CORSI DALLA RESISTENZA ALLA CITTADINANZA ATTIVA

“Dalla Resistenza alla cittadinanza attiva”

 

“DALLA RESISTENZA ALLA CITTADINANZA ATTIVA”
Percorsi storici e risposte educative dalla Shoah ai nuovi fascismi.
Diretto da Prof. Raffaele Mantegazza

Il corso si rivolge a:
– Educatori, insegnanti, assistenti sociali, psicologi, 
– Persone impegnate nel mondo scolastico, educativo, sanitario ed in contesti multiculturali.
– Studenti e giovani studiosi che   sono interessati alle tematiche trattate nel corso.

Obiettivi:
Ricostruire la storia della Shoah e della resistenza antifascista e antinazista e le vicende legate alla proliferazione di movimenti neonazisti e neofascisti in Europa con particolare attenzione alla diffusione nel mondo giovanile.
Analizzare le specifiche declinazioni pedagogiche ed educative di tali eventi.
Fornire conoscenze storiche e strumenti pedagogici utili all’implementazione di percorsi educativi da rivolgersi ad adolescenti e giovani in contesti scolastici ed extra-scolastici.
Discutere e sperimentare strategie educative e dispositivi pedagogici per la formazione di personalità resistenti nei confronti del dominio e dell’annientamento.
Affinare le categorie di una pedagogia della resistenza nei confronti di ogni tipo di dominio.

Aspetti organizzativi:
Le lezioni di terranno con scadenza mensile nei giorni di Venerdì (dalle ore 16,00 alle ore 20,00) e Sabato (dalle ore 9,00 alle ore 18,00).

Sede delle lezioni sarà Villa di Breme Forno in Via Martinelli, 23 Cinisello Balsamo – MI –
E’ inoltre previsto un week- end residenziale nel mese di Maggio presso la Casa Cervi in Via Fratelli Cervi, 9 – Gattatico (RE). Le spese di viaggio ed alloggio saranno a carico dei partecipanti.

Il costo totale del corso è di euro 1000. Verranno assegnate borse di studio a copertura totale o parziale dell’iscrizione.

Principali scadenze:

Ottobre 2014
Colloqui e pubblicazione graduatorie
Da Novembre a Luglio
Lezioni
Maggio 2015
Week- end residenziale presso Casa Cervi
Luglio 2015
Prova conclusiva e chiusura del corso

Totale ore di lezione:
104 ore comprensive di lezioni frontali, attività in piccolo gruppo e seminari. (12 CFU)

Per informazioni:
raffaele.mantegazza@unimib.it oppure greta.persico@campus.unimib.itwww.unimib.it

PROGRAMMA DELLE LEZIONI

Primo modulo

I totalitarismi di destra: introduzione (4 ore) Luigi Ganapini.
I totalitarismi di destra: aspetti pedagogici, (4 0re) Raffaele Mantegazza & Gruppo di Pedagogia della Resistenza.
La Shoah: introduzione storica (4 ore) Bruno Segre.
La Shoah: dimensione pedagogica (8 ore) Raffaele Mantegazza & gruppo PdR.

Secondo modulo

Le trame nere dell’eversione di destra (4 ore) Pierangelo Barone.
Neonazismo e neofascismo (2) Saverio Ferrari.
L’estrema destra in Europa e in America (2) Guido Caldiron.
Il fascino del neonazismo e il suo aspetto pedagogico (8) Raffaele Mantegazza & gruppo PdR.

Terzo modulo

La resistenza antifascista: la storia (4) Carlo Smuraglia.
La resistenza antifascista: aspetti pedagogici (4) Raffaele Mantegazza & gruppo PdR.
La nascita della democrazia in Italia e la Costituzione (4) Bruno Segre.
Movimenti di partecipazione in Italia nel dopoguerra (4) Anna Rezzara.
La partecipazione: aspetti pedagogici (4) Raffaele Mantegazza.

Quarto modulo

I giovani nella resistenza, i giovani davanti alla resistenza – Week end residenziale a Casa Cervi – (12) Staff di Casa Cervi.
Educare alla legalità contro i poteri occulti (4) Michele Gagliardo.
Educare alla Costituzione (4) Isabella D’Isola.
Per una pedagogia della Costituzione (4) Raffaele Mantegazza & gruppo PdR.
Dall’articolo 3 della Costituzione alle derive xenofobe ed omofobe (6) Alfredo Alietti, Alessandro Valera, Greta Persico.
Prospettive future di pedagogia della resistenza (6) Raffaele Mantegazza & gruppo PdR.
Dalla resistenza alla cittadinanza attiva  (4) esponente Anpi.

Lezione e valutazione conclusive (8h)

SMURAGLIA: NIENTE AZZARDI SULLE RIFORME

Da L’Unità del 2 luglio 2014

Smuraglia: niente azzardi sulle riforme costituzionali

 

In questa settimana dovrebbe cominciare la discussione sul testo e sugli emendamenti della riforma del Senato.

Mi piacerebbe che si trattasse di una discussione serena, approfondita e libera, come richiesto dalla delicatezza della materia (costituzionale).

Ma non so se sarà così, perché – secondo alcuni – occorre applicare una rigida disciplina di partito (e dove finirebbe l’art. 67 della Costituzione?), per cui si dovrebbe solo prendere atto di quanto deciso negli incontri “esterni” tra esponenti del PD, di Forza Italia e della Lega.

È sempre lecito sperare, tuttavia, che non tanto e solo prevalga il buon senso, quanto che venga riconosciuta quell’esigenza di rispetto dei valori costituzionali e di attenta considerazione della delicatezza della posta in gioco, su cui mi sono già più volte soffermato.

In realtà, a forza di incontri, sembrano essere stati concordati aggiustamenti, che – tuttavia – non mutano la sostanza e non rendono accettabile la riforma del Senato così come proposta.

Noi continuiamo a ritenere che ci siano alcuni aspetti fondamentali, da cui non è consentito allontanarsi:

– l’opportunità (la necessità) di differenziare il lavoro delle due Camere;

– l’esigenza di mantenere comunque un valido sistema bicamerale, rinnovato, ma sempre con due Camere che hanno uguale prestigio;

– l’esigenza di risolvere, prima di tutto, alcuni problemi fondamentali: la necessità di mantenere al Senato il connotato di autorevolezza di una Camera elettiva; la necessità di attribuire al Senato alcune funzioni fondamentali (a titolo esemplificativo ,la partecipazione effettiva alla formazione delle leggi in materia costituzionale ed elettorale, in tema di trattati e rapporti internazionali, in tema di principi generali in materia di autonomie ed in tema di diritti fondamentali); l’utilità di individuare i modi più opportuni per assicurare la presenza della voce delle autonomie nonché quella di specifiche competenze, culturali e scientifiche; l’attribuzione al Senato di seri e severi poteri di controllo sull’esecutivo, sull’amministrazione pubblica e sulla concreta applicazione ed efficacia delle leggi approvate.

Se si realizzassero questi obiettivi, come più volte abbiamo detto, si otterrebbe il risultato di eliminare il “bicameralismo perfetto” (se non altro per l’attribuzione alla Camera della parte più rilevante del potere legislativo e per l’attribuzione alla sola Camera del voto di fiducia); e nel contempo si terrebbe fermo quel sistema di garanzie, di pesi e contrappesi che, con intelligenza e sensibilità costituzionale, fu costruito dal legislatore costituente e che deve essere mantenuto.

Se poi si procedesse all’unificazione di alcuni servizi delle due Camere e alla equa diminuzione del numero dei parlamentari, sia della Camera che del Senato, si avrebbe – alla fine – una soluzione complessivamente ragionevole, comprensibile per i cittadini e fedele, nello spirito, alla Costituzione, alla nostra tradizione ed alle esperienze realizzate in questo dopoguerra.

Capisco che una soluzione come quella che ho prospettato (a prescindere dagli aspetti particolari, sui quali è giusto che si intrattenga il Parlamento) può sembrare troppo razionale per i tempi che corrono. Ma forse, con un po’ di buona volontà, si potrebbe riuscire a capire che in materia costituzionale servono le modifiche, quando l’esperienza le suggerisce, ma non gli spericolati azzardi, solo per compiacere un certo tipo di populismo (francamente, un po’ arretrato).

È per questo che mi rivolgo soprattutto ai Senatori, perché riflettano bene su quello che fanno e faranno, rendendosi conto che l’art. 67 della Costituzione è stato scritto per renderli liberi; ed a questa libertà, chi ricopre cariche elettive di tanto rilievo, dovrebbe tenerci come alla propria vita, perché essa costituisce la ragione stessa per la quale si è stati eletti e la ragione per cui (art. 54 della Costituzione) bisogna agire – nell’esercizio della funzione – con “disciplina e onore”.

So bene che adesso viene addotto un altro argomento, che dovrebbe essere addirittura decisivo, nelle intenzioni di chi lo usa, ma non è fondato.

Si dice che avendo l’Europa permesso un’apertura verso la flessibilità, adesso bisogna meritarla facendo “le riforme”.

A prescindere dal fatto che a me quest’apertura è sembrata più un segnale di buona volontà che non un impegno, bisogna intendersi su che cosa significa “fare le riforme” di cui l’Europa sarebbe in attesa.

Il Presidente del Consiglio dice che, prima di tutto, c’è da fare, e rapidamente, la riforma del Senato.

Mi permetto di dissentire e di porre qualche domanda indiscreta. Ma davvero c’è chi pensa che l’Europa sia particolarmente interessata alla riforma del Senato? Io penso di no e credo, anzi, che gliene importi (e forse ne sappia, addirittura) ben poco. In Europa ci sono diversi Paesi che hanno apportato modifiche al loro sistema parlamentare; e questo è avvenuto nel disinteresse generale degli altri Paesi, che lo hanno (giustamente) ritenuto un problema interno. Per lo più, comunque, è stato confermato un sistema di bicameralismo “differenziato” nelle funzioni; ed anche di questo non si è accorto né entusiasmato nessuno.

Ci sono studi e processi di revisione sulle istituzioni parlamentari, in corso, in Belgio, Irlanda, Spagna e Regno Unito. Ma nessuno, in Europa, è apparso interessato a questi processi, e tanto meno li si è collegati alla tematica del rigore, dell’austerità e della flessibilità.

Più in generale, è ovvio che il Paese che volesse dare buona prova di sé, per ottenere qualcosa sul piano di una maggiore elasticità delle regole economiche e finanziarie, dovrebbe dimostrare di avere modificato la sua burocrazia, i suoi livelli di corruzione, la presenza della criminalità organizzata e di avere in corso piani concreti di rilancio delle attività produttive, del lavoro, dei consumi.

Un imprenditore che fosse interessato ad investire in Italia non chiederebbe, penso, se abbiamo o meno il bicameralismo perfetto, ma domanderebbe meno vincoli burocratici, meno lungaggini, meno balzelli, più sicurezza nei confronti della mafia e meno concorrenza sleale fondata sulla corruzione e sui comportamenti di coloro che non rispettano le regole.

Dovremmo, dunque, rassicurare l’Europa su questi piani e su questi punti essenziali, piuttosto che pensare ad una riforma istituzionale, che può essere utile ma non così urgente quanto l’abbattimento del deficit, la crescita, il rilancio dell’economia, la creazione di nuovi posti di lavoro.

Se davvero l’Europa si convincerà e adotterà comportamenti concreti di maggior elasticità, avrà il diritto di chiederci di dimostrare di aver rassicurato i potenziali investitori e di aver dato reali speranze (se non addirittura certezze) ai milioni di giovani in cerca di lavoro.

Su questi aspetti, bisogna dire la verità e parlare chiaro, spiegando bene ai cittadini di che cosa si tratta; a meno che si voglia sostenere che togliendo di mezzo lo scoglio del Senato, si assicurerà la governabilità e questo rassicurerà i Paesi che ci guardano ancora con sospetto, come (nonostante tutto) la Germania. Ma allora bisognerebbe ricordarsi che intanto, per avere la Camera dei deputati in mano, bisogna vincere (e c’è ancora da risolvere il problema di una legge elettorale avversata da molti) e in secondo luogo che la “stabilità” politica non è tutto, perché c’è sempre il problema degli assetti e degli equilibri fra gli organi istituzionali, e prima ancora c’è il problema della rappresentanza, che deve essere garantita ai cittadini e non imposta nelle forme preferite da chi vuole governare indisturbato.

Insomma, consiglierei a tutti la formula di manzoniana memoria (“adelante, Pedro, conjuicio”) e poi di far prima di tutto scelte e assumere decisioni che vadano nella direzione dell’equità sociale, dell’uguaglianza e della libertà (anche dal bisogno).

Un ultimo richiamo e non certo di minore importanza: si tolga di mezzo, se verrà davvero formalizzata, la norma che eleverebbe il numero delle firme finora richieste per l’iniziativa legislativa popolare. Basta rifletterci un momento per convincersi che, se è vero che il Paese ha bisogno di più democrazia – come molti ritengono – il modo migliore non è quello di creare ostacoli perfino ad un istituto reso innocuo come l’iniziativa popolare; tanto più che questa novità si inserirebbe in un contesto in cui c’è già una legge elettorale (nel testo approvato alla Camera) che di democratico han ben poco e una proposta diretta a modificare drasticamente (se non a, praticamente, abolire) un organo costituzionale di rappresentanza dei cittadini).

Davvero avremmo ancor più ragione, se si insistesse sulle linee che si stanno seguendo, di parlare, come abbiamo già fatto, di una vera “questione democratica”.

Carlo Smuraglia

 Presidente Nazionale ANPI

LETTERA A NAPOLITANO

Lettera di Sandra Bonsanti al presidente della Repubblica

27 gugno 2014

Caro Presidente Napolitano,
cerco di vincere la rassegnazione che da tempo mi paralizza e mi rivolgo a te, sommo custode dei valori che costituiscono la base della nostra democrazia parlamentare.
Poche parole, poche righe che è probabile non ti raggiungano nemmeno o che tu comunque decida di scartare come ennesima conferma della fastidiosa presenza di gufi, nei quali dovrei riconoscermi non potendo farlo con i professoroni.
Mi rivolgo a te perché semplicemente non ce la faccio più ad ascoltare ad ogni stormir di dissenso il ritornello-minaccia: o votate “questa” riforma del Senato, cioè in sostanza la sua soppressione, o andate/andiamo tutti a casa.
Caro presidente Napolitano, non è mai successo nella nostra difficile storia che un intero Parlamento fosse minacciato dal capo del governo e segretario del partito unico e dai suoi vice di esser “sciolto” se non accetta di votare una riforma, LA RIFORMA, secondo lo schema già concordato in un incontro, un “patto” rimasto segreto. Sì, segreto.
A che serve chiedere trasparenza e verità sui momenti più bui della nostra storia se poi si accetta che qualcuno metta le mani sulla Costituzione, basandosi su un accordo segreto e sul fatto che ha avuto tanti voti alle primarie di partito o in una elezione europea?
Ma allora i 15 milioni e settecentomila cittadini che nel 2006, guidati dal presidente Scalfaro, dissero NO alla riforma di Berlusconi non contano nulla?
Scalfaro ed Elia ci dissero allora che quei milioni rappresentavano il primo, vero referendum sulla Costituzione del ’48, rappresentavano il primo grande riconoscimento del popolo italiano ai padri costituenti. Ho ancora nel cuore le loro parole e il sentimento di quei giorni indimenticabili vissuti accanto a loro. Furono loro a insegnarci che la Costituzione poteva e doveva essere aggiornata. E anche il bicameralismo perfetto poteva esser sostituito da un meccanismo diverso. Ma non come voleva Berlusconi e come Berlusconi vuole ancora oggi e insieme a lui una parte importante di quella che era la sinistra e di quello che era il tuo partito.
Aggiornare, ma non con una imposizione del governo!!! Questo proprio no. Forse su questo punto tu puoi intervenire, ricordando a tutti coloro che fingono di averlo dimenticato quale sia il ruolo del Parlamento in una libera democrazia: quella conquistata per tutti gli italiani settant’anni orsono.

Grazie se mi leggerai,
Sandra Bonsanti.

IMMUNITA’: INTERVISTA A LORENZA CARLASSARE

Dall’intervista di Lorenza Ghidini ( Radiopopolare di Milano) a Lorenza Carlassare del 25 giugno 2014

Immunità: con questo Senato discussione ridicola

 
     

Lorenza CarlassareL’intervista di Radio Popolare a Lorenza Carlassare
Come andrebbe risolta la questione dell’immunità di cui tanto si parla in queste ore?

Se non fosse tragico sarebbe ridicolo. Ieri ho sentito che la ministra Boschi diceva di voler trovare una mediazione. La mediazione si ha tra persone che vogliono cose diverse. Sull’immunità nessuno la voleva. Tra chi mediano? Nessuna l’aveva messa, nessuno l’aveva pensata, che allora la eliminino, che mediazione è?
Ho sentito anche qualcuno dei miei colleghi parlare del ’700, delle origini celebri dell’immunità parlamentare, ma si sono dimenticati di ricordare da chi allora ci si voleva difendere. Già nel medioevo inglese le rivendicazioni delle libertà parlamentari nascevano dall’esigenza concreta, quotidiana, politica, di garantirsi dalle interferenze del re nell’attività parlamentare e più tardi viene addirittura codificata la regola del Bill of right nel 1689 che la libertà di parola, discussione e di azione in parlamento non può essere contestata in sede giudiziaria. Per difendersi. In Francia, quindi un secolo dopo, alla fine del ’700, mentre il re era pronto a usare la forza contro i rappresentanti del terzo stato riuniti in assemblea generale, Bailly disse “la nazione riunita in assemblea non riceve ordini da nessuno”. E si approvò una dichiarazione che sanciva l’inviolabilità della persona, di ciascun deputato, che discende dai principi che “nessun centro di potere può ergersi al di sopra del corpo rappresentativo della nazione” (Robespierre). Qui è tutto ridicolo: il re non c’è, i giudici non sono i giudici del re, del governo, da chi si devono difendere? Loro non sono i rappresentanti della nazione perchè non sono nemmeno eletti (questi del nuovo senato).

Nella Costituzione italiana l’immunità era stata prevista secondo quale ragionamento?

Quando siamo passati dalla monarchia alla repubblica è rimasta nella costituzione l’immunità, sempre per ragioni più fragili però sempre opportune. Una cosa rimane importante. La riforma del 1993 ha tolto il secondo comma dell’articolo 68, che prevedeva due cose: l’insindacabilità e questa va benissimo, questa deve rimanere per chiunque: i membri del parlamento non possono essere perseguiti – oggi è scritto chiamati a rispondere, un cambiamento semantico importante – per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Questa è l’insindacabilità, questa è corretto che ci sia.
La seconda cosa era l’immunità, che chiedeva l’autorizzazione della camera per sottoporre a procedimento penale, che è stata tolta. E’ arrivata l’autorizzazione a procedere per gli arresti, le perquisizioni, le intercettazioni e i sequestri di corrispondenza. Questa no, non deve rimanere per sindaci e presidenti di regione spesso indagati.
Io vorrei però sottolineare una cosa importante: la prassi che è stata usata. Dopo la riforma del 1993 rimane l’insindacabilità per le opinioni espresse nell’esercizio della funzione. Invece le camere cosa hanno fatto per difendersi fortemente, al massimo, hanno allargato il concetto di “opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni”  fino a comprendere in pratica tutte le attività, ogni espressione di pensiero di ogni parlamentare.
La garanzia del secondo comma viene spostata nel primo, per estendere le garanzie e la difesa.
Allora che resti solo l’insindacabilità – senza parificare deputati e senatori perchè i deputati sono eletti dal popolo, mentre questi sono (in qualche modo nominati) dalle segreterie dei partiti. Vengono sì eletti, ma si elegge quello che il partito offre.
Io sono molto contraria a questa riforma perchè la vedo globalmente come il desiderio di togliere la popolo qualsiasi possibilità di interferire, la legge elettorale che mette la soglia di sbarramento all’8% per i partiti non coalizzati vuol dire togliere le minoranze. C’è il desiderio di andare avanti senza impacci.
Bisogna stare attenti quando si riducono gli spazi di democrazia e le garanzie, le minoranze espulse, un senato non elettivo…. questo senato non elettivo: o ne fanno un espressione che sia solo relativo alle questioni regionali, e allora più che un senato diventa un organo di consulenza. Ma qui si sta giocando male perchè ci sono delle funzioni importantissime che gli sono attribuite: ha la funzione legislativa più elevata possibile perchè nel progetto questo Senato che non è un Senato, è uno “sgorbio”, concorre insieme all’altra camera alla riforma della costituzione. Quindi una legge di riforma costituzionale, che è la più importante, è di competenza anche di quest’organo. Allora il discorso cambia. Io accetto il discorso di un senato delle autonomie ma non di un senato nominato così, che partecipi alla formazione della corte costituzionale su cui è tanti anni che vogliono mettere le mani.

Il suo giudizio è che questo “sgorbio” sia frutto di insipenza o di mediazioni eccessive, sbagliate…?

Non credo sia insipienza, il mio giudizio è che questo sgorbio sia frutto di un disegno che va avanti da tantissimi anni di cambiare la costituzione. E quando loro parlano di cambiare la costituzione non pensano ad alcune modifiche, pensano di toccarne il cuore, quella che è la sua forma e cioè la democrazia costituzionale. Democrazia costituzionale non vuol dire totalitaria o maggioritaria dove chi vince ha tutto, ma vuol dire limiti e regole al potere. Il costituzionalismo nasce per questo, per porre limiti e regole al potere. Il potere non le vuole e quindi reagisce in modi più o meno educati a seconda del momento storico e dei personaggi. Io sono veramente ostile. Se questo senato fosse un organo di consulenza e basta a me andrebbe anche bene, ma allora non devono dargli il potere di revisione costituzionale. Questo è inammissibile, veramente inammissibile. Devo dire la verità che mi sono un pò scoraggiata in quest’ultimo periodo, vedo che tutti saltano sul carro dei vincitori, anche alcuni miei insospettabili colleghi.
Devo aggiungere una cosa: tra le mediazioni possibili inserire la corte costituzionale nelle questioni politiche è un modo per ammazzare la corte, delegittimarla, sottoporla a critiche per il suo operato e ingombrarne inutilmente il lavoro. La funzione della corte andrebbe allargata nelle verifiche dopo le elezioni, per dire era ineleggibile.  Facciamo l’esempio di Berlusconi. Quando è stato eletto non era eleggibile, c’era una legge che lo vietava perchè era titolare di una concessione pubblica. Il parlamento ha detto che andava bene lo stesso, perchè tanto non era lui che gestiva ma gestiva Confalonieri. Le varie forze politiche non sono una garanzia, negli altri paesi queste questioni dell’ineleggibilità sono gestite dalla corte costituzionale, sia in Francia che in Germania.
Questo darei alla corte.

RIFLETTERE PRIMA DI DECIDERE

Dal sito di Liberta’ e Giustizia

Riflettere prima di decidere. È davvero conveniente creare una nuova casta di nominati?

 
Nadia Urbinati
     

All’inizio il problema era il bicameralismo perfetto ora è il bicameralismo. Questa riforma si orienta di ora in ora verso un radicale rifacimento dell’assetto istituzionale della nostra Repubblica. Due principi si stanno imponendo che reinterpretano il significato della rappresentanza e del suffragio: i cittadini sono sovrani dimezzati; il voto dei cittadini serve solo a formare una maggioranza. Infatti chi vuole ardentemente questa riforma, l’ha giustificata con questi due argomenti: un Senato eletto costa troppo e rende troppo lento il processo decisionale. Sono due argomenti molto problematici e essenzialmente ideologici, il primo per lo meno volgare e il secondo insofferente per la deliberazione democratica. Entrambi sono poco convincenti e per nulla comprovati. Sui costi: la democrazia costa al suo sovrano, che è fatto di cittadini che vivono del loro lavoro. Devono pagare per le funzioni pubbliche di cui lo stato democratico ha bisogno e spetta a chi svolge quelle funzioni essere attenti a limitare i costi. L’esito di anni di mal uso e abuso delle risorse pubbliche da parte di parlamentari dovrebbe essere affrontato riscrivendo le regole relative al loro uso delle risorse non cancellando un organo eletto, ovvero potere di ele facendo pagare ai cittadini decurtandoli del loro potere di elezione. Sembra che la responsabilità prima dei costi della politica stia nel potere democratico: se non si votasse si spenderebbe meno. Questo è il senso del messaggio sui costi del Senato eletto.

Circa il secondo argomento, quello delle celerità decisionale: è un fatto che nei regimi democratici la tensione tra il potere esecutivo e quello legislativo sia fondamentale e permanente. Ma la tensione dovrebbe risolversi con il riconoscimento della priorità del secondo. La massima tocquevilliana per cui la democrazia si corregge con più democrazia dovrebbe quindi essere così interpretata: nell’equilibrio dei poteri (un bene che il costituzionalismo moderno ci ha regalato) occorre che il potere di proporre e fare le leggi sia centrale perché quello che direttamente discende dalla volontà dei cittadini. In una democrazia elettorale, fare le leggi comporta la centralità degli organi che ricevono autorità diretta dal suffragio. Circola tra i costituzionalisti l’idea che il cittadino sia arbitro. Questa riforma è figlia di questa interpretazione che va nella direzione di diminuire il valore e l’estensione del potere elettorale per porre l’accento sui poteri dello stato che il cittadino-arbitro osserva lavorare e giudica. Il cittadino-arbitro è come un giudice imparziale che sta fuori del gioco; i titolari della squadra sono i veri giocatori, non lui/lei. E i giocatori sono liberi di decidere che schema usare, quali ruoli rafforzare e quali indebolire. L’importante è che vincano. L’importante è che il cittadino-arbitro sappia a urne chiuse chi governerà, chi ha vinto. Poi i giochi sono tutti fatti da altri e il cittadino sta a guardare e alla fine del gioco decide se riconfermare quei giocatori o cambiarli. Questa visione della democrazia è così minima che accontenta chi ha una tradizionale allergia alla democrazia. La riforma che il Partito democratico si appresta a votare piace molto ai democratici minimalisti proprio perché restringe al massimo il potere dei cittadini-attori (o sovrani) e amplia quello dei cittadini-arbitri. In questa riforma spicca infatti la centralità dei giocatori e soprattutto di coloro che segnano, ovvero di chi fa: del potere esecutivo. Si restringe il dominio del potere legislativo (che è fatto anche di discussione e rappresentanza, non solo di decisione) nel senso che al voto dei cittadini si chiede di esprimere la maggioranza (a questo mira del resto la legge elettorale) e non tanto di vedere rappresentate le proprie idee o interessi; lo stesso vale per la Camera politica, alla quale anche è richiesto di sostenere il governo (della maggioranza) non tanto di controllare, mediare, discutere e se necessario fermare (insomma tutto quello che gli organi deliberativi dovrebbero fare). L’esito auspicato è l’identità della maggioranza monocamerale con l’esecutivo. I rappresentanti, con questa riforma, sono rappresentanti del volere della maggioranza. Si tratta di una riforma di stampo plebiscitario con la quale la bilancia del poteri pende verso l’esecutivo: il fare più che il discutere. Si approda al presidenzialismo senza dirlo. In questo quadro si iscrive la proposta di abolire il Senato eletto.

Perché bisogna essere critici di questa proposta (che non significa abbandonare l’idea di una riforma del Senato che sappia attuare un parlamentarismo funzionale ovvero che abbia sia il potere di esprimere la maggioranza, e fare leggi, sia che a quello di rappresentare, controllare e infine fermare)? Non è forse vero che Matteo Renzi ha commentato la legge sulla responsabilità dei giudici passata alla Camera dicendo che al Senato la si cambierà? Dunque, anche lui deve ammettere che passare una legge al vaglio due volte consente di correggere errori e migliorare una decisione. Questo solo dovrebbe bastare a convincerci della rilevanza di avere due Camere. Si dice inoltre e insistentemente che un Senato eletto allunga i tempi della politica. Ma si potrebbe obiettare che l’Italia repubblicana ha prodotto un numero spropositato di leggi pur anche con un bicameralismo perfetto! Insomma questi argomenti sono molto poco convincenti. E veniamo così al nodo centrale di questa proposta: l’elezione indiretta dei membri del Senato delle Autonomie.

Cominciamo dall’osservare che volendo riformare la Costituzione, sarebbe opportuno porsi la seguente domanda: perché ci proponiamo di attuare questa riforma? Da quale esigenza siamo mossi e per ottenere che cosa? Questo livello preliminare di chiarezza sulle intenzioni è importante perché consente di affrontare in maniera non approssimativa il problema, ovvero dargli organicità e coerenza. Indubbiamente, sono due le esigenze che giustificano una riforma della legge fondamentale della nostra Repubblica: rendere il sistema politico più trasparente e (rispondente), e renderlo più funzionale. La prima esigenza detta la legittimità delle regole e procedure democratiche nell’era del costituzionalismo: neutralizzare e impedire l’arbitrio (anche della maggioranza eletta), e per questo rendere il potere dello Stato più efficacemente esposto al controllo e sapientemente bilanciato nei poteri che lo compongono, in modo che non ci sia accumulo in nessuno di essi. Se questa è l’esigenza, l’elezione indiretta (la nomina da parte degli organismi di governo comunale e regionale) del Senato della Repubblica va nella direzione contraria. Perché l’elezione indiretta dei componenti di un organo deliberativo (o che partecipa comunque alle decisioni nazionali sebbene non a tutte) è opaca rispetto all’elezione per suffragio dei cittadini. Al contrario, attribuisce un enorme potere discrezionale ad alcuni grandi elettori (sì eletti per suffragio universale, ma per svolgere funzioni di governo territoriale) che in questo modo acquisterebbero un potere superiore a quello di tutti gli altri cittadini, in violazione al principio di eguaglianza politica. Si risolve questo vulnus togliendo al Senato il potere di dare e togliere fiducia al governo, ovvero gli si assegna un potere mezzo-sovrano. In questo modo, si dice, non si toglie nulla al potere dei cittadini e del suffragio. Vero: ma si crea un potere delegato nuovo e molto ampio. Il paradosso di questo Senato nominato è che avrà troppi poteri per essere composto di nominati e troppo pochi poteri per riuscire a controllare gli eletti. Introduce infine un arretramento palese rispetto al suffragio diretto, con un ritorno al XIX secolo quando il voto indiretto venne teorizzato e usato come argine alla democrazia e all’incalzante espansione del suffragio diretto e segreto. Oggi lo si rispolvera per risparmiare e velocizzare la decisione.

L’evoluzione della storia politica occidentale è andata in una direzione contraria a quella del voto indiretto; anche perché è diventato in poco tempo un fatto provato che questo metodo di nomina serviva a generare e proteggere un’oligarchia social-politica, una classe di notabili sensibili agli interessi locali o di chi li nominava. A riprova di ciò potrebbe essere utile ricordare che il Senato degli Stati Uniti d’America fu nella prima fase della storia della federazione americana composto da nominati dagli Stati e diventò un istituto così corrotto e piegato agli interessi non controllabili dei potentati locali e dei notabili che controllavano le nomine da indurre il legislatore a riformarlo istituendo l’elezione diretta dei suoi membri. Quindi la strada semplificatrice e di risparmio che il Partito democratico promette rischia di produrre nuove sacche di corruzione e di privilegio. Un potere in mano ai grandi elettori locali anche se pagato con rimborsi sarà un’occasione di potere appetibile anche perché fuori dal controllo diretto dei cittadini e quindi meno scalfibile. Prevedibilmente si aumenterà la funzione repressiva e ai magistrati verrà dato un nuovo settore di controllo.

Un secondo argomento che si usa per giustificare questa riforma è che dobbiamo seguire modelli riusciti altrove, per esempio quello tedesco. Ma questo argomento è sbagliato e capzioso. La Germania è una federazione compiuta. Ha una Camera direttamente eletta dai cittadini tedeschi e una Camera dei Länder (Bundesrat). Quest’ultima è composta di membri non eletti a suffragio universale diretto, di esponenti dei governi dei vari Länder. Il fatto molto diverso che la federazione consente è che questa camera di nominati è per davvero espressione degli interessi dei Länder e infatti i suoi membri sono vincolati al mandato ricevuto dai loro governi locali per fare gli interessi di ciò di cui sono i rappresentanti (dei loro territori), in violazione del generale principio del divieto di mandato imperativo. L’Italia annacquerebbe il modello tedesco perché non darebbe mandato imperativo ai rappresentanti dei territori – ma si potrebbe obiettare che in questo modo dà anche meno controllo e molta meno accountability. Se si vuole davvero fare un Senato delle regioni e dei territori occorrerebbe avere il coraggio di approdare a un compiuto federalismo, appunto come in Germania. Diversamente, il libero mandato a membri di un Senato nominato dai territori finirà per ascrivere un potere troppo grande, poco o nulla rispondente all’interesse dei territori, e troppo fuori controllo. Questo è il paradosso di un federalismo a metà e di un modello tedesco annacquato. Infine, non si tiene contro del fatto che la Germania ha mantenuto questa sua tradizione dall’Ottocento, non è retrocessa dal voto diretto a quello indiretto, come invece faremmo noi. La questione è anche di ragionevolezza e prudenza politica: dopo anni di condanne della casta ora si legittima la casta e si chiede agli italiani di devolvere il loro potere di elezione a funzionari ed eletti locali, piccoli potenti che le cronache quotidiane ci restituiscono come attori di una corruzione capillare ed espansa. È il risparmio una ragione sufficiente per rispolverare il voto indiretto o non invece la promessa implicita a una nuova generazione locale di prendersi velocemente una fetta di potere discrezionale? Un Senato che non risponde agli elettori perché non deve comunque sfiduciare il governo è un Senato che ha comunque troppo potere per non generare una nuova oligarchia, una nuova casta.

FESTA ANPI MONZA – BRIANZA

DAL 25 AL 29 GIUGNO A BESANA BRIANZA

 

A.N.P.I. MONZA e BRIANZA

Festa provinciale

Marzo 1944: dagli scioperi, alla deportazione, alla Repubblica fondata sul lavoro

 

25 – 29 giugno 2014 BESANA BRIANZA – via De Gasperi


TUTTI I GIORNI MOSTRE, DIBATTITI, CONCERTI E SPETTACOLI.

PER TUTTA LA DURATA DELLA FESTA SARANNO FUNZIONANTI BAR, BIRRERIA, GRIGLIERIA E RISTORANTE.

L’EVENTO SI TERRA’ ANCHE IN CASO DI PIOGGIA (tendone sia per il ristorante che per gli eventi ed i dibattiti).

 

Programma:

http://www.anpimonzabrianza.it/progetti-5f.html#25

 

STEFANO RODOTA’- INTERVISTA DE IL FATTO

Da: Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2014

 

Bisogna chiamarlo, Stefano Rodotà, per chiedergli un commento sull’epurazione democratica dei senatori dissenzienti, sapendo che alla fine si diranno cose molto simili alle ultime interviste? “Non bisogna essere pessimisti. Vede, la scomunica a noi professoroni è stata utile. Dopo si è innescato un circuito virtuoso di proposte e audizioni parlamentari. La vicenda dei senatori, quella di Mineo in particolare, è l’ennesima forzatura”.

Professore, da dove nasce l’insofferenza verso il dissenso?

Se Renzi e i suoi, la ministra Boschi soprattutto, avessero degnato di un minimo d’attenzione la discussione che c’è stata nell’ultimo periodo, sarebbero oggi in condizione di fare una riforma costituzionale davvero innovativa, considerando i suggerimenti che sono arrivati per la legge elettorale, per la composizione e le funzioni del Senato. Invece c’è stata un’indifferenza assoluta verso una discussione che ha visto coinvolti anche molti studiosi vicini all’area politica in cui si muove il governo: la conferma di una scarsissima cultura costituzionale.

Hanno fretta, dicono.

È questo lo sbaglio: la fretta non è solo cattiva consigliera, ma produce ritardi. Basta vedere tutto il tempo perso con il cronoprogramma del governo Letta, quando si voleva smantellare l’articolo 138 della Costituzione. In più occasioni, come altri colleghi, mi permisi di suggerire che forse era meglio partire da riforme molto condivise, come la riduzione del numero dei parlamentari e il bicameralismo perfetto, invece di mettere mano al procedimento di revisione. Se allora si fosse incardinata la discussione in Parlamento, oggi avremmo fatto passi avanti: per avere una fretta scriteriata, hanno buttato via molti mesi.

Il ministro Boschi ha detto: “Il processo delle riforme va avanti, non si può fermare per dieci senatori”.

Questa non è una riforma come tutte le altre, è la riforma della Costituzione. E nella Carta stessa è previsto un procedimento “contro la fretta”: le letture distanziate di almeno tre mesi nelle due Camere, l’eventuale referendum. Perché si deve poter discutere! I senatori di cui parla Boschi hanno fatto obiezioni e proposte che non sono l’espressione di un capriccio, ma registrano opinioni diffuse nel Pd. E comunque una discussione sulle riforme costituzionali dovrebbe dar conto dell’opinione diversa anche di un solo senatore.

I 14 senatori sostengono che sia stata “un’epurazione delle idee non ortodosse” e una “palese violazione della Carta, riferendosi all’articolo 67 che prevede l’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari.

Certo, il vincolo di mandato è rilevante. Quell’articolo dice anche che i parlamentari “rappresentano la Nazione”: chi rappresenta punti di vista diversi non deve certo essere allontanato. Aggiungo che sia il regolamento della Camera sia quello del Senato prevedono la sostituzione di un membro delle Commissioni facendo riferimento a singole sedute o a singoli disegni di legge. Ma la ratio di queste norme sono non è eliminare chi la pensa diversamente, bensì quello di aiutare il lavoro. Ossia di poter procedere in caso di assenza o in caso in cui ci siano competenze specifiche di un altro parlamentare.

Dalla Cina il premier ha ribadito:  “Contano più i voti degli italiani che il veto di qualche senatore”.

Quante volte abbiamo contestato la lettura del voto-lavacro a Berlusconi? Questi comportamenti gettano un’ombra molto inquietante sul futuro: Renzi non vuol negoziare con i membri del suo partito, ma continua a farlo con Berlusconi. Il Parlamento non è il luogo di ratifica delle scelte governative. Si confermano le mie enormi perplessità sull’Italicum, una legge elettorale studiata per questo. Temo che Renzi abbia già introiettato l’idea di una democrazia d’investitura. Credo si corra il rischio di rinnovati interventi della Consulta, anche sulla nuova legge elettorale. Attenzione però: sarebbe una delegittimazione dell’intero sistema, di un Parlamento non più in grado di legiferare in accordo con i principi costituzionali.

Avevate ragione a temere “la svolta autoritaria”?

La svolta autoritaria non è quella che nel Novecento ha portato l’Italia verso una dittatura. Una svolta autoritaria si può avere anche quando si dice “prendere o lasciare” o quando si eliminano istituzionalmente le voci fuori dal coro.

 

70° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELL’ANPI

Si sono svolte a Roma il 6 e 7 giugno – sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica – le celebrazioni per il 70esimo anniversario della nascita dell’ANPI. Una iniziativa che ha riscosso importanti risultati di partecipazione ed emozione. Presenti folte delegazioni di Comitati Provinciali dell’Associazione provenienti da tutta Italia.

 

Dettagli, rassegna stampa, foto e testi dei messaggi pervenuti sono disponibili su

http://www.anpi.it/70-anniversario-della-fondazione-dellanpi

 

in allegato è possibile leggere il testo integrale dell’intervento del Presidente Nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia, nel corso della cerimonia solenne di apertura delle celebrazioni svoltasi nella Sala Auditorium del Centro Congressi Frentani venerdì 6 giugno.

EUTANASIA, FIRANZE 5 GIUGNO

5 giugno 2014 ore 17,15
Auditorium | Complesso S. Apollonia
Via San Gallo,25 – Firenze

EUTANASIA
UNA SCELTA DI LIBERTÀ
il diritto all’eutanasia è un diritto civile

“Per alcuni pazienti e/o genitori l’eutanasia neonatale potrebbe essere preferibile alla sospensione della nutrizione e dell’idratazione, specialmente nelle situazioni, seppur rare, in cui ogni ora e ogni giorno di vita impongono un peso intollerabile al neonato e ai genitori. L’esito in tali casi è chiaro: il bambino morirà presto; se i genitori desiderano abbreviare quel processo e predisporre la morte del proprio figlio nel modo in cui meglio ritengono, l’eutanasia non dovrebbe essere a loro disposizione?”.

 

Così il pediatra olandese Eduard Verhagen, in un articolo pubblicato su  MicroMega 9/2013, spiegava perché l’eutanasia neonatale non può essere un tabù e deve essere uno strumento a disposizione dei medici e dei genitori di bambini nati con malformazioni talmente gravi da essere incompatibili con una vita dignitosa. Per questo motivo, già nel 2005, il professor Verhagen e i suoi colleghi dell’ospedale di Groningen, in Olanda, hanno messo a punto il primo Protocollo al mondo per l’eutanasia neonatale.

Il 5 giugno prossimo Eduard Verhagen sarà a Firenze, ospite di MicroMega in occasione del convegno, intitolato “Eutanasia, una scelta di libertà” in programma alle ore 17,15 presso l’Auditorium del Complesso di S. Apollonia, via san Gallo 25.

Insieme a lui parteciperanno: Paolo Flores d’Arcais direttore di MicroMega, la compagna di Mario Monicelli, Chiara Rapaccini e il figlio di Carlo Lizzani, Francesco Lizzani per testimoniare la scelta di due grandi esponenti del cinema italiano che ci hanno lasciato in modo tragico, togliendosi la vita, proprio perché in Italia non è consentito scegliere di morire in serenità.

Inoltre sarà presente Carlo Troilo il fratello di Michele che, gravemente malato, si è tolto la vita. Carlo Troilo,  in occasione del recente anniversario della morte del fratello  ha inviato una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale ha risposto sollecitando le Camere a discutere del tema.

Infine sarà presente a Firenze anche Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Coscioni, che dal 2006 porta avanti la lotta per la libertà di morire con dignità iniziata dal marito Piergiorgio e che è la prima firmataria di un proposta di legge di iniziativa popolare su testamento biologico ed eutanasia.