3 OTTOBRE – BATTAGLIA DI LENNO

3 OTTOBRE – LA BATTAGLIA DI LENNO

Viene chiamata col nome di “Battaglia di Lenno” il tentativo, da parte di distaccamenti partigiani del centro lago e di squadre G.A.P. e S.A.P., di rapire il ministro degli Interni della R.S.I. Guido Buffarini Guidi, a quel tempo residente a Lenno, sul lago di Como.

Il piano però fallisce e ha luogo una violenta sparatoria fra partigiani e militari fascisti.

Periscono nell’azione Ugo Ricci, romantica figura di ex-ufficiale degli Autieri, che aveva organizzato il sequestro per imporre ai nazifascisti uno scambio di prigionieri, il commissario politico Alfonso Lissi e i comandanti Claudio Cavalieri ” Modena” e Guerrino Morganti ” Sassari”.

Cade anche Silvio Bordoli che, con una squadra garibaldini, aveva il compito di sbarrare la strada ai rinforzi fascisti e, a Ossuccio, Alfonso Vaccani ” Barbetta”.

Il giorno seguente, un rastrellamento compiuto da SS italiane e elementi fascisti, porta all’arresto del’arciprete di Lenno e di alcuni civili, che vengono deportati nel campo di concentramento di Bolzano; i partigiani Giuseppe Palombo “Guardia” e Luciano Pontecchia “Sicilia” vengono fatti prigionieri e fucilati sul posto.

ALFONSO LISSI, esponente politico del P.C.I., operaio alla Cemsa di Saronno, fu arrestato  nel 1935 e condannato a 8 anni di carcere per il reato di appartenenza ” ad organizzazione comunista” e “introduzione in Svizzera di materiale propagandistico antifascista”. Scarcerato per l’amnistia del 1937, nel marzo del 1944 è tra gli organizzatori dello sciopero generale. Costretto in seguito alla clandestinità, si unisce ai partigiani, con il ruolo di Commissario Politico, prima nella 52a Brigata Garibaldi, e successivamente, in Val d’Intelvi.

UGO RICCI, nato a Genova nel 1913, figura leggendaria, fu capitano degli Autieri nel Regio Esercito Italiano. Dopo aver combattuto prima sul fronte occidentale e poi in Africa settentrionale, l’8 settembre si trova a Cantù, presso il comando del III Reggimento Autieri. Fedele al suo giuramento al Regno, Ugo Ricci considera la Resistenza il giusto proseguimento del suo dovere di militare. Il 10 settembre, con una cinquantina di uomini, fugge con alcuni camion militari in Val d’Intelvi dove, lasciati liberi i suoi soldati di scegliere se seguirlo o rifugiarsi in Svizzera, inizia l’attività partigiana.

GUERRINO MORGANTI “Sassari”, nato a Mezzegra nel 1918, ex carabiniere, comandante del distaccamento ” Battocchio” che agiva nella zona di Sala, Mezzegra, Lenno e Menaggio.

CLAUDIO CAVALIERI “Modena”, nato a Milano nel 1923, studente universitario, fa dapprima parte di una formazione partigiana in Valtellina e quindi diviene comandante del distaccamento Ferrero, che agiva sui monti di Sala Comacina.

LA BATTAGLIA DI MEGOLO

BATTAGLIA DI MEGOLO


La battaglia di Megolo fu uno degli episodi più eroici della Resistenza. Il 13 febbraio 1944, alle prime luci dell’alba, reparti delle SS, appoggiati da una compagnia della GNR, invasero la piccola frazione di Pieve Vergonte, con l’intento di stroncare la Resistenza dei ribelli che operavano in quel luogo. Due giovani partigiani, che riposavano in attesa di raggiungere i loro distaccamenti, furono sorpresi nel sonno e catturati. Trascinati davanti al comandante delle SS furono a lungo e invano torturati, non fecero alcuna rivelazione. Alla fine, ormai quasi in fin di vita, furono fucilati nella piazzetta a lato dell’osteria del paese.

Avvertiti del rastrellamento in corso, i partigiani della valle, al comando del Capitano Filippo Maria Beltrami, architetto, 36 anni,   medaglia d’Oro al Valor Militare, si disposero a resistere: erano 53 uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra e una cinquantina di moschetti contro più di cinquecento nazi-fascisti armati di tutto punto, con un cannoncino, due mortai, tre mitragliatrici, fucili mitragliatori e mitra.

Mentre la nebbia di disperdeva e i raggi del sole iniziavano a illuminare il nuovo giorno, i partigiani osservavano in silenzio l’avanzare della colonna nemica. Era necessario attendere che i nazi-fascisti giungessero a tiro, per non sprecare le munizioni. I tedeschi avanzavano su tre linee distanziate fra loro di qualche metro, i fascisti avanzavano sulle due ali. Finalmente il Capitano diede il segnale e i partigiani iniziarono a sparare. Fu una battaglia lunga e cruenta, con fasi alterne. Più volte il fuoco dei partigiani costrinse gli avversari a ripiegare, ma sempre essi si riconpattavano e tornavano all’attacco. L’ unica arma pesante dei partigiani s’inceppò e dovette essere abbandonata, uno dei due mitragliatori fu raggiunto da un colpo di mortaio. Con le poche munizioni rimaste non potevano più resistere a lungo. Il Capitano respinse per la seconda volta l’invito ad arrendersi. Era necessario attaccare il nemico e i partigiani balzarono all’assalto. Sorpresi dall’azione i nazi-fascisti iniziarono a ritirarsi disordinatamente, inseguiti dai ribelli. L’azione terminò nell’abitato di Mengolo, dove gli inseguitori furono falcidiati dalle mitragliatrici dei rinforzi giunti dall’Ossola in appoggio dei nazisti. Cadde anche il capitano Beltrami, mentre cercava di riorganizzare i suoi uomini, e caddero, mentre cercavano generosamente di soccorrerlo, Gaspare Pajetta, studente torinese di 17 anni e Antonio Di Dio, di 20 anni, un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre si era unito alla Resistenza.

Un fascista, raggiunto Beltrami, fece scempio del suo corpo con un pugnale.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli


Leggete l’appassionante testimonianza di Gino Vermicelli:

http://archiviodelverbanocusioossola.com/2012/02/23/megolo-13-febbraio-1944/




LO SCIOPERO DELL ‘OMITA

ALBATE, 29 MARZO 1943


LO SCIOPERO DELL’ OMITA

“Alle ore 10 del 29 marzo 1943, appena cessato il suono della sirena, una sessantina di operai, su 270 presenti, hanno cessato il lavoro, riversandosi nel cortiletto che univa i due capannoni della fabbrica.

Al capotecnico e direttore del personale sig. Greco e al direttore generale ing. Scolari, gli operai avanzarono una richiesta di aumento salariale del 70%, motivando che, essendo introvabili i viveri, essi dovevano necessariamente ricorrere al mercato nero, i cui prezzi erano però proibitivi.

Queste richieste venivano ribadite anche al vice federale Rodini, subito accorso in Albate.

L’interruzione del lavoro, durata circa 30 minuti, non ha dato luogo ad incidenti”.

La modalità dello sciopero ricalca quello del 5 marzo 1943 ad opera dei lavoratori della Fiat Mirafiori di Torino, e le rivendicazioni salariali dimostrano che gli operai di Albate erano ben informati sulle lotte che si erano sviluppate.

Da una lettera inviata il giorno seguente al federale Casagrandi, l’organizzazione dello sciopero dell’ OMITA sarebbe da imputarsi ad un gruppo di comunisti guidati da Mario Ceruti, ex confinato politico. L’esempio delle lotte nelle grandi città industriali insegna ai lavoratori comaschi che anche nelle loro fabbriche si può cominciare a protestare, unendo agli obiettivi generali degli aumenti salariali anche quelli specifici delle inadempienze contrattuali.

Il sabato precedente, 27 marzo, era stato arbitrariamente esteso all’ OMITA il sistema del cottimo a tempo in tutti i reparti. E’ questa la causa scatenante che induce i lavoratori all’azione il lunedì seguente. Questi operai avevano la qualifica di manovali pur svolgendo mansioni da specializzati e il loro compenso era fermo ai minimi contrattuali da ben quattro anni. Il lavoro era inoltre scandito da una dura disciplina, regolata a suon di multe dall’ufficiale di sorveglianza , capitano Cinquini e dal capo officina Greco, che nel partito fascista ricopriva anche la carica di “ consultore del rione”, vale a dire che oltre alla sorveglianza sul luogo di lavoro univa la sorveglianza del quartiere.

Sarà proprio Greco che, convocato dall’ispettore federale del PNF fornirà i nomi dei tre possibili promotori dell’agitazione: Dante Albonico, Luigi Brenna e Mario Merio, contro i quali verranno organizzate spedizioni punitive, mentre i carabinieri arrestanoper aver preso parte alla sospensione del lavoro e non aver fatto presente alle gerarchie l malcontento e i desiderata il fiduciario di fabbrica Alfonso Arrighi e ilcapo reparto, non iscritto al PNF ed ex sovversivoFederico Camoncini.

Quanto alle rivendicazioni, non furono soddisfatte, anche se il governo fascista, scosso dalla portata degli scioperi, il 2 aprile 1943 emise un comunicato in cui si annunciava che le due confederazioni fasciste stavano elaborando provvedimenti salariali che sarebbero stati elargiti il 21 aprile, ricorrenza del Natale di Roma. ( si trattò di indennità giornaliere di 10 lire agli operai e 15 lire agli impiegati).

Tuttavia, il 1 aprile, “ malgrado la situazione all’interno dello stabilimento sia tornata normale, sono state rilevate sul muro, in prossimità dello stabilimento, le scritte criminose: MORTE AL DUCE – VIVA LO SCIOPERO E CHI LO FANNO

Tratto da ” La calma apparente del lago”, di Vittorio Roncacci.

70 ANNI DA QUEI GIORNI

GLI SCIOPERI DEL MARZO 1943


Tra il 5 e il 17 marzo 1943, le fabbriche torinesi sono bloccate da una protesta che coinvolge 100.000 operai. Dietro alle rivendicazioni economiche, le agitazioni hanno un chiaro intento politico e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo. Un’ondata che da Torino si estende alle principali fabbriche del Nord Italia.

Ma con gli scioperi del marzo 1943, succede qualcosa di nuovo in Italia: in pochi giorni, dopo il via dato da Torino, nel triangolo industriale trecentomila operai scendono in lotta e questa assume, dalle AIpi alle pianure pugliesi, un significato politico enorme e immediato: giornate del marzo 1943 rappresentano una svolta, poiché dietro alle richieste economiche si cela una precisa volontà politica, e cioè la fine della guerra e il crollo del fascismo.

Come reagì a questo duro colpo la dittatura ormai a brandelli? Rifiutando di trattare e nello stesso tempo cercando di minimizzare gli avvenimenti. Mussolini, parlando al direttorio del partito fascista, disse: “dichiaro nella maniera più esplicita che non darò neppure un centesimo. Noi non siamo lo Stato liberale che si fa ricattare da una fermata di un’ora di lavoro in un’officina”. Altro che un’ora e altro che un’officina! Gli scioperi non solo durarono per tutto il mese estendendosi da Torino a tutto il nord, ma furono anche l’inizio di un movimento sindacale-politico costantemente presente poi nella lotta antifascista, malgrado gli altissimi costi in vite umane, in carcere, in violenze, che tutto questo doveva comportare.

Secondo i documenti della direzione generale di pubblica sicurezza ne!l’anno che va dall’aprile ’42 all’aprile ’43 vennero arrestati 2.600 lavoratori dei quali oltre 300 furono trascinati davanti ai tribunali speciali. Da un quinto a un terzo degli arrestati erano già schedati come appartenenti a organizzazioni antifasciste, gli altri (fra i quali moltissime donne) entravano per la prima volta nella lotta, senza specificazione di partito.

Gli scioperi del marzo ’43 (fra l’altro conclusi non solo con un grande successo politico — del quale subito si sentiranno le conseguenze — ma anche con esito positivo dal punto di vista economico) hanno infine un grande rilievo nella storia dell’unità dei lavoratori. Essi ne esprimono infatti la resurrezione come massa dopo più di venti anni di feroce oppressione di classe (che aveva appunto nella liquidazione dei sindacati e nella repressione di qualunque attività rivendicativa il suo primo obiettivo) e pongono le basi di una unità nuova delle grandi correnti sindacali storiche che già avevano guidato i lavoratori fino alla dittatura e poi anche nella clandestinità. Questa unità sarà poi sancita dal Patto di Roma dell’anno dopo, il patto che diede vita alla CGIL di Di Vittorio, Grandi e Buozzi.

LA STRAGE DI TORINO

Ma è possibile dimenticare una strage? Eppure pochi la conoscono, e non se ne parla quasi mai…

Quest’anno, per il novantesimo anniversario, a Torino si sono svolte numerose commemorazioni.

STRAGE DI TORINO – 1922

Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come ‘La strage di Torino’: nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.

A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.

Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.


La Strage (18-20 dicembre 1922)


Tutto ha inizio la sera del 17, quando l’operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.

La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all’interno della Camera del Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.

Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi ‘scomodi’. Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell’inizio degli eccidi.

Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.

Nel pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un’osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all’attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l’operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.

In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.

Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.

Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell’edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull’asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.

Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.

Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno 

presenti, la devastano.

Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall’irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.

Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.

I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.

Fu chiaro da subito che l’omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell’ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.

Il 19 dicembre, in mattinata, il vice-prefetto Palombo, che sembrava limitarsi a tenere la contabilità dei successi dei fascisti, comunicava a Mussolini che «complessivamente fra i sovversivi risultano ieri, 18 dicembre, uccisi 8 individui». Un funzionario della Prefettura di Torino comunicava telefonicamente al Capo della Polizia di Roma, De Bono, la notizia che «La città è tranquilla. Vita cittadina normale. Così pure il servizio tranviario».

Sempre al mattino del 19 dicembre i fascisti fecero irruzione a «L’Ordine Nuovo»: sequestrati i tre redattori Montagnana, Viglongo e Pastore, più altri tre collaboratori, li portarono alla Casa del Fascio. Qui, legati e bastonati, furono interrogati per sapere dove si trovasse Gramsci. Poi, una breve passeggiata fino al corso Massimo d’Azeglio: fatti allineare sul marciapiede, gli squadristi si apprestarono a fucilarli, ma «arrivò uno con un ordine e, di mala voglia, ci dissero di andarcene – “Per questa volta.”

Angelo Quintagliè, 43 anni, era un ex-carabiniere assunto nelle Ferrovie come usciere: la mattina del 19 dicembre, in quell’ufficio dove il giorno prima era stato sequestrato e poi ucciso Carlo Berruti, chiese informazioni sull’accaduto a un manovale fascista che lì lavorava, un certo Gallegari. Saputo della morte di Berruti, Quintagliè espresse apertamente rammarico e deplorazione. Fu una grave imprudenza.

Un’ora dopo entrarono nell’ufficio sei squadristi che, identificato il Quintagliè, gli si gettarono addosso, tempestandolo prima di bastonate e infine uccidendolo a revolverate.

Cesare Pochettino, 26 anni, era un artigiano che lavorava nella bottega della sorella e del cognato Cesare Zurletti. Quest’ultimo non aveva mai nascosto di avere simpatia per il fascismo, mentre il Pochettino non s’interessava di politica.

Verso mezzogiorno del 19 dicembre, entrambi vennero sequestrati da tre squadristi armati che li condussero nella collina di Valsalice. Protestarono entrambi di non essere «sovversivi», ma non ci fu niente da fare: condotti sul limite di un burrone, gli squadristi spararono: Pochettino, ucciso, rotolò lungo il pendio, lo Zurletti cadde a terra, ferito da quattro colpi sulla schiena. Si salverà, perché i fascisti lo credettero morto.

Una successiva inchiesta del mese di gennaio, stabilirà che erano stati «denunciati calunniosamente come comunisti pericolosi» da loro nemici personali.

Pochi, date le circostanze, furono i ferimenti denunciati in quella giornata: una mezza dozzina di operai bastonati e con qualche ferita da coltello.

Il 20 dicembre Massimo Rocca, dirigente nazionale del Partito fascista, giunge a Torino per partecipare ai funerali dei due fascisti uccisi nella rissa del 17 dicembre: emana – non si capisce con quale autorità e secondo quale legge – un bando contro tutti i «sovversivi» torinesi: ordina che i loro esponenti più in vista, come Gramsci, Terracini e altri, debbano lasciare la città, mentre tutti gli altri non possano circolare dopo la mezzanotte, a meno che non siano muniti di un salvacondotto rilasciato dal Fascio torinese. In seguito questo bando sarà revocato.

I giovani operai Evasio Becchio e Ernesto Arnaud erano in un’osteria di via Nizza, nel tardo pomerriggio del 20 dicembre. Un gruppo di fascisti vi fece irruzione, li prelevò facendoli salire su un camion che li condusse, lungo corso Bramante, in corso Galileo Ferraris. Fatti scendere sul prato che si distende in quel luogo, i fascisti, armati di moschetti e pistole, si disposero a ventaglio e fecero fuoco. Becchio morì sul colpo, Arnaud, ferito, venne ancora colpito da una coltellata che doveva essere il suo colpo di grazia, ma riuscì a sopravvivere.

In questo giorno avvennero poche altre violenze a Torino, normale amministrazione nell’Italia fascistizzata: il prefetto Olivieri, tornato finalmente in sede per «prendere in mano la situazione», poteva trasmettere al ministero degli Interni che erano stati solamente incendiati da un centinaio di fascisti tre circoli comunisti.

Evasio Becchio fu l’undicesima e, ufficialmente, ultima vittima della strage, ma i morti potrebbero essere stati di più.

Il console Brandimarte, quasi due anni dopo, il 24 giugno 1924 dichiarò al «Popolo di Roma» che “la rappresaglia era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata […] noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva con ferma arroganza: «Cosa vuole che sappiano in questura e prefettura? Io sarò ben in grado di saperlo più di loro […] gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti».

Brandimarte confermava, infine, che il capo « del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione»

L’ amnistia

Il 22 dicembre, il governo Mussolini emanò un decreto di amnistia – il Regio Decreto 1641 del 22 dicembre 1922 – preparato dal ministro di Giustizia Aldo Oviglio: i responsabili di reati di natura politica venivano amnistiati, a condizione che i fatti delittuosi fossero stati commessi «per un fine, sia pure indirettamente, nazionale». Pertanto, i crimini fascisti, essendo stati commessi per fini «non contrastanti con l’ordinamento politico-sociale», non erano punibili, ma non quelli eventualmente commessi da «sovversivi», essendo essi volti ad «abbattere l’ordine costitutivo, gli organi statali e le norme fondamentali della convivenza sociale». Questo mostro giuridico – che tra l’altro comprometteva politicamente anche quella magistratura non ancora connivente con il Regime, costretta a distinguere tra reati commessi da fascisti o da antifascisti – fu subito controfirmato da re Vittorio.

Da: anarchopedia

IL RIBELLE

TERESIO OLIVELLI

IL GIORNALE IL RIBELLE

esce come e quando può ( 1944 – 1946)

Il 19 novembre 1944 fu stampato il primo numero di “Brescia Libera”, giornale che continuò le sue pubblicazioni fino a quando, nel gennaio successivo, furono arrestati Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi, due giovani impegnati nella diffusione del foglio clandestino. La condanna inflitta loro dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, cui seguì il 6 febbraio 1944 la fucilazione, pose termine all’esperienza del giornale provocando la diaspora del gruppo che vi gravitava attorno.

La maggior parte dei collaboratori si trasferì a Milano dove da un incontro fra Claudio Sartori, che su “Brescia Libera” curava la cronaca e le notizie delle Fiamme Verdi, e Teresio Olivelli, ufficiale del 2° Reggimento Alpino fuggito in ottobre dal campo di prigionia di Markt Pongau e nominato dal Cln comandante nel settore Bresciano, sorse l’idea di riabilitare la memoria dei due martiri bresciani. Il 5 marzo del 1944 venne così alla luce, a scopo commemorativo, il primo numero del “Ribelle” che fu diffuso con una tiratura di 15 mila copie riscuotendo un successo << enorme >>. I risultati lusinghieri ottenuti con la prima uscita spinsero gli autori a continuare nella loro esperienza che si protrasse così lungo tutti i mesi della lotta di liberazione. Espressione dei cattolici inquadrati nelle Fiamme Verdi, il giornale riuscì a pubblicare altri 25 numeri affiancati dalla serie dei “Quaderni”. Di questi ultimi si succedettero 11 pubblicazioni nelle quali, oltre a svolgere un’analisi del fascismo, furono stilati i princìpi che avrebbero dovuto regolare la nuova società e ipotizzate alcune soluzioni ai probabili problemi, quali ad esempio il rapporto fra Stato e Chiesa, che sarebbero sorti all’indomani della liberazione.

“Il Ribelle”, contando su squadre di distributori ben organizzate, sul notevole appoggio fornito dalle donne, << le protagoniste più coraggiose e spericolate >>, e sul diffuso entusiasmo dei cattolici, fu in grado di raggiungere tutti i maggiori centri del nord Italia, penetrando largamente in Emilia, in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, arrivando, per lo meno fino a quando fu possibile, a Roma e anche in Svizzera dove era riprodotto dalla “Squilla Italica”.

Il periodico fece suo il motto già adottato da “Brescia Libera”: “Esce come e quando può” e, simbolicamente, continuò a riportare in tutti i numeri la data di Brescia. Il foglio in realtà fu sempre composto fra Milano, dove era disponibile un linotipista, e Lecco dove fra il sabato e la domenica era impaginato e stampato.

Riportiamo un articolo di Teresio Olivelli apparso su “Il Ribelle” nel marzo 1944

 

Contro il putridume in cui è immersa l’Italia svirilizzata, asservita, sgovernata, depradata, straziata, prostituita nei suoi valori e nei suoi uomini,

Contro lo Stato che assorbe e ingoia scoronando la persona da ogni libertà di pensiero e di iniziativa

e prostrando l’etica a etichetta, la morale a prono rito di ossequio contro una classe dirigente di politicanti e plutocrati che invece di servire le istituzioni se ne è servita per la propria libidine di avventuroso dominio o di rapace guadagno, che del proprio arbitrio ha fatto legge, del denaro di tutti fondo ai propri vizi, della dignità della persona sgabello alle proprie ambizioni,

Contro la massa pecorile pronta a tutti servire, a baciare le mani che la percuotono, contenta e grata se le è lasciato di mendicare nell’abominio e nella miseria una fievole vita,

Contro la cultura fradicia fatta di pietismo ortodosso e di sterili rimurginamenti, di sofisticati adattamenti, incapaci di un gesto virile,

Contro gli ideali d’accatto, il banderuolismo astuto, l’inerzia infingarda, l’irresolutezza codarda, l’affarismo approfittatore ed equivoco, la verità d’altoparlante, la coreografia dei fatti meschini,

ne siamo nauseati!

non recriminiamo: ci ribelliamo!

la nostra rivolta non data da questo o da quel momento, non va contro questo o quell’uomo, non mira a questo o quest’altro punto del programma: è rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo.

Oggi noi, i superstiti, raccogliamo l’insegna caduta e nuovamente l’agitiamo alta, ribelli al tacito accondiscendere, ribelli alla supina accettazione, ribelli all’infame compromesso mortificatore degli animi e delle coscienze.

Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli, anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche quando il successo immediato non conforta del teatro degli uomini, perché siamo consapevoli che la vitalità d’Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di resurrezione, di combattimento, nel nostro amore.

Chi non rispetta in sé e negli altri l’uomo, ha l’anima di schiavo….

Non vi sono “liberatori”, solo uomini che si liberano.

Tratto da ” Il Ribelle”, marzo 1944

 

TERESIO OLIVELLI 7 GENNAIO 1916 – 17 GENNAIO 1945

Teresio Olivelli

Nato a Bellagio il 7 gennaio 1916, di carattere ardente, generoso e impetuoso, Teresio Olivelli frequenta le prime classi elementari a Bellagio e sucessivamente a Zeme (PV), dove la famiglia ritorna nella casa paterna, ma rimane sempre legato al suo Lario, dove trascorre le vacanze estive in casa dell’amatissimo zio, parroco di Tremezzo. Dopo il Ginnasio a Mortara (PV) e il Liceo a Vigevano, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia, come alunno del prestigioso collegio Ghislieri.

Laureatosi nel novembre 1938, si trasferisce all’Università di Torino come assistente della cattedra di diritto amministrativo. Inizia una stagione di intenso impegno socio-culturale, caratterizzato dallo sforzo di inserirsi criticamente all’interno del fascismo, con il proposito di influirne la dottrina e la prassi, mediante la forza delle proprie idee ispirate alla fede cristiana. Questo tentativo di “plasmare” il fascismo è finalizzato unicamente ad affrontare un’emergenza: la costruzione di una società migliore. Vince pure i littoriali del 1939, sostenendo la tesi che fonda la pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza.

Chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di studi e di ricerca, diviene segretario dell’Istituto di Cultura fascista, dove opera effettivamente per otto mesi. Due soggiorni in Germania basteranno a far nascere in lui le prime diffidenze verso il Regime. Nonostante ciò, allo scoppio della guerra, decide di partire per il servizio militare. E’ in corso una guerra imposta al Paese, il quale deve subire; Teresio Olivelli non vuole considerare dall’alto di un ufficio e con distacco la maturazione degli eventi, ma desidera inserirsi in essi, con eroica abnegazione. In particolare, è fermamente determinato a stare con i soldati, la parte più esposta e quindi più debole del popolo italiano in lotta.

Nel 1940 è nominato ufficiale degli alpini: come sottotenente di complemento della Divisione “Tridentina”. Olivelli chiede di andare volontario nella guerra di Russia. È pervaso da un’idea dominante: essere presente fra quanti si spingono o sono spinti nell’avventura del dolore e della morte.

Nel vedere gli orrori della ritirata dell’ VIII Armata italiana, Olivelli si fa sempre più critico nei confronti dell’ideologia dominante, vedendone le aberrazioni attuate dalla brutale logica di guerra.

Sopravvissuto alla disastrosa ritirata, mentre tutti fuggono egli si ferma a soccorrere eroicamente i feriti, con personale gravissimo rischio. Tanti alpini rientrati in Italia gli devono la vita.

Nella primavera del 1943, abbandona definitivamente la brillante carriera “romana” e ritorna a dedicarsi all’educazione dei giovani come rettore del collegio Ghislieri, dove aveva studiato, avendo vinto il concorso al quale si era presentato prima di partire per il fronte russo. Ha solo 26 anni, è il più giovane rettore d’Italia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Olivelli, che con il 2° Reggimento Artiglieria alpina si trovava di stanza a Vipiteno, è fatto prigioniero dai tedeschi. Rifiutatosi di combattere al fianco dei nazisti, viene arrestato e deportato in Germania. Il 20 ottobre riesce ad evadere dal campo di Markt Pongau e raggiunge Udine dopo una lunga fuga solitaria. Ospitato da un famiglia friulana giusto il tempo di riprendersi, il giovane si inserisce nella Resistenza bresciana., collaborando alla costituzione delle “Fiamme Verdi”, formazioni partigiane di impronta cattolica.

Nel febbraio 1944 fonda il giornale “ Il Ribelle”e, pur nella clandestinità, elabora programmi di ricostituzione della società, dopo la tragedia del fascismo e della guerra.

Nelle pagine del “Ribelle” egli esprime il suo concetto di Resistenza; essa è “rivolta dello spirito” alla tirannide, alla violenza, all’odio; rivolta morale diretta a suscitare nelle coscienze il senso della dignità umana, il gusto della libertà.

Scrive la famosa preghiera “Signore facci liberi”, comunemente detta “Preghiera del ribelle”; in questo testo definisce se stesso e i suoi compagni “ribelli per amore”

Viene arrestato a Milano il 27 aprile 1944. A San Vittore comincia il calvario delle torture, che continuano nel campo di Fossoli.  L’ 11 luglio 1944 il suo nome viene inserito nella lista di 70 prigionieri che devono essere fucilati il giorno successivo, ma anche questa volta Olivelli riesce a fuggire, nascondendosi nei magazzini del campo. Scoperto, dopo diversi tentativi di fuggire da Fossoli ,viene deportato nel campo Bolzano-Gries, e quindi in Germania, a Flossenburg e poi a Hersbruck. Sulla sua casacca viene cucito, insieme al triangolo rosso dei politici, anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri che hanno tentato la fuga, e che quindi devono ricevere un trattamento più duro e spietato, se possibile.

Potrebbe, data la sua conoscenza del tedesco, avere accesso ad un lavoro meno duro, ma ancora una volta il suo desiderio di stare con gli ultimi, di aiutare i più disperati, lo spinge a dare tutto sé stesso per la salvezza degli altri, esercitando il dovere della carità verso il prossimo fino all’eroismo, intervenendo sempre in difesa dei compagni percossi, rinunciando alla razione di cibo in favore dei più deboli e malati.

Resiste coraggiosamente alla repressione nazista, difendendo la dignità e la libertà. Questo atteggiamento suscita nei suoi confronti l’odio dei capi baracca, che di conseguenza gli infliggono dure e continue percosse. Ai primi di gennaio del 1945, intervenuto in difesa di un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato, viene colpito con un violento calcio al ventre, in conseguenza del quale muore il 17 gennaio 1945, a soli 29 anni.

Il suo corpo è bruciato nel forno crematorio di Hersbruck.

27 LUGLIO,CIAO VISONE

Giovanni Pesce

E’ TRASCORSO UN LUSTRO DALLA SCOMPARSA, IL 27 LUGLIO 2007, DEL  LEGGENDARIO COMANDANTE PARTIGIANO GIOVANNI PESCE.

Nato a Visone (Alessandria) il 22 febbraio 1918, morto a Milano il 27 luglio 2007, Medaglia d’Oro al valor militare.

Fu tra i più giovani combattenti italiani inquadrati nella Brigata Garibaldi che combatterono in Spagna contro Franco. Venne ferito tre volte, sul fronte di Saragozza, nella battaglia di Brunete e al passaggio dell’Ebro. Rientrato in Italia nel 1940, Pesce venne arrestato ed inviato al confino a Ventotene. Nel settembre del 1943 è tra gli organizzatori dei G.A.P. a Torino; dal maggio del 1944 assunse a Milano, sino alla Liberazione, il comando del 3° G.A.P. Rubini, con il nome di battaglia ” Visone”. Come comandante della G.PA.P Giovanni Pesce organizzò e partecipò a numerose imprese rischiose, come ad esempio l’audace e rischiosa impresa contro la radio trasmittente di Torino, fortemente guardata da reparti tedeschi e fascisti, alle quali riuscì miracolosamente a sfuggire portando in salvo un compagno gravemente ferito.

Giovanni Pesce è stato, dalla costituzione dell’A.N.P.I., membro del suo Comitato nazionale. Tra la numerosa memorialistica sulla Resistenza, basti ricordare i suoi “Un garibaldino in Spagna” del 1955 e “Senza tregua – La guerra dei G.A.P.” del 1967, e un “libro della memoria” di 368 pagine intitolato: “Giovanni Pesce «Visone» un comunista che ha fatto l’Italia“, scritto dai giornalisti Gianantoni e Paolucci in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione.

In memoria di Giovanni Pesce è stata creata, 2 anni fa, nell’anniversario della sua morte, l’associazione Memoria storica- Giovanni Pesce. Gli scopi e agli obiettivi dell’associazione, è rendere omaggio, oltre che a Giovanni Pesce, alla Resistenza e a tutti i combattenti per la libertà.

http://www.memoriedispagna.org/

L’ECCIDIO DI CIBENO

CIBENO, MODENA
Il 12 luglio, 67 internati antifascisti vengono fucilati.

In quel periodo anche Don Paolo Liggeri era internato a Fossoli. Nelle pagine di luglio 1944 del suo diario (pubblicato nel libro “Triangolo rosso – Dalle carceri milanesi di san Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen Dachau) scrive:

«Sono inquieto questa sera, e, per quanto cerchi di dominarmi, non riesco a calmare il mio nervosismo. Dio mio, mi sembra un delitto il solo pensare certe cose, ma dal momento in cui me ne hanno prospettato la possibilità … Dunque le cose stanno così!
Questa sera, durante la solita adunata per l’appello, è sopraggiunto il maresciallo Hans delle SS con un gran foglio in mano, e ha fatto semplicemente annunciare che coloro che sarebbero stati chiamati avrebbero dovuto lasciare le file e inquadrarsi a parte. Abbiamo avuto tutti il solito brivido di sgomento che ci coglie ogni volta che si presenta la poco lieta prospettiva di una deportazione in Germania.
L’odioso appello è stato subito iniziato, e, contrariamente alle altre volte, è stato lo stesso maresciallo a chiamare ad alta voce il numero di matricola di ogni internato prescelto. Era una breve lista (settanta uomini), ma ci è sembrata interminabile; e l’atmosfera intorno era divenuta stagnante, pregna di amarezza, di neri presentimenti, non so, non riesco a definire.
Siamo tornati alle nostre baracche con le spalle curve e il cuore stretto … Io anche questa volta, non sono fra i chiamati. Sono andato a portare la comunicazione al mio vicino di pagliericcio,. il generale della Rovere che non era venuto all’appello perché indisposto. Appena gli ho comunicato che era stato incluso nella lista, l’ho visto trasalire: un attimo; subito si è ricomposto, mi ha stretto la mano, e guardandomi con fermezza negli occhi, mi ha detto:
Non ci vedremo più! …
Davanti e dentro la 21 A, una ressa indescrivibile: gente che trasporta bagagli e pagliericci, abbracci e baci pieni di effusione che si alternano alle calorose strette di mano del più riservati, e uno schiamazzo continuato, un misto di richiami, di saluti ad alta voce, di promesse, di giuramenti, di auguri, di esortazioni, .di parole d’incitamento di esclamazioni di ogni genere, di espressioni fiere …
C’e chi grida: La va a pochi! (e mi ricorda Gasparotto … ). C’è chi è visibilmente commosso, non solo fra quelli che partono, ma anche fra quelli che restano … , come se volessero scacciare un nero presentimento.
Il fischio stridulo della ritirata ha messo fine ai commiati.
Quando sono rientrato nella mia baracca, G. mi ha chiesto:
– Lo sai?
– Che cosa?
– Degli ebrei … ?
– Non so nulla di nulla. Spiegati!

Saranno stati una ventina. Sono stati portati fuori del campo con un camion, equipaggiati con piccone e pala. Sono usciti prima di mezzogiorno e non sono ancora rientrati.
– Be’, che vuoi dire?
– Non capisci, o non vuoi capire?
– Parla chiaro! che vuoi dire?
– Li uccideranno …
– Chi, gli ebrei?
– No, quegli altri.
– Li ucci … Ma sei tu che dovresti farti impiccare, una buona volta! – Ero così furibondo che l’avrei strozzato – Io non capisco che gusto ci provate tu e molti altri a far circolare sempre le notizie più catastrofiche e a far star male tanti compagni che ne hanno già d’avanzo senza le vostre mal augurate fantasticherie.
Ma gli ebrei non sono tornati.
– Segno che sono andati ad aggiustare qualche strada, o a sgombrar macerie.
– Ma anche Fritz l’interprete si è lasciato sfuggire qualche cenno …
– Fammi il piacere, non parlarne più con nessuno.
Dio mio, adesso ch’è notte, ci penso ancora e non riesco a tranquillizzarmi. Se fosse vero … Sciocchezze! Abbiamo, tutti, i nervi malati … Eppure con le SS tutto è possibile. Basti ricordare Gasparotto …Ma Gasparotto era uno, questi sono settanta. Sarebbe enorme!
Della mia baracca (la 16 A) sono stati scelti diciassette, fra cui i miei due vicini di pagliericcio: li rivedo. Questa sera non mi daranno la «buona notte» …
Rivedo anche gli altri, tutti amici cari … Olivelli, Carlo Bianchi, l’avvocato Vercesi, Passerini, Prina, Francesco Caglio, Arosio, Guarenghi, il colonnello Panceri, e Nilo (simpatico bersagliere padovano), Gulin (oh, quella fuga malriuscita), e Kulziski il capo baracca, e gli altri di cui in questo momento non ricordo i nomi. Penso alle loro famiglie … il colonnello Panceri mi ha parlato questa mattina della sua Mimma e Carlo Bianchi mi ha mostrato la foto dei suoi «pupi». Attende il quarto …
No, no! Ho i nervi malati. Sono pazzo. È impossibile!
Fòssoli – 12 luglio 1944
Li hanno ammazzati tutti!
Questa mattina, all’alba, li hanno ammazzati come cani, poveri fratelli miei! È terribile!

Le SS hanno vagamente tentato di mantenere il più assoluto segreto sul massacro dei nostri compagni. Nella stessa giornata del 12 si è avuta nel campo la certezza dell’eccidio e si sono diffusi i primi particolari. Per esempio, la sera del giorno 11, dopo la ritirata, quando ormai tutti gli altri internati erano rientrati nelle loro rispettive baracche, le SS sono entrate nella 21 A dov’erano raccolti i nostri settanta compagni e hanno operato una minuziosa perquisizione sulle loro persone e nei loro bagagli. Un altro particolare: a notte avanzata, sono ritornati gli ebrei che eran partiti in mattinata per scavare una grande fossa. Ma le SS non si sono fidate di avere ingiunto minacciosamente il più rigoroso silenzio, e li hanno fatti dormire in una baracca fuori del recinto del campo in modo da rendere praticamente impossibile ogni tentativo di comunicazione per avvertire in tempo coloro ch’eran destinati al massacro.
La mattina del 12, al momento di effettuare la partenza a scaglioni, mancava uno dei settanta, precisamente Teresio Olivelli. Ma non c’era tempo da perdere per ricercarlo. I condannati – possiamo ormai chiamarli così – vennero inquadrati e condotti nella sede del «Comando», donde furono prelevati a piccoli gruppi, evidentemente allo scopo di poter reprimere con maggior sicurezza eventuali moti di rivolta lungo il tragitto. Questa precauzione però si rilevò ben tosto insufficiente. Infatti, durante il trasporto del primo o del secondo gruppo, non posso precisare, ci deve essere stato un tentativo di ribellione e lo si argomentò dal fatto che SS di scorta tornarono quasi tutte con delle visibili medicazioni: bende e cerotti parlavano un linguaggio molto significativo. Fra le SS, c’era uno che portava addirittura un braccio a tracolla. Deve essere stata una colluttazione paurosamente impari e disperata, che però i tedeschi, passati i primi momenti di sorpresa, non dovettero faticare molto a risolvere in loro favore, dato l’abbondante equipaggiamento di armi di cui disponevano e il numero rilevante della scorta. Qualcuno, non saprei con quale attendibilità, fa il nome di due o tre compagni i quali, durante il «corpo a corpo» con le SS, avrebbero trovato la possibilità di buttarsi dal camion in corsa e di mettersi in salvo.
Non fu soltanto l’improvvisa apparizione delle bende e dei cerotti, a farei intuire il tentativo di rivolta; ma anche un altro particolare sintomatico, che non sfuggì agli occhi di alcuni compagni, i quali, la mattina del 12, stavano a spiare dall’interno del campo ciò che avveniva al di là del recinto: nelle spedizioni successive, le SS ammanettarono scrupolosamente gli internati, prima di farli salire sull’automezzo che li doveva trasportare.
Un altro dettaglio, che finì col documentare la soppressione dei nostri compagni, fu costituito dai bagagli. Erano tutti ammucchiati in una stanza del comando. I nostri compagni, dunque, erano partiti senza bagagli … e per il viaggio cui erano destinati non ce n’era bisogno …
La sera, sul tardi, tornarono gli ebrei che erano rimasti fuori del campo, ancora un’altra giornata, per ricoprire la fossa, dopo l’eccidio. Gli ordini di mantenere il silenzio su quello che erano stati costretti a fare e su ciò che avevano visto, dovevano essere stati così minacciosi, che non fu possibile cavar loro di bocca nessuna notizia concreta. Furono accostati, però, separatamente e fatti cadere in contraddizione. Alcuni riferirono che erano stati a sgombrare macerie, altri che s’era trattato della riparazione di un tronco di ferrovia, altri che avevano demolito baraccamenti semidistrutti dal fuoco.
Le contraddizioni rivelavano chiaramente che il segreto da tenere celato era molto grave. Pare, infine, che uno della squadra, pressato dalle domande di un’amico, a un certo punto abbia fatto con la mano un gesto inequivocabile per significare: – tutti finiti!
Altre notizie più precise cominciarono già a trapelare per mezzo della viva voce di qualche milite italiano che, nella torretta di guardia, solo, si sentiva particolarmente oppresso dall’orrendo segreto.
La notte, ci siamo buttati sul pagliericcio con la tremenda certezza che non avremmo veduto più i nostri compagni e le diverse voci, le atroci indicazioni che avevamo potuto raccogliere, ci risuonavano ancora nelle orecchie e ci martellavano cuore e cervello, tenacemente, esasperanti.
All’alba, li hanno ammazzati … Al Poligono di Carpi … li hanno buttati nella fossa scavata dagli ebrei … li hanno spogliati degli oggetti personali che potevano facilitare l’identificazione … poi li hanno coperti con uno spesso strato di calce perché si decompongano più celermente … e hanno fatto gettare sementi sulla terra che ha ricoperto la fossa. Pare che siano accorsi dei preti (o il Vescovo), che abbiano chiesto almeno di poter benedire i morti … sono stati brutalmente respinti, ammoniti di badare ai fatti loro … perché da quelle parti non c’era nulla che li potesse riguardare … e siccome non se ne andavano, hanno puntato le armi.
Assassini! … Assassini!»

I nomi dei 67 martiri trucidati nel Poligono di tiro di Cibeno, frazione a circa 3 km a nord di Carpi, del 12 luglio 1944:
Andrea Achille, Vincenzo Alagna, Enrico Arosio, Emilio Baletti, Bruno Balzarini, Giovanni Barbera, Vincenzo Bellino, Edo Bertaccini, Giovanni Bertoni, Primo Biagini, Carlo Bianchi, Marcello Bona, Ferdinando Brenna, Luigi Alberto Broglio, Francesco Caglio, Emanuele Carioni, Davide Carlini, Brenno Cavallari, Ernesto Celada, Lino Ciceri, Alfonso Marco Cocquio, Antonio Colombo, Bruno Colombo, Roberto Culin, Manfredo Dal Pozzo, Ettore Dall’Asta, Carlo De Grandi, Armando Di Pietro, Enzo Dolla, Luigi Ferrighi, Luigi Frigerio, Alberto Antonio Fugazza, Antonio Gambacorti Passerini, Walter Ghelfi, Emanuele Giovanelli, Davide Guarenti, Antonio Ingeme, Sas Jerzj Kulczycki, Felice Lacerra, Pietro Lari, Michele Levrino, Bruno Liberti, Luigi Luraghi, Renato Mancini, Antonio Manzi, Gino Marini, Nilo Marsilio, Arturo Martinelli, Armando Mazzoli, Ernesto Messa, Franco Minonzio, Rino Molari, Gino Montini, Pietro Mormino, Giuseppe Palmero, Ubaldo Panceri, Arturo Pasut, Cesare Pompilio, Mario Pozzoli, Carlo Prina, Ettore Renacci, Giuseppe Robolotti, Corrado Tassinati, Napoleone Tirale, Milan Trebsé, Galileo Vercesi e Luigi Vercesi.
Erano uomini con le esperienze più varie, di tutte le professioni, di tutte le regioni, dai 16 ai 64 anni.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime e alle esequie solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano: fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna.

FOSSOLI

FOSSOLI, PER SAPERNE DI PIU’

Il campo di Fossoli, allestito nel 1942 per ospitare i prigionieri di guerra e successivamente ampliato con il cosiddetto Campo Nuovo, in seguito all’armistizio, il 5 dicembre 1944 fu ufficialmente riaperto alle dipendenze della prefettura di Modena come campo di concentramento per ebrei della Repubblica Sociale Italiana, e quindi sotto il comando delle SS ( 15 marzo 1944) come campo di concentramento e transito degli ebrei e degli oppositori politici.

Nel dopoguerra vi furono internati dapprima i prigionieri dello sconfitto regime, poi divenne campo profughi e infine passò alla Comunità di Nomadelfia per bambini abbandonati ed orfani di guerra.

A causa dell’avvicinarsi del fronte e delle azioni partigiane nella zona, il 2 agosto 1944 il comando tedesco decise la chiusura del campo ed il trasferimento dei prigionieir nel campo di Bolzano ( Gries) già attivo dal luglio 1944.

Si calcola che più di 5.000 deportati, di cui 2.844 ebrei e circa 2.500 fra deportati politici e rastrellati transitarono per il campo di Fossoli.

L’arrivo dei prigionieri al campo di Fossoli ( così come per Bolzano e la Risiera di San Sabba) segna il passaggio da una storia individuale ad una vita comune di deportazione, com pratiche burocratiche umilianti all’arrivo che danno il via all’opera di annientamento dell’individuo: la rasatura dei capelli, l’assegnazione di un numero di matricola e del distintivo ( il triangolo rosso, per i politici).

ognuno di noi dà le generalità, in compenso riceviamo due triangoli rossi e due rettangolini bianchi recanti il numero di matricola” ( diario di Leopoldo Gasparotto, Fossoli, 26 aprile 1944).

Il campo di Fossoli è composto da baracche di legno, guardate a vista dalle guardie,circondate da un reticolato di filo spinato

il filo spinato maledetto che mi entra con le sue spine nel cuore” ( G.Luigi Banfi, Fossoli, 1 giugno 1944)

Di giorno i prigionieri politici sono costretti ai lavori forzati, per lo più attività agricole, lavori di sterro o sistemazione di strade all’esterno del campo. Le ore libere e la notte sono condizionate dalla condivisione dello spazio ristretto con numerose altre persone

cento per camerata, si dorme in “castelli”, specie di cuccette doppie a quattro posti. Pagliericcio e una coperta. Si dorme anche se pulci e zanzare ( qualche cimice e pidocchi) ci deliziano. ( Piero Garelli, Fossoli, maggio 1944)

Le sofferenze principali dei prigionieri, oltre alla mancanza di libertà e alla lontananza da casa, sono il freddo e la fame. La razione ufficiale di vitto sono due minestre, a pranzo e a cena, e 250 gr. di pane di segale.

Le richieste di aiuto, attraverso l’invio di pacchi di viveri e vestiario sono pressanti e continue, anche se a volte mascherate, per non far preoccupare i familiari, e la situazione è più grave per quei deportati che hanno la famiglia lontana o in condizioni economiche disagiate.

Alla durezza della vita e alla costante paura di venire deportati in Germania

ieri sono partiti più di mille uomini per la Germania e noi siamo qui in attesa. E’ per noi un’angoscia non saper niente” ( Jenidi Russo, Fossoli, 21 giugno 1944)

si aggiunge anche la violenza fisica e non mancano uccisioni e stargi, come l’assassinio dell’esponente azionista Leopoldo Gasparotto il 22 giugno a Fossoli e la fucilazione per rappresaglia di 67 prigionieri il 12 luglio 1944 nel poligono di tiro di Cibeno.