussolini ed è ripreso anche da un filmato mentre, sulla piazza di Dongo, scorta i gerarchi.

                      il partigiano Zaccaria ( al centro)

L’ Anpi Provinciale di Como, addolorata per la scomparsa dell’ amico Zaccaria, esprime le sue più sentite condoglianze alla famiglia Cambiaghi.

MOSTRA A MARIANO

ANPI di Mariano Comense
Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta
Unitre di Mariano Comense
 
DOMENICA 22 NOVEMBRE
FINO A DOMENICA 29 NOVEMBRE
presso la Sala Civica di Piazza Roma a Mariano Comense
A SCUOLA COL DUCE
 
La mostra vuole essere un percorso nell’educazione primaria negli anni del fascismo: dall’iniziale “Riforma Gentile”, dove alla tradizione educativa di stampo liberale si affiancavano elementi elitari e di forte sottomissione allo Stato, alla progressiva fascistizzazione della scuola all’insegna del militarismo e del culto di Mussolini e del fascismo.
Un sistema educativo in cui è proprio la scuola elementare il primo e più importante gradino di un processo di irregimentazione e indottrinamento volto a formare i giovani al combattimento come valorosi e obbedienti soldati, e le giovani al ruolo di massaie e madri prolifiche. Una scuola che fu anche tra le prime istituzioni statali colpite dalle leggi di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei.
 
Della mostra faranno parte anche pannelli specifici su Mariano, frutto delle ricerche del maestro Gianfranco Lucca.

APPELLO ANTIFASCISTA

 
Cari amici,
in poco più di un mese 3 iniziative neofasciste a Saronno.

Tutte presenziate da assessori della Giunta Fagioli, una patrocinata dalla stessa Giunta, tutte con pratagoniste associazioni legate a vario titolo a LEALTA’ e AZIONE.

Un network apertamente neofascista che sta cercando proseliti in Lombardia.
Sempre sulle stesse parole d’ordine xenofobe, nostalgiche e offensive per le libertà conquistate dopo la Liberazione.
Una precisa strategia per aprire le porte della città a questi gruppi di naziskin.
 
Il silenzio delle Istituzione preposte al rispetto della lettera Costituzionale è inquietante e ancora di più lo è la complicità evidenete della Giunta Fagioli dove, del resto, sono presenti Assessori di Fratelli d’Italia e di Duma Nunch che non nascondono simpatie verso Lealtà e Azione.
 

L’ANPI ha prontamente denunciato tutto questo e ha deciso una serie di appuntamenti di contro informazione sui fatti e una mobilitazione di Piazza, pacifica e festosa.

La democrazia, la libertà d’espressione, i principi di uguaglianza ed equità, di solidarietà sanciti dalla Costituzione sono il vero “bersaglio” della destra eversiva e delle organizzazioni neofasciste.

Sono invece un tesoro per noi tutti.
 

Saronno ha bisogno anche di te, di tutti noi per contrapporre alla barbarie la libertà. Per questo vi trasmettiamo il volantino dell’ANPI invitandovi adessere presenti
 

il 15 NOVEMBRE, ore 14.30 in P.zza Caduti della LIberazione
 

Ad essere in tanti a dimostrare, festosi e pacifici, la nostra avversione al fascismo.

 

RISPOSTA AL CONSIGLIERE BASILIO RIZZO

COMUNICATO STAMPA: Risposta dell’ANPI ed ANED al Prof. Basilio Rizzo sull’iscrizione al Famedio di Franco Servello

 

Di seguito ed in allegato si trasmette la risposta dell’ANPI e dell’ANED al Prof. Basilio Rizzo, Presidente del Consiglio Comunale di Milano, in merito al suo intervento pronunciato durante la cerimonia di iscrizione  al Famedio del fascista Franco Servello.

 

 

Al Presidente del Consiglio Comunale
Prof. Basilio Rizzo

 

 Al Sindaco di Milano
Avv. Giuliano Pisapia

 

 Abbiamo letto con attenzione l’intervento di Basilio Rizzo nel corso della cerimonia di iscrizione al Famedio dei cittadini che hanno dato lustro a Milano.
Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Comunale ha sostenuto che “nessun revisionismo è possibile, nessuna equiparazione tra chi è stato dalla parte giusta e chi è stato dalla parte sbagliata, quella della dittatura nazifascista. E’ la storia che non lo consente, una storia chiusa in modo definitivo settant’anni fa, il 25 aprile.

 

Dopo questa premessa il Presidente del Consiglio Comunale ha concluso affermando  che “Milano ha le radici ben piantate in quella storia”…“in una logica sempre di inclusione”.

 

La risposta non ci soddisfa perché elude il nodo del nostro dissenso: il fatto che Franco Servello non ha mai disconosciuto il fascismo. Pur con tutto il rispetto per chi non c’è più, non vediamo coerenza fra il richiamo alla storia e l’iscrizione al Famedio: la “equiparazione” è purtroppo ormai un dato di fatto.
Infatti, cinicamente, c’é chi afferma che le parole passano ma l’iscrizione di Servello al Famedio resta. La spiegazione del perché e in virtù di quali meriti sia stato iscritto il nome di Franco Servello tra i cittadini che hanno dato lustro a Milano è mancata. Risulta più la conseguenza di una negoziazione consociativa che diventa devastante quando si abbandonano i principi fondativi della nostra democrazia, sanciti dalla Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza. 
Principi disattesi anche in occasione della manifestazione neofascista del 12        aprile 1973, promossa tra gli altri da Franco Servello e vietata dalla Questura di Milano che provocò l’uccisione della guardia di pubblica sicurezza Antonio Marino.

 

 

Ribadiamo quindi la nostra contrarietà a questo atto offensivo nei confronti di Milano, Città Medaglia d’Oro della Resistenza, e in contraddizione con la dichiarata sensibilità espressa dall’Amministrazione Comunale che ha posto, tra le priorità inserite nel suo programma,  il valore dell’antifascismo.

Roberto Cenati 
Presidente ANPI Comitato Provinciale di Milano

 

Leonardo Visco Gilardi
Presidente ANED Milano