«Con molta probabilità ci mandano in Germania»
di Ines Figini
[Bergamo, marzo 1944]1
Carissimi,
ci troviamo a Bergamo. Non voglio assolutamente che vi preoccupate per me. Con molta probabilità ci mandano in Germania. Sapete che la cosa per me non è eccessiva e ci vado abbastanza volentieri. Dunque non pensate male: sapete che posseggo abbastanza coraggio per affrontare qualsiasi avversità futura.
Ada si trova con me, anzi, ti prego cara Anna di andare dai suoi e dire a loro che con molta probabilità tornerà presto per via della sinusite. Anche Celestina non sta troppo bene. Invece la mia salute sotto tutti gli aspetti è sempre ottima. Mi preoccupa solo il pensiero per voi e per il resto… non m’importa niente.
Siamo qui a Bergamo in una caserma e precisamente al Comando Germanico.
Siamo qui coi soldati tedeschi. Sono gentili. Credo però che non ci tratteniamo più a lungo. A quanto sembra domani o dopo si parte. Però, se questa mia ti arriva in tempo se vorrete fare una scappatina, forse arrivate in tempo a salutarci. Altrimenti, vi ripeto, non state in pensiero per noi. A proposito cara Anna prova, se lo puoi a chiedere al signor Valter se non può fare nulla per noi. Dato che la questura non ha più niente a che fare con noi, (siamo solo a disposizione del Comando Germanico) magari, lui, che conta delle buone conoscenze, può aiutarci. In ogni modo se fosse impossibile non correre più in nessun posto, io seguirò il mio destino. Il mio morale è sempre alto e anche Ada e Celestina. Sono sempre con noi le 5 ragazze di Lecco. Dunque vedete che non siamo sole. Ti prego cara Anna di andare da Franco e dal signor Butti (il fidanzato della Ada) e di spiegarci la situazione. Porta pure questo foglietto e digli di non pensare male, digli che se l’Ada per sfortuna dovesse partire che raccomanda a lui la sua casa. Dille che lo ricorda sempre e che lo pensa sempre e che le è molto vicina. Saluta e abbraccia la signorina Lina e dille che il suo ricordo le sta sempre nel cuore. Per Franco e per il suo babbo trova tu le parole adatte. Ma soprattutto quello che vi ripetiamo è di non pensare, e di non preoccuparsi per noi. Non sappiamo nulla di preciso neppure noi: possiamo rimanere come partire. Telefona anche alla sorella di Celestina la nostra situazione. Tranquillizzala. Tante cose care e tanti abbracci.
Vai dalla sarta che le va 23 Lire. Ciao.
Ines
Abbiamo voluto iniziare questa pagina con una citazione dal libro ” Voci dal Lager” che ha, per noi, un significato particolare: è la lettera che Ines Figini, operaia comasca della Comense, deportata nei campi di sterminio per aver partecipato allo sciopero del marzo 1944, riuscì a spedire ai familiari, prima di essere tradotta in Germania.
Questa lettera, con tante altre, fanno parte del libro
VOCI DAL LAGER. DIARI E LETTERE DEI DEPORTATI POLITICI 1943-1945
La storia dei deportati politici raccontata per la prima volta con le parole delle vittime
che sarà presentato al pubblico
SABATO 21 GENNAIO ALLE ORE 21,00
PRESSO LA CASCINA MASSEE AD ALBATE
La storia dei deportati politici italiani nei lager nazisti, raccontata per la prima volta attraverso le loro scritture private (diari, lettere, biglietti) in quei drammatici giorni della seconda guerra mondiale. È la chiave di “lettura” del libro Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (Einaudi, pp. XLIV – 419, € 14), di Mario Avagliano e Marco Palmieri, che ricostruisce attraverso la cronaca dal vivo dei protagonisti una pagina dimenticata della Resistenza italiana e delle politiche di repressione degli oppositori politici messe in atto da fascisti e nazisti. Nel volume, che viene presentato a Como il 21 gennaio, anche gli scritti di deportati politici di Como e della provincia come Ines Figini, Roberto Lepetit, Giorgio Puecher Passavalli e Teresio Olivelli.
“Voci dal lager” è un saggio storico, basato su un poderoso lavoro di ricerca durato alcuni anni e condotto col “passaparola” tra le famiglie degli ex deportati e con l’aiuto delle loro associazioni come l’Aned e degli istituti storici di tutta Italia. Ma al tempo stesso è anche una commovente e appassionante antologia, in cui i brani di diario e le lettere sono state raccolte in ordine tematico e cronologico, per agevolarne la lettura anche nelle scuole e tra un pubblico più ampio.
La storia della deportazione politica è stata spesso trascurata nel dopoguerra, ma il fenomeno riguardò circa 24 mila persone (1.500 donne) e quasi la metà di loro, oltre 10 mila, morirono nei Konzentrationslager nazisti. A Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e nel lager femminile di Ravensbrück furono portati e uccisi italiani di ogni parte della penisola, antifascisti e partigiani di tutte le forze politiche, operai colpevoli di aver scioperato e cittadini protagonisti di atti di resistenza civile e senz’armi. Per questo – scrivono Avagliano e Palmieri – “la deportazione politica, il carcere duro nel Reich e il lavoro coatto costituiscono un tassello indispensabile per comprendere le politiche di occupazione dell’Italia centro-settentrionale da parte dei nazisti, il ruolo svolto dalla Rsi in questo contesto e la reazione popolare – in differenti modi e forme – all’oppressione nazifascista”.
Il saggio-antologia inizia dal momento della cattura e delle torture subite in carcere – San Vittore a Milano, Marassi a Genova, le Nuove a Torino, Il Coroneo a Trieste, Regina Coeli a Roma e così via – per estorcere informazioni sui compagni di lotta. La violenza fisica è accompagnata sempre da quella psicologica ed in primo luogo dalla paura di essere deportati: «Con molta probabilità ci mandano in Germania», scrive in una lettera del marzo 1944 Ines Figini, operaia della tintoria Comense arrestata in seguito allo sciopero del 6 marzo 1944 e rinchiusa prima nel carcere di Como e poi nella caserma della Fanteria a Bergamo, da dove ebbe inizio la sua odissea a Mauthausen, Auschwitz e Ravensbrück. «Mi hanno fotografato come un galeotto col cartello al collo. Si dice che quelli fotografati siano destinati alla deportazione in Germania! Dio non voglia una cosa simile», scrive da San Vittore Roberto Lepetit, nato a Lezze di Erba nel 1906, titolare dell’omonima ditta farmaceutica, il cui stabilimento divenne una base partigiana, deportato e morto a Ebensee nel maggio del 1945
Scopri di più da ANPI - Comitato Provinciale di Como ETS
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
