LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

di Stefano Rodotà

Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come “onestà” e “corruzione”. Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire dall’articolo 54 della Costituzione, passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano, per concludere registrando il fatale ritorno dell’accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde.

Quell’articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all’inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari). Comincia stabilendo che « tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi ». Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: « i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore ». Parola, quest’ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule « non vi è nulla di penalmente rilevante », « non è stata violata alcuna norma amministrativa ». Si cancella così la parte più significativa dell’articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore.

Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un “ valore aggiunto”, che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all’interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi. Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l’onore rileva verso l’esterno, « n’agit qu’en vue du public », mentre «la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza».

Ma da anni si è allargata un’area dove i “servitori dello Stato” si trasformano in servitori di sé stessi, né onorati, né virtuosi. Si è pensato che questo modo d’essere della politica e dell’amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell’articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa. Al posto di disciplina e onore si è insediata l’impunità, e si ripresenta la concezione «di una classe politica che si sente intoccabile», come ha opportunamente detto Piero Ignazi. Sì che i rarissimi casi di dimissioni per violato onore vengono quasi presentati come atti eroici, o l’effetto di una sopraffazione, mentre sono semplicemente la doverosa certificazione di un comportamento illegittimo.

Questa concezione non è rimasta all’interno della categoria dei cittadini con funzioni pubbliche, ma ha infettato tutta la società, con un diffusissimo “così fan tutti” che dà alla corruzione italiana un tratto che la distingue da quelli dei paesi con cui si fanno i più diretti confronti. Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina nella loro tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento nelle spese elettorali; il vice-presidente degli Stati Uniti Spiro Agnew si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di una conclamata evasione fiscale).

Sono casi noti, e altri potrebbero essere citati, che ci dicono che non siamo soltanto di fronte ad una ben più profonda etica civile, ma anche alla reazione di un establishment consapevole della necessità di eliminare tutte le situazioni che possono fargli perdere la legittimazione popolare. In Italia si è imboccata la strada opposta con la protervia di una classe politica che si costruiva una rete di protezione che, nelle sue illusioni, avrebbe dovuto tenerla al riparo da ogni sanzione. Illusione, appunto, perché è poi venuta la più pesante delle sanzioni, quella sociale, che si è massicciamente manifestata nella totale perdita di credibilità davanti ai cittadini, di cui oggi cogliamo gli effetti devastanti. Non si può impunemente cancellare quella che in Inghilterra è stata definita come la “ constitutional morality”.

In questo clima, ben peggiore di quello degli anni Ottanta, quale spazio rimane per quella “controsocietà degli onesti” alla quale speranzosamemte si affidava Italo Calvino? Qui vengono a proposito le parole di Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema americana, che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che «la luce del sole è il miglior disinfettante ». Una affermazione tanto più significativa perché Brandeis è considerato uno dei padri del concetto di privacy, che tuttavia vedeva anche come strumento grazie al quale le minoranze possono far circolare informazioni senza censure o indebite limitazioni (vale la pena di ricordare che fu il primo giudice ebreo della Corte).

L’accesso alla conoscenza, e la trasparenza che ne risulta, non sono soltanto alla base dell’einaudiano “conoscere per deliberare”, ma anche dell’ancor più attuale “ conoscere per controllare”, ovunque ritenuto essenziale come fonte di nuovi equilibri dei poteri, visto che la “democrazia di appropriazione” spinge verso una concentrazione dei poteri al vertice dello Stato in forme sottratte ai controlli tradizionali. Tema attualissimo in Italia, dove si sta cercando di approvare una legge proprio sull’accesso alle informazioni, per la quale tuttavia v’è da augurarsi che la ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione voglia rimuovere i troppi limiti ancora previsti. Non basta dire che limiti esistono anche in altri paesi, perché lì il contesto è completamente diverso da quello italiano, che ha bisogno di ben più massicce dosi di trasparenza proprio nella logica del riequilibrio dei poteri. E bisogna ricordare la cattiva esperienza della legge 241 del 1990 sull’accesso ai documenti amministrativi, dove tutte le amministrazioni, Banca d’Italia in testa, elevarono alte mura per ridurre i poteri dei cittadini. Un rischio che la nuova legge rischia di accrescere.

Ma davvero può bastare la trasparenza in un paese in cui ogni giorno le pagine dei giornali squadernano casi di corruzione a tutti livelli e in tutti i luoghi, con connessioni sempre più inquietanti con la stessa criminalità?

Soccorre qui l’amara satira di Ennio Flaiano. «Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: “Ah, dice, ma non sono in triplice copia!”». Non basta più l’evidenza di una corruzione onnipresente, che anzi rischia di alimentare la sfiducia e tradursi in un continuo e strisciante incentivo per chi a disciplina e onore neppure è capace di pensare.

I tempi incalzano, e tuttavia non vi sono segni di una convinta e comune reazione contro la corruzione all’italiana che ormai è un impasto di illegalità, impunità ostentata o costruita, conflitti d’interesse, evasione fiscale, collusioni d’ogni genere, cancellazione delle frontiere che dovrebbero impedire l’uso privato di ricorse pubbliche, insediarsi degli interessi privati negli stessi luoghi istituzionali (che non si sradica solo con volenterose norme sulle lobbies). Fatale, allora, scocca l’attacco alla magistratura e l’esecrazione dei moralisti, quasi che insistere sull’etica pubblica fosse un attacco alla politica e non la via per la sua rigenerazione. E, con una singolare contraddizione, si finisce poi con l’attingere i nuovi “salvatori della patria” proprio dalla magistratura, così ritenuta l’unico serbatoio di indipendenza. Il caso del giudice Cantone è eloquente, anche perché mette in evidenza due tra i più recenti vizi italiani. La personalizzazione del potere ed una politica che vuole sottrarsi alle proprie responsabilità trasferendo all’esterno questioni impegnative. Alzare la voce, allora, non può mai essere il surrogato di una politica della legalità che esige un mutamento radicale non nelle dichiarazioni, ma nei comportamenti.

da Repubblica del 8 aprile 2016

ANCORA ATTACCHI NEOFASCISTI A MILANO

DISTRUTTE LE LAPIDI AL PARCO DELLA RESISTENZA

Milano, 6 Aprile 2016

L’ANPI Provinciale di Milano denuncia una grave provocazione neofascista al Parco della Resistenza, inaugurato tre anni fa e dedicato ai Martiri di Via Tibaldi.

È stata completamente distrutta una delle targhe ed altre due sono state annerite.

Qualche giorno fa, inoltre, in Largo Rio De Janeiro è stata presa di mira la lapide dedicata a un numeroso gruppo di combattenti per la Libertà: completamente distrutta la corona d’alloro.

“Siamo fortemente preoccupati – sottolinea Roberto Cenati, presidente ANPI provinciale di Milano – per il rifiorire di movimenti neofascisti e per il ripetersi a Milano di azioni provocatorie che si svolgono a poche settimane dalla ricorrenza del settantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Tali atti si pongono in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con le leggi Scelba e Mancino e offendono i sentimenti di Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza.
Chiediamo alle autorità pubbliche di perseguire gli autori di queste inaccettabili provocazioni, di vigilare e di intervenire anche in vista dei preannuciati raduni neofascisti che dovrebbero svolgersi proprio a ridosso della giornata del 25 Aprile”.

CARLO SMURAGLIA: TORNARE A COMBATTERE PER DIFENDERE LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Carlo Smuraglia: “Tornare a combattere per salvare la nostra Costituzione”

 

A quasi 70 anni dal ’47, l’ANPI torna in trincea per difendere la Costituzione elogiando Mattarella “che ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo”. Parole del Presidente, Carlo Smuraglia, intervenuto al congresso provinciale dell’Associazione nazionale partigiani italiani tenutosi a Palermo lo scorso 30 marzo nella sede della Cgil, secondo cui “è un dovere di tutti i cittadini vigilare sulla nostra democrazia, oggi sempre più in pericolo”.

Dal congresso, presieduto da Ottavio Terranova che ha consegnato la tessera ad honorem a Simona Mafai per la sua partecipazione alla Resistenza e alla battaglia per la libertà e l’emancipazione femminile, Smuraglia ha lanciato il suo forte appello per il no al voto nel referendum di ottobre, perché se dovesse vincere il Sì, ha detto, “potrebbe consolidarsi un sistema di potere che non tiene conto della natura della nostra Costituzione, repubblicana, democratica e antifascista. E questo è un rischio per la nostra libertà”.

All’evento, coordinato dall’avvocato Armando Sorrentino, hanno partecipato gli studenti del Liceo Scientifico “Benedetto Croce” e una delegazione di studenti provenienti da Catania che hanno attraversato in pullman la Sicilia per conoscere il pensiero dei partigiani. Il professore, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha bocciato in toto la riforma Renzi-Boschi: “è una grave manomissione della nostra Carta costituzionale e soprattutto della volontà costituente – ha detto – e mi sorprende che si sia deciso di andare di corsa”. E ha precisato “che se è vero che una correzione al sistema bicamerale perfetto si possa anche attuare in una settimana, diverso è stravolgere la Costituzione con l’abolizione di fatto del Senato, trasformato in un ‘’piccolo mostro”. Parole forti che fotografano la realtà politica del nostro paese e il difficile momento che sta vivendo: “Viviamo in una fase di grande immoralità della nostra classe politica. Un’immoralità crescente difficile da arginare. Mani pulite è stato uno scherzo di fronte a ciò che accade oggi. Ad una corruzione dilagante e diffusa su tutti i livelli, che dobbiamo combattere. Attualmente la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali di tutta Italia è sotto processo per avere intascato soldi destinati ai vari gruppi politici. Corruzione e cultura dell’impunibilità sono nemici da dovere affrontare e annientare. Questo non potrà mai essere un paese serio destinato a crescere, fino a quando si continuerà a viaggiare su tali binari”. Il presidente dell’Anpi ha elogiato il lavoro del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che “ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo. Una forma di potere divergente dagli ideali della nostra Costituzione che vuole un presidente garante e al di sopra delle parti”.

 Non poteva mancare tra i punti toccati da Smuraglia, la questione meridionale. Legata alla crescente disoccupazione e al dilagare delle mafie: “La questione meridionale è morta e affrontata dal governo col solito ritornello propagandistico del ponte sullo stretto. È importante rivendicare il bisogno di queste terre martoriate dalle mafie, che oggi proliferano anche al Nord a causa di coloro che non le hanno combattute come avrebbero dovuto, con un impegno attivo e con l’esempio della buona politica”. Infine, il monito del professore a impegnarsi nel sensibilizzare i cittadini alla conoscenza della riforma costituzionale, per “abbattere l’ignoranza e l’indifferenza. Per far capire che questa riforma ha un solo obiettivo: azzerare il Senato per eliminare un ostacolo sulla via del trionfo del partito unico e del pensiero unico dominante. Dobbiamo parlare a tutti, per fare in modo che le informazioni non passino solo attraverso la televisione, brava a fare il gioco del governo. Dobbiamo pensare ad una campagna per il “No” come quando andavamo davanti le chiese a distribuire volantini, battere porta a porta perché il destino del nostro paese è anche nelle nostre mani e la democrazia non va mai a riposo”.

 

(*) Palermitano, Giorgio Mannino ha partecipato ai lavori della recente edizione della Scuola Politica di LeG a Pavia, che si è tenuta in febbraio al Collegio Ghislieri ( proprio quel collegio dove fu rettore, per breve periodo, il nostro partigiano Teresio Olivelli).

17 APRILE – REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI

 

Il 17 aprile saremo chiamati ad esprimere il nostro voto sul referendum relativo alle trivelle. Non c’è stato naturalmente il tempo per sottoporre al Comitato Nazionale una decisione in proposito e il Comitato, già fissato per il 13 aprile, sarà troppo vicino alla data delle consultazioni.

Possiamo tuttavia fare qualche riflessione, più che sul merito, sulla sostanza della questione. Si chiedeva di abrogare la norma che permette alle attuali concessioni di ricercare ed estrarre petrolio entro le 12 miglia dalla costa. Gli originali quesiti sono stati falcidiati, residuando un solo quesito, giudicato ammissibile dalla Corte Costituzionale. E’ dunque su quest’ultimo che dovremo esprimerci, sapendo che si tratta di incidere su una disposizione che, seppure in qualche modo residuale rispetto a tutto il resto, è ugualmente assai importante, nel senso che si tratta di esprimersi sul punto se alla scadenza delle concessioni le trivelle dovranno fermarsi oppure esse potranno proseguire fino all’esaurimento del giacimento. Un quesito, dunque, di importanza rilevante. Ma prima ancora di entrare nel merito e decidere come votare, c’è il problema – essenziale – della partecipazione al voto.

Sotto questo profilo, è chiaro che non si possa consentire il fallimento del referendum, anche solo per la scarsa partecipazione dei cittadini. Il fallimento, foss’anche determinato da questo solo motivo, rischierebbe di danneggiare il referendum sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, consentendo a chi non ha interesse a questa forma di partecipazione popolare, di sostenere che i cittadini non sono interessati ai referendum, non hanno desiderio di votare e così via. Noi ci stiamo mobilitando, con tanti altri, per votare “NO” al futuro referendum sulla legge di riforma del Senato e per votare “SI” ai due quesiti che mirano ad eliminare le parti più pericolose e dannose della nuova legge elettorale. Dobbiamo convincere le cittadine e i cittadini, non solo della bontà delle nostre ragioni, ma anche della necessità di partecipare, esercitando così un potere attribuito al popolo proprio dalla nostra Costituzione.

Tutto ciò che può danneggiare la nostra campagna referendaria, va eliminato, prima di tutto partecipando al referendum già in atto, quello – appunto – sulle trivelle.

Ma voglio aggiungere qualcosa di più. Non posso dire come si dovrebbe votare, perché non c’è stato, come ho detto, un pronunciamento del Comitato Nazionale. Posso però dire, almeno, quello che penso io, liberi poi tutti di seguire il mio esempio o meno. Faccio un ragionamento estremamente semplice: questo referendum è stato chiesto da ben nove Regioni, anche con diverse coalizioni politiche. Possibile mai che ben nove Regioni agiscano d’impulso e senza oggettive ragioni, tali da unirle in un proposito unico (promuovere un referendum) anche se la loro direzione politica è diversa? Per me, che credo nella importanza di ogni manifestazione di volontà democratica, questo argomento è decisivo, al di là di ogni questione di merito. Del resto, se il Governo ha cercato di intervenire per vanificare il referendum, prima in via normativa e poi con la decisione di “promuovere” l’astensione, vuol dire, quantomeno, che questo referendum non è inutile e che esistono buone ragioni di fondo per partecipare.

Ci saranno, ovviamente, mille ragioni di merito, per decidere consapevolmente.

Ognuno può rendersene conto, leggendo le pagine che un quotidiano nazionale (“la Repubblica” di domenica 20 marzo, pag. 16), prospetta su ognuna delle questioni che si pongono, le ragioni del “SI” (al quesito) e le ragioni del “NO”.

Per me, quella lettura è decisiva per convincersi della bontà delle ragioni dei sostenitori del referendum. Queste considerazioni, unite a quelle più generali cui ho accennato in precedenza, mi porteranno al seggio, il 17 aprile, prima di tutto per partecipare e poi per rispondere “SI” al quesito.

Si tratta, per le ragioni che ho esposto, di una semplice opinione che non vincola nessuno, né potrebbe farlo. E’ soltanto l’espressione di un convincimento, mi pare, sufficientemente motivato. Dopo di che, ognuno si regoli come ritiene giusto, ma partecipi al voto.

Carlo Smuraglia

L’ ATTACCO DELL’ UNITA’ A SMURAGLIA

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via
 

La strategia di insultare, deridere e delegittimare gli avversari politici; la strategia di isolarli quando si teme di non riuscire a sconfiggerli sul piano delle idee e della politica viene da lontano. E’ la strategia preferita dalla mafia e in questo Paese ha fatto molte vittime, alcune illustri, altre sconosciute, uomini e donne che hanno pagato per non essersi allineati ai potenti, per essersi messi di traverso.

 

In questo senso, il governo Renzi ha un catalogo  abbastanza lungo e non guarda in faccia nessuno. Anzi, tanto più l’avversario è illustre per meriti che tutti riconoscono, tanto più va colpito, nella sua saggezza, negli atti della sua vita, nella sua onorabilità.

 

Così, il disgustoso attacco di Fabrizio Rondolino su l’”Unità” era chiaramente volto a diffondere una caricatura del Presidente dell’Anpi, uomo a cui molti di noi  sentono di dover gratitudine, rispetto, ammirazione. Uomo che nella sua vita è stato un esempio e che continua a esserlo anche oggi che si batte per il NO allo stravolgimento della Costituzione, il Sì all’abolizione dell’Italicum. Uomo in prima fila contro le manifestazioni fasciste, che ha saputo spalancare le porte dell’Anpi a generazioni nuove, come pochi hanno saputo fare.

 

Insomma, ci voleva l’Unità dei tempi di Matteo Renzi per osare questa vigliaccata. Immagino che lo stratega della comunicazione di Palazzo Chigi abbia un elenco di avversari da ridicolizzare e colpire. Avversari evidentemente che sono temuti. Avversari da annientare con la strategia mafiosa, e infatti passate poche ore, è toccato a Roberto Saviano (tempo fa nel mirino ci fummo la sottoscritta, che non ha nessun merito da rivendicare nella sua vita, e il presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché presidente onorario di Libertà e Giustizia, Gustavo Zagrebelsky).

 

Così, dunque, faceva la mafia. E quando aveva deriso e isolato il suo obiettivo si sentiva più forte e, qualche volta, lo era davvero. Ma oggi le cose non stanno così.

 

Attorno allo scontro sulla Costituzione c’è un’Italia che capisce e che fa paura a questo governo. Un’Italia che il “ragazzo di Rignano, un ragazzo semplice” (come si è definito Renzi in trasmissione da Lucia Annunziata) invece non capisce perché la sua Italia ha un solo obiettivo: il potere. Conquistato nei modi che conosciamo: lo “stai sereno” a Enrico Letta, il giglio magico fatto dagli amici di sempre e dagli amici degli amici di sempre, i grandi poteri delle banche grandi (che chiesero di cambiare la Costituzione) e i grandi poteri delle banche piccole, che hanno messo sul lastrico i piccolissimi risparmiatori.

 

La sua Italia fa le riforme con la  destra di Verdini e gli accordi con Cl, Opus Dei, massoneria , la sua Italia non si scandalizza se Flavio Carboni è considerato un esperto in presidenze bancarie…

 

La sua Italia non capisce che oggi, attorno a Carlo Smuraglia, siamo in tanti a dirgli di farla finita. Lui, che ha già cominciato da tempo a invadere le tv per propagandare la Costituzione del suo governo, sappia che la nostra debolezza, la debolezza di noi del NO, ci costringe ad essere ancora più uniti, ancora più decisi, ancora più convinti che la sua manovra di indebolire l’assetto della Repubblica parlamentare e la sovranità popolare sarà sconfitta il prossimo ottobre.

 

E quel lugubre avvertimento in linguaggio dittatoriale di “spazzarci via” non ci fa nessuna impressione.

 

Caro Carlo, grazie di tutto quello che fai, Libertà e Giustizia e tutti noi del No ti ringraziamo di essere con noi. Altro che isolamento e derisione!

 

Da: Libertà e Giustizia del 3 aprile 2016

 

3 APRILE – FESTA ALLA RIMAFLOW

 

Domenica 3 Aprile

presso Rimaflow, Via Boccaccio 1 a Trezzano S/N (MI)

a partire dalle ore 15,00,

si svolgerá una grande e bella festa.

 

In allegato, il programma.

 

Sará presente il Presidente di ANPI Provinciale di Milano, Roberto Cenati.

 

La festa è stata promossa da A.N.P.I. Trezzano S/N —Pro Loco Trezzano S/N — LIBERA associazioni, nomi e numeri contro le mafie – Comitato No Amianto — RiMaflow — Istituto Comprensivo R. Franceschi — Ass. Culturale Iventicinque — Coop. Sociale Anita onlus — A.P.S. Monelli Ribelli Ass. di promozione sociale.

 

INTERVENTO DI UGO GIANNANGELI

Riportiamo l’intervento di Ugo Giannangeli effettuato sabato 19 marzo a Como nell’ambito del Congresso Provinciale ANPI, approvato nel congresso di ANPI Seprio.

 

Riassumo nei pochi minuti a disposizione quanto ho meglio articolato in un contributo scritto che spero possa essere allegato.

Il documento congressuale risponde alle critiche secondo cui l’ANPI non è presente o è poco attiva in alcuni ambiti di lotta dicendo: “ L’ANPI non può partecipare attivamente a tutte le lotte”.

L’equivoco di fondo è proprio questo: nessuno pretende una sua partecipazione attiva, troppi essendo oggi i fronti aperti, ma l’ANPI non può non esprimersi ed assumere una posizione chiara su determinati temi.

Lo ha fatto, ad esempio, sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale. In molti casi è sufficiente, ma necessaria, una solidarietà politica e morale, senza bisogno di ulteriore impegno attivo.

Segnalo così la necessità, a mio modesto avviso, di una netta presa di posizione a favore della lotta del popolo palestinese, espropriato della propria terra e di tutti i diritti, e a favore della lotta della popolazione della Valsusa, minacciata da un’opera inutile e dannosa per l’ambiente e la salute.

Sulla Palestina c’è nel documento solo un vago accenno nel più ampio contesto dei problemi del Medio Oriente. Eppure sarebbe sufficiente il richiamo al rispetto del diritto internazionale. Molte sono le cause per cui oggi il diritto internazionale è obsoleto e l’ONU non svolge più alcun ruolo politico, relegato com’è a un compito meramente assistenziale.

L’impunità di Israele dal 1948 ad oggi, nonostante siano decine e decine le risoluzioni ONU inottemperate da questo Stato, è una delle cause.

Anpiseprio nel suo congresso ha approvato un emendamento che chiede all’ANPI di pronunciarsi esplicitamente a favore della lotta di liberazione dei Palestinesi, chiedendo in primis lo stop immediato della colonizzazione in corso.

Così facendo l’ANPI raccoglierebbe l’appello di ebrei come Nurit Peled, Gideon Levi, Ilan Pappe, Ury Avnery, della Rete ECO (Ebrei contro l’occupazione), degli ebrei sottoscrittori dell’appello “ Not in my name”, degli ebrei che chiedono al governo di cancellare dallo Yad Vashem il nome dei loro congiunti uccisi nella Shoah perché la politica violenta e razzista dello Stato di Israele offende la loro memoria.

Raccoglierebbe anche l’invito ad indignarsi di Stephane Hessel, ebreo coredattore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e soprattutto di Marek Edelman, vice comandante della resistenza del ghetto di Varsavia, che nel 2002 riconobbe la legittimità della Resistenza del popolo palestinese.

L’appoggio alla politica israeliana è in contrasto con l’art.2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di sostenere coloro che si battono per la libertà e la democrazia.

Passando dalla legalità internazionale a quella nazionale c’è anche da chiedersi: che ne è dell’art.11 della Costituzione e della legge 185/90 che vieta il commercio di armi con Paesi in conflitto?

Finmeccanica vende i caccia M346 costruiti a due passi da qui, a Venegono, dalla Aermacchi, ad Israele; la RWM Italia di Brescia vende all’Arabia Saudita le bombe che sono sganciate sullo Yemen.

L’Italia spende 80 milioni di euro al giorno in armamenti, Obama ci ha chiesto di aumentare questo impegno; il tutto a scapito di scuola, sanità, pensioni, strutture.

Che cosa ci fanno le testate nucleari a Ghedi ed Aviano se la Corte internazionale di giustizia già nel 1996 ha condannato la detenzione di armi atomiche?

Che cosa ci fa l’Italia ancora nella NATO quando questa Organizzazione ha completamente stravolto la propria funzione originaria ed è sempre più solo strumento di aggressione e di conquista come dimostrano le esperienze dalla ex Jugoslavia alla Libia? Possibile che dobbiamo ridurci a dare ragione ad Andreotti che subito dopo il Consiglio di Washington del 1999 che ha introdotto il nuovo concetto strategico ha espresso dubbi sulla legittimità costituzionale della nostra permanenza nella NATO?

La nostra Costituzione nasce negli stessi anni dello Statuto delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, delle Convenzioni di Ginevra, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Tutte normative oggi non più rispettate: si tollerano gli omicidi mirati, le renditions, le vittime innocenti definite “danni collaterali”, la tortura, di cui Regeni non è che l’ultimo caso emerso.

La difesa della legalità interna ed internazionale deve essere al primo posto nell’agenda ANPI.

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Restiamo in tema con la Valsusa perché molte sezioni di questa valle e del Piemonte hanno denunciato una vera e propria sospensione della democrazia e dei diritti sanciti nella Costituzione. Richiamo l’appello del 2012 per la Festa nazionale a Marzabotto in cui tra l’altro si legge: “ Riconosciamo al movimento No Tav piena legittimità di dissenso e di resistenza civile, in quanto nella sua storia ultraventennale ha dimostrato la propria natura antifascista, democratica e non violenta, tipica dei movimenti popolari radicati nel territorio”.

A sancire la legittimità della resistenza ( uso volutamente questo termine a noi caro) dei Valsusini è intervenuta nel Novembre 2015 la sentenza del Tribunale permanente dei popoli, fondato da Lelio Basso.

Ancora una volta sono qui a chiedere una cosa minimale: il rispetto della legalità e della volontà popolare, democraticamente espressa.

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Infine un ultimo argomento che conduce anche al discorso sui giovani : l’antifascismo praticato. Ci sono stati sicuramente momenti positivi come le manifestazioni rapidamente indette a Como e a Cantù, e largamente partecipate, in occasione dei raduni nazifascisti agevolati dal sindaco di Cantù; ci sono stati, però, anche momenti di inerzia e difficoltà nella chiamata alla mobilitazione degli iscritti, ad esempio a Milano in occasione dei raduni a Rogoredo o dell’Hammerfest, in cui la reazione è stata lasciata a giovani e studenti che, peraltro, hanno risposto a migliaia.

Su questo fronte, che rappresenta il DNA fondativo dell’ANPI, occorre un maggiore impegno, alla luce dei venti terribili che da tempo soffiano in Europa: Ungheria, Polonia, Grecia, Ucraina e, da ultimo, le recenti amministrative tedesche.

Sono questi venti che portano alla demolizione del Memoriale italiano ad Auschwitz e al monumento a Graziani ad Affile.

C’è un vasto movimento giovanile già attivo di suo su questo fronte. L’ANPI fa bene a rivendicare la propria storia e la propria autonomia ma sbaglia quando nutre diffidenza e sospetto nei confronti di queste realtà. Ci sono state esperienze positive che vanno coltivate e ripetute, ad esempio a Saronno lo scorso anno.

Il 25 Aprile si avvicina: facciamo in modo che quest’anno sia particolarmente partecipato, attivo e combattivo a dimostrazione di una rinnovata vitalità.

 

ECONOMIA E COSTITUZIONE – DI LUCA MICHELINI

INTERVENTO DI LUCA MICHELINI AL CONGRESSO PROVINCIALE ANPI DI COMO:

Economia e Costituzione

Congresso ANPI, Como, 19 marzo 2016

di Luca Michelini

 

1. Proviamo a riassumere quanto è avvenuto sul piano economico in Italia, dal 1990 ai nostri giorni.

  • Con Tangentopoli entra in crisi il sistema di potere economico-politico italiano fondato sullo “Stato imprenditore”, nato durante il fascismo come risposta emergenziale alla grande crisi del ’29 e poi riconfermato con la Repubblica e diventato un elemento caratterizzante dell’economia italiana.

    Ebbene questo Stato imprenditore è stato liquidato, con un processo di privatizzazioni immenso e ancora in corso.

     

  • Il crollo del Muro di Berlino ha avuto conseguenze geopolitiche epocali perché ha innescato un processo di globalizzazione dei mercati senza precedenti. Il capitalismo, cioè, ha avuto davanti a sé spazi di conquista quasi sconfinati. I mercati si sono ampliati e si sono liberalizzati.

    Più in particolare sono stati liberalizzati i mercati del lavoro, delle merci e dei capitali. Il tutto favorito da una disgregazione delle statualità uscite dalla II Guerra Mondiale.

 

  • Nasce l’Euro, cioè un unico mercato europeo, privando gli Stati centrali dell’autonomia monetaria, uno strumento fondamentale di politica economica. Mentre nasce la Banca Centrale Europea, non nasce, però, una politica economica europea, cioè un centro di potere politico in grado di governare l’economia europea. Questo governo è lasciato ai rapporti di forza esistenti tra i diversi Stati nazionali.

  • Viene riunificata Germania, che comincia un’espansione economico-egemonica ad Est, nell’ex-impero sovietico, attraverso una politica “neomercantilista” rivolta, però, anche verso l’Italia, cioè volta a rafforzare senza fine le esportazioni tedesche e dunque l’industria tedesca a discapito di altre industrie.

  • Si palesa un declino industriale ed economico italiano sempre più accentuato, che ha come cardine la persistenza di micro-realtà industriali (i distretti industriali), mentre grandi realtà aziendali multinazionali entrano in crisi o addirittura abbandonano l’Italia (vedi il caso Fiat).

  • Si verifica un processo di concentrazione bancaria senza precedenti, che corre di pari passo alla riproposizione di un rapporto tra banca e industria molto stretto. Gli imprenditori italiani lavorano con i soldi degli altri, rivolgendosi alle Banche. E’ il modello che venne travolto dalla crisi del ’29.

  • Nase di un movimento politico “eversivo” (così definito da Norberto Bobbio) delle istituzioni repubblicane fondato da un protagonista indiscusso della vita economica italiana: televisione, carta stampata, finanza, editoria, calcio, pubblicità, edilizia. Mentre questo magnate si presenta come un imprenditore “fattosi da sé”, si tratta, al contrario, di una nuova forma di imprenditore, che deve le sue fortune alle sue capacità politiche.

  • Divampa una crisi economico-finanziaria paragonabile per intensità a quella del 1929 e che, sviluppatasi nel cuore dell’Occidente, in USA, dilaga in tutto il mondo, Europa compresa, colpendo soprattutto le economie più deboli.

  • Il progresso tecnologico aumenta a dismisura la disoccupazione tecnologica, e le leggi del mercato liberalizzato e deregolamentato innescano un processo di redistribuzione della ricchezza tra le classi sociali a netto vantaggio dei ceti più abbienti, con proletarizzazione e sotto-proletarizzazione di larghi ceti di media borghesia e distruzione del potere contrattuale del salariato.

  • Prendono corpo processi di immigrazione quantitativamente e culturalmente molto significativi da paesi extra-europei: nasce una nuova classe operaia, priva di alcun diritto politico ed estranea alla cultura, anche politica, occidentale. Il potere contrattuale di tutti i lavoratori crolla, come il ruolo dei sindacati.

  • Si verifica un progressivo e irripagabile aumento dell’esposizione debitoria sia dei privati (imprese e famiglie verso le banche) sia degli Stati (debito bubblico).

  • Dilaga in modo incontrollato (deregolamentato) la speculazione finanziaria a livello planetario. Abbiamo una Banca centrale europea che letteralmente regala denaro alle banche (tasso zero e negativi), che si guardano bene da immetterlo nel circuito dell’economia reale. E’ stato un liberale, Keynes, a dimostrare che l’unico modo per uscire da questa trappola è “la socializzazione degli investimenti”, cioè un massiccio programma di investimenti pubblici e il controllo da parte dello Stato del processo finanziario (una nazionalizzazione di fatto delle banche) e della produzione di moneta.

  • Dilaga su scala planetaria, ma con epicentro in Medio Oriente, una conflittualità geopolitica per il controllo delle risorse energetiche. Ma dal Medio Oriente alla Russia e alla Cina il passo è breve ed alcuni giustamente hanno parlato di inizio della Terza Guerra Mondiale. Non meno significativa la conflittualità intra-europea: il caso della Libia dimostra una notevole aggressività della Francia nei confronti dell’Italia.

Come vedete da questa rapsodica carrellata, si tratta di un panorama economico semplicemente rivoluzionario.

Vediamo ora quali sono le conseguenze di questi fenomeni economici sul piano sociale.

Il quadro in parte è già composto da quanto esposto prima.

Sintetizzando, questo immenso processo di globalizzazione dei mercati destabilizza completamente, sul piano sociale, le società che vi sono coinvolte. Interi settori produttivi entrano in crisi; scompaiono coorti e coorti di specializzazioni produttive, pubbliche e private. Si verificano immensi trasferimenti di ricchezza tra classi sociali e tra Stati. Il confronto con abitudini e culture di emigranti provenienti da paesi extraerupei sollecita fortemente l’identità sociale dei paesi ospitanti. I rapporti geopolitici vedono un imperioso ritorno all’utilizzo delle armi, se scala sempre più vasta.

Un vero e proprio terremoto.

Vediamo ora quali sono state le conseguenze di questi sommovimenti epocali sul piano politico.

  • Il neo-liberismo angloamericano degli anni ’80 trionfa in tutta Europa e permea anche le culture di governo delle forze di centro-sinistra.

  • L’indebitamento pubbilco è utilizzato in alcuni Paesi, ove più incisive e notevoli erano state le conquiste democratiche e sociali (come in Italia), per smantellare gradualmente ma inesorabilmente lo stato sociale: scuola pubblica, politica industriale, sanità, previdenza ecc.

  • La redistribuzione di ricchezza messa in moto dalle forze spontanee del mercato è amplificata dalla politica economica dei governi, anche di centro-sinistra. Vengono attaccati i diritti dei lavoratori con riforme che sono vere e proprio controriforme. Sul piano dell’occupazione esse sono inutili: esse servono solo a ridurre i lavoratori in semi-schiavitù, come quelli immigrati. Del resto, tutti i lavoratori non trovano più nemmeno una rappresentanza politica nei partiti un tempo di riferimento. Dilaga l’astensione dal voto.

  • La Banca Centrale Europea salva la finanza, ma impedisce agli Stati di salvare la società ed utilizza una parte delle classi dirigenti dei Paesi, che gratifica, per impedire, con le politiche dell’austerità, qualsivoglia cambiamento di paradigma di sviluppo economico. Il “caso Grecia” è emblematico.

Ora è importante fare particolare attenzione al significato dell’articolo 3 della Costituzione:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

L’articolo 3 ci avverte che le diseguaglianze sociali impediscono il godimento dei diritti fondamentali di uomini e donne. La parte prima della nostra Carta è diventata carta straccia. La democrazia repubblicana italiana ha avuto nel neo-liberismo un avversario mortale.

Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Centro-destra e del centro-sinistra, entrambi neo-liberisti, coltivano una grande illusione: che questi sconvolgimenti economici e sociali possano essere governati ferendo a morte la democrazia, cioè concependo un meccanismo istituzionale – leggi elettorali e bilanciamento tra i vari poteri – che consente ad una ristretta elité, al limite al solo “capo”, di governare il Paese. La globalizzazione del mercato produce società fortemente disegualitarie, gerarchiche e instabili: ha bisogno di una politica forte e oligarchica che si faccia strumento dei suoi obiettivi.

E tuttavia quella del neo-liberismo di sinistra e di destra è una pura illusione, destinata a forgiare gli strumenti politici per coloro che non si limiteranno affatto a ricostruire una società gerarchica e autoritaria. Si andrà ben oltre, esasperando le conflittualità nazionalistiche tra Stati e proponendo, alla fine, nuovi modelli di autoritarismo totalitario. L’Italia ha già sperimentato questo passaggio, quando nacque il fascimo: che fu dapprima neo-liberista (1922-1925) e poi autarchico, totalitario e bellicista.

Ripetiamo queste cose da anni. Ma ormai ciò che pavantavamo è sotto i nostri occhi: basta guardare la geografia politica dell’Europa, dove la destra estrema avanza, addirittura governa (in Ungheria, in Polonia) e non è lontana dal potere perfino in Francia.

Chiediamoci che cosa caratterizza il progetto sociale della destra estrema.

Ebbene, questa destra estrema chiede, anche se ancora in modo confuso, di limitare la globalizzazione; chiede di porre un limite consistente alla libera circolazione di lavoro, merci e capitali. La fine dell’Euro a questo porterebbe.

Questa limitazione dei mercati poggia su un’ideologia e un progetto sociale ben preciso e di segno reazionario: la libertà deve trovare un limite anche sul piano dei diritti individuali e la comunità a cui si aspira deve essere xenofoba, anti-pluralista, gerarchica, autoritaria, deve controllare anche le coscienze. Si tratterà di nuove forme di totalitarismo, in parte nuove viste le possibilità di controllo sociale che consente il mezzo televisivo.

Vorrei sottolineare con estrema forza che sarebbe un errore molto grave pensare che la limitazione della libertà dei mercati sia una prerogativa della destra estrema.

Come se le conquiste di civiltà compiute in tutto il mondo dai movimenti democratici, e in Italia dalle forze che hanno fatto la Resistenza ed hanno scritto la Costituzione, non fossero il portato di culture politiche che hanno visto con estremo rigore e con lucidità, gli effetti destabilizzanti, eversivi, antiumani del mercato e del capitalismo, a cui pure hanno riconosciuto un notevole spazio di legittimità storica. Col senno di oggi, uno spazio decisamente eccessivo.

Poche riflessioni conclusive.

Non è chi non veda che, di fronte a questi scenari, l’ANPI ha un compito storico molto importante, anche se, probabilmente, di gran lunga superiore alle sue forze. Il patrimonio racchiuso nell’architettura costituzionale nata dalla Resistenza è quanto mai attuale. Oggi il compito è opporsi alle politiche economiche neo-liberiste e ai disegni di destrutturazione istituzionale volti a concentrare nelle mani del capo del governo poteri immensi e a privare delle Camere della legittimazione popolare.  

 

 

 

 

CONGRESSO PROVINCIALE ANPI

Sabato 19 marzo si è tenuto, presso il nuovo spazio dell’ Associazione Lissi, in via Ennodio 10 ( ex Parco Lissi) a Rebbio, il congresso Provinciale ANPI di Como.

Sono stati votati, e quindi faranno parte del nuovo Direttivo Provinciale:

Giorgio Dalla Mura
Jlenia Luraschi
Renzo Pigni
Nicola Tirapelle
Marco Biraghi
Marco Rigamonti
Francesca Baserga
Giuseppe Figini
Antonio Proietto
Ermanno Ruggeri
Emanuela Masserani
Wilma Conti
Silvio Cola
Stephen Ferrario
Paolo Fossati
Angelo Ippolito
Sandro Romagnoli
Chiara Sibilia
Carmelo Cattaneo
Guglielmo Invernizzi
Eliana Gatti
Fiorella Villa
Luca Michelini
 
A lato sono riportati gli interventi al congresso di Luca Michelini ( Economia e Costituzione)  e di Ugo Giannangeli.