ROSARIO BENTIVEGNA

È morto Rosario Bentivegna

 

È venuto a mancare ieri sera il Combattente partigiano, Medaglia d’argento al valor militare, Rosario Bentivegna: a giugno avrebbe compiuto novant’anni. Avvicinatosi al marxismo sul finire degli anni Trenta, durante la guerra, mentre era studente in Medicina, entrava nel Pci. Dopo l’8 settembre 1943 partecipava alla formazione dei Gruppi d’azione patriottica (Gap) romani. Con il ruolo di Comandante, partecipava a

numerose azioni di guerriglia contro i nazifascisti. Alla più celebre di queste la sua figura resterà per sempre legata: l’azione di via Rasella. Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, vestito da spazzino, con i bidoni pieni d’esplosivo, Bentivegna è nel commando dei Gap che fa saltare in aria un reparto di SS altoatesine in marcia, pronte per essere adibite alla repressione antipartigiana. La mattina dopo, la feroce ritorsione nazifascista con l’esecuzione di 335 cittadini inermi, tra antifascisti, partigiani ed ebrei, presso le fosse Ardeatine. Sin da subito, su questi avvenimenti si iniziavano a diffondere voci calunniose, provenienti dagli ambienti fascisti così come da quelli monarchici e conservatori, secondo cui se i gappisti si fossero consegnati ai tedeschi la strage delle Ardeatine non sarebbe avvenuta e che tal proposito sarebbero stati diffusi inviti con manifesti ed altoparlanti. Com’è noto, la richiesta venne divulgata solo a strage avvenuta, quando l’ordine era “già stato eseguito”. Nel corso degli anni, però, non ha smesso mai di funzionare una vera e propria fabbrica del falso al fine di addossare ai gappisti le responsabilità delle Ardeatine, sempre e costantemente smentita da diverse sentenze della magistratura che hanno ribadito la legittimità di quell’attacco, un’azione bellica contro un esercito occupante. Un atto, aggiungiamo, di singolare coraggio che ha inferto un duro colpo al nazifascismo contribuendo alla sconfitta militare del Terzo reich.

Dopo la Liberazione di Roma, per proseguire la lotta contro il fascismo, Bentivegna si era fatto inviare dal Pci in Jugoslavia, come Vicecommissario della Divisione Garibaldi. Dopo la guerra si dedicherà alla professione di medico, anatomopatologo, e alla militanza nel Pci, da cui deciderà di uscire nel 1985. A partire dagli anni Novanta, contro un revisionismo strumentale montante che, ricordiamolo, per gran parte ha fatto perno sull’argomento via Rasella – fosse Ardeatine, Bentivegna ha redatto alcune pregevoli monografie.

Proprio di recente è uscita la sua autobiografia, Senza fare di necessità virtù (Einaudi, 2011) che sabato 24 marzo, 68° delle Ardeatine, abbiamo presentato a Viterbo, con la coautrice Michela Ponzani. Rosario non era potuto venire, raccomandandosi di portare il proprio saluto a tutti i presenti.

Con Bentivegna se ne va una delle ultime figure eroiche della nostra Resistenza, uno spirito libero, sempre pronto a confrontarsi alla pari con chiunque senza mai mettersi in cattedra.

Il Comitato provinciale Anpi di Viterbo inchina la propria bandiera

24 MARZO – FOSSE ARDEATINE

FOSSE ARDEATINE

In questa paine riproduciamo un documento con la testimonianaza di una teste al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I’elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell’organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

 Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

Il gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fonatana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Cioò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I’appello, la SS domandò: Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I’appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini. 

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.



LA DONNA NELLA DEPORTAZIONE

OTTO MARZO

LA DONNA NELLA DEPORTAZIONE

Lettera dal campo  di Lidia Beccaria Rolfi ” Rossana”, staffetta partigiana della 15a Brigata Garibaldi, arrestata il 13 aprile 1944 e quindi deportata a Ravensbruck.

” Le palpebre sono pesanti, la mano a stento riesce a far scorrere la matita, la testa cade ciondoloni, ma nonostante tutto il pensiero è ancora fisso lontano in un ricordo che nello stesso tempo è visione e speranza, è desiderio….Italia….mia, mia casetta lontana, mamma, papà, dove siete, perché non mi date notizie, perché mi lasciate sola? Ho tanto bisogno di conforto, mamma ho bisogno di te, voglio che tu mi stringa  fra le tue braccia, sono troppo sola, paurosamente sola, fra la promiscuità di tante donne che di donna non hanno più che le sole sembianze fisiche – Mamma, dimmi tu, è meglio restare o partire? Mamma, ispirami tu, io voglio vivere, non voglio morire,voglio tornare a te ma non so cosa fare, sono tanto stanca e tanto malata. Sento che le forze se ne vanno, di giorno in giorno divento più debole, ma non voglio andare dal dottore. non bisogna essere ammalati adesso. perché c’è nella notte una fiamma che brilla di una luce fosforescente ed infernale –
Sono quattro settimane che lavoro di notte, sono tanto stanca, ma il mio cuore soprattutto non sopporta più la fatica e mi gioca tanti tiri. Quando più la stanchezza…. mi afferro la testa fra le mani e allora in dolce dormiveglia rivedo la mia casetta, i miei fiori, i miei campi, i miei prati….sono già in fiore (…) La primavera già fiorisce ma qui non c’è primavera, è inverno eterno ed un vento terribile soffia e penetra tra gli interstizi e le pareti troppo sottili.
Mamma, mamma aiutami tu, solo tu mi puoi ancora dare la forza di vivere e tornare….
mamma, vieni stanotte in sogno, ti attendo…

OTTO MARZO

OTTO MARZO

LA DONNA NELLA RESISTENZA

RICORDO DI LAURA POLIZZI, PARTIGIANA MIRKA

LA RESISTENZA FU ANCHE EMANCIPAZIONE

Nel dicembre del ’43 non avevo ancora aderito a nessun partito. Un responsabile del Partito Comunista, Mario Malvasi, convocò le tre-quattro donne che avevano collaborato come staffette in città nel primo gruppo che si era costituito per la Resistenza e ci diede dei compiti. La responsabile era Maria Zaccarini, poi c’era l’addetta al lavoro nelle fabbriche, una di Soccorso Rosso ( era mia sorella, che all’epoca non aveva ancora 17 anni), e io alla stampa e propaganda. Questo gruppo si allargò prima alle compagne socialiste, poi si avviò verso la strada unitaria.

Io purtroppo nel gennaio ’44 fui denunciata e dovetti entrare in clandestinità. Fui mandata a Piacenza con due compiti: seguire l’Agitprop, gruppo di agitazione e propaganda, e dare vita ai Gruppi di Difesa della Donna ( GDD). Da Piacenza andai a Parma, nel marzo ’44, sempre con gli stessi compiti. Ero collegata con il PCI, nel frattempo mi ero anche iscritta, clandestinamente.

Entrai in contatto con le donne contadine di Reggio, si erano già costituite in gruppo, cominciammo a ricevere Il Clandestino e Noi Donne, mentre facevamo noi stesse dei volantini di propaganda.

Ci riunivamo nelle stalle, a poco a poco il movimento cresceva, i compiti specifici erano mantenere i contatti con le organizzazioni dei GAP e delle SAP che si stavano costituendo in pianura. Le più coraggiose, poi, collaboravano con le SAP, mentre di giorno lavoravano nei campi.

Dai gruppi di Difesa delle Donne partivano rivendicazioni, prima di tutte la fine della guerra e la pace. Ponevamo il principio, forte e molto sentito, della parità con l’uomo.

Per le giovani di oggi forse è difficile capire come era sottovalutata la donna. Sono note le cose che il fascismo diceva: le donne hanno il cervello più piccolo, devono stare in casa, non devono lavorare, devono fare i figli. Cresceva nelle donne il senso delle ingiustizie subite e una forte volontà di riscatto. Certo, il tema principale era la fine della guerra, i giovani che partivano e che non tornavano, ma si sentiva che stava nascendo anche qualcosa di nuovo. Per me fu uno stimolo, questo, ad aderire alla Resistenza: prima di tutto per far finire la guerra, ma anche per i diritti.

Stare nel movimento mi piaceva, vorrei riuscire a trasmettervi il nostro entusiasmo, quando ci riunivamo, e anche l’amore che ci legava, era non solo condividere i pensieri, le idee, ma anche sentirci unite, sostenerci a vicenda. Loro mi amavano molto perchè ero la più giovane, ma anche perchè ero l’unica lontana dalla famiglia e dalla propria casa. I GAP e i SAP preparavano i volantini e poi li davano a noi donne perchè li distribuissimo. La notte le donne li portavano davanti alle case e al mattino la gente diceva: “stanotte sono arrivati i partigiani”, ma i partigiani eravamo noi, erano le contadine che rischiavano la pelle di grosso, perchè quei paesi erano occupati dai tedeschi.

Aleggiava un nome leggendario di donna partigiana armata, che era Norma Barbolini del modenese. Io era affascinata da questa figura e mi chiedevo: perchè non posso essere come Norma? Chiedevo ai dirigenti di poter essere mandata in montagna ma mi rispondevano sempre di no, dicevano che il mio lavoro era quello che facevo lì. Non mi mandavano in montagna ma ci mandarono un compagno, uno del Fronte della Gioventù. Io mi lamentai con lui di questo, e lui mi disse: se vuoi ti dò la parola d’ordine, così puoi salire. Decisi di andare, ma prima ebbi un contatto importante. Tutte le donne del nostro gruppo erano inizialmente comuniste. Poi ci furono anche le socialiste. Il movimento cresceva, ma ci ponevamo il problema di avere fra noi anche le cattoliche. Fui perciò inviata a parlare con Giuseppe Dossetti, rappresentante della DC clandestina. Lui mi ascoltò con grande attenzione e poi mi disse : “ti metterò in contatto con una nostra esponente, la professoressa Cecchni”. Rimasi molto impressionata da quest’uomo, per la sua grande educazione e per la sua dolcezza. Dunque, dopo questo incontro decisi di partire. Parlai con il mio responsabile politico e gli lasciai un biglietto con i nomi di tutti i contatti. Arrivata in montagna, mi chiesero chi i mandava. Io dissi la verità, allora loro dissero: “ alla prima occasione informiamo il direttivo del partito che tu sei qua, e vediamo cosa ci dicono”. Per fortuna passa di lì il commissario unico delle brigate Garibaldi, Didimo Ferrari “ Eros”, che dice:” L’ordine è che tu vai giù, ma io è da tanto tempo che aspetto un aiuto, non me lo mandano mai, tu resti e vediamo casa fare di te”.

Passiamo un’intera notte tutti insieme a parlare di Resistenza, di unità. Io avevo vissuto la mia esperienza resistenziale in modo unitario e con una parte ancora sconosciuta alle stesse formazioni partigiane: le donne. Portavo questa esperienza, secondo me modesta, invece era molto importante, l’ho capito dopo. Mi assegnano la funzione di vice commissario politico delle brigate reggiane.

Lì faccio un’esperienza straordinaria, vigeva una disciplina ferrea, perchè si combatteva, non potevamo perderci in quisquilie. C’erano anche altre donne in montagna, che mi guardavano con curiosità e interesse, perchè nessuna aveva posti di comando come me. Poi succede che io e il comandante Pio Cotermini “ Luigi”, il mio futuro marito, ci innamoriamo. La cosa è bene accettata dai partigiani, meno dal Comando Supremo. Un bel giorno, era settembre, viene un ispettore e con molta delicatezza mi dice che è stato deciso che io debba tornare in pianura, fra le donne, al mio posto di comando. Obbedisco e scopro che nel frattempo il movimento è cresciuto. Le donne mi fanno festa e tutte chiedono della lotta in montagna, fanno domande, tutte vogliono sapere.

La sera, nelle stalle, insegno loro “Brigata Garibaldi” e le canzoni partigiane, questi inni così veri che anche sootovoce, nelle stalle, infiammano il cuore di chi ascolta. Arriva l’inverno e vengo a sapere che tutta la mia famiglia, mia madre, mia sorella, mio padre sono stati arrestati e deportati. Mio padre muore a Mauthausen. Mio fratello mi dicono che è stato fucilato, ma dopo la Liberazione torna da Mauthausen, in cadavere vivente come tutti quelli che sono tornati da lì. In quei momenti maturo molto. E’ con animo diverso che continuo la mia attività, non riesco neanche più a cantare. Mi pareva di non fare mai abbastanza! Con il mio compagno ci scambiamo qualche lettera, tramite le staffette, ma non sono le lettere di due ragazzi innamorati, sono lettere di due giovani coscienti di dover intensificare le loro lotta, lui in montagna, comandante pluridecorato, io in città.

Poi arriva il proclama di Alexander che dice che i partigiani devono tornare a casa. Ma i partigiani non tornano, chiedono aiuto a noi donne. E allora le donne fanno cose inimmaginabili, aumentano le manifestazioni, aumenta l’azione della pianura, non solo delle donne, anche degli uomini.

Per aiutare i combattenti lassù fanno cose straordinarie: decine di materassi furono sventrati, si filò la lana, confezionati guanti, calze, berretti, maglioni. Si raccolsero soldi da inviare, medicinali, sigarette e persino furono preparati dei dolci. Ad una riunione lanciai pure l’idea di mettere dei biglietti nelle maglie per incoraggiare quei ragazzi. Li conoscevo uno per uno ed ero affezionata a chi era rimasto. Ai primi di gennaio ricevetti l’ordine di proseguire il mio lavoro del gruppo di Difesa delle Donne a Milano. Partimmo una mattina, appena finì il coprifuoco, in bicicletta, con me c’era anche la compagna Zelinda Rossi di Bagnolo. A Milano c’era la neve, fu un inverno terribile.

A Piacenza il ponte non c’è più, ci trasportano i fascisti con le barche, noi diciamo che stiamo fuggendo perchè i partigiani stavano liberando l’Alta Italia. A Milano io e Zelinda ci separiamo: vengo presa in consegna da Rina Piccolato, che era una collaboratrice di Longo. Partecipo alla prima riunione dei Gruppi di Difesa, qui il livello è molto più alto, e non si parla di contadine, ma di fabbriche. Avrei diretto il IV e il V settore, che erano Porta Romana e Porta Vittoria. Fra i dirigenti di quel settore conosco “Lia” ( Gina Galeotti Bianchi) che viene uccisa il giorno della Liberazione – era incinta. A Milano la mia esperienza di lotta fu completamente diversa. Avevo alcune fabbriche sotto la mia direzione, ma quella che mi è rimasta più impressa fu la Centrale del Latte, con un gruppo di donne meravigliose. Ero a diretto contatto con le responsabili delle fabbriche, ci riunivamo una volta a settimana. Era marzo e si aveva la sensazione che stesse per finire. Veniva da noi una dirigente della lotta clandestina, ci disse che dovevamo organizzarci per l’assedio: inizialmente si pensava che a Milano ci sarebbe stato l’assedio, poi le cose andarono diversamente.

Organizziamo la Resistenza in appoggio alla lotta armata, e ci danno un bracciale bianco da mettere al braccio quando si comincia a sparare. Una notte, verso l’alba, sento sparare, metto il bracciale bianco e vado al posto convenuto, che era il Niguarda. Manca una compagna, “Lia”.

E qui finisce la mia lotta.

Da Patria Indipendente, 13 marzo 2011

FRANCESCO PEITI – UN EROE SCONOSCIUTO

UN CERTIFICATO DEGLI ALLEATI RENDE ONORE A FRANCESCO PEITI

In vita non cercò clamore nè riconoscimenti o medaglie, eppure rischiò la propria pelle pur di mettere in salvo ebrei, partigiani, sbandati in fuga dal nazifascismo.

E’ la storia di Francesco Peiti, olgiatese nato nel 1914 a Sierra City ( California) e morto nel 1975 ad Olgiate. Durante la seconda guerra mondiale si distinse per gesti nobili, che meritano di essere raccontati e ricordati. Lo sostiene Ernesto Maltecca, presidente dell’Associazione provinciale Combattenti e Reduci, pure alla guida del sodalizio olgiatese. Maltecca e il segretario Michele Boninsegna , infatti, sono entrati in possesso di un certificato scritto, in inglese e in italiano, rilasciato a Francesco Peiti quale attestato di ” gratitudine e riconoscimento per l’aiuto dato ai membri delle Forze Armate degli Alleati che li ha messi in grado di evadere o di evitare di essere catturati dal nemico”. Certificato firmato dal maresciallo britannico Alexander, comandante supremo delle Forze alleate del Mediterraneo.

“il documento è stato trovato dai figli fra le carte del padre – spiega Maltecca – Fa onore alla famiglia ed è testimonianza di come Peiti fu importante per la Liberazione. Io che conobbi  Francesco detto Checo, in quei momenti rischiosi, lo trovai eccezionale sia sul lato umano che per la riservatezza e la stima che aveva anche tra le persone Oltreconfine. Solo alcuni del Comitato di Liberazione Nazionale sapevano della sua attività importante e pericolosa: a casa sua ospitava ebrei, partigiani e sbandati in attesa dell’ora del passaggio in Svizzera. Per loro, nella casa di Peiti al Bontocco, vitto e alloggio”. Maltecca ricorda che Checo fu arrestato per aver macellato una bestia, cosa allora proibita se fatta senza autorizzazione. Fu arrestato, per mettergli un po’ di paura, ma poi rilasciato. E’ sempre stato una persona schiva, non ha mai cercato pubblicità, riconoscimenti o medaglie. E il documento di cui siamo venuti a conoscenza, purtroppo solo ora, testimonia quello che abbiamo sempre detto di patrioti e partigiani italiani: hanno dato agli alleati un grande contributo per la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Ringrazio la famiglia Peiti di aver dato, non tanto a noi ma all’intera comunità locale e italiana, questa testimonianza”.

Da: il Giornale di Olgiate, 25/02/2012

QUEGLI ITALIANI SCONOSCIUTI

Quegli italiani sconosciuti finiti nei lager per motivi politici

22.204 uomini e 1.514 donne furono deportati nei lager nazisti per motivi politici.
Di questi 10.129 non tornarono. E’ il risultato di una ricerca promossa  nel 2003 dall’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati): per sei anni, sotto la direzione di Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli, i ricercatori del dipartimento di Storia dell’università di Torino (Francesco Cassata, Giovanna D’Amico, Giovanni Villari) hanno lavorato sugli archivi ufficiali dei campi di concentramento, dei ministeri dell’Interno di Austria e Germania e della Croce Rossa incrociando le informazioni con gli elenchi dei deportati che in questi decenni sono stati ricostruiti e conservati sia da singoli deportati e dalle loro associazioni, sia da istituti storici locali. Un lavoro metodico e puntuale, sostenuto dal contributo della Fondazione Compagnia di San Paolo e dall’assessorato Cultura della Regione Piemonte, che ha consentito di realizzare non solo il primo elenco sistematico dei deportati politici ma anche uno studio statistico sull’universo concentrazionario e sulle dinamiche che lo governavano. Nell’appendice statistica di 200 pagine che chiude il volume sono raccolte le cifre della tragedia. Il primo dato che emerge è che nessuna regione italiana è stata risparmiata. Antifascisti della prima ora, partigiani, prigionieri di guerra ma anche criminali abituali detenuti nelle carceri italiane e consegnati dalla Repubblica di Salò ai tedeschi, asociali, politici ebrei, lavoratori civili emigrati in Germania, cattolici: per ciascuna di queste categorie nei campi di sterminio c’era una sigla di identificazione.

Furono 11.432 quelli designati come Schutzhaftling (deportati per motivi di sicurezza), 3.723 come Politisch (in buona parte già presenti nel Casellario politico centrale dell’Italia fascista), 801 erano Azr, abbreviazione di Arbeitszwang Reich, ovvero «asociali», categoria di solito attribuita ai criminali comuni e in alcuni casi a soldati imprigionati dopo l’8 settembre.

Kfg, Kriegsgefangene erano i prigionieri di guerra;

Bv, Berufsverbrecher, criminali comuni;

altri Za, Zivilarbeit, lavoratori civili; Geistlicher, religiosi;

ol Jude o Schutz Jude erano gli ebrei considerati anche oppositori politici.

Le morti furono, sul totale, 10.129, una percentuale vicina al 50%, che arrivò al 55% nel lager di Mauthausen. Fu tuttavia Dachau, con 9.311 persone, il luogo con il maggior numero di deportati politici; a seguire, Mauthausen con 6.615, Buchenwald con 2.123, Flossenburg con 1.798, Auschwitz con 847 e via via gli altri campi.

Da questa ricerca è nato, neò 2009, un libro “ Il libro dei deportati. I deportati politici 1942-1945″, una monumentale opera che in 2.554 pagine raccoglie i nomi e i dati anagrafici dei deportati italiani nei lager nazisti, un libro  nato dalla volontà di due ex deportati, Bruno Vasari, sopravvissuto a Mauthausen e per anni presidente dell’Aned di Torino, che ha ideato il progetto di ricerca e da Italo Tibaldi che come responsabile della «Sezione ricerche» Aned ha promosso il censimento dei deportati e la predisposizione del primo archivio.

15 DICEMBRE: PER NON DIMENTICARE

IN RICORDO DI GIUSEPPE PINELLI

Giuseppe Pinelli (Milano, 21 ottobre 1928 – Milano, 15 dicembre 1969) è stato un anarchico e ferroviere italiano, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e durante la Resistenza, vista la sua allora giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta. Nel mese di novembre del 1966 già militante anarchico, diede appoggio a Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Hunger, Tella e altri ragazzi del giro dei cosiddetti capelloni per stampare le prime copie della rivista Mondo Beat nella sezione anarchica “Sacco e Vanzetti” di via Murilio.
Morì il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba a piazza Fontana, evento noto come Strage di Piazza Fontana.
Le circostanze della sua morte, ufficialmente attribuita ad un malore, hanno destato sospetto a causa di alcune circostanze legate ai momenti del tutto eccezionali vissuti nel capoluogo lombardo a seguito della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Una parte dell’opinione pubblica ha avanzato il sospetto che Pinelli sia stato assassinato e che le indagini siano state condotte con metodi poco ortodossi ed in modo non imparziale. Tuttavia, l’inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio ha escluso l’ipotesi dell’omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
Il caso ha suscitato una polemica politica intrisa di vibrante animosità, tanto da parte di coloro che sostengono la tesi dell’omicidio, quanto da parte delle autorità, ed è peraltro assai arduo isolare la polemica riguardante questo caso da quelle relative, fra l’altro, alla strage di piazza Fontana, al Terrorismo, alla cosiddetta teoria della , al cosiddetto stragismo di stato, alla repressione dei circoli anarchici italiani ed all’assassinio del commissario Calabresi.
Il 1969 fu l’anno dell’autunno caldo, il momento di più alta unità e conflittualità operaia dalla nascita della Repubblica. Scioperi, picchetti, occupazioni delle fabbriche e cortei segnarono fortemente la seconda metà di quell’anno, in particolare per l’intensità dello scontro politico in atto che, alimentato da una diffusa ideologia rivoluzionaria dei gruppi della sinistra extraparlamentare nati dopo il Sessantotto, sfociava in violenti scontri di piazza.
In questo clima arroventato, sul finire del 1969, il 12 dicembre, nei locali della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, lo scoppio di una bomba uccise numerose persone.
I fatti
La notte successiva alla strage la polizia fermò 84 sospetti, tra cui Pinelli, che venivano rilasciati man mano che il loro alibi veniva verificato. Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, oltre che tre sottufficiali della polizia in forza all’Ufficio Politico, un agente, ed un ufficiale dei carabinieri, quando dalla finestra dell’ufficio dove stava avvenendo l’interrogatorio precipitò dal quarto piano in un’aiuola della questura. Fu portato all’ospedale Fatebenefratelli, ma ci arrivò già morto.[1]
La prima versione data dal questore Marcello Guida nella conferenza stampa convocato poco dopo la morte dell’anarchico, a cui parteciparono anche il dott. Antonino Allegra, responsabile dell’ufficio politico della questura e il Commissario Calabresi fu di suicidio (“Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto”, dalle dichiarazioni del questore[2]), dovuto al fatto che il suo alibi si era rivelato falso, versione poi ritrattata quando l’alibi di Pinelli si rivelò invece credibile[3][4]. Secondo alcune versioni iniziali della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l’ormai celebre frase: «È la fine dell’anarchia!».
Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. Il giorno successivo, 16 dicembre, in seguito alla comparsa di un testimone, un tassista, veniva arrestato Pietro Valpreda.
Le indagini sulla morte
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che concluse con una archiviazione. Il 24 giugno 1971 la vedova Pinelli presentò una denuncia. Fu aperta una nuova inchiesta assegnata al giudice Gerardo D’Ambrosio. La sentenza dell’inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell’ottobre 1975. La sentenza concluse che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un malore che avrebbe provocato un involontario balzo del Pinelli dalla finestra della Questura. L’inchiesta accertò inoltre che nella stanza al momento della caduta erano presenti 4 agenti della polizia e un ufficiale dei carabinieri, che furono prosciolti. L’inchiesta della magistratura, condotta da D’Ambrosio, accolse le dichiarazioni dei coimputati, secondo i quali il commissario Calabresi non era presente nel momento della caduta. L’unico testimone, Pasquale Valitutti, anch’egli presente in Questura e trattenuto in una stanza vicina dichiarò sotto giuramento che al contrario il commissario era presente nella stanza da dove cadde Pinelli[5]. Gerardo D’Ambrosio scrisse nella sentenza: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”.[6]
L’assenza del commissario dalla stanza al momento della caduta di Pinelli non sarà tuttavia creduta da parte degli ambienti anarchici e della sinistra e lo stesso verrà fatto segno di una violenta campagna di stampa avente il risultato di isolarlo. Alla campagna di stampa, condotta in maniera assai forte, aderirono molti esponenti della sinistra italiana. Calabresi verrà assassinato nel maggio 1972, da aderenti alla sinistra extraparlamentare. L’assassinio del Commissario inciderà anche nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana.[7]
I fatti strani legati alla morte di Pinelli indussero molti a parlare, sempre più apertamente, di omicidio: Pinelli sarebbe stato gettato dalla finestra.
Le motivazioni
La prima ragione per credere all’omicidio sarebbe l’incoerenza della pulsione suicida con il carattere di Pinelli. Chi lo conosceva sostenne che fosse da escludere una sua eventuale propensione al suicidio. Secondo queste fonti, Pinelli non avrebbe preso in considerazione l’ipotesi del suicidio, neppure di fronte al pericolo di una condanna all’ergastolo per strage. Al momento della morte non si profilava comunque una condanna, data la mancanza assoluta di prove e l’inconsistenza degli indizi nei suoi confronti.
Valutazioni critiche
Tra i critici che mettevano in dubbio il verificarsi dei fatti come descritto della posizione ufficiale delle forze o dalla ricostruzione effettuata nel processo molti sostennero, pur non avendo ovviamente prove, ma solo ipotesi, che Pinelli fosse stato coscientemente defenestrato per usare il suo “suicidio” come prova della sua colpevolezza: la versione del suicidio fu effettivamente la prima versione data alla stampa dal questore Marcello Guida, nella conferenza stampa a cui parteciparono anche Calabresi e il dottor Antonino Allegra (responsabile dell’Ufficio politico della questura), versione poi ritrattata quando l’alibi di Pinelli, al contrario di quanto affermato durante la conferenza stampa stessa, si rivelò veritiero[8][3].
Pasquale Valitutti, un anarchico che era stato fermato insieme a Pinelli e si trovava in una stanza vicina[9] affermò sempre che non vide nessuno, dalla finestra della stanza, attraversare il corridoio nei quindici minuti antecedenti il fatto, e che dopo la caduta venne prelevato da due agenti: il commissario Calabresi in persona gli comunicò che l’anarchico si era buttato[5]. Valitutti fu immediatamente trasferito a San Vittore, dove verrà rilasciato il giorno dopo (anche per lui era scaduto il tempo massimo del fermo) senza essere stato interrogato. Quest’ultima testimonianza che, insieme ad alcuni errori e contraddizioni contenute nelle prime versioni date dalle forze dell’ordine[10], metteva in dubbio le affermazioni della polizia, venne ovviamente considerata credibile dai gruppi che ritenevano la morte di Pinelli causata dal tentativo di trovare un capro espiatorio per gli attentati di piazza Fontana. Valitutti sostenne anche di aver visto e di aver parlato alcune volte con Pinelli durante i due giorni, trovandolo provato per gli interrogatori e per la mancanza di sonno (sarebbe stato tenuto appositamente sveglio), sostenendo che Pinelli aveva anche affermato che il suo alibi non veniva creduto.
La sentenza del Tribunale di Milano afferma che tutti i coimputati e gli agenti presenti al quarto piano dell’edificio confermarono che il commissario Calabresi non si trovava nella stanza al momento del fatto e ritiene difficile escludere l’eventualità che Valitutti (unico testimone sotto giuramento) si fosse distratto per il tempo sufficiente ad una persona per attraversare la frazione di corridoio visibile dalla stanza.[11]
I dubbi sulla versione ufficiale
La versione ufficiale viene considerata inoltre, secondo le stesse fonti, contraddittoria ed incongruente: l’ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l’esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull’accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all’eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l’interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe.
Riguardo l’ora della precipitazione, la sentenza cita le testimonianze dei quattro giornalisti presenti nella sala stampa della questura, concordi nell’affermare che il fatto avvenne qualche minuto prima della mezzanotte, informazione definita assolutamente certa. La sentenza poi afferma che l’ambulanza fu

chiamata alle 00:01, in base all’ora trascritta sul registro delle richieste di intervento pervenute alla centrale operativa del corpo dei vigili urbani.[11]
Le illazioni sulle persone coinvolte
Uno degli argomenti addotti su cui vengono fatte molte illazioni è la qualità dei soggetti coinvolti, cioè delle 5 persone che erano nella stanza con Pinelli.[12]
Luigi Calabresi era noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di estrema sinistra (fra cui Lotta Continua).
In un primo momento vennero indicati come sospetti gli avanzamenti di grado di alcuni ufficiali ritenuti anch’essi coinvolti nella misteriosa morte, tra cui l’ex fascista Marcello Guida, direttore delle guardie dei carceri di Ventotene (l’isola dove vennero segregati gli anarchici prima di esser trasferiti nel campo di concentramento di Renicci d’Anghiari, in provincia di Arezzo)[13] e Santo Stefano durante il ventennio anche se si accertò poi che si trattava semplicemente di ordinari avanzamenti per anzianità.
La seconda autopsia
Alcuni organi di stampa, tra cui Lotta continua (n. 12, 14/05/1970) sostenevano che la salma di Pinelli presentasse una lesione bulbare compatibile con quelle che può provocare un colpo di karate. Peraltro, una lesione bulbare avrebbe provocato la morte immediata di Pinelli, il quale è invece deceduto due ore dopo la caduta dalla finestra.
In seguito a tali polemiche, nel 1975, la salma di Pinelli venne riesumata e analizzata. In realtà nella prima perizia necroscopica non si parlava di una lesione bulbare, ma di “un’area grossolanamente ovolare” conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell’obitorio. Fu fatta quindi una seconda autopsia che confermò il risultato della prima.
Il caso venne quindi chiuso attribuendo la morte di Pinelli ad un malore attivo, secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio: lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi come nel caso di un collasso, avrebbe subito un’alterazione del centro di equilibrio, che causò la caduta.
La controinchiesta delle Brigate Rosse
La Strage di Piazza Fontana, la morte di Pinelli, l’assassinio del commissario Calabresi, furono oggetto di una contro-inchiesta delle Brigate Rosse. L’inchiesta fu fatta dall’interno del movimento della sinistra extraparlamentare, approfittando di collegamenti interni al Movimento della Sinistra. Le conclusioni dell’inchiesta indussero le Brigate Rosse a secretarla. Nel 1974, in un covo delle Brigate Rosse, a Robbiano, fraz. di Mediglia, i fascicoli della Contro-inchiesta vennero alla luce. Il ROS dei carabinieri su richiesta della Commissione Stragi effettuò una ricerca sugli elementi delle inchieste. Il 19 luglio 2000 rispose. Fu accertato che degli elementi riguardanti La Strage di Piazza Fontana solo una cassetta registrata era stata inviata a Catanzaro, sede del processo per la strage. Fu possibile ricostruire gran parte degli elementi riguardanti le altre inchieste, solo la controinchiesta su Piazza Fontana non fu possibile ricostruire.

ANNIVERSARIO DI GIANCARLO PUECHER

Giancarlo Puecher nacque a Milano il 23 agosto 1943. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, sospese gli studi per arruolarsi volontario nell’aviazione come allievo ufficiale pilota. Dopo l’armistizio si ricongiunse ai familiari, che nel frattempo erano sfollati a Lambrugo. Collegatosi ai partigiani del luogo, nel settembre 1943 entrò a far parte della banda autonoma di Ponte Lambro, divenendone il vice-comandante. Fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.
   Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.
   Il federale di Milano Aldo Resega fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre Giancarlo Puecher era già in prigione e da più di un mese.
   Giancarlo Puecher non fu mai accusato di alcun omicidio.
   Quando il 20 dicembre, allorchè fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.
   Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui Giancarlo Puecher. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell’ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato.
   Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.

Fu fucilato il 23 dicembre, antivigilia di Natale, nel cimitero nuovo di Erba. Aveva 20 anni. Prima di morire volle abbracciare e salutare tutti i presenti, rincuorando e perdonando tutti.

Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l’effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell’Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.

Riportiamo qui l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, scritta poche ore prima di essere fucilato.

21 dicembre 1943

Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia.
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.
Baci a tutti
Giancarlo Puecher Passavalli
 
[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&doc=122&testo=2&lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]

CIAO NORI

Chi l’ha conosciuta non può dimenticare il suo sorriso, la sua dolcezza. Era dolce, Nori Brambilla, ma dietro la sua dolcezza nascondeva il coraggio e la fermezza di una donna eccezionale. Nori Brambilla, nome di battaglia Sandra, antifascista, entra nella Resistenza a venti anni, come staffetta partigiana nei GAP, a fianco del comandante Pesce, “Visone”, l’uomo che amerà e al cui fianco resterà per tutta la vita.

Una storia della Resistenza raccontata al femminile. Una grande storia d’amore per il suo Giovanni, il suo comandante, di cui s’innamora a prima vista. Poi le azioni partigiane ( volevo andare a combattere, ma siccome era bella hanno pensato che sarei stata più utile come staffetta in città), i poliziotti che le portano la borsa della spesa dentro cui erano nascoste le armi, i marò della San Marco che la fermano a porta Ludovica , il tradimento, l’arresto e le torture, e infine la deportazione nel lager di Bolzano.

“Perchè le ragazze, ai miei tempi, non potevano uscire da sole di sera ( con il coprifuoco, poi…) ma io ho detto ai miei che andavo a fare la Resistenza, e i miei mi hanno dato il permesso.

” Io credo che la Resistenza l’abbiano cominciata le donne, perchè gli uomini dovevano scegliere se andare a combattere al fronte oppure in montagna coi partgiani, ma le donne potevano starsene tranquille, invece no, hanno scelto di lottare per combattere il Fascismo. Fu anche l’occasione per affermare quei diritti che non avevamo mai avuto. Mai come allora ci siamo sentite pari agli uomini.“.

La ricorderemo sempre, insieme a tutti coloro verso i quali siamo in debito, ai tanti partgiani che ci hanno insegnato il significato della parola “coraggio” e della parola “dignità”.

NORI BRAMBILLA PESCE

«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali…Elsa… ecco, il massimo era Katia!»[1]
Di famiglia antifascista e comunista, abita con i genitori e la sorella Wanda in una casa di ringhiera ai Tre Furcei, quartiere operaio di Lambrate a Milano. Il padre Romeo, “specializzato” alla Bianchi, fabbrica di biciclette, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista; ne conseguono anni di disoccupazione e miseria.
Con la guerra di aggressione all’Abissinia, nel 1935, viene però a mancare la mano d’opera ed è assunto alla Breda. La madre Maria (il suo nome di battaglia negli anni della Resistenza sarà Tatiana) insegna alle figlie Onorina e alla più piccola Wanda a dubitare della propaganda del regime; è operaia, prima alla Agretta, nota per le bibite, e poi alla Safar che produce radio: «Aveva una voce così bella che veniva chiamata a cantare per testare certi microfoni». Desidera per la figlia l’istruzione che la allontani dal duro lavoro della fabbrica.
Onorina frequenta per tre anni una scuola professionale; le piacerebbe continuare a studiare ma i genitori possono solo iscriverla a un corso trimestrale di stenodattilografia dopo il quale, a 14 anni, deve cercare un lavoro.
Viene assunta dalla Paronitti come impiegata: «Non arrivavo neanche alla scrivania e i colleghi mi chiamavano Topolino.)

Onorina rimane in quella ditta 4 anni, ma viene licenziata nel 1941 a causa di un diverbio con il padrone. Trova presto un nuovo impiego in una ditta che produce binari, è incaricata di compilare un inventario, frequenta i capannoni annotando tutto, conosce gli operai, impara a individuare chi è antifascista e chi no. Comincia a studiare l’inglese al Circolo Filologico di Via Clerici: in quella biblioteca circolano ancora, incredibilmente, molti libri vietati dal regime, preziosi per la sua formazione.
La fame si fa sempre più sentire, la gente non ne può più, la guerra toglie il velo a tutte le menzogne della propaganda di regime. La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 coglie la gente di sorpresa, festa e disorientamento sono tutt’uno, i carri armati vengono usati per disperdere la folla. Nell’Agosto 1943 Milano viene bombardata. Dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943 (in effetti una resa senza condizioni), i tedeschi occupano Milano, è finita una guerra ma ne sta iniziando un’altra. I soldati dell’esercito Italiano abbandonano le divise, molti diventano partigiani; i Gruppi di Difesa della Donna (che arrivano a mobilitare, fino all’aprile ’45, almeno 24.ooo donne) si occupano di procurare loro denaro, cibo, vestiti; il compito di Onorina è distribuire la stampa clandestina. Desidera raggiungere in montagna una Brigata Garibaldi, ma la sua amica Vera (nome di battaglia di Francesca Ciceri, comunista) le presenta Visone (Giovanni Pesce) che sarà il suo Comandante e futuro marito. Lui la convince a combattere nella propria città, e Onorina a marzo 1944 lascia il lavoro. “Sandra” diventa Ufficiale di collegamento del III°GAP “Egisto Rubini”, equivalente al grado di sottotenente dell’Esercito Italiano, decisamente più che una staffetta. Con la sua bicicletta Bianchi color azzurro cielo trasporta armi, munizioni ed esplosivo, passa spesso, con il cuore in gola, in mezzo ai rastrellamenti nazifascisti. Sono le staffette a portare le armi e a prenderle in consegna dopo un’azione per evitare che i gappisti vengano sorpresi armati e fucilati sul posto. C’erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l’avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura.»
Il 24 giugno 1944 nella “battaglia dei binari” alla stazione di Greco, un bersaglio di straordinaria importanza, Sandra è il collegamento tra i ferrovieri e i gappisti e con la compagna Narva porta i 14 ordigni che, piazzati nei forni di combustione delle locomotive scoppiano simultaneamente; l’azione dei Gap viene citata da Radio Londra.
Il 12 Settembre 1944, a 21 anni, tradita da un partigiano passato al nemico (“Arconati”, Giovanni Jannelli) viene catturata dalle SS nei pressi del Cinema Argentina, nel cuore di Milano. Inizia la prigionia, la sofferenza, il distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica subita dalle SS nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere. n attesa dell’interrogatorio cerca di farsi coraggio. Ai gappisti arrestati il Comando chiede di resistere 24 o 48 ore per permettere ai compagni di mettersi in salvo. L’interrogatorio è terribile, vogliono che lei consegni Visone, ore e ore di percosse, torture. Non parla, nessuno dei suoi compagni è compromesso.
Rimane in isolamento totale nel carcere di Monza due mesi, giornate lunghe e vuote, non può comunicare con l’esterno o ricevere notizie. È trasferita a San Vittore per soli due giorni e, l’11 novembre 1944, caricata, con altri prigionieri, su un pullman senza conoscere la destinazione.
Viene imprigionata a Bolzano in un campo di transito. Ancora oggi non si spiega perché le 500 prigioniere politiche che lì si trovavano non furono mai deportate in Germania, diversamente dalle altre 2700 donne che dall’Italia raggiungeranno i campi di concentramento. Mantiene contatti epistolari con la madre, la rassicura sul suo stato fisico e psicologico, riesce persino a scherzare: «se non fosse perché abbiamo sempre fame sembrerebbe una villeggiatura…»   esterni. I tedeschi, prima di fuggire, le rilasciano persino un documento che attesta la prigionia e grazie al quale riuscirà in seguito a dimostrare la sua deportazione.
Milano era stata liberata dei Partigiani e dall’insurrezione popolare il 25 aprile. Onorina decide di non attendere l’arrivo degli americani; con alcuni compagni, sotto la neve, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il Tonale; si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono cibo e riparo, sono d’aiuto i posti di ristoro dei partigiani delle Fiamme Verdi. Finalmente un pullman fornito dai comuni della zona fino a Ponte di Legno, li porta da lì a Lovere; poi in treno fino a Milano, Stazione Centrale: era il 7 maggio 1945. Con un’assurda “normalità” arriva a Lambrate, a casa, con il tram n. 7. Dalla finestra, vicina a Wanda, guarda emozionata la manifestazione dei Partigiani, rivede Visone, corre in strada, si abbracciano. Nori (come la chiamerà il marito) e Giovanni Pesce, finalmente liberi, si sposano il 14 luglio 1945, non possiedono niente, solo gioia per la ritrovata libertà e speranza per una nuova vita.

Nori Brambilla Pesce è stata Responsabile della Commissione femminile dell’ANPI, Presidente dell’Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti per la sede di Milano e Presidente onorario A.I.C.V.A.S., l’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
«Si vuole falsificare la Resistenza, lo chiamano revisionismo ma spesso è falsificazione della storia. Noi siamo stati impegnati per tutta la vita per difendere la libertà-