12 DICEMBRE, LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA

Fortunato Zinni, impiegato alla Banca dell’ Agricoltura, sopravvissuto alla strage.

La stagione delle stragi, del terrorismo e degli anni di piombo fa parte della nostra storia. Andrebbe inserita nei testi scolastici. In particolare per la strage nazifascista di Piazza Fontana esiste un giudicato penale che accerta l’ opera di depistaggio di appartenenti a tutti i corpi di sicurezza dello Stato, dal servizio segreto militare all’ Arma dei carabinieri, dalla polizia al servizio civile.

Nel 2005 la Corte di Cassazione confermava la sentenza di assoluzione per insufficienza o contraddittorietà delle prove degli imputati al terzo processo, ma al tempo stesso accertava – “sia pure in chiave meramente storica” – il coinvolgimento degli ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili perchè assolti in via definitiva nel primo processo. Una formula inconsueta di conferma di una verità storica nella sede proposta a individuare la verità giudiziaria. Tra la beffa del risarcimento delle spese processuali a carico dei familiari delle vittime.

La bomba scoppiò di venerdì, il lunedì la banca era già aperta. Oggi è l’ agenzia 60 di un altro istituto bancario. Al suo interno sono cambiati gli arredi, ma la struttura è la stessa, sono gli stessi i marmi rosa e gialli dell’ atrio di ingresso e del salone. Al centro della “rotonda” c’è la scultura di Alberto Inglesi e Franco Biondi che rievoca il grande tavolo ottagonale sotto cui era collocata la bomba, la memoria della strage sembra accompagnare di necessità la sua funzione quotidiana.

Mentre l’ Italia del 1969, e soprattutto Milano, veniva attraversata dalle tensioni degli anni Settanta e poi radicalmente trasformata negli anni Ottanta, mentre cambiava il volto della città e il sistema finanziario mutava la propria scala, mentre la banca veniva assorbita prima da Antonveneta poi da Monte dei Paschi di Siena, la grande insegna luminosa della Banca Nazionale dell’ Agricoltura, restaurata nel 2009, restava immutata al suo posto. Quasi che nessuno avesse il coraggio di toccarla. L’ acronimo BNA è rimasto sulle maniglie di ottone della porta a vetri all’ ingresso. Il logo e il nome dell’ attuale istituto appaiono solo accostati, su vetrofanie trasparenti. I lavoratori, il sindacato e il Consiglio di Azienda di quella filiale, con i familiari delle vittime, hanno avuto un ruolo importante nella richiesta incessante di verità e giustizia e nel mantenimento della memoria.

In piazza Fontana rimane l’ insegna di una banca che non esiste e all’ interno la scultura dell’ ora della strage: 16,37. A piazza della Loggia, un monumento relegato in un angolino con l’ ora fatidica: 10,12. Alla stazione di Bologna, un orologio fermo alle 10,25. Sono malinconici simboli della notte della Repubblica.

Forse sono gli unici simboli possibili, in assenza di una consapevolezza profonda della coscienza civile di un Paese indifferente, sempre più distratto dalle tastiere dei social.

Da più di mezzo secolo, grazie agli inviti dei docenti delle scuole di secondo grado e delle università, racconto la mia personale vicenda di testimone oculare della strage alla Banca Nazionale dell’ Agricoltura di Piazza Fontana. Era da otto anni il mio posto di lavoro. Sopravvissuto alla strage, sono diventato, mio malgrado, un narratore della memoria, insieme a tanti familiari delle vittime. Attraverso i miri ricordi cerco di dare voce a chi non c’è più e insieme agli studenti che mi ascoltano, costruire una memoria condivisa. Ormai ultraottantenne, la mia voce, per il naturale corso fisiologico della vita, si spegnerà.

Fin quando mi sarà possibile, senza rassegnazione, anzi, con la consapevolezza che ho passato il testimone a tante giovani donne e uomini, nutro la speranza che un giorno il muro costruito sui depistaggi e le connivenze degli strateghi della tensione, sull’ omertà dei responsabili e sull’ indifferenza di tanti, possa infine incrinarsi e arrivare all’ accertamento della verità.

Mentre l’autunno caldo stava per premiare le lotte degli studenti, operai e impiegati, Milano operosa e democratica assisteva a due eventi contrastanti.

L’ indegna gazzarra del 21 novembre 1969, da parte dei nostalgici fascisti e di una pretesa maggioranza silenziosa paradossalmente urlante, sguaiata e rumorosa, ai funerali dell’agente Annarumma, ignobilmente trasformati in una caccia agli studenti in eskimo.

Il 15 dicembre 1969, ai funerali delle vittime della strage, sul sagrato del Duomo, trecentomila milanesi, con una presenza silenziosa composta, si opponevano al disegno eversivo dei golpisti reazionari.

Nella mia memoria è ancora vivo il ricordo di quei volti, di quegli sguardi e del silenzio assordante della folla. Un silenzio tanto più fragoroso e lacerante, perché…muto, diretto agli strateghi del terrore e ai burattinai dei palazzi del potere.

Non c’era il Presidente della Repubblica, a differenza delle stragi di Brescia e Bologna. Nessun Presidente della Repubblica , in cinquantadue anni, è mai venuto in Piazza Fontana a rendere omaggio alle diciotto vittime innocenti e ai 105 feriti delle bombe di Milano e Roma . Un’assenza sconcertante e inaccettabile.

La mia infinita gratitudine va alla memoria di Luigi Passera e Francesca Dendena che con i familiari delle vittime della strage e con la famiglia Pinelli, hanno lottato per ottenere verità e giustizia;

Sono grato a quei magistrati, giornalisti, scrittori, ricercatori, studiosi, artisti e persone comuni che si sono impegnati in tutti questi anni per non far cadere nell’oblio il ricordo delle vittime innocenti che attendono ancora giustizia.

In tutti questi anni, le Istituzioni hanno affidato il ricordo della strage, al freddo e asettico culto lapideo.

Agli studenti suggerisco di preferire la cultura della memoria al culto freddo, asettico e spesso burocratico delle lapidi.

Nel cinquantesimo anniversario, Il 9 dicembre 2019, sono state collocate nella pavimentazione attorno alla fontana diciotto formelle, o meglio diciassette dedicate alle vittime più una. Di ognuno di quei diciassette uomini si può leggere il nome, l’età, la professione: agricoltori, commercianti, periti agrari, amministratori di fondi… il ritratto di un’Italia che sembra lontanissima, tanto da rendere ancora più distante la percezione di quanto avvenne quel pomeriggio del 1969. In realtà una diciottesima vittima della strage c’è: è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico morto in questura la notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo tre giorni di fermo e un interrogatorio prolungato ben oltre i limiti legali. È la stessa associazione dei familiari delle vittime della strage a considerare Pinelli la diciottesima vittima.

Ma è l’ultima lapide, la diciottesima, a recare il testo che più pesa sulla pietra: “ordigno collocato dal gruppo terroristico di estrema destra Ordine nuovo”. Questa è la verità storica emersa nel corso dei decenni dal giudicato penale. Dei mandanti, dell’inquietante coinvolgimento dello Stato, delle responsabilità dei servizi segreti, delle connivenze di inquirenti e Suprema corte, della politica che ha impedito alla giustiza di fare il suo corso con il Parlamento che in seduta congiunta ha negato l’autorizzazione a procedere contro Presidenti del Consiglio e ministri, non c’è traccia

Questi segni memoriali si vanno ad aggiungere a un complesso di lapidi che nel tempo si sono sovrapposte e contrapposte in piazza Fontana. La prima per la strage nella Banca nazionale dell’Agricoltura venne collocata nel 1973 nell’aiuola antistante l’edificio. Dopo una manifestazione, nel 1977 le fu posta di fianco una lapide “non ufficiale” in ricordo di Pinelli che è diventata il simbolo – e il luogo – del conflitto attorno alla sua sorte, fino a prendere la forma delle due lapidi, con incise le due formule “ucciso innocente” e “innocente morto tragicamente”.

Nel 1979, la lapide per la strage venne tolta per lasciare spazio a una nuova, posta però sulla parete in pietra dell’edificio della banca, di fianco all’ingresso. Grigia su marmo grigio: quasi il ricordo dovesse venire assorbito dal muro, scomparendo in esso, Nella lapide, con i nomi delle diciassette vittime si evita, di scrivere che la strage è fascista, tantomeno si parla di depistaggi e di responsabilità dello Stato.

Per più di mezzo secolo, lo Stato, tra l’indifferenza dei più, ha inscenato una vergognosa e incredibile parodia della giustizia, che di volta in volta ha messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai e dei bombaroli nazifascisti, ha costruito depistaggi e condizionato i processi grazie a settori apicali della magistratura, disponibili ad assecondare il potere.

La Suprema Corte ha irriso il diritto dei familiari a seguire il processo, spostandolo a centinaia di chilometri dal giudice naturale. Una decisione cinica, uno stupro giudiziario nei confronti delle vedove delle vittime alle quali, di fatto, è stato precluso il diritto di portare il loro carico di lutto e dolore al processo, spostato a 1.300 kilometri di distanza.

La prima sentenza è stata pronunciata dopo dieci anni e quella tombale dopo quasi trentasei anni.

La verità storica sulla responsabilità di Ordine Nuovo, sancita dalla sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 è importante, ma dopo cinquantadue anni d’ingiusta giustizia, non basta. Non può bastare.

Occorre anche in Italia la rimozione di una sorta di “dottrina

Mitterrand” che garantisce l’impunità ai bombaroli nazifascisti, ai rappresentati delle istituzioni depistatori, alla politica che si è sostituita alla giustizia.

Ogni anno si commemora, ci si commuove e ci s’indigna.

Che cosa commemoriamo?

La fatalità di quelle morti? Nessun colpevole, si continua a ripetere.

Invece i colpevoli ci sono eccome, basta cercarli, perché il reato di strage è imperscrittibile.

Lo ricordo al Procuratore Generale milanese Francesca Nanni , al futuro successore del Procuratore Francesco Greco, al Ministro Guardasigilli Marta Cartabia.

Le numerose sentenze che hanno scandito questi lunghi anni d’indagini e di processi, nel loro complesso, hanno subito esse stesse, esattamente come gli inermi agricoltori della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, la devastazione e il tragico insulto non di una ma di una serie di bombe. Ci affidiamo alla formula magica della verità storica, peraltro dettata dai giudici, in sostituzione degli storici, che tutto nasconde, esposta a ogni tipo di manipolazione

A metterla così, finisce che sarebbe meglio il silenzio dignitoso e il rispetto vero per le vittime; a metterla così, è meglio che non se ne parli più.

Il problema è, però, che è francamente difficile metterla e lasciarla così.

Che cosa commemoriamo, dunque?

Questi scenari o la morte d’innocenti?

E se è la morte d’innocenti che commemoriamo, vogliamo ricordare che innocenti non sono: Stato, politica e pezzi importanti di magistratura?

Le commemorazioni, a volerle fare, non sempre consolano, più spesso inquietano. Se il sangue della storia asciuga in fretta, la sete di giustizia è inestinguibile.

Per le diciotto vittime innocenti di Piazza Fontana, purtroppo non c’è stato e continua a non non esserci un giudice a Milano.

Fortunato Zinni.

GUERRA IN ETIOPIA

L’uomo nuovo fascista

Satira di regime
Italia, 1935-1936. Cartolina umoristica disegnata da E. Ligrano.

Nel 1935-1936, tra le truppe italiane impegnate in Etiopia circolò un pacchetto di otto vignette satiriche, disegnate dal pittore Enrico De Seta. Pur essendo ben piccola cosa, nel quadro più ampio della propaganda fascista, esse rappresentano una specie di picco, nell’ambito della mentalità razzista che il regime stava elaborando, e che di lì a poco (nel 1938) avrebbe proposto agli italiani. Il primo dato che colpisce nelle cartoline illustrate da De Seta è la schiettezza, l’assenza di ipocrisia. La costruzione dell’impero è privata di qualsiasi missione civilizzatrice dell’uomo bianco. Questi, al contrario, è presentato come un soggetto che si reca in Africa perché può trovare a buon prezzo tutto ciò che gli manca in Europa: sesso, prestigio, potere.

In questo materiale satirico, gli africani sono privati di qualsiasi umanità. Le donne sono merce, oggetti da comprare e persino spedire come pacchi postali, mentre gli uomini sono guardati come animali. Il caso limite si avrà nell’equiparazione tra abissini ed insetti, quasi a giustificare che il gas sia l’arma più efficace (e opportuna) nei loro confronti.

In una vignetta disegnata da E. Ligrano, il negus è disprezzato secondo modalità che richiamano alla memoria lo squadrismo e il frequente ricorso che esso faceva all’olio di ricino come strumento per neutralizzare e umiliare gli avversari politici. In verità, al sovrano etiopico è somministrata della benzina: un trattamento che lascia trapelare la disponibilità all’eliminazione radicale di tutti coloro che si oppongono al nuovo dominio italiano e fascista. Il tutto accompagnato da un’esclamazione beffarda, non priva di precoci risvolti antisemiti (Bevi figlio di… Giuda).

Il regime educatore

Mussolini era fermamente convinto che non si poteva conquistare e conservare un impero, se la nazione impegnata in quell’impresa non aveva una fortissima consapevolezza della propria perfezione e della propria grandezza.

Occorreva ri-educare da zero gli italiani e costruire l’ uomo nuovo fascista, cioè costruire una sorta di nuova stirpe di conquistatori e di padroni, capaci di imporsi agli altri popoli proprio perché sicuri della loro superiorità. In questo impegnativo e grandioso processo finalizzato a rimodellare il carattere nazionale degli italiani, occorreva spazzare via qualsiasi sentimentalismo, per trasformare gli italiani stessi in veri fascisti.

L’italiano tradizionale doveva sostituire l’affetto per la mamma e la famiglia, con la dedizione appassionata al Duce e alla Patria; il mandolino (una vera ossessione di Mussolini, che nel 1935 vietò ai giornali di pubblicare fotografie di soldati italiani al fronte, mentre erano impegnati a suonare chitarre o mandolini), col moschetto; gli ideali cristiani di bontà e di amore per il prossimo, con la durezza e, là dove necessaria, la spietatezza.

Nel medesimo tempo, il regime disapprovò con energia sempre maggiore i risvolti erotici e le allusioni sessuali presenti nella propaganda razzista. Conquistatore e suddito dovevano restare separati, senza mescolanze e fraternizzazioni di alcun genere.Approfondimenti

  • Razza e Impero Il legame strettissimo esistente tra conquiste coloniali e politica razzista venne messo più volte in luce da Mussolini e dalla stampa fascista. Il Duce era convintissimo che gli imperi potevano durare nel tempo solo se i conquistatori avevano una fortissima consapevolezza della propria superiorità e se non si univano ai popoli dominati. La prevenzione della piaga del meticciato divenne un tema ricorrente e ossessivo, nei discorsi e nelle dichiarazioni di Mussolini. Il passo che riportiamo è tratto dal Libro del fascista e si presenta come una specie di catechismo razziale, finalizzato a spiegare con espressioni semplici la svolta razzista e antisemita operata dal fascismo dopo la conquista dell’impero.
  • Zoom immagineItalia, 1935-1936. Cartolina umoristica disegnata da E. Ligrano

Dal sito: cittadinanza attiva in assemblea

LA CORRUZIONE DURANTE IL FASCISMO

Nel 1975, durante uno spettacolo a Genova, Walter Chiari (che in gioventù aveva aderito alla Repubblica sociale italiana) lanciò una provocazione: «Quando fu appeso per i piedi a piazzale Loreto, dalle tasche di Mussolini non cadde nemmeno una monetina… Se i nuovi reggitori d’Italia subissero la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle loro tasche!». La battuta provocò un grande applauso, a dispetto del fatto che la città fosse medaglia d’oro della Resistenza e di lì nell’estate del 1960, per protesta contro la convocazione di un congresso del Msi, fosse partita la rivolta che aveva provocato la caduta del governo Tambroni. Da allora la battuta di Walter Chiari divenne un luogo comune della destra e, più in generale, dei settori qualunquisti e conservatori dell’opinione pubblica italiana. Anche quelli non nostalgici. Mauro Canali e Clemente Volpini sono andati a verificare se le cose andarono veramente nei modi di cui alle parole di Walter Chiari. Se cioè corrisponde alla realtà che i fascisti, ancorché politicamente nefasti, siano stati sostanzialmente onesti. E sono giunti alle conclusioni — esposte in un libro, Mussolini e i ladri di regime. Gli arricchimenti illeciti del fascismo, in procinto di essere pubblicato da Mondadori — che le cose non stanno così.

Esce in libreria domani il saggio di Mauro Canali e Clemente Volpini «Mussolini e i ladri di regime» (Mondadori, pagine 233, euro 22)

Mussolini, ricordano Canali e Volpini, aveva fondato nel 1919 il movimento fascista (che diventerà Partito nazionale fascista nel 1921) «per combattere i profittatori di guerra, i “pescecani”, i politicanti, gli egoisti, i corrotti e poi i parassiti dello Stato». Il programma dei Fasci di combattimento proponeva il sequestro dei profitti di guerra o una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze attraverso un’imposta sul capitale. Poi, dopo che Mussolini giunse al potere (1922), non se n’era più fatto niente. Ma nella retorica del regime l’attacco alla plutocrazia, al potere della ricchezza resisterà per tutto il Ventennio. Fisiologico perciò che, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), il governo di Pietro Badoglio avviasse immediatamente un’indagine per verificare se sotto il regime fossero state commesse delle ruberie. Il 5 agosto del 1943, la notizia dell’avvio dell’inchiesta sugli illeciti arricchimenti dei maggiorenti mussoliniani — con un’apposita commissione presieduta dal presidente della Corte suprema di Cassazione Ettore Casati — fu data da tutti i giornali e nel giro di pochi giorni i gerarchi finirono sulle prime pagine — scrivono Canali e Volpini — «gettati in pasto a un’opinione pubblica che fino a poco tempo prima li aveva temuti odiati, riveriti, spesso invidiati». Con quei racconti, aggiungono gli autori, la fine tragica del

Ventennio assunse «tratti da commedia, da spettacolo del malaffare ridicolo e ricco di colpi di scena». Con «fughe rocambolesche, rotoli di banconote nascosti nell’acqua degli sciacquoni, arresti eccellenti, favolosi patrimoni in ville, tenute, palazzi e castelli». Per arrivare infine «ai sequestri dei beni mobili, con verbali e inventari redatti con una pignoleria da non credersi»: dalle pellicce agli arazzi, dai cavalli purosangue ai posacenere, «passando per i corredi, tovaglie, lenzuola, asciugamani, fino al numero di posate in argento e all’ultima pantofola, calza e mutanda del gerarca inquisito». Il tutto «immerso in un fiume di denaro e in un cerchio fatto di amici, amici degli amici, amanti, mogli, figli, parenti lontani, ricattatori, ruffiani e segretarie compiacenti». Per un ammontare di 118 miliardi di lire dell’epoca di cui l’Erario riuscirà a recuperare solo 19.

In seguito di quel genere di storie che avevano tenuto banco sui giornali nell’estate del 1943 si parlò sempre meno; finché, poco più di trent’anni dopo, fu possibile fare quella battuta a Genova senza che nessuno (o quasi) trovasse alcunché da ridire. Adesso i due storici, sulla base di una nuova, ampia documentazione inedita, sono giunti a un punto definitivo: gran parte dei fascisti di primo piano, a partire dallo stesso Mussolini e dai familiari della sua amante Claretta Petacci, si arricchirono in modo davvero considerevole. Conclusione a cui giunge anche un altro pregevole volume testé edito da Laterza, Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo, che raccoglie saggi di autori diversi, raccolti e curati da Paolo Giovannini e Marco Palla.

Il più grande arricchito del regime risulta essere Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, che sarà ministro degli Esteri nonché marito di Edda, la figlia di Mussolini. Alla morte di Costanzo Ciano, raccontano Canali e Volpini, Vittorio Emanuele III aveva confidato a Mussolini, «facendogli strabuzzare gli occhi e lasciandolo senza fiato», che l’uomo aveva accumulato un patrimonio di circa 900 milioni. Ma c’è stato anche di peggio.

I più sorprendenti risultano essere il prefetto Antonio Le Pera e il sottosegretario (futuro ministro dell’Interno nella Rsi) Guido Buffarini Guidi, che lucrano sulle politiche razziali del regime. «La banda che era mossa dal prefetto Lepera in realtà faceva capo a Buffarini che mangiava a quattro ganasce», annotava Galeazzo Ciano sul suo diario. Voci si addensano anche su uno dei principali esponenti dell’antisemitismo italiano, Telesio Interlandi, direttore de «Il Tevere». Alla fine degli anni Trenta, Francesco Peruzzi, questore e alto funzionario dell’Ovra, sostiene che Interlandi avrebbe ricattato per «varie decine di migliaia di lire» l’ebreo Gino Coen, un «facoltoso industriale romano». Il questore riferisce al capo della polizia Arturo Bocchini, il quale a sua volta informa Mussolini. Il Duce, ricostruiscono Canali e Volpini, «vuole certezze e affida al ministro della cultura popolare Dino Alfieri il compito di far luce sul caso Interlandi». Peruzzi raccoglie le prove, le consegna ad Alfieri e poi riferisce anche a Bocchini, che lo liquida con una battuta: «Hai fatto una fatica inutile perché purtroppo Interlandi non sarà mai toccato in quanto nella faccenda degli ebrei troppe personalità sono coinvolte, non esclusi gli stessi familiari di Mussolini».

Interessante è la storia di Roberto Farinacci, il ras di Cremona, squadrista, antisemita, filonazista, al fianco di Mussolini anche durante l’avventura di Salò e per questo fucilato dai partigiani il 28 aprile 1945. L’immagine che tenne a dare di sé fu quella del «paladino della rivoluzione fascista, duro e puro», «integerrimo e votato alla causa», impegnato in una «personalissima battaglia contro gli affaristi, i corrotti, e i profittatori di regime, contro chi sfruttava il partito per arricchirsi». L’inchiesta sui suoi arricchimenti durerà dal 1943 al 1956 e il suo patrimonio sarà valutato, nel 1949, in una cifra astronomica: 614 milioni e 627 mila lire. Tanto per dare un’idea delle proporzioni, precisano Canali e Volpini, nel 1938 un senatore del Regno guadagnava annualmente tra le 20 e le 25 mila lire, un maestro tra le 9 e le 13.500 lire, un operaio 4.238 lire. Farinacci non poté godere del patrimonio accumulato perché fu giustiziato come si è detto nel 1945, ma aveva sistemato le cose in modo che ne potessero usufruire i suoi familiari. Alla fine, dopo undici anni di battaglie legali, i suoi eredi riusciranno a «salvare» una somma di oltre 600 milioni, «pagando una cifra irrisoria in comode rate e cedendo appena poco più di due ettari di terreno e una società in gravissime condizioni economiche, che nessuno più voleva, dopo averla comunque depredata di una bella fetta del suo patrimonio immobiliare».

Più «fortunato» di tutti è il sindacalista Edmondo Rossoni, nato nel 1884 a Tresigallo in provincia di Ferrara. Sindacalista rivoluzionario all’inizio del Novecento, fu denunciato la prima volta nel 1903 quando aveva solo diciannove anni e in seguito fu costretto a fuggire in Francia, negli Stati Uniti, in Brasile. Al momento della marcia su Roma, Rossoni ha già trentott’anni. Non è uno dei più giovani tra i seguaci di Mussolini. Poi però diviene capo dei sindacati fascisti, deputato per tre legislature, consigliere nazionale alla Camera dei fasci e delle corporazioni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ministro dell’Agricoltura e Foreste e membro del Gran Consiglio dal 1930 fino all’ultima seduta del 25 luglio 1943, quando con il suo voto favorevole all’ordine del giorno di Dino Grandi è tra i gerarchi che provocheranno la caduta del fascismo. È uno dei protagonisti di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori). Tra il 1922 e il 1925, registrano Canali e Volpini, «i contratti conclusi dalle corporazioni fasciste furono peggiori di quelli stipulati dalle associazioni “rosse” negli anni precedenti, sia in termini di paghe che di condizioni di lavoro». E Rossoni divenne improvvisamente agiato. Nel 1924 comprò a Roma un sontuoso appartamento ai Parioli e un podere di cinque ettari a Tresigallo. Ma fu solo l’antipasto.

Nell’ottobre 1925, con il patto di Palazzo Vidoni tra la Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste, il gerarca ottenne il monopolio della rappresentanza operaia e nel 1926 il riconoscimento giuridico di un solo sindacato nazionale per categoria. Così Rossoni diviene «uno degli uomini più potenti d’Italia». Nel novembre 1927, lascia i Parioli e si trasferisce in via Veneto «che non è ancora il cuore della “dolce vita” ma è già il grande boulevard degli hotel esclusivi» L’Ovra raccoglie le confidenze di un ufficiale della milizia che racconta di «un appartamento addirittura principesco, con salotti numerati, servi in livrea, camerieri e governanti».

Nel dicembre del 1928, Mussolini — alle cui orecchie sono giunti i mormorii sulla vita da satrapo del «sindacalista» (Curzio Malaparte lo definì «la miglior forchetta del Regime») — prova ad esautorarlo disponendo il cosiddetto «sbloccamento», attraverso il quale l’organizzazione dei lavoratori guidata da Rossoni viene smembrata in sei confederazioni nazionali. La risposta di Rossoni è un dossier su Mussolini che contiene notizie su illeciti del Duce che risalgono addirittura alla stagione che precedette la nascita del fascismo.

Circola anche la voce che Rossoni sia fuggito all’estero «ben foderato di milioni». Ma il ras del sindacalismo fascista resta invece a Roma e nel 1929 compra una lussuosa villa ad Anzio. Magione che incuriosisce il capo del fascismo. Quinto Navarra, il cameriere di Mussolini, racconta nelle sue memorie: «Un giorno il Duce mi passò una lettera anonima nella quale si diceva che Edmondo Rossoni nella sua villa di Anzio possedeva un bagno con acqua di colonia corrente… Mussolini andò su tutte le furie e diede l’incarico a un funzionario della segreteria di assumere informazioni… Si riuscì a sapere, poi, che nel bagno di Rossoni esisteva un rubinetto per il profumo, ma era un rubinetto applicato a un grosso vaso di vetro contenente acqua di colonia».

La villa viene intestata all’amante di Rossoni, Anna Piovani, da cui l’uomo politico ha avuto una figlia, Itala. L’Ovra si accanisce contro la Piovani e scopre che è una prostituta e ha a sua volta un amore: «Batteva il marciapiede di Via Condotti per sovvenzionare l’amante del cuore, un certo Oscar». Secondo un informatore la Piovani è anche comparsa nuda in un film di Augusto Genina. Alla sua sarta di fiducia avrebbe confidato che Rossoni «ha piazzato al sicuro diversi milioni nelle banche d’America». Le piace giocare a poker, balla «in modo un po’ sguaiato» e ha nuovi spasimanti tra i quali «un noto baro, certo Mario Ventunni» definito nella relazione «cocainomane». Ma Rossoni continua ad intestarle i beni.

Giuseppe Bottai nel suo diario riporta una lettera anonima del 1935 che definisce Rossoni «imboscato, poligamo, cornuto, ladro». Bottai e Augusto Turati allertano Mussolini sulle trame di Rossoni; il Duce però lo riabilita e il «sindacalista» riprende la marcia trionfale. Nel dopoguerra Piero Calamandrei troverà il dossier sulle ruberie di Rossoni e le prove che Mussolini sapeva tutto di lui. Ne trarrà questa conclusione: «Gli uomini per governare devono essere corrotti, o meglio devono essere corrotti per poterli ricattare… Quel dossier doveva servire a Mussolini per tenerlo schiavo». Schiavo sì ma fino al 25 luglio del 1943, quando Rossoni lo tradirà. Per riparare subito dopo in Vaticano, in un monastero sull’Appennino, a Dublino e in Canada. E poi tornare in Italia amnistiato nel dopoguerra, concordare un relativamente modesto risarcimento all’erario, tenere per sé qualche decina di milioni e trovare la morte nel 1965, a 81 anni, dopo un’ultima stagione vissuta in un’agiata tranquillità. Grande libro quello di Canali e Volpini.

SANT’ANNA DI STAZZEMA, IL RICORDO DEI SUPERSTITI

Da Il Fatto Quotidiano

La tragedia del 1944 non terminò quel 12 agosto, quando i nazisti trucidarono 560 tra uomini, donne e bambini. Ma continuò per oltre un mese in alcune grotte in cui i superstiti rimasero nascosti: “Avevamo paura che i tedeschi tornassero e completassero la strage

di | 20 settembre 2015
 
“Eravamo degli zombie. Abbiamo vissuto nascosti nelle grotte, senza parlare, senza uscire, se non di notte. Il nostro terrore era che tornassero e completassero la strage”. Tutti sanno cosa accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, quando furono trucidati 560 tra uomini, donne e bambini. Ma il dopo, fatto di morti da seppellire e morti viventi che si lanciavano nella fossa con i propri cari, fu la prosecuzione dell’incubo. Quaranta giorni chiusi in una grotta, con il terrore che i mostri fossero ancora lì fuori. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it  Ennio Mancini, 6 anni all’ epoca, sopravvissuto grazie a un SS che sparò in aria.La sua fu una storia “fortunata”: suo padre, tornato dal bosco dove era nascosto con gli altri uomini del paese per sfuggire a quella che inizialmente sembrava solo una retata, trovò tutta la famiglia ancora in vita. “Il 15 di agosto mio padre radunò i parenti e alcuni amici, in tutto 23 persone. Ci portò a nasconderci in una grotta in fondo al paese. Aveva paura che tornassero i tedeschi per finire il lavoro. Quando la sera il vento di tramontana scendeva, portava l’odore acre della carne bruciata. Per me è l’odore della morte, è la morte. Non si sapeva quel che succedeva, si sentivano solo i rumori delle cannonate. Si usciva solo la sera, quando si faceva un fuoco per cucinare patate e fagioli”.
L’odore della carne bruciata
Solo la zia Doralice Mancini mancava all’appello. La andarono a cercare, abitava al borgo ai Franchi. “Lì ho visto la carneficina – racconta Ennio, ora 77enne – Corpi dilaniati, deformi. Il sangue raggrumato aveva attirato sciami di mosche, i cadaveri erano neri. Quando ci si avvicinava le mosche se ne andavano e poi ritornavano, il rumore degli sciami… La sensazione che mi è rimasta nel tempo però è l’odore acre, nauseabondo di carne bruciata, di uomini e bestie rimaste nelle stalle, un odore che ha pervaso la vallata per giorni e giorni”. La piazza della chiesa era irriconoscibile. La sera prima gli sfollati avevano messo su un mercato, ceste di frutta e verdura allineate sui muretti e di una vacca squartata e appesa ai platani. Da una parte, cadaveri ammassati, resi irriconoscibili dal fuoco, appiccato con le panche trafugate in chiesa. Su tutto, il silenzio, interrotto solo dai latrati degli uomini che, usciti dai boschi, scoprivano cosa era successo.
“I miei amichetti non sono stati più trovati”
Ne conoscevano di nascondigli, i bambini di Sant’Anna. Come Velio e Wilma Bartolucci, 7 anni, cuginetti. Erano loro i migliori amici di Ennio. La sera prima avevano giocato insieme a nascondino e a uno-libera-tutti, lì, nella piazza della chiesa. Sperare che si fossero solo nascosti, quel giorno, non servì a niente. Nella casa di Wilma, ai Franchi, il piccolo Ennio si affacciò. Vide dei piccoli resti umani bruciare sul letto, sotto una trave in fiamme. “Forse era Wilma” ricorda oggi. I suoi amici non sono mai stati riconosciuti. E davanti alla chiesa lui non ha più giocato. “Se nel 1943 eravamo 43 ragazzi nella scuola del paese, nel 1945, alla riapertura, eravamo in 12. Del famoso girotondo di bambini della fotografia, rimase viva una sola bambina, Leopolda Bartolucci”. Quel giorno Ennio si fermò solo poche ore in paese. Il tempo di rendersi conto cosa fosse successo. Di essere abbracciato da un uomo che lo chiamava col nome del suo bambino morto.

La vita “di prima” spazzata dai ricordi
Della vita di prima, scandita dall’Ave Maria all’alba e dal Credo quando il sole si buttava in mare, non restava più niente. Saltarono tutte le regole, le credenze. Si ruppe la fede. Sant’Anna, protettrice delle mamme, quel giorno aveva pensato solo a se stessa. La sua statua rimase illesa mentre tutto andava a fuoco. Un egoismo che alcuni superstiti non le hanno mai perdonato. Un tempo, detto l’Ave Maria, l’acqua delle sorgenti non si poteva bere: si credeva vi finissero gli spiriti maligni; adesso era intoccabile perché infestata dai cadaveri. “C’era pochissima acqua buona e la mamma non voleva che la sprecassimo. Lavarci era sciupare l’acqua”.

Di tutto, Ennio ricorda soprattutto la sporcizia. “La mancanza di igiene era opprimente. Eravamo in una condizione pietosa. Pieni di insetti, di pulci, di pidocchi”. Così, terrorizzati, sporchi, affamati, rimasero in silenzio nella grotta, come bestie, uscendo solo di notte. Fino a che non videro tornar su i soldati. “Fu la paura, il terrore. Gli adulti si raccomandavano a noi bambini che si stesse zitti, di non farci sentire. Poi qualcuno avvicinandosi si è accorto che non erano tedeschi. Tra cui mio padre, che veniva dalla guerra, pertanto conosceva perfettamente le divise. ‘Sono americani, sono americani!’ gridarono gli adulti. E allora siamo usciti tutti dalla grotta. Era il 21 o 20 settembre del 1944. Circa 40 giorni dopo la strage. ‘Aiuto! Aiuto!’ urlavamo”. 

“Quando gli americani mi dettero il cioccolato per me fu la vera Liberazione”
Una corsa a perdifiato giù per il pendio scosceso, per raggiungere quei quattro o cinque soldati che, increduli, si erano fermati ad aspettare quegli uomini di Neanderthal che uscivano dalla grotta. “Erano la prima pattuglia americana venuta per capire quello che era successo. Tra loro c’era un nero. Io mi sono spaventato da morire. Urlavo, piangevo, andavo a nascondermi dietro le gonne delle donne. E quel soldato sorrideva, aveva capito, mi dette una cosa: la cioccolata. Così gli americani hanno conquistato la mia simpatia. A McBride, l’autore del libro Miracolo a Sant’Anna, avevo raccontato questo episodio. E allora lui ha visto il bambino che lecca il soldato di cioccolata. Quel giorno fu per me la vera Liberazione”.

ANNIVERSARIO – TERESA GULLACE

Teresa Gullace venne uccisa a Roma , a 37 anni, il 3 marzo 1944 dagli occupanti nazisti mentre cercava di parlare al marito Girolamo, arrestato nel corso di un rallestramento.

” Roma città aperta”, il celebre film di Roberto Rossellini, con Anna Magnani protagonista, si ispira proprio alla tragica vicenda di Teresa Gullace, anche se la storia del film è profondamente modificata.

Teresa Gullace è divenuta simbolo della Resistenza romana, ed è stata insignita della Medaglia d’ Oro al Valor Civile nel 1977.

LO SFRUTTAMENTO DEGLI ESSERI UMANI NEI LAGER

L’industria tedesca, in accordo con l’ amministrazione del reparto economico di Auschwitz, era autorizzata ad usare “senza risparmio” la mano d’ opera degli internati. Per ognuno di essi le industrie versavano 6 marchi al giorno per gli specializzati, e 4 marchi per i non specializzati.

Ogni internato era un numero che in vita o in morte aveva un valore economico da cui si doveva ricavare un profitto.


Il grado di perfezione cui era giunto questo mostruoso sfruttamento risulta dai calcoli che l’ SS – Wirtschafts – Verwaltungshaupamptes aveva stilato:

Rendimento medio per internato …………………. R.M.      6 marchi

Dedotto mantenimento   ……………………………. R.M.   –  0,60 marchi

Dedotto logoramento abiti …………………………. R.M.    –  0,10 marchi

                                                                   ———————————-

                                                                                    5,30 marchi

Durata medio della vita / calcolata in 9 mesi      

/ 270 X R.M. 5,30)    ………………………..            R.M.    1.431 marchi

                                                                   ————————————-

 

Ricavo presunto da utilizzo del cadavere

– oro dei denti – abiti civili – oggetti preziosi – denaro         R.M.      200 marchi

– dedotto spese cremazione   ………………….. ……….       R.M.       – 2 marchi

                                                                           ————————————–

                                                                                    R.M.      198 marchi

 

TOTALE RENDIMENTO                                                     R.M.     1.629 marchi a internato                                              

I PATTI DI SARETTO

70° ANNIVERSARIO DEI PATTI DI SARETTO

(31 MAGGIO 1944), FONDAMENTO DELL’EUROPA DEI POPOLI

Borgata Saretto, Acceglio, 11 agosto 2014.

Folta e attenta partecipazione di cittadini, giunti anche da molto lontano, alla rievocazione dei Patti di Saretto, sottoscritti tra i rappresentanti del CNL del Piemonte e della Resistenza francese contro ogni dittatura. L’ incontro avvenne 70 anni orsono, il 31 maggio 1944 a Casa Arrigoni ( i cui attuali proprietari, la comasca Marta Arrigoni e il fratello Giorgio, sono nipoti di uno dei firmatari), nella Borgata Saretto di Acceglio. Anche se di modesto valore pratico ( lo sbarco degli alleati franco-americani in Provenza ne annullò, di fatto, gli accordi), i Patti conservano un immenso valore morale, auspicando la Federazione dei Popoli Europei all’ insegna della giustizia sociale, della libertà e della fratellanza.

Per iniziativa della Provincia di Cuneo, del Centro Europeo Giovanni Giolitti di Dronero-Cavour e dall’Associazione degli studi sul Saluzzese, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, la giornata è stata aperta dal Consigliere regionale Gianna Gancia, che ha sottolineato l’attualità dei principi ispiratori di quei Patti: edificare l ‘Europa dei cittadini, libera dai “poteri forti” che due volte l’hanno precipitata nella fornace di guerre fratricide.

Aldo A. Mola, direttore del Centro Giolitti, ha evidenziato il nesso tra la figura di Giolitti, fautore della sovranità dei cittadini attraverso il libero voto e proprio perciò venduto” dai colleghi cuneesi al governo di Roma, in cambio di finanziamenti per opere pubbliche (era il dicembre 1925), e la lotta di Liberazione che nel 1945 ripristinò l’elezione dei rappresentanti dei cittadini nei Consigli Comunali e Provinciali e alle Camere dei deputati e dei senatori: la “sovranità popolare”, insomma, proclamata fondamento della democrazia italiana dalla Costituzione Repubblicana.

Purtroppo nel dopoguerra prevalsero la guerra fredda, il bipolarismo, rivendicazioni e divisioni per motivi arcaici. Proprio perciò i Patti di Saretto furono e rimangono la stella polare del Movimento Federalista Europeo, dell’europeismo vero: quello del Manifesto di Ventotene, della Carta delle Autonomie di Chivasso, del Progetto di Costituzione confederale europea elaborato da Duccio Galimberti e da Antonino Rèpaci.

Casa Arrigoni ha conservato la genuinità originaria: il rude tavolo attorno al quale i Patti furono discussi e firmati è ancora lì, a testimoniare fisicamente un mondo che merita di essere meglio conosciuto, soprattutto dai giovani: meta raccomandata per gite scolastiche come tutte le Valli del Cuneese, popolate da “uomini liberi, nemici della retorica, capaci di ideali” (come scrisse Dante Livio Bianco). E’ la terra originaria di Giovanni Giolitti (“La nostra era una famiglia di contadini-montanari, che deve avere vissuto per secoli in quella vallata che ebbe sempre una fiera indole democratica” scrisse egli stesso nelle Memorie della mia vita),di Gustavo Ponza di San Martino, Luigi Einaudi, Marcello Soleri e di tanti altri artefici della Terza Italia. Terra di cultura vera.

Al termine dell’incontro di Saretto Aldo A. Mola ha consegnato a Gianna Gancia la prima copia del volume Da Giolitti a Umberto II: la Storia che torna, comprendente gli atti dei convegni di Vicoforte (Incontro Umberto II trent’anni dopo) e di Cuneo-Dronero-Alessandria (Mito e realtà del diritto di voto all’età giolittiana al regime), pubblicato dal benemerito centro Stampa della Provincia di Cuneo e di imminente diffusione.

La rievocazione dell’11 agosto 2014 rimane agli atti anche grazie al folder, curato da Giorgio Arrigoni, e all’apposito annullo che l’Ufficio Filatelico della Posta Centrale di Cuneo rilascerà a richiesta nei modi consueti.

 

https://www.dropbox.com/s/blfbtq5o6u532or/rievocazione%20sarettopatti.pdf

Vedi il video

https://www.youtube.com/watch?v=iuT0ER5sR_8&feature=youtu.be

LA BATTAGLIA DI MEGOLO

BATTAGLIA DI MEGOLO


La battaglia di Megolo fu uno degli episodi più eroici della Resistenza. Il 13 febbraio 1944, alle prime luci dell’alba, reparti delle SS, appoggiati da una compagnia della GNR, invasero la piccola frazione di Pieve Vergonte, con l’intento di stroncare la Resistenza dei ribelli che operavano in quel luogo. Due giovani partigiani, che riposavano in attesa di raggiungere i loro distaccamenti, furono sorpresi nel sonno e catturati. Trascinati davanti al comandante delle SS furono a lungo e invano torturati, non fecero alcuna rivelazione. Alla fine, ormai quasi in fin di vita, furono fucilati nella piazzetta a lato dell’osteria del paese.

Avvertiti del rastrellamento in corso, i partigiani della valle, al comando del Capitano Filippo Maria Beltrami, architetto, 36 anni,   medaglia d’Oro al Valor Militare, si disposero a resistere: erano 53 uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra e una cinquantina di moschetti contro più di cinquecento nazi-fascisti armati di tutto punto, con un cannoncino, due mortai, tre mitragliatrici, fucili mitragliatori e mitra.

Mentre la nebbia di disperdeva e i raggi del sole iniziavano a illuminare il nuovo giorno, i partigiani osservavano in silenzio l’avanzare della colonna nemica. Era necessario attendere che i nazi-fascisti giungessero a tiro, per non sprecare le munizioni. I tedeschi avanzavano su tre linee distanziate fra loro di qualche metro, i fascisti avanzavano sulle due ali. Finalmente il Capitano diede il segnale e i partigiani iniziarono a sparare. Fu una battaglia lunga e cruenta, con fasi alterne. Più volte il fuoco dei partigiani costrinse gli avversari a ripiegare, ma sempre essi si riconpattavano e tornavano all’attacco. L’ unica arma pesante dei partigiani s’inceppò e dovette essere abbandonata, uno dei due mitragliatori fu raggiunto da un colpo di mortaio. Con le poche munizioni rimaste non potevano più resistere a lungo. Il Capitano respinse per la seconda volta l’invito ad arrendersi. Era necessario attaccare il nemico e i partigiani balzarono all’assalto. Sorpresi dall’azione i nazi-fascisti iniziarono a ritirarsi disordinatamente, inseguiti dai ribelli. L’azione terminò nell’abitato di Mengolo, dove gli inseguitori furono falcidiati dalle mitragliatrici dei rinforzi giunti dall’Ossola in appoggio dei nazisti. Cadde anche il capitano Beltrami, mentre cercava di riorganizzare i suoi uomini, e caddero, mentre cercavano generosamente di soccorrerlo, Gaspare Pajetta, studente torinese di 17 anni e Antonio Di Dio, di 20 anni, un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre si era unito alla Resistenza.

Un fascista, raggiunto Beltrami, fece scempio del suo corpo con un pugnale.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli


Leggete l’appassionante testimonianza di Gino Vermicelli:

http://archiviodelverbanocusioossola.com/2012/02/23/megolo-13-febbraio-1944/




70 ANNI DA QUEI GIORNI

GLI SCIOPERI DEL MARZO 1943


Tra il 5 e il 17 marzo 1943, le fabbriche torinesi sono bloccate da una protesta che coinvolge 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni hanno un chiaro intento politico e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo. Un’ondata che da Torino si estende alle principali fabbriche del Nord Italia.

Ma con gli scioperi del marzo 1943, succede qualcosa di nuovo in Italia: in pochi giorni, dopo il via dato da Torino, nel triangolo industriale trecentomila operai scendono in lotta e questa assume, dalle AIpi alle pianure pugliesi, un significato politico enorme e immediato: giornate del marzo 1943 rappresentano una svolta, poiché dietro alle richieste economiche si cela una precisa volontà politica, e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo.

Come reagì a questo duro colpo la dittatura ormai a brandelli? Rifiutando di trattare e nello stesso tempo cercando di minimizzare gli avvenimenti. Mussolini, parlando al direttorio del partito fascista, disse: “dichiaro nella maniera più esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un’ora di lavoro in un’officina”. Altro che un’ora e altro che un’officina! Gli scioperi non solo durarono per tutto il mese estendendosi da Torino a tutto il nord, ma furono anche l’inizio di un movimento sindacale-politico costantemente presente poi nella lotta antifascista, malgrado gli altissimi costi in vite umane, in carcere, in violenze, che tutto questo doveva comportare.

Secondo i documenti della direzione generale di pubblica sicurezza ne!l’anno che va dall’aprile ’42 all’aprile ’43 vennero arrestati 2.600 lavoratori dei quali oltre 300 furono trascinati davanti ai tribunali speciali. Da un quinto a un terzo degli arrestati erano già schedati come appartenenti a organizzazioni antifasciste, gli altri (fra i quali moltissime donne) entravano per la prima volta nella lotta, senza specificazione di partito.

Gli scioperi del marzo ’43 (fra l’altro conclusi non solo con un grande successo politico — del quale subito si sentiranno le conseguenze — ma anche con esito positivo dal punto di vista economico) hanno infine un grande rilievo nella storia dell’unità dei lavoratori. Essi ne esprimono infatti la resurrezione come massa dopo più di venti anni di feroce oppressione di classe (che aveva appunto nella liquidazione dei sindacati e nella repressione di qualunque attività rivendicativa il suo primo obiettivo) e pongono le basi di una unità nuova delle grandi correnti sindacali storiche che già avevano guidato i lavoratori fino alla dittatura e poi anche nella clandestinità. Questa unità sarà poi sancita dal Patto di Roma dell’anno dopo, il patto che diede vita alla CGIL di Di Vittorio, Grandi e Buozzi.

LA STRAGE DI TORINO

Ma è possibile dimenticare una strage? Eppure pochi la conoscono, e non se ne parla quasi mai…

Quest’anno, per il novantesimo anniversario, a Torino si sono svolte numerose commemorazioni.

STRAGE DI TORINO – 1922

Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come ‘La strage di Torino’: nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.

A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.

Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.


La Strage (18-20 dicembre 1922)


Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.

La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera del Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.

Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell’inizio degli eccidi.

Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.

Nel pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.

In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.

Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.

Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.

Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.

Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno 

presenti, la devastano.

Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.

Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.

I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.

Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.

Il 19 dicembre, in mattinata, il vice-prefetto Palombo, che sembrava limitarsi a tenere la contabilità dei successi dei fascisti, comunicava a Mussolini che «complessivamente fra i sovversivi risultano ieri, 18 dicembre, uccisi 8 individui». Un funzionario della Prefettura di Torino comunicava telefonicamente al Capo della Polizia di Roma, De Bono, la notizia che «La città è tranquilla. Vita cittadina normale. Così pure il servizio tranviario».

Sempre al mattino del 19 dicembre i fascisti fecero irruzione a «L’Ordine Nuovo»: sequestrati i tre redattori Montagnana, Viglongo e Pastore, più altri tre collaboratori, li portarono alla Casa del Fascio. Qui, legati e bastonati, furono interrogati per sapere dove si trovasse Gramsci. Poi, una breve passeggiata fino al corso Massimo d’Azeglio: fatti allineare sul marciapiede, gli squadristi si apprestarono a fucilarli, ma «arrivò uno con un ordine e, di mala voglia, ci dissero di andarcene – “Per questa volta.”

Angelo Quintagliè, 43 anni, era un ex-carabiniere assunto nelle Ferrovie come usciere: la mattina del 19 dicembre, in quell’ufficio dove il giorno prima era stato sequestrato e poi ucciso Carlo Berruti, chiese informazioni sull’accaduto a un manovale fascista che lì lavorava, un certo Gallegari. Saputo della morte di Berruti, Quintagliè espresse apertamente rammarico e deplorazione. Fu una grave imprudenza.

Un’ora dopo entrarono nell’ufficio sei squadristi che, identificato il Quintagliè, gli si gettarono addosso, tempestandolo prima di bastonate e infine uccidendolo a revolverate.

Cesare Pochettino, 26 anni, era un artigiano che lavorava nella bottega della sorella e del cognato Cesare Zurletti. Quest’ultimo non aveva mai nascosto di avere simpatia per il fascismo, mentre il Pochettino non s’interessava di politica.

Verso mezzogiorno del 19 dicembre, entrambi vennero sequestrati da tre squadristi armati che li condussero nella collina di Valsalice. Protestarono entrambi di non essere «sovversivi», ma non ci fu niente da fare: condotti sul limite di un burrone, gli squadristi spararono: Pochettino, ucciso, rotolò lungo il pendio, lo Zurletti cadde a terra, ferito da quattro colpi sulla schiena. Si salverà, perché i fascisti lo credettero morto.

Una successiva inchiesta del mese di gennaio, stabilirà che erano stati «denunciati calunniosamente come comunisti pericolosi» da loro nemici personali.

Pochi, date le circostanze, furono i ferimenti denunciati in quella giornata: una mezza dozzina di operai bastonati e con qualche ferita da coltello.

Il 20 dicembre Massimo Rocca, dirigente nazionale del Partito fascista, giunge a Torino per partecipare ai funerali dei due fascisti uccisi nella rissa del 17 dicembre: emana – non si capisce con quale autorità e secondo quale legge – un bando contro tutti i «sovversivi» torinesi: ordina che i loro esponenti più in vista, come Gramsci, Terracini e altri, debbano lasciare la città, mentre tutti gli altri non possano circolare dopo la mezzanotte, a meno che non siano muniti di un salvacondotto rilasciato dal Fascio torinese. In seguito questo bando sarà revocato.

I giovani operai Evasio Becchio e Ernesto Arnaud erano in un’osteria di via Nizza, nel tardo pomerriggio del 20 dicembre. Un gruppo di fascisti vi fece irruzione, li prelevò facendoli salire su un camion che li condusse, lungo corso Bramante, in corso Galileo Ferraris. Fatti scendere sul prato che si distende in quel luogo, i fascisti, armati di moschetti e pistole, si disposero a ventaglio e fecero fuoco. Becchio morì sul colpo, Arnaud, ferito, venne ancora colpito da una coltellata che doveva essere il suo colpo di grazia, ma riuscì a sopravvivere.

In questo giorno avvennero poche altre violenze a Torino, normale amministrazione nell’Italia fascistizzata: il prefetto Olivieri, tornato finalmente in sede per «prendere in mano la situazione», poteva trasmettere al ministero degli Interni che erano stati solamente incendiati da un centinaio di fascisti tre circoli comunisti.

Evasio Becchio fu l’undicesima e, ufficialmente, ultima vittima della strage, ma i morti potrebbero essere stati di più.

Il console Brandimarte, quasi due anni dopo, il 24 giugno 1924 dichiarò al «Popolo di Roma» che “la rappresaglia era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata […] noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva con ferma arroganza: «Cosa vuole che sappiano in questura e prefettura? Io sarò ben in grado di saperlo più di loro […] gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti».

Brandimarte confermava, infine, che il capo « del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione»

L’ amnistia

Il 22 dicembre, il governo Mussolini emanò un decreto di amnistia – il Regio Decreto 1641 del 22 dicembre 1922 – preparato dal ministro di Giustizia Aldo Oviglio: i responsabili di reati di natura politica venivano amnistiati, a condizione che i fatti delittuosi fossero stati commessi «per un fine, sia pure indirettamente, nazionale». Pertanto, i crimini fascisti, essendo stati commessi per fini «non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale», non erano punibili, ma non quelli eventualmente commessi da «sovversivi», essendo essi volti ad «abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale». Questo mostro giuridico – che tra l’altro comprometteva politicamente anche quella magistratura non ancora connivente con il Regime, costretta a distinguere tra reati commessi da fascisti o da antifascisti – fu subito controfirmato da re Vittorio.

Da: anarchopedia