Saranno tre le iniziative centrali:
l’uscita del Memoriale della Resistenza Italiana curato da Laura
Gnocchi e Gad Lerner; “Strade di Liberazione”: alle 16 deposizione in
tutto il Paese di un fiore sotto le targhe dedicate ad antifasciste/i e
partigiane/i; “Staffetta della Liberazione”: diretta Facebook con
collegamenti esterni, letture, musica, incontri, presentazioni di libri,
testimonianze partigiane. Pagliarulo: “un 25 aprile di nuova primavera e
di memoria attiva”
“Viviamo un difficile inverno
per le persone e per la democrazia. Stiamo organizzando un 25 aprile di
nuova primavera e di memoria attiva: il Paese si riunirà intorno a
quella straordinaria stagione di speranza. Conquistammo democrazia,
libertà e giustizia sociale, che non sono mai date una volta per sempre.
E non basta difenderle; dobbiamo espanderle ogni giorno, come se ogni
giorno fosse il 25 aprile”. Con queste parole il Presidente
nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, presenta le iniziative nazionali
che l’ANPI realizzerà il 25 aprile. Oltre alle tante che i Comitati
provinciali e le Sezioni svolgeranno nei territori, ne sono previste tre
centrali nazionali:
1) Uscita, il 19 aprile, sul portale www.noipartigiani.it, del Memoriale della Resistenza italiana,
un lavoro durato 2 anni promosso dalla Presidenza nazionale ANPI, col
contributo dello SPI-CGIL, e curato da Laura Gnocchi e Gad Lerner. 500
video-testimonianze di partigiane e partigiani che l’Associazione
metterà a disposizione della cittadinanza. Una sintesi delle loro
esperienze, armate e disarmate; la ricostruzione di importanti fatti
storici; episodi di eroismo, sofferenze e atrocità subite; la
rappresentazione d’insieme delle varie anime della Resistenza e delle
condizioni sociali e culturali in cui sono maturate. Un primo, grande
blocco di interviste verrà messo online il prossimo 19 aprile, le altre
successivamente. Il Memoriale verrà presentato ufficialmente in una conferenza stampa che si terrà il 16 aprile.
2) “Strade di Liberazione”:
l’ANPI invita le cittadine e i cittadini a deporre un fiore, nei propri
Comuni, sotto le targhe dedicate ad antifasciste/i e partigiane/i. Il
tutto dovrà avvenire nel pieno rispetto delle normative anti-covid, per
cui non dovranno essere più di due le persone a compiere il gesto
simbolico, possibilmente un giovane ed un adulto. In questo modo il 25
aprile il Paese si ritroverà riunito intorno a quella straordinaria
stagione di lotta per la libertà e la democrazia. Un fiore che diverrà
una luce accesa sul sacrificio di tante donne e donne da cui sono nate
la Repubblica e la Costituzione.
3) “Staffetta della Liberazione”: sulla
pagina Facebook Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI dalle
10:15 alle 18 del 25 aprile diretta con collegamenti esterni, letture,
musica, incontri, presentazioni di libri, testimonianze partigiane.
Hanno già aderito e dunque parteciperanno tra gli altri: Dacia Maraini, Giuliano Montaldo, Eugenio Finardi, Laura Gnocchi, Gad Lerner, Francesco Filippi, Chiara Colombini, Marta Cuscunà. Nei prossimi giorni sarà reso pubblico il programma completo.
Da una testimonianza di un ufficiale italiano dell’epoca: “Si procede
a fucilazioni di massa e la frase “gli italiani sono diventati peggiori
dei tedeschi si sente dappertutto”.
Sarebbe tempo di chiedere perdono.
In un appello lanciato da Eric Gobetti e sottoscritto da più di 130
storici e tanti istituti culturali si afferma: “L’80 anniversario
sarebbe l’occasione ideale per farsi carico della responsabilità storica
di pratiche criminali che erano il frutto di una logica politica
fascista e nazionalista che noi oggi fermamente condanniamo, in nome dei
valori costituzionali che fondano il patto di cittadinanza
democratica”.
Sarebbe tempo di chiedere perdono.
Il macello jugoslavo, Mussolini lo aveva promesso. Nel lontano 1920 a
Pola affermò: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e
barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella
del bastone. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini
segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo.
Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche».
Sarebbe tempo di chiedere perdono.
I criminali di guerra italiani sono rimasti impuniti, perché in Italia non c’è stata nessuna Norimberga.
Sarebbe tempo di chiedere perdono.
Alle 17 di oggi si apre la mostra promossa dall’Istituto Parri
sull’invasione della Jugoslavia. Il titolo è tutto: A ferro e fuoco.
Sarebbe tempo di chiedere perdono. Il presidente della repubblica
italiana e il presidente sloveno a luglio dell’anno scorso hanno deposto
una corona di fiori al Monumento dei Quattro Martiri sloveni fucilati
il 6 settembre 1930. Un segnale di umanità. Oggi è l’anniversario
dell’invasione. Lubiana diventa una provincia del Regno d’Italia. Si
avvia una irrefrenabile spirale di sangue. Alcune stime: 4000 ostaggi
sloveni fucilati, 1900 torturati o arsi vivi, 1500 degli internati
nell’isola di Arbe – civili e non militari – deceduti, migliaia di
internati a Gonars, in Veneto, in altre regioni. È tristemente nota la
circolare del generale Mario Robotti “si ammazza troppo poco” e
l’affermazione del generale Gastone Gambara a proposito del campo di
Arbe: “Logico e opportuno che campo di concentramenti non significhi
campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta
tranquillo”.
Sarebbe tempo di chiedere perdono.
Il 7 dicembre 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt si
inginocchiava davanti al monumento alle vittime del ghetto di Varsavia.
In Italia c’è chi rimuove la storia. Come se non fosse mai successo. O,
se è successo, come se fosse giusto, normale, dovuto. Fascisti di ieri e silenzi di oggi.
È tempo. È tempo di chiedere perdono”.
Gianfranco Pagliarulo – Presidente nazionale ANPI 6 aprile 2021
Una mostra virtuale, curata da Raoul Pupo, per ricordare
l’invasione italo-tedesca di 80 anni fa.
Ricorre oggi 6 aprile, una data su cui è caduto un colpevole
oblio: ottant’anni fa, nel 1941, le forze italiane invasero la Jugoslavia a
rimorchio di quelle naziste. Come al solito Hitler aveva avvertito Roma “a
decisione già presa”. E tuttavia, osserva lo storico triestino Raoul Pupo,
l’iniziativa “era stata innescata dai pasticci combinati da Mussolini nei
Balcani”, con l’attacco alla Grecia nell’ottobre 1940, risoltosi in un disastro
con l’avanzata delle truppe elleniche nell’Albania appena unita al Regno dei
Savoia.
Pupo ha curato la mostra virtuale “A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43, “ visitabile da oggi sul sito occupazioneitalianajugoslavia41-43.it
E ricorda come le conseguenze dell’aggressione furono catastrofiche, perché alla dura guerra di liberazione intrapresa dai serbi monarchici, detti cetnici, e dai partigiani comunisti di Tito (peraltro in lotta feroce tra loro) si aggiunse la politica di sterminio dei fascisti croati (gli ustascia) nei riguardi delle minoranze etniche. “A fine guerra – sottolinea Pupo – la Jugoslavia avrebbe contato un milione di vittime su 15 milioni di abitanti”.
La mostra, organizzata dall’Istituto Nazionale Parri, dall’Istituto per la storia della Resistenza del Friuli-Venezia Giulia e dall’Università di Trieste, comprende molte foto che documentano quell’orrore. Anche i militari italiani si macchiarono di molti crimini, ricorda Pupo: “E’ una pagina così oscura da venir completamente rimossa dalla memoria collettiva ed accantonata dalle istituzioni”. Oggi conclude: “forse è l’ora di dar la sveglia alla coscienza”.
Ricopiamo una testimonianza al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.
DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino
Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria. Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten. Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo l’elenco da essi tenuto, e a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi pensai che non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.
Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse si trovava il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico facente parte dell’organizzazione militare del P’d’A che, arrestato da circa 40 giorni, era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio. Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essersi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio, era intento a fare una iniezione. Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della Feld Polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.
A questi non fu concesso di terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale “loss,loss”. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.
A mia volta fui sospinta verso la mia cella: “Komme, komme, loss, loss!”. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco. Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimenti che non comprendevo. Come detto più sopra, notai che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematicamente eseguito cella per cella, ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti. Così al 288 proprio, innanzi a me, su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così dappertutto.
Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!
Il gruppo nel fondo aumentava. I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso. Gli animi cominciavano ad essere tesi. Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio. Erano nel frattempo venute le quattro. Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.
Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fontana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Ciò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.
Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati ) era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina, interrogato da una mia amica, le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato l’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto l’appello, la SS domandò: “Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano”. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro: Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. “Allora- riprese la SS – quanti siete disposti a lavorare?”. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. “Quindi tutti volete lavorare? Bene! Io faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila.” Fu rifatto l’appello, il piccolo Di Consiglio non fu chiamato: fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.
Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane. A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito. Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva. Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento. Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.
Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. Due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.
Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini.
So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.
Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.
Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco. Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.
Articolo di Gianfranco Pagliarulo sul quotidiano Domani del 12 marzo
Sono gli storici a dover scrivere
la storia. E non serve alla comprensione dei fatti spegnere ogni luce
sulla drammatica scena del confine orientale negli anni 40, e illuminare
solo le tragedie delle foibe e dell’esodo.
Bene sarebbe che
nell’anniversario dell’invasione italiana della Jugoslavia dalle
istituzioni italiane giungesse un inequivocabile messaggio di
distensione e di riconoscimento delle pesanti responsabilità che gravano
ancora sul nostro Paese.
Il cosiddetto confine orientale
andrebbe finalmente osservato con uno sguardo altro e alto: una
frontiera di secolare convivenza fra culture, lingue, religioni, stili
di vita differenti. Non un muro, ma un ponte che consenta di guardare ad
un futuro pacifico.
Si avvicina l’80esimo anniversario dell’invasione italiana della
Jugoslavia. Quell’evento – 6 aprile 1941 – rappresentò l’inizio di
un’oppressione e poi di una repressione sanguinosa. Le vittime jugoslave
dell’occupazione, della contestuale aggressione nazista e dei crimini
dei collaborazionisti si contano nella cifra di oltre un milione di
morti.
La legge 92 del 2004 recita, all’art. 1, che «la Repubblica riconosce il
10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e
rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime
delle foibe,
dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel
secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
In questi diciassette anni, ben lungi da un lavoro di costruzione di
una memoria, se non condivisa, quantomeno complessiva, si è sviluppata
un’azione a largo raggio delle destre, in particolare le destre estreme,
tesa a imporre il dramma delle foibe e dell’esodo come una sorta di una
narrazione alternativa e contrapposta alla storia della Resistenza.
Tale azione politica e culturale a tutt’oggi in corso ha come
presupposto necessario l’estrapolazione delle drammatiche vicende dal
contesto e perciò la consapevole rimozione delle finalità della legge in
merito alla “complessa vicenda del confine orientale”. Ferma rimanendo –
questo sia assolutamente chiaro – la condanna e la riprovazione per
l’orribile vicenda delle foibe, come più volte ribadito dall’Anpi
nazionale, e assieme la drammatica memoria dell’esodo, va sottolineato
che l’obiettivo reale delle destre estreme è la costruzione di un mito
vittimario fascista. Dietro questa complessa operazione si cela un
paradossale capovolgimento della storia, per cui il fascismo italiano,
responsabile dell’aggressione alla Jugoslavia, sarebbe stato in realtà
vittima dell’aggressione jugoslava in una realtà ucronica in cui sono
state radicalmente rimosse l’invasione, le violenze, l’impunità dei
criminali di guerra, le complicità con il Terzo Reich.
L’operazione di illusionismo consiste nello spegnere ogni luce sulla
drammatica scena del confine orientale, mentre i fari si illuminano
soltanto per le tragedie delle foibe e dell’esodo.
Tutto qui per
gli illusionisti? No. Rimane da disinnescare il pericolo rappresentato
dalle fonti della conoscenza della verità sui fatti, cioè la ricerca
storica, ove questa non confermi la vulgata della destra, e rivestire di
autorità istituzionale la versione illusionista attribuendo alle
medesime istituzioni il compito inquietante di stabilire una volta per
tutte un’unica verità, negando la quale ci si pone in automatico al
fuori di qualsiasi legittimità. Detto in breve, non sono gli storici che
scrivono la storia, ma lo Stato.
La mozione di Fratelli d’Italia
L’incarnazione di questo disegno si trova nella mozione proposta dal
gruppo di Fratelli d’Italia, approvata il 23 febbraio dal Consiglio
regionale del Veneto e preceduta da un’analoga mozione del 2019 del
Consiglio del Friuli-Venezia Giulia.
Nel documento si premette che «tra il 1943 ed il 1947 sono stati
assassinati e infoibati dal regime comunista jugoslavo oltre 12.000
italiani». Ma il regime inizia alla fine del 1945; nel periodo
precedente si è in presenza di un movimento di resistenza contro
l’occupazione nazifascista. Eppure questa grottesca svista proclama la
vacuità, la vanità e la presunzione di sostituire alla ricerca storica
una artefatta verità politico-istituzionale.
Né va meglio con le
vittime delle foibe, dichiarate nel numero di 12.000 – ovviamente senza
citare alcuna fonte –, per cui qualsiasi altro calcolo formulato in
base agli elementi di ricerca si rivela “riduzionista”. È il caso del
“Vademecum per il giorno del ricordo”, esplicitamente attaccato come
“riduzionista” dalla mozione. Il testo, davvero equilibrato, a cura di
un gruppo di autorevoli storici, stima un numero di vittime inferiori di
circa la metà rispetto a quello dichiarato dalla mozione.
Tra
tali storici c’è da segnalare la presenza di Raoul Pupo, uno dei massimi
studiosi dell’argomento, già relatore ufficiale al Quirinale nel Giorno
del ricordo. Sia chiaro che il dramma delle foibe rimane esecrabile sia
che le vittime siano state 12.000, sia che siano state un numero
inferiore. Ma che le 12.000 vittime diventino verità assoluta e
inconfutabile per decisione del Consiglio regionale del Veneto pena
l’incorrere nella sua scomunica, è francamente imbarazzante per un Paese
civile.
L’esegesi del testo della mozione potrebbe continuare a lungo,
smontando omissioni e veri e propri falsi di cui è costellata. Conviene
però soffermarsi su qualche punto ulteriore, ove si afferma che ci si
impegna «a sospendere ogni tipo di contributo finanziario e di qualsiasi
altra natura (…) a beneficio di soggetti pubblici e privati che,
direttamente o indirettamente, concorrano con qualsiasi mezzo o in
qualsiasi modo a diffondere azioni volte a macchiarsi di riduzionismo,
giustificazionismo e/o di negazionismo
nei confronti delle vicende drammatiche quali le foibe e l’esodo,
sminuendone la portata e negando la valenza storica e politica di questa
enorme tragedia».
Ma con chi ce l’hanno gli estensori della
mozione? Lo si scopre in una delle premesse: «in occasione delle
celebrazioni del Giorno del Ricordo ogni anno vengono organizzati
numerosi convegni di natura negazionista o riduzionista con la presenza
di presunti storici, a cura principalmente dell’Anpi, con il sostegno
talvolta di amministrazioni locali compiacenti e di partiti politici
presenti in Parlamento, con il solo fine di sminuire o addirittura
negare il dramma delle foibe e delle drammatiche vicende correlate». In
sostanza coloro che propongono una visione difforme da quella imposta
nella mozione sarebbero sanzionabili: l’Anpi, gli storici («presunti»),
le amministrazioni locali («compiacenti»), i partiti politici.
Lettera a Mattarella
Nella gabbia – invero zoppicante – della mozione è imprigionata, in
sostanza, la libertà di ricerca e le libere iniziative promosse in
questa direzione dalle forze sociali e politiche. Quanto basta perché un
rilevantissimo numero di storici e di istituti di ricerca abbia inviato
una lettera aperta al Presidente della Repubblica in cui si denuncia
«un rischio gravissimo per la libertà di ricerca, il libero dibattito
scientifico, e più in generale per la libertà di espressione del nostro
Paese». In sostanza, la mozione di Fratelli d’Italia è in violenta rotta
di collisione – un riflesso pavloviano? – con l’art. 21 della
Costituzione che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione».
E ancora: nella mozione si richiama la legge 115
del 2016 «con la quale si attribuisce rilevanza penale alle affermazioni
negazioniste della Shoah» con l’evidente intenzione di estenderne
l’ambito anche versus i “negazionisti” e “riduzionisti” delle foibe,
nella cieca ignoranza del disposto della legge che considera la norma
sulla negazione della Shoah come una circostanza aggravante dei delitti
di natura tipicamente neofascista di propaganda razzista.
Finito? Neanche per idea. Nella mozione si denuncia, in breve, la non
sufficiente presenza del dramma delle foibe e dell’esodo nei programmi
di formazione. Come se nei programma di formazione ci si soffermasse,
viceversa, sulle «complesse vicende del confine orientale». Ma quando
mai si parla nelle scuole dell’invasione della Jugoslavia? Gli italiani
in Jugoslavia si resero responsabili di incendi, fucilazioni, stragi,
rappresaglie di ogni genere. E del fascismo di confine?
Fu
proprio in quei territori che i fascisti presentarono il loro volto più
violento per un lungo periodo che prese avvio dall’inizio degli anni
Venti: una sistematica politica di oppressione e snazionalizzazione
delle minoranze slovene e croate e di persecuzione degli antifascisti.
Il 20 settembre 1920 a Pola Benito Mussolini affermò fra l’altro: «Di
fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve
seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone». E
dell’occupazione tedesca del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia
Giulia? Dopo l’8 settembre il Friuli Venezia Giulia fu occupato e
amministrato dal Terzo Reich, collaborazionisti cosacchi compresi, in
armonia con i fascisti locali ovviamente subalterni e fu luogo di
ulteriori atrocità che videro protagonisti non solo i tedeschi, ma anche
i fascisti italiani, fra cui quelli della X Mas. E dei criminali di
guerra italiani rimasti a tutt’oggi impuniti?
Questo fu il
contesto in cui si consumò il dramma delle foibe e successivamente
dell’esodo istriano, fiumano e dalmata e, assieme, prese corpo la
questione dell’espansionismo jugoslavo a fronte di una guerra che
l’Italia, fra gli altri, aveva dichiarato, uscendone sconfitta l’8
settembre 1943 e redenta per quanto possibile dalla Resistenza. Andò
molto peggio alla Germania e al Giappone.
La foglia di fico dell’ultranazionalismo
Le foibe e l’esodo sono tragedie sconvolgenti che richiedono la massima
serietà nella ricerca storica, nell’attribuzione delle responsabilità, e
nell’approccio politico affinché non diventino la bandiera di una
fazione e la foglia di fico di un ultranazionalismo irredentistico di
tipo novecentesco. E questo è il cuore del problema che abbiamo davanti:
dietro il racconto di una storia riscritta, cancellata, inventata,
semplicemente violentata si nasconde una ruggine vendicativa e
sciovinista che costituisce un pericolo per il nostro Paese e per i
Paesi confinanti. Per i firmatari della mozione e per quella
rilevantissima parte delle destre che condivide la sostanza di quelle
tesi il Novecento non è stato il secolo breve ma è invece un secolo così
lungo che continua tutt’oggi, nell’anno del Signore 2021.
Il
cosiddetto confine orientale andrebbe finalmente osservato con uno
sguardo altro e alto: una frontiera di secolare convivenza fra culture,
lingue, religioni, stili di vita differenti. Non un muro, ma un ponte
che consenta di guardare ad un futuro pacifico e di progresso di
civiltà, mettendo a valore le straordinarie ricchezze culturali di
quella terra.
Bene sarebbe che proprio in questa prospettiva,
nella circostanza dell’anniversario dell’invasione italiana della
Jugoslavia proprio dalle istituzioni italiane giungesse un
inequivocabile messaggio di distensione e di riconoscimento delle
pesanti responsabilità che gravano ancora sul nostro Paese.
I giardini di piazza del Popolo intitolati a Norma Cossetto
Comunicato
stampa
Apprendiamo dai giornali che oggi 8 marzo verrà intitolato il giardino di Piazza del Popolo a Norma Cossetto, studentessa istriana martire delle foibe. Certamente le foibe sono una brutta pagina della storia che ha vissuto il nostro paese, conseguenza di un comportamento verso gli slavi di italianizzazione forzata con centinaia di migliaia di episodi di violenze, abusi, stupri, incendi e assassinii da parte dei fascisti italiani. Certamente, e non da oggi, l’ANPI condanna le foibe come atto crudele fatto dai partigiani Jugoslavi consapevoli che le vendette comportano vittime innocenti, e la studentessa Norma Cossetto fu una di questi. Ci piacerebbe che con i morti delle foibe venga celebrato il ricordo delle migliaia di slavi, i così detti “allogeni” (1) e degli italiani antifascisti morti di fame, di stenti e di torture nei numerosi campi di concentramento italiani in territorio slavo (ben 5 ufficiali e di grandi dimensioni, fino a 10.000/15,000 internati come in quello più noto di Arbe) o i 36 stanziati in Italia e riservati in prevalenza a cittadini italiani di origine slava, tra cui il famigerato lager della Risiera di San Sabba a Trieste, unico campo in Italia a essere fornito anche di forno crematorio. Campo gestito dalle truppe tedesche in territorio controllato dalla famigerata Repubblica Sociale di Salò, e destinato agli oppositori politici (vittime stimate tra le tremila e le cinquemila). Non si dica che è l’ANPI a voler nascondere certe verità, si provi a chiedere ragione a chi, al governo per tre interi decenni con le forze di centro destra, non ha mai sentito il dovere o l’obbligo di chiedere spiegazioni al Governo Jugoslavo, o quelle forze politiche della destra nazionale che per anni, in particolar modo dal 1956 per tutti gli anni sessanta l’unica rivendicazione che portarono avanti fu quella revanscista sui territori italiani, eppure quanto successo nelle foibe era di pubblico dominio già da allora. Forse una chiave di lettura la indichiamo noi, non è che se il Governo Italiano avesse chiesto ragione dei fatti relativi alle foibe il Governo Jugoslavo avrebbe chiesto di processare i responsabili dei campi di concentramento slavi e tutti quelli che amministrarono le terre occupate dagli italiani? L’ANPI comasca è stata l’unica in questi anni ad aver organizzato non manifestazioni demagogiche, ma più di un convegno sul tema del Fronte Orientale, foibe comprese. L’ultimo giusto quattro anni fa in Biblioteca Comunale con la partecipazione di due storici, Eric Gobetti, ricercatore di Storia Contemporanea presso l’università di Torino (ci verrà fatto rilevare che si tratta di uno storico di sinistra, ebbene sì, ne siamo consapevoli) e il prof. Giorgio Conetti (di lui però non si può dire), per anni docente di Diritto Internazionale e Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Dell’Insubria di Como e presidente di quella Commissione Storico-culturale Italo-Slovena (2) che dopo ben sette anni di lavori produsse un corposo dossier, reso pubblico su sollecitazione di molti organismi fra cui l’ANPI e il Governo Sloveno dopo ben otto mesi. Un’ultima cosa, la scelta dei giardini di Piazza del Popolo è casuale o il fatto di essere di fronte alla ex Casa del fascio è una scelta di coerenza politica?
Grazie per l’attenzione.
La
segreteria del Com. Prov. di Como
(1)
quei cittadini che, in uno stato nazionale, sono di stirpe, ed
eventualmente di lingua e di tradizioni culturali e religiose diverse
da quelle della maggioranza, e che conservano una propria identità
culturale e spesso anche politica.
(2)
Nell’ottobre
1993 i Ministri degli esteri dell’Italia e della Slovenia
istituirono una Commissione storicoculturale italo-slovena con lo
scopo di fare il punto sui risultati della ricerca storica realizzata
nei due Paesi sul tema dei reciproci rapporti. La Commissione era
formata da parte italiana da Giorgio Conetti, docente di diritto
internazionale e preside della facoltà di giurisprudenza di Como che
la presiedeva, e dagli storici Angelo Ara (Università di Pavia),
Marina Cattaruzza (Università di Berna), Fulvio Salimbeni
(Università di Udine), Raoul Pupo (Università di Trieste),
Maria Paola Pagnini, ordinario di geografia dell’Università di
Trieste e dal sen. Lucio Toth, dell’Associazione Nazionale Venezia
Giulia e Dalmazia. La parte slovena, presieduta dalla dott.ssa Milica
Kacin Wohinz era composta dagli storici France Dolinar, Branko
Marusˇicˇ, Boris Mlakar, Nevenka Troha, Andrej Vovko e Aleksander
Vuga. Inizialmente fecero parte della Commissione anche il
costituzionalista Sergio Bartole, lo scrittore Fulvio Tomizza, lo
storico Elio Apih e Boris Gombacˇ che, per vari motivi, non poterono
proseguire nell’incarico. Dopo 7 anni di lavoro e ripetuti incontri
la relazione conclusiva della Commissione fu approvata all’unanimità
dai suoi 14 componenti il 25 luglio 2000 e consegnata ai rispettivi
Ministeri degli esteri, ma inspiegabilmente per 8 mesi non fu resa
pubblica. Benché la pubblicazione fosse stata sollecitata da più
parti, tra le quali l’ANPI, e da un voto unanime della Camera dei
Deputati, la relazione fu resa pubblica nel testo integrale soltanto
il 4 aprile 2001 dal quotidiano “Il Piccolo” e – lo stesso
giorno – anche dal Ministero degli esteri.
Dal primo marzo, e per almeno una settimana, la mostra “Le Idee della Pace” è allestita presso la Coop di Rebbio (via Giussani-via Cecilio), nell’atrio del negozio Euronics a lato dell’ingresso alla Coop vera e propria.
L’ Anpi provinciale di Como ha aderito all’ iniziativa ed è presente con un suo totem.
Oggi, 17 febbraio, è il triste anniversario della scomparsa del nostro indimenticato segretario provinciale Perugino Perugini. Per tanti anni Perugino è stato la vera colonna portante dell’Anpi, a lui la nostra associazione deve riconoscenza per l’impegno instancabile che le ha generosamente dedicato.
Nato a Milano il 25 maggio 1926, di famiglia antifascista, Perugino entra giovanissimo nella lotta di Resistenza con altri ragazzi suoi coetanei, impegnandosi soprattutto nella ricerca di armi da consegnare ai partigiani. Nel dopoguerra ha continuato con passione a occuparsi dei temi a lui cari, come l’antifascismo, la giustizia sociale, la libertà e l’ uguaglianza fra i popoli. E’ morto a Como il 17 febbraio 2009.
Perugino è stato ricordato dalla sezione Anpi di Como, che è stata intitolata a lui, sabato scorso, 13 febbraio, al cimitero di Albate in presenza della figlia Laura.
Nota del Presidente nazionale
ANPI: “Occorre aprire una pagina nuova che, senza nulla togliere alla
gravità degli eventi delle foibe e dell’esodo, restituisca nella sua
interezza il dramma delle terre di confine e del più ampio territorio
slavo”
Oggi è il Giorno del ricordo,
istituito “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia
degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro
terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della
più complessa vicenda del confine orientale”.
Ricordiamo perciò in primo luogo e senza alcuna reticenza l’orrore
delle foibe e le sue vittime e, assieme, il dramma dell’esodo di tanti
italiani. Guardiamo con compassione e rispetto a tutti gli innocenti
colpiti da questa immane tragedia.
Ma perdura l’assordante silenzio verso “la più complessa vicenda del confine orientale”.
Stigmatizziamo il silenzio verso l’aggressione dell’Italia fascista
nei confronti della Jugoslavia (parte della Slovenia, della Croazia,
compresa la Dalmazia, e della Bosnia ed il Montenegro), di cui
quest’anno ricorre l’80° anniversario, gli innumerevoli, efferati
massacri che ne seguirono, le impunite responsabilità dei criminali di
guerra italiani.
Stigmatizziamo il silenzio verso le violenze, gli incendi e gli
omicidi del “fascismo di confine” in Venezia Giulia dal 1920 in poi, che
colpì le minoranze slovene e croate e gli oppositori politici italiani.
Stigmatizziamo il silenzio verso la risiera di San Sabba, campo di
sterminio dove furono assassinati dall’inizio del 1944 migliaia di
ebrei, partigiani, detenuti politici ed ostaggi.
Stigmatizziamo il silenzio verso i crimini nella Zona d’operazioni
del litorale adriatico, che comprendeva l’attuale Friuli-Venezia Giulia e
la Zona d’operazioni delle Prealpi, cioè l’attuale Trentino Alto Adige,
occupati dai nazisti all’indomani dell’8 settembre, con la piena
collaborazione dei fascisti italiani, complici o responsabili – a
cominciare dalla X MAS – di innumerevoli delitti.
A 17 anni dall’approvazione della legge prevale una memoria vera e
drammatica, ma che è parte di una memoria molto più grande, volutamente e
colpevolmente rimossa. Così operando si sollecita soltanto un nuovo
nazionalismo che ci riporta al 900 e non sanerà mai le ferite del
passato. Occorre aprire una pagina nuova che, senza nulla togliere alla
gravità degli eventi delle foibe e dell’esodo, restituisca nella sua
interezza il dramma delle terre di confine e del più ampio territorio
slavo e le incancellabili e criminali responsabilità del fascismo.
Occorre infine restituire alla ricerca storica la sua funzione oggi
indebitamente occupata dalla politica che, in questa misura, distorce la
verità storica e la presenta a vantaggio di questa o quella parte.