Fortunato Zinni, impiegato alla Banca dell’ Agricoltura, sopravvissuto alla strage.
La stagione delle stragi, del terrorismo e degli anni di piombo fa parte della nostra storia. Andrebbe inserita nei testi scolastici. In particolare per la strage nazifascista di Piazza Fontana esiste un giudicato penale che accerta l’ opera di depistaggio di appartenenti a tutti i corpi di sicurezza dello Stato, dal servizio segreto militare all’ Arma dei carabinieri, dalla polizia al servizio civile.
Nel 2005 la Corte di Cassazione confermava la sentenza di assoluzione per insufficienza o contraddittorietà delle prove degli imputati al terzo processo, ma al tempo stesso accertava – “sia pure in chiave meramente storica” – il coinvolgimento degli ordinovisti Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili perchè assolti in via definitiva nel primo processo. Una formula inconsueta di conferma di una verità storica nella sede proposta a individuare la verità giudiziaria. Tra la beffa del risarcimento delle spese processuali a carico dei familiari delle vittime.
La bomba scoppiò di venerdì, il lunedì la banca era già aperta. Oggi è l’ agenzia 60 di un altro istituto bancario. Al suo interno sono cambiati gli arredi, ma la struttura è la stessa, sono gli stessi i marmi rosa e gialli dell’ atrio di ingresso e del salone. Al centro della “rotonda” c’è la scultura di Alberto Inglesi e Franco Biondi che rievoca il grande tavolo ottagonale sotto cui era collocata la bomba, la memoria della strage sembra accompagnare di necessità la sua funzione quotidiana.
Mentre l’ Italia del 1969, e soprattutto Milano, veniva attraversata dalle tensioni degli anni Settanta e poi radicalmente trasformata negli anni Ottanta, mentre cambiava il volto della città e il sistema finanziario mutava la propria scala, mentre la banca veniva assorbita prima da Antonveneta poi da Monte dei Paschi di Siena, la grande insegna luminosa della Banca Nazionale dell’ Agricoltura, restaurata nel 2009, restava immutata al suo posto. Quasi che nessuno avesse il coraggio di toccarla. L’ acronimo BNA è rimasto sulle maniglie di ottone della porta a vetri all’ ingresso. Il logo e il nome dell’ attuale istituto appaiono solo accostati, su vetrofanie trasparenti. I lavoratori, il sindacato e il Consiglio di Azienda di quella filiale, con i familiari delle vittime, hanno avuto un ruolo importante nella richiesta incessante di verità e giustizia e nel mantenimento della memoria.
In piazza Fontana rimane l’ insegna di una banca che non esiste e all’ interno la scultura dell’ ora della strage: 16,37. A piazza della Loggia, un monumento relegato in un angolino con l’ ora fatidica: 10,12. Alla stazione di Bologna, un orologio fermo alle 10,25. Sono malinconici simboli della notte della Repubblica.
Forse sono gli unici simboli possibili, in assenza di una consapevolezza profonda della coscienza civile di un Paese indifferente, sempre più distratto dalle tastiere dei social.
Da più di mezzo secolo, grazie agli inviti dei docenti delle scuole di secondo grado e delle università, racconto la mia personale vicenda di testimone oculare della strage alla Banca Nazionale dell’ Agricoltura di Piazza Fontana. Era da otto anni il mio posto di lavoro. Sopravvissuto alla strage, sono diventato, mio malgrado, un narratore della memoria, insieme a tanti familiari delle vittime. Attraverso i miri ricordi cerco di dare voce a chi non c’è più e insieme agli studenti che mi ascoltano, costruire una memoria condivisa. Ormai ultraottantenne, la mia voce, per il naturale corso fisiologico della vita, si spegnerà.
Fin quando mi sarà possibile, senza rassegnazione, anzi, con la consapevolezza che ho passato il testimone a tante giovani donne e uomini, nutro la speranza che un giorno il muro costruito sui depistaggi e le connivenze degli strateghi della tensione, sull’ omertà dei responsabili e sull’ indifferenza di tanti, possa infine incrinarsi e arrivare all’ accertamento della verità.
Mentre l’autunno caldo stava per premiare le lotte degli studenti, operai e impiegati, Milano operosa e democratica assisteva a due eventi contrastanti.
L’ indegna gazzarra del 21 novembre 1969, da parte dei nostalgici fascisti e di una pretesa maggioranza silenziosa paradossalmente urlante, sguaiata e rumorosa, ai funerali dell’agente Annarumma, ignobilmente trasformati in una caccia agli studenti in eskimo.
Il 15 dicembre 1969, ai funerali delle vittime della strage, sul sagrato del Duomo, trecentomila milanesi, con una presenza silenziosa composta, si opponevano al disegno eversivo dei golpisti reazionari.
Nella mia memoria è ancora vivo il ricordo di quei volti, di quegli sguardi e del silenzio assordante della folla. Un silenzio tanto più fragoroso e lacerante, perché…muto, diretto agli strateghi del terrore e ai burattinai dei palazzi del potere.
Non c’era il Presidente della Repubblica, a differenza delle stragi di Brescia e Bologna. Nessun Presidente della Repubblica , in cinquantadue anni, è mai venuto in Piazza Fontana a rendere omaggio alle diciotto vittime innocenti e ai 105 feriti delle bombe di Milano e Roma . Un’assenza sconcertante e inaccettabile.
La mia infinita gratitudine va alla memoria di Luigi Passera e Francesca Dendena che con i familiari delle vittime della strage e con la famiglia Pinelli, hanno lottato per ottenere verità e giustizia;
Sono grato a quei magistrati, giornalisti, scrittori, ricercatori, studiosi, artisti e persone comuni che si sono impegnati in tutti questi anni per non far cadere nell’oblio il ricordo delle vittime innocenti che attendono ancora giustizia.
In tutti questi anni, le Istituzioni hanno affidato il ricordo della strage, al freddo e asettico culto lapideo.
Agli studenti suggerisco di preferire la cultura della memoria al culto freddo, asettico e spesso burocratico delle lapidi.
Nel cinquantesimo anniversario, Il 9 dicembre 2019, sono state collocate nella pavimentazione attorno alla fontana diciotto formelle, o meglio diciassette dedicate alle vittime più una. Di ognuno di quei diciassette uomini si può leggere il nome, l’età, la professione: agricoltori, commercianti, periti agrari, amministratori di fondi… il ritratto di un’Italia che sembra lontanissima, tanto da rendere ancora più distante la percezione di quanto avvenne quel pomeriggio del 1969. In realtà una diciottesima vittima della strage c’è: è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico morto in questura la notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo tre giorni di fermo e un interrogatorio prolungato ben oltre i limiti legali. È la stessa associazione dei familiari delle vittime della strage a considerare Pinelli la diciottesima vittima.
Ma è l’ultima lapide, la diciottesima, a recare il testo che più pesa sulla pietra: “ordigno collocato dal gruppo terroristico di estrema destra Ordine nuovo”. Questa è la verità storica emersa nel corso dei decenni dal giudicato penale. Dei mandanti, dell’inquietante coinvolgimento dello Stato, delle responsabilità dei servizi segreti, delle connivenze di inquirenti e Suprema corte, della politica che ha impedito alla giustiza di fare il suo corso con il Parlamento che in seduta congiunta ha negato l’autorizzazione a procedere contro Presidenti del Consiglio e ministri, non c’è traccia
Questi segni memoriali si vanno ad aggiungere a un complesso di lapidi che nel tempo si sono sovrapposte e contrapposte in piazza Fontana. La prima per la strage nella Banca nazionale dell’Agricoltura venne collocata nel 1973 nell’aiuola antistante l’edificio. Dopo una manifestazione, nel 1977 le fu posta di fianco una lapide “non ufficiale” in ricordo di Pinelli che è diventata il simbolo – e il luogo – del conflitto attorno alla sua sorte, fino a prendere la forma delle due lapidi, con incise le due formule “ucciso innocente” e “innocente morto tragicamente”.
Nel 1979, la lapide per la strage venne tolta per lasciare spazio a una nuova, posta però sulla parete in pietra dell’edificio della banca, di fianco all’ingresso. Grigia su marmo grigio: quasi il ricordo dovesse venire assorbito dal muro, scomparendo in esso, Nella lapide, con i nomi delle diciassette vittime si evita, di scrivere che la strage è fascista, tantomeno si parla di depistaggi e di responsabilità dello Stato.
Per più di mezzo secolo, lo Stato, tra l’indifferenza dei più, ha inscenato una vergognosa e incredibile parodia della giustizia, che di volta in volta ha messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai e dei bombaroli nazifascisti, ha costruito depistaggi e condizionato i processi grazie a settori apicali della magistratura, disponibili ad assecondare il potere.
La Suprema Corte ha irriso il diritto dei familiari a seguire il processo, spostandolo a centinaia di chilometri dal giudice naturale. Una decisione cinica, uno stupro giudiziario nei confronti delle vedove delle vittime alle quali, di fatto, è stato precluso il diritto di portare il loro carico di lutto e dolore al processo, spostato a 1.300 kilometri di distanza.
La prima sentenza è stata pronunciata dopo dieci anni e quella tombale dopo quasi trentasei anni.
La verità storica sulla responsabilità di Ordine Nuovo, sancita dalla sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005 è importante, ma dopo cinquantadue anni d’ingiusta giustizia, non basta. Non può bastare.
Occorre anche in Italia la rimozione di una sorta di “dottrina
Mitterrand” che garantisce l’impunità ai bombaroli nazifascisti, ai rappresentati delle istituzioni depistatori, alla politica che si è sostituita alla giustizia.
Ogni anno si commemora, ci si commuove e ci s’indigna.
Che cosa commemoriamo?
La fatalità di quelle morti? Nessun colpevole, si continua a ripetere.
Invece i colpevoli ci sono eccome, basta cercarli, perché il reato di strage è imperscrittibile.
Lo ricordo al Procuratore Generale milanese Francesca Nanni , al futuro successore del Procuratore Francesco Greco, al Ministro Guardasigilli Marta Cartabia.
Le numerose sentenze che hanno scandito questi lunghi anni d’indagini e di processi, nel loro complesso, hanno subito esse stesse, esattamente come gli inermi agricoltori della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, la devastazione e il tragico insulto non di una ma di una serie di bombe. Ci affidiamo alla formula magica della verità storica, peraltro dettata dai giudici, in sostituzione degli storici, che tutto nasconde, esposta a ogni tipo di manipolazione
A metterla così, finisce che sarebbe meglio il silenzio dignitoso e il rispetto vero per le vittime; a metterla così, è meglio che non se ne parli più.
Il problema è, però, che è francamente difficile metterla e lasciarla così.
Che cosa commemoriamo, dunque?
Questi scenari o la morte d’innocenti?
E se è la morte d’innocenti che commemoriamo, vogliamo ricordare che innocenti non sono: Stato, politica e pezzi importanti di magistratura?
Le commemorazioni, a volerle fare, non sempre consolano, più spesso inquietano. Se il sangue della storia asciuga in fretta, la sete di giustizia è inestinguibile.
Per le diciotto vittime innocenti di Piazza Fontana, purtroppo non c’è stato e continua a non non esserci un giudice a Milano.
Fortunato Zinni.



