ROBERTO LEPETIT

Roberto Lepetit (Lezza, Como, 29 agosto 1906 – Ebensee 4 maggio 1945), è stato un noto imprenditore milanese titolare dell’omonima ditta chimico-farmaceutica. Di sentimenti antifascisti, dopo l’armistizio frequenta l’ambiente del Partito d’Azione e organizza una rete personale di solidarietà con ebrei, ex internati e perseguitati politici: in questo ambito finanzia il Comitato di Liberazione Nazionale, lo rifornisce di medicinali prodotti dalla sua stessa azienda, organizza incontri clandestini nei suoi uffici.

Il coinvolgimento nell’attività clandestina s’intensifica con la collaborazione prestata a un ufficiale inviato dai Servizi segreti militari del Governo Badoglio, giunto al Nord per raccogliere e trasmettere informazioni di rilievo strategico sulla logistica dell’apparato tedesco di occupazione. 

Il 29 settembre 1944 viene catturato dalle SS e imprigionato a San Vittore. Sul suo arresto e sul fallimento dei tentativi per liberarlo gravano sospetti.

Internato nel campo di concentramento di Bolzano, il 17 ottobre Lepetit vi svolge una preziosa attività clandestina, in contatto coi referenti milanesi, e riesce ad organizzare una farmacia all’interno del campo.

Deportato il 18 novembre da Bolzano a Mauthausen dove giunge il 21 novembre 1944, matricola n.110300, viene adibito a lavori forzati che ne compromettono la salute. Dopo il trasferimento coatto al sottocampo di Melk il 6 dicembre, il 13 aprile 1945 è trasferito a Ebensee, dove muore il 4 maggio 1945, due giorni prima della liberazione.

Lascia la vedova Hilda e i due giovani figli Emilio e Guido, che commissionano all’architetto Gio Ponti il monumento in memoria eretto a Ebensee.

Roberto Lepetit

ROSALINDA ZARIATI

Il 5 gennaio 2019 moriva, a 96 anni, Rosalinda Zariati, staffetta partigiana nei mesi della lotta di Liberazione, poi attiva nel sindacato e nel movimento socialista.

A lei, nel 2005, Roberta Cairoli ha dedicato un capitolo del suo libro Nessuno mi ha fermata, fondamentale approfondimento sulle donne della Resistenza comasca (NodoLibri, Como 2005).

Rosalinda Zariati: rigore, prudenza e fortuna

«Per me partecipare alla Resistenza – dice Rosalinda Zariati – ha significato una gran cosa, ma una gran cosa, non lo so spiegare… mi ha dato una soddisfazione immensa. Sono stata davvero contenta di aver aiutato i partigiani. Ricordo i giorni della Liberazione: furono per me giorni di gioia profonda, perché noi aspiravamo alla liberazione di Como, alla liberazione di tutta l’Italia.»

Due sono, significativamente, gli episodi che, nel 1943, decidono l’ingresso di Rosalinda Zariati nella Resistenza, vissuta e ricordata come l’esperienza di vita più intensa e appagante. A segnare l’inizio della crescita e della maturazione politica di Rosalinda è l’iscrizione al Partito Socialista di Unità Proletaria: «Nel 1943 ho ricevuto la prima tessera del partito, a darmela è stato il “Tia”, che aveva un officina meccanica in viale Lecco: e lì, insieme ad altri, abbiamo cominciato a essere socialisti, a imparare cos’è il socialismo. Io di socialismo non sapevo niente perché siamo sempre stati sotto il fascismo: quando andavamo a scuola ci facevano imparare cosa era il fascismo, che era la cosa più bella e noi ci credevamo; d’altronde noi non avevamo mai saputo che cos’era il socialismo o le altre cose… solo dopo l’ho capito.»

Comincia così un’intensa attività di propaganda politica: «Si lavorava assieme io, Mario Montorfano, il parrucchiere, Raffaele Carnevali, Italo Mentasti, ed i Bedetti Giuseppe e Natale, tutti socialisti. Il Tia ci riforniva di manifesti (aveva una sorta di stamperia clandestina), il Montorfano ci dava dei giornali da portare in giro, mentre il Mentasti faceva da cassiere dei fondi che ci venivano consegnati. Ricordo che per ricevuta davamo una specie di cartolina in cui era raffigurata una finestra munita di grate dalle quali sporgevano due mani e sotto c’era scritto: “Aiutateci”. Davamo quella cartolina a chi ci dava i soldi e davamo fuori i giornali.»

L’incontro con la partigiana Nella Caleffi (“Gina”) spinge Rosalinda alla convinta e piena partecipazione alla lotta di Liberazione. Nelle sue parole, tale scelta, così impegnativa e rischiosa, viene descritta in maniera del tutto semplice e naturale. Racconta, infatti: «Avevo incontrato la Nella Caleffi, socialista anche lei; l’ho conosciuta in treno. Era seduta davanti a me; io la guardavo e lei mi ha chiesto: “Lei è di Milano?” “No – ho risposto – sono di Como, abito vicino alle caserme”. Allora lei mi ha detto: “Mi dà l’indirizzo che vengo a trovarla?” “E venga”, le faccio io. Mi chiese se l’avessi aiutata, se volevo fare la staffetta, e io risposi subito di sì. Tante volte veniva a casa mia a dormire e tante volte in bicicletta andavamo fino a Lecco. Una cosa che mi ricordo come fosse ieri è quando vi fu l’8 settembre. Io abitavo vicino alla Caserma De Cristoforis, e quando i nostri militari buttarono le armi dalle finestre, noi le raccogliemmo e le nascondemmo in casa. Poi però, arrivati che furono i tedeschi, e venne costituita la Repubblica Sociale, ebbi paura di tenerle lì ed allora assieme alla “Gina”, in bicicletta le portammo dove vi era il Comando partigiano. Con lei, quindi, ho iniziato a fare la staffetta. Da lei ho imparato tante cose.»

Una scelta che ha inevitabilmente un primo prezzo da pagare: la perdita del lavoro.

«Io lavoravo come operaia alla tintoria “Ambrogio Pessina”, ci ho lavorato fino al 1944 quando mi hanno lasciata a casa. Mi ricordo che i padroni, brava gente ma fascisti, mi hanno chiamata e hanno detto che mi avrebbero sospeso per mancanza di lavoro, e invece ho sentito che era perché sapevano che io avevo contatto con i partigiani. Dopo l’insurrezione, nel ’45, andai e mi licenziai.»

All’attività svolta in collaborazione con “Gina”, si aggiunge l’incarico particolarmente oneroso di tenere i collegamenti con la 40a Brigata

“Matteotti”, dislocata in Valtellina, nella zona di Buglio in Monte. A piedi o in bicicletta, attraverso marce estenuanti di cui porta sulle gambe ancora i segni, provvede a recapitare ai partigiani della brigata ordini, viveri, armi. È un compito che richiede freddezza, prontezza, attenzione e, talvolta, un pizzico di fortuna: non sempre gli accorgimenti adottati garantiscono una copertura efficace. Lo dimostra questo episodio, a tratti rocambolesco, in cui Rosalinda riesce a salvarsi grazie ad un intervento quasi provvidenziale: «Una volta mentre andavo a Buglio in Monte, ad Ardenno, dove c’era una casermetta di fascisti, mi hanno fermato. Io portavo con me una specie di lasciapassare che dichiarava che avevo i genitori sfollati a Buglio: prima, mi hanno chiesto cosa ci andavo a fare ed io naturalmente ho risposto che andavo a trovare i miei, mostrando il lasciapassare; poi hanno voluto vedere la carta d’identità: dietro la carta d’identità era raffigurato il fascio littorio e il Comune ci aveva messo su un francobollo. Allora, mi hanno preso la carta d’identità, dicendomi: “No, lei è un’antifascista, lei va dai partigiani…” Volevano trascinarmi in caserma. Allora, il cane che c’era su a Buglio in Monte, che era un lupo, è corso giù ed è saltato addosso ai fascisti: la mia carta d’identità in terra, l’ho afferrata e, via!, sono scappata. Mi hanno sparato dietro, ma non mi hanno preso. Da allora non ho più fatto quella strada.»

Riuscirà miracolosamente a cavarsela una seconda volta, vivendo, tuttavia, momenti drammatici, dolorosi: è ancora viva nella sua memoria l’immagine della terribile morte di alcuni suoi compagni.

«Un giorno sono incappata in un rastrellamento effettuato dai soldati mongoli reclutati dai tedeschi ed ho assistito nascosta e terrorizzata sotto al fieno alla fucilazione di alcuni nostri partigiani. Ricordo anche i bambini grandi che portavano sulle spalle quelli più piccoli e cercavano di scappare: due bambini che fuggivano vennero uccisi. Ci furono 17 morti. Me la sono cavata perché sono rimasta immobile sotto il fieno, altrimenti! Questo episodio non mi è mai uscito dalla mente e mai mi uscirà.»

Rosalinda si ferma raramente in formazione; i contatti sono limitati: il rigore e la prudenza, imposti dalla lotta clandestina, impediscono di avere rapporti troppo intimi. Nemmeno nasconde la scarsa simpatia nei confronti di “Nicola”, il comandante della brigata. Racconta: «Noi avevamo pochi contatti con gli uomini della brigata: l’unico, forse, era Giovanni a cui consegnavamo il materiale che portavamo. Il più delle volte non mi fermavo, salivo e scendevo. Poi, guai se c’era un partigiano che si attaccava a una partigiana, a una staffetta, perché, se per caso bisticciavano, poteva succedere un pandemonio: fu un periodo in cui le delazioni falcidiavano i nostri uomini migliori per cui i rapporti sentimentali amorosi erano del tutto proibiti. Poi, devo dire la verità, stavo malvolentieri a Buglio perché c’era “Nicola”, il comandante: era una persona cattiva, brutale.»

Alle difficoltà e alle incognite legate all’attività di staffetta, si aggiunge, in quegli anni di guerra, l’“avventura” quotidiana di procurarsi il cibo: «Avevamo poco da mangiare perché c’erano le tessere, un etto di pane al giorno, e poi il resto andavamo a prendercelo noi. Io andavo anche a Montorfano a prendere le patate, a prendere le cipolle, a prendere tanta roba dai contadini che ce la davano. Andavamo di notte.»

Coraggio, destrezza e un pizzico d’incoscienza spiccano nell’episodio, uno dei tanti, che Rosalinda racconta, sorridendo quasi divertita: «Mi ricordo che sono andata a Vercelli con una mia amica a prendere un po’ di riso. Mamma che ridere! Siamo arrivati lì e non c’era riso: l’avevano se questrato tutto i fascisti. E allora noi cosa abbiamo fatto ? Siamo andati giù in stazione dove c’erano tutti i sacchetti, e ne abbiamo portati via uno per ciascuno dentro lo zaino e via andare in bicicletta. Arrivammo a Seregno; eravamo stanche e siamo andate a dormire in una cascina dove mettono dentro tutti gli attrezzi per i contadini. Il mattino, abbiamo preso la nostra bicicletta, il nostro zaino e via andare. Arrivano dietro di noi dei fascisti che ci gridano: “Fermatevi, Fermatevi”. E noi non ci fermavamo ma andavamo più svelte. Poi ci hanno preso e ci hanno detto: “Ma, ragazze!, non vedete che perdete tutto il riso?” Si capisce che hanno fatto qualche buco, per fortuna non ce l’hanno portato via.»

L’energia, la vitalità e una certa impulsività, dunque, rappresentano gli aspetti che più colpiscono in lei. Ci sono i disagi, i rischi, la paura certamente, ma tutto ciò, per Rosalinda, è quasi inebriante. Le sue parole sembrano esprimere quella che Claudio Pavone definisce efficacemente una «singolare fusione tra senso tragico della vita e gioia del vivere»: «Quello che facevo era molto difficile e pericoloso, ma nello stesso tempo era anche entusiasmante. Sapevo di correre dei grossi rischi, sì, però lo facevo così… mi piaceva quasi, mi piaceva fare queste cose. Poi, ero cosciente dell’importanza di quello che facevamo: avevo conosciuto il “Neri” che mi aveva detto: “Cerca di aiutarci, perché dobbiamo buttar fuori questa gente che ci opprime e basta”.»

Rosalinda conclude la sua testimonianza sottolineando, con il tono di chi ha raggiunto una forte consapevolezza di sé, sia l’importanza del ruolo che le donne hanno avuto nella Resistenza, sia il valore e il significato che la stessa assume per loro, proprio in quanto donne: «Fummo noi – dice Rosalinda –, furono le donne ad aiutare la Resistenza, i nostri partigiani, i quali avevano bisogno di tutto e non potevano scendere dalle montagne, allora eravamo noi a salire. Eravamo noi che vivevamo in mezzo alla paura, altro che storie! La donna ha acquistato più valore con la Resistenza, rispetto a prima, perché ha lottato anche lei come l’uomo.»

Tuttavia, è anche cosciente della scarsa considerazione che le donne hanno ottenuto: «Per noi donne, però, non c’è stato alcun riconoscimento dopo, né da parte di chi governava né quasi sempre neppure da parte degli interessati. La maggior parte delle donne, al massimo, è stata riconosciuta con la qualifica di “benemerita”, un riconoscimento solo morale, del tutto inadeguato ai rischi ed ai sacrifici che avevamo sopportato.»

da Ecoinformazioni del 6 gennaio 2019

IL GIURAMENTO DI SAN PANCRAZIO

La notte del 14 dicembre 1943, un gruppo di 23 partigiani al comando del capitano degli Autieri Ugo Ricci, si riunisce clandestinamente nella antica chiesetta  di San Pancrazio, situata in una zona isolata nei pressi di Ramponio, in Val d’Intelvi, e, alla presenza del sacerdote antifascista don Carlo Scacchi, si impegna solennemente con un giuramento scritto a proseguire con ogni mezzo la lotta al nazifascismo, fino alla sua sconfitta.

Il giuramento porta le firme di tutti i presenti, fra queste spicca quella di Ugo Ricci, un ufficiale genovese che si era unito alla Resistenza dopo l’8 settembre e che morirà nel corso della battaglia di Lenno il 4 ottobre 1944.

UNA GRANDE PERDITA

La scomparsa di Ernesto Maltecca

Nella notte di domenica 15 settembre è scomparso all’età di 96 anni, nella sua casa di Olgiate Comasco, il partigiano Ernesto Maltecca. Era l’unico ancora in vita del Gruppo Clerici della 52esima Brigata Garibaldi. Una vita nelle file del Partito Comunista, Ernesto Maltecca è stato a lungo consigliere comunale di Olgiate Comasco ed era l’anima dell’associazione Combattenti e Reduci, di cui per anni è stato presidente della Federazione interprovinciale. Sempre vicino ai valori della Resistenza, il suo ultimo discorso ufficiale è stato questo 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione. Qui sotto riportiamo un brano:

L’appello, un’eredità storica e civica

“Arrivato alla mia età mi addolora e mi domando se quello che è stato fatto a costo di tante vite umane non sia stato invano. Ormai sono l’unico rimasto del Gruppo “Clerici” della 52esima Brigata Garibaldi operante nell’Olgiatese. Eravamo tutti uniti nel coraggio e nella volontà, pur mettendo a repentaglio la nostra stessa vita, per sconfiggere il totalitarismo nazifascista. Ecco, per voi, per il mio paese, ne è valsa la pena, sicuramente. Vi auguro di ritrovare oggi la gioia di quella giornata. Di rivivere, ogni giorno il vostro 25 aprile”.

I funerali di Ernesto Maltecca si sono tenuti mercoledì 18 settembre.

ADOLFO VACCHI

Adolfo Vacchi, 5 settembre 1944.
Adolfo Vacchi, matematico e antifascista, nacque il 23 giugno 1887 a Bologna. Come matematico e scienziato formulò alcune teorie sul teorema di Fermat ed ebbe interessanti intuizioni per una nuova formula per la determinazione dei numeri primi, che raccolse in alcune pubblicazioni. Dirigente di una federazione del PSI, nel 1914 venne schedato per le sue idee socialiste. Nel 1915 si trasferì a Venezia dove insegnò in uno dei licei della città. Già nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, subì un pestaggio da parte di squadristi fascisti. Nel 1923 dovette lasciare Venezia a seguito di un ordine di confino che fu uno dei primi casi di confino politico sanciti dalla dittatura fascista. Negli anni successivi visse a Milano con la moglie e le figlie, campando di lezioni private, ma non cessò mai di esercitare una appassionata e lucida propaganda di libertà contro il fascismo e il razzismo, che egli svolse sopratutto presso i suoi studenti e che gli costarono un processo, nel corso del quale egli si difese con tale convincente eloquenza da venire assolto con una semplice ammonizione.
Nel 1943 sfollò con la famiglia da Milano a Veniano (Como) e qui prese parte alla lotta di liberazione. Con altri partigiani organizzò una stazione radiotrasmittente per comunicare con le missioni alleate in Svizzera, fornendo un collegamento fra i comandi partigiani dell’Italia occupata dai nazisti e il quartier generale del generale Alexander. Nella notte del 18 agosto 1944 venne arrestato a Veniano e tradotto nelle carceri di San Donnino a Como. Sebbene non ci fossero prove certe del suo coinvolgimento nella lotta contro il nazifascismo, dopo 18 giorni di carcere senza processo, nella notte del 5 settembre 1944 venne fatto uscire dal carcere con la scusa di una nuova perquisizione nella sua abitazione e ucciso a tradimento contro il muro del cimitero di Camerlata (Co).

GUERRA IN ETIOPIA

L’uomo nuovo fascista

Satira di regime
Italia, 1935-1936. Cartolina umoristica disegnata da E. Ligrano.

Nel 1935-1936, tra le truppe italiane impegnate in Etiopia circolò un pacchetto di otto vignette satiriche, disegnate dal pittore Enrico De Seta. Pur essendo ben piccola cosa, nel quadro più ampio della propaganda fascista, esse rappresentano una specie di picco, nell’ambito della mentalità razzista che il regime stava elaborando, e che di lì a poco (nel 1938) avrebbe proposto agli italiani. Il primo dato che colpisce nelle cartoline illustrate da De Seta è la schiettezza, l’assenza di ipocrisia. La costruzione dell’impero è privata di qualsiasi missione civilizzatrice dell’uomo bianco. Questi, al contrario, è presentato come un soggetto che si reca in Africa perché può trovare a buon prezzo tutto ciò che gli manca in Europa: sesso, prestigio, potere.

In questo materiale satirico, gli africani sono privati di qualsiasi umanità. Le donne sono merce, oggetti da comprare e persino spedire come pacchi postali, mentre gli uomini sono guardati come animali. Il caso limite si avrà nell’equiparazione tra abissini ed insetti, quasi a giustificare che il gas sia l’arma più efficace (e opportuna) nei loro confronti.

In una vignetta disegnata da E. Ligrano, il negus è disprezzato secondo modalità che richiamano alla memoria lo squadrismo e il frequente ricorso che esso faceva all’olio di ricino come strumento per neutralizzare e umiliare gli avversari politici. In verità, al sovrano etiopico è somministrata della benzina: un trattamento che lascia trapelare la disponibilità all’eliminazione radicale di tutti coloro che si oppongono al nuovo dominio italiano e fascista. Il tutto accompagnato da un’esclamazione beffarda, non priva di precoci risvolti antisemiti (Bevi figlio di… Giuda).

Il regime educatore

Mussolini era fermamente convinto che non si poteva conquistare e conservare un impero, se la nazione impegnata in quell’impresa non aveva una fortissima consapevolezza della propria perfezione e della propria grandezza.

Occorreva ri-educare da zero gli italiani e costruire l’ uomo nuovo fascista, cioè costruire una sorta di nuova stirpe di conquistatori e di padroni, capaci di imporsi agli altri popoli proprio perché sicuri della loro superiorità. In questo impegnativo e grandioso processo finalizzato a rimodellare il carattere nazionale degli italiani, occorreva spazzare via qualsiasi sentimentalismo, per trasformare gli italiani stessi in veri fascisti.

L’italiano tradizionale doveva sostituire l’affetto per la mamma e la famiglia, con la dedizione appassionata al Duce e alla Patria; il mandolino (una vera ossessione di Mussolini, che nel 1935 vietò ai giornali di pubblicare fotografie di soldati italiani al fronte, mentre erano impegnati a suonare chitarre o mandolini), col moschetto; gli ideali cristiani di bontà e di amore per il prossimo, con la durezza e, là dove necessaria, la spietatezza.

Nel medesimo tempo, il regime disapprovò con energia sempre maggiore i risvolti erotici e le allusioni sessuali presenti nella propaganda razzista. Conquistatore e suddito dovevano restare separati, senza mescolanze e fraternizzazioni di alcun genere.Approfondimenti

  • Razza e Impero Il legame strettissimo esistente tra conquiste coloniali e politica razzista venne messo più volte in luce da Mussolini e dalla stampa fascista. Il Duce era convintissimo che gli imperi potevano durare nel tempo solo se i conquistatori avevano una fortissima consapevolezza della propria superiorità e se non si univano ai popoli dominati. La prevenzione della piaga del meticciato divenne un tema ricorrente e ossessivo, nei discorsi e nelle dichiarazioni di Mussolini. Il passo che riportiamo è tratto dal Libro del fascista e si presenta come una specie di catechismo razziale, finalizzato a spiegare con espressioni semplici la svolta razzista e antisemita operata dal fascismo dopo la conquista dell’impero.
  • Zoom immagineItalia, 1935-1936. Cartolina umoristica disegnata da E. Ligrano

Dal sito: cittadinanza attiva in assemblea

LA CORRUZIONE DURANTE IL FASCISMO

Nel 1975, durante uno spettacolo a Genova, Walter Chiari (che in gioventù aveva aderito alla Repubblica sociale italiana) lanciò una provocazione: «Quando fu appeso per i piedi a piazzale Loreto, dalle tasche di Mussolini non cadde nemmeno una monetina… Se i nuovi reggitori d’Italia subissero la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle loro tasche!». La battuta provocò un grande applauso, a dispetto del fatto che la città fosse medaglia d’oro della Resistenza e di lì nell’estate del 1960, per protesta contro la convocazione di un congresso del Msi, fosse partita la rivolta che aveva provocato la caduta del governo Tambroni. Da allora la battuta di Walter Chiari divenne un luogo comune della destra e, più in generale, dei settori qualunquisti e conservatori dell’opinione pubblica italiana. Anche quelli non nostalgici. Mauro Canali e Clemente Volpini sono andati a verificare se le cose andarono veramente nei modi di cui alle parole di Walter Chiari. Se cioè corrisponde alla realtà che i fascisti, ancorché politicamente nefasti, siano stati sostanzialmente onesti. E sono giunti alle conclusioni — esposte in un libro, Mussolini e i ladri di regime. Gli arricchimenti illeciti del fascismo, in procinto di essere pubblicato da Mondadori — che le cose non stanno così.

Esce in libreria domani il saggio di Mauro Canali e Clemente Volpini «Mussolini e i ladri di regime» (Mondadori, pagine 233, euro 22)

Mussolini, ricordano Canali e Volpini, aveva fondato nel 1919 il movimento fascista (che diventerà Partito nazionale fascista nel 1921) «per combattere i profittatori di guerra, i “pescecani”, i politicanti, gli egoisti, i corrotti e poi i parassiti dello Stato». Il programma dei Fasci di combattimento proponeva il sequestro dei profitti di guerra o una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze attraverso un’imposta sul capitale. Poi, dopo che Mussolini giunse al potere (1922), non se n’era più fatto niente. Ma nella retorica del regime l’attacco alla plutocrazia, al potere della ricchezza resisterà per tutto il Ventennio. Fisiologico perciò che, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), il governo di Pietro Badoglio avviasse immediatamente un’indagine per verificare se sotto il regime fossero state commesse delle ruberie. Il 5 agosto del 1943, la notizia dell’avvio dell’inchiesta sugli illeciti arricchimenti dei maggiorenti mussoliniani — con un’apposita commissione presieduta dal presidente della Corte suprema di Cassazione Ettore Casati — fu data da tutti i giornali e nel giro di pochi giorni i gerarchi finirono sulle prime pagine — scrivono Canali e Volpini — «gettati in pasto a un’opinione pubblica che fino a poco tempo prima li aveva temuti odiati, riveriti, spesso invidiati». Con quei racconti, aggiungono gli autori, la fine tragica del

Ventennio assunse «tratti da commedia, da spettacolo del malaffare ridicolo e ricco di colpi di scena». Con «fughe rocambolesche, rotoli di banconote nascosti nell’acqua degli sciacquoni, arresti eccellenti, favolosi patrimoni in ville, tenute, palazzi e castelli». Per arrivare infine «ai sequestri dei beni mobili, con verbali e inventari redatti con una pignoleria da non credersi»: dalle pellicce agli arazzi, dai cavalli purosangue ai posacenere, «passando per i corredi, tovaglie, lenzuola, asciugamani, fino al numero di posate in argento e all’ultima pantofola, calza e mutanda del gerarca inquisito». Il tutto «immerso in un fiume di denaro e in un cerchio fatto di amici, amici degli amici, amanti, mogli, figli, parenti lontani, ricattatori, ruffiani e segretarie compiacenti». Per un ammontare di 118 miliardi di lire dell’epoca di cui l’Erario riuscirà a recuperare solo 19.

In seguito di quel genere di storie che avevano tenuto banco sui giornali nell’estate del 1943 si parlò sempre meno; finché, poco più di trent’anni dopo, fu possibile fare quella battuta a Genova senza che nessuno (o quasi) trovasse alcunché da ridire. Adesso i due storici, sulla base di una nuova, ampia documentazione inedita, sono giunti a un punto definitivo: gran parte dei fascisti di primo piano, a partire dallo stesso Mussolini e dai familiari della sua amante Claretta Petacci, si arricchirono in modo davvero considerevole. Conclusione a cui giunge anche un altro pregevole volume testé edito da Laterza, Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo, che raccoglie saggi di autori diversi, raccolti e curati da Paolo Giovannini e Marco Palla.

Il più grande arricchito del regime risulta essere Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, che sarà ministro degli Esteri nonché marito di Edda, la figlia di Mussolini. Alla morte di Costanzo Ciano, raccontano Canali e Volpini, Vittorio Emanuele III aveva confidato a Mussolini, «facendogli strabuzzare gli occhi e lasciandolo senza fiato», che l’uomo aveva accumulato un patrimonio di circa 900 milioni. Ma c’è stato anche di peggio.

I più sorprendenti risultano essere il prefetto Antonio Le Pera e il sottosegretario (futuro ministro dell’Interno nella Rsi) Guido Buffarini Guidi, che lucrano sulle politiche razziali del regime. «La banda che era mossa dal prefetto Lepera in realtà faceva capo a Buffarini che mangiava a quattro ganasce», annotava Galeazzo Ciano sul suo diario. Voci si addensano anche su uno dei principali esponenti dell’antisemitismo italiano, Telesio Interlandi, direttore de «Il Tevere». Alla fine degli anni Trenta, Francesco Peruzzi, questore e alto funzionario dell’Ovra, sostiene che Interlandi avrebbe ricattato per «varie decine di migliaia di lire» l’ebreo Gino Coen, un «facoltoso industriale romano». Il questore riferisce al capo della polizia Arturo Bocchini, il quale a sua volta informa Mussolini. Il Duce, ricostruiscono Canali e Volpini, «vuole certezze e affida al ministro della cultura popolare Dino Alfieri il compito di far luce sul caso Interlandi». Peruzzi raccoglie le prove, le consegna ad Alfieri e poi riferisce anche a Bocchini, che lo liquida con una battuta: «Hai fatto una fatica inutile perché purtroppo Interlandi non sarà mai toccato in quanto nella faccenda degli ebrei troppe personalità sono coinvolte, non esclusi gli stessi familiari di Mussolini».

Interessante è la storia di Roberto Farinacci, il ras di Cremona, squadrista, antisemita, filonazista, al fianco di Mussolini anche durante l’avventura di Salò e per questo fucilato dai partigiani il 28 aprile 1945. L’immagine che tenne a dare di sé fu quella del «paladino della rivoluzione fascista, duro e puro», «integerrimo e votato alla causa», impegnato in una «personalissima battaglia contro gli affaristi, i corrotti, e i profittatori di regime, contro chi sfruttava il partito per arricchirsi». L’inchiesta sui suoi arricchimenti durerà dal 1943 al 1956 e il suo patrimonio sarà valutato, nel 1949, in una cifra astronomica: 614 milioni e 627 mila lire. Tanto per dare un’idea delle proporzioni, precisano Canali e Volpini, nel 1938 un senatore del Regno guadagnava annualmente tra le 20 e le 25 mila lire, un maestro tra le 9 e le 13.500 lire, un operaio 4.238 lire. Farinacci non poté godere del patrimonio accumulato perché fu giustiziato come si è detto nel 1945, ma aveva sistemato le cose in modo che ne potessero usufruire i suoi familiari. Alla fine, dopo undici anni di battaglie legali, i suoi eredi riusciranno a «salvare» una somma di oltre 600 milioni, «pagando una cifra irrisoria in comode rate e cedendo appena poco più di due ettari di terreno e una società in gravissime condizioni economiche, che nessuno più voleva, dopo averla comunque depredata di una bella fetta del suo patrimonio immobiliare».

Più «fortunato» di tutti è il sindacalista Edmondo Rossoni, nato nel 1884 a Tresigallo in provincia di Ferrara. Sindacalista rivoluzionario all’inizio del Novecento, fu denunciato la prima volta nel 1903 quando aveva solo diciannove anni e in seguito fu costretto a fuggire in Francia, negli Stati Uniti, in Brasile. Al momento della marcia su Roma, Rossoni ha già trentott’anni. Non è uno dei più giovani tra i seguaci di Mussolini. Poi però diviene capo dei sindacati fascisti, deputato per tre legislature, consigliere nazionale alla Camera dei fasci e delle corporazioni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ministro dell’Agricoltura e Foreste e membro del Gran Consiglio dal 1930 fino all’ultima seduta del 25 luglio 1943, quando con il suo voto favorevole all’ordine del giorno di Dino Grandi è tra i gerarchi che provocheranno la caduta del fascismo. È uno dei protagonisti di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori). Tra il 1922 e il 1925, registrano Canali e Volpini, «i contratti conclusi dalle corporazioni fasciste furono peggiori di quelli stipulati dalle associazioni “rosse” negli anni precedenti, sia in termini di paghe che di condizioni di lavoro». E Rossoni divenne improvvisamente agiato. Nel 1924 comprò a Roma un sontuoso appartamento ai Parioli e un podere di cinque ettari a Tresigallo. Ma fu solo l’antipasto.

Nell’ottobre 1925, con il patto di Palazzo Vidoni tra la Confindustria e la Confederazione delle corporazioni fasciste, il gerarca ottenne il monopolio della rappresentanza operaia e nel 1926 il riconoscimento giuridico di un solo sindacato nazionale per categoria. Così Rossoni diviene «uno degli uomini più potenti d’Italia». Nel novembre 1927, lascia i Parioli e si trasferisce in via Veneto «che non è ancora il cuore della “dolce vita” ma è già il grande boulevard degli hotel esclusivi» L’Ovra raccoglie le confidenze di un ufficiale della milizia che racconta di «un appartamento addirittura principesco, con salotti numerati, servi in livrea, camerieri e governanti».

Nel dicembre del 1928, Mussolini — alle cui orecchie sono giunti i mormorii sulla vita da satrapo del «sindacalista» (Curzio Malaparte lo definì «la miglior forchetta del Regime») — prova ad esautorarlo disponendo il cosiddetto «sbloccamento», attraverso il quale l’organizzazione dei lavoratori guidata da Rossoni viene smembrata in sei confederazioni nazionali. La risposta di Rossoni è un dossier su Mussolini che contiene notizie su illeciti del Duce che risalgono addirittura alla stagione che precedette la nascita del fascismo.

Circola anche la voce che Rossoni sia fuggito all’estero «ben foderato di milioni». Ma il ras del sindacalismo fascista resta invece a Roma e nel 1929 compra una lussuosa villa ad Anzio. Magione che incuriosisce il capo del fascismo. Quinto Navarra, il cameriere di Mussolini, racconta nelle sue memorie: «Un giorno il Duce mi passò una lettera anonima nella quale si diceva che Edmondo Rossoni nella sua villa di Anzio possedeva un bagno con acqua di colonia corrente… Mussolini andò su tutte le furie e diede l’incarico a un funzionario della segreteria di assumere informazioni… Si riuscì a sapere, poi, che nel bagno di Rossoni esisteva un rubinetto per il profumo, ma era un rubinetto applicato a un grosso vaso di vetro contenente acqua di colonia».

La villa viene intestata all’amante di Rossoni, Anna Piovani, da cui l’uomo politico ha avuto una figlia, Itala. L’Ovra si accanisce contro la Piovani e scopre che è una prostituta e ha a sua volta un amore: «Batteva il marciapiede di Via Condotti per sovvenzionare l’amante del cuore, un certo Oscar». Secondo un informatore la Piovani è anche comparsa nuda in un film di Augusto Genina. Alla sua sarta di fiducia avrebbe confidato che Rossoni «ha piazzato al sicuro diversi milioni nelle banche d’America». Le piace giocare a poker, balla «in modo un po’ sguaiato» e ha nuovi spasimanti tra i quali «un noto baro, certo Mario Ventunni» definito nella relazione «cocainomane». Ma Rossoni continua ad intestarle i beni.

Giuseppe Bottai nel suo diario riporta una lettera anonima del 1935 che definisce Rossoni «imboscato, poligamo, cornuto, ladro». Bottai e Augusto Turati allertano Mussolini sulle trame di Rossoni; il Duce però lo riabilita e il «sindacalista» riprende la marcia trionfale. Nel dopoguerra Piero Calamandrei troverà il dossier sulle ruberie di Rossoni e le prove che Mussolini sapeva tutto di lui. Ne trarrà questa conclusione: «Gli uomini per governare devono essere corrotti, o meglio devono essere corrotti per poterli ricattare… Quel dossier doveva servire a Mussolini per tenerlo schiavo». Schiavo sì ma fino al 25 luglio del 1943, quando Rossoni lo tradirà. Per riparare subito dopo in Vaticano, in un monastero sull’Appennino, a Dublino e in Canada. E poi tornare in Italia amnistiato nel dopoguerra, concordare un relativamente modesto risarcimento all’erario, tenere per sé qualche decina di milioni e trovare la morte nel 1965, a 81 anni, dopo un’ultima stagione vissuta in un’agiata tranquillità. Grande libro quello di Canali e Volpini.

Anpi in lutto per la scomparsa dell’antifascista e militante Mario De Rosa

Mario De Rosa

Mario De Rosa nasce a Napoli il 31-12-1919. Orfano, frequenta il Collegio Serristori; nel 1939 consegue il Diploma Magistrale e torna a Napoli dove Gennaro Minoprio, condannato per antifascismo. Chiede l’iscrizione al PCI.
Nel 1940 si iscrive all’Università e poi parte per il corso allievi ufficiali a Salerno.
Fra il 1942/43 fa parte del 106° Battaglione Guardia Frontiera: fronte greco e fronte Yugoslavo. Catturato dai Tedeschi, rifiuta la collaborazione e finisce nei Lager di Germania. Fra il 1943/45 passa dal Lager di Cwestocovo a Koln, da Oberlangen a Vizendorf e Amburgo sull’Elba.
1945 rientra a Napoli, si iscrive al PCI e lavora presso la Federazione napoletana con vari incarichi. Nel 1950 parte per Milano dove la sua compagna ha trovato lavoro e assume la responsabilità del “coordinamento del partito” nell’azienda tranviaria milanese
Nel 1953 vince il concorso magistrale e insegna.
Nel 1955 ritorna a Napoli, dove continua l’impegno di partito all’interno della scuola e nel 1962 vince il concorso per Direttore Didattico ed è trasferito a Como.
Nel 1965 si iscrive alla specializzazione in Psicologia all’Università di Torino.
Vince un concorso presso il Ministero degli Esteri e per due anni lavora a Caracas in Venezuela come direttore di oltre 30 scuole italo/venezuelane. Vince il concorso Ispettivo e rientra in Italia dove lavora fra Sardegna, Varese e Como.
Per tre anni è consigliere comunale di Como