CIAO NORI

Chi l’ha conosciuta non può dimenticare il suo sorriso, la sua dolcezza. Era dolce, Nori Brambilla, ma dietro la sua dolcezza nascondeva il coraggio e la fermezza di una donna eccezionale. Nori Brambilla, nome di battaglia Sandra, antifascista, entra nella Resistenza a venti anni, come staffetta partigiana nei GAP, a fianco del comandante Pesce, “Visone”, l’uomo che amerà e al cui fianco resterà per tutta la vita.

Una storia della Resistenza raccontata al femminile. Una grande storia d’amore per il suo Giovanni, il suo comandante, di cui s’innamora a prima vista. Poi le azioni partigiane ( volevo andare a combattere, ma siccome era bella hanno pensato che sarei stata più utile come staffetta in città), i poliziotti che le portano la borsa della spesa dentro cui erano nascoste le armi, i marò della San Marco che la fermano a porta Ludovica , il tradimento, l’arresto e le torture, e infine la deportazione nel lager di Bolzano.

“Perchè le ragazze, ai miei tempi, non potevano uscire da sole di sera ( con il coprifuoco, poi…) ma io ho detto ai miei che andavo a fare la Resistenza, e i miei mi hanno dato il permesso.

” Io credo che la Resistenza l’abbiano cominciata le donne, perchè gli uomini dovevano scegliere se andare a combattere al fronte oppure in montagna coi partgiani, ma le donne potevano starsene tranquille, invece no, hanno scelto di lottare per combattere il Fascismo. Fu anche l’occasione per affermare quei diritti che non avevamo mai avuto. Mai come allora ci siamo sentite pari agli uomini.“.

La ricorderemo sempre, insieme a tutti coloro verso i quali siamo in debito, ai tanti partgiani che ci hanno insegnato il significato della parola “coraggio” e della parola “dignità”.

NORI BRAMBILLA PESCE

«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali…Elsa… ecco, il massimo era Katia!»[1]
Di famiglia antifascista e comunista, abita con i genitori e la sorella Wanda in una casa di ringhiera ai Tre Furcei, quartiere operaio di Lambrate a Milano. Il padre Romeo, “specializzato” alla Bianchi, fabbrica di biciclette, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista; ne conseguono anni di disoccupazione e miseria.
Con la guerra di aggressione all’Abissinia, nel 1935, viene però a mancare la mano d’opera ed è assunto alla Breda. La madre Maria (il suo nome di battaglia negli anni della Resistenza sarà Tatiana) insegna alle figlie Onorina e alla più piccola Wanda a dubitare della propaganda del regime; è operaia, prima alla Agretta, nota per le bibite, e poi alla Safar che produce radio: «Aveva una voce così bella che veniva chiamata a cantare per testare certi microfoni». Desidera per la figlia l’istruzione che la allontani dal duro lavoro della fabbrica.
Onorina frequenta per tre anni una scuola professionale; le piacerebbe continuare a studiare ma i genitori possono solo iscriverla a un corso trimestrale di stenodattilografia dopo il quale, a 14 anni, deve cercare un lavoro.
Viene assunta dalla Paronitti come impiegata: «Non arrivavo neanche alla scrivania e i colleghi mi chiamavano Topolino.)

Onorina rimane in quella ditta 4 anni, ma viene licenziata nel 1941 a causa di un diverbio con il padrone. Trova presto un nuovo impiego in una ditta che produce binari, è incaricata di compilare un inventario, frequenta i capannoni annotando tutto, conosce gli operai, impara a individuare chi è antifascista e chi no. Comincia a studiare l’inglese al Circolo Filologico di Via Clerici: in quella biblioteca circolano ancora, incredibilmente, molti libri vietati dal regime, preziosi per la sua formazione.
La fame si fa sempre più sentire, la gente non ne può più, la guerra toglie il velo a tutte le menzogne della propaganda di regime. La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 coglie la gente di sorpresa, festa e disorientamento sono tutt’uno, i carri armati vengono usati per disperdere la folla. Nell’Agosto 1943 Milano viene bombardata. Dopo l’Armistizio dell’8 Settembre 1943 (in effetti una resa senza condizioni), i tedeschi occupano Milano, è finita una guerra ma ne sta iniziando un’altra. I soldati dell’esercito Italiano abbandonano le divise, molti diventano partigiani; i Gruppi di Difesa della Donna (che arrivano a mobilitare, fino all’aprile ’45, almeno 24.ooo donne) si occupano di procurare loro denaro, cibo, vestiti; il compito di Onorina è distribuire la stampa clandestina. Desidera raggiungere in montagna una Brigata Garibaldi, ma la sua amica Vera (nome di battaglia di Francesca Ciceri, comunista) le presenta Visone (Giovanni Pesce) che sarà il suo Comandante e futuro marito. Lui la convince a combattere nella propria città, e Onorina a marzo 1944 lascia il lavoro. “Sandra” diventa Ufficiale di collegamento del III°GAP “Egisto Rubini”, equivalente al grado di sottotenente dell’Esercito Italiano, decisamente più che una staffetta. Con la sua bicicletta Bianchi color azzurro cielo trasporta armi, munizioni ed esplosivo, passa spesso, con il cuore in gola, in mezzo ai rastrellamenti nazifascisti. Sono le staffette a portare le armi e a prenderle in consegna dopo un’azione per evitare che i gappisti vengano sorpresi armati e fucilati sul posto. C’erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l’avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura.»
Il 24 giugno 1944 nella “battaglia dei binari” alla stazione di Greco, un bersaglio di straordinaria importanza, Sandra è il collegamento tra i ferrovieri e i gappisti e con la compagna Narva porta i 14 ordigni che, piazzati nei forni di combustione delle locomotive scoppiano simultaneamente; l’azione dei Gap viene citata da Radio Londra.
Il 12 Settembre 1944, a 21 anni, tradita da un partigiano passato al nemico (“Arconati”, Giovanni Jannelli) viene catturata dalle SS nei pressi del Cinema Argentina, nel cuore di Milano. Inizia la prigionia, la sofferenza, il distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica subita dalle SS nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere. n attesa dell’interrogatorio cerca di farsi coraggio. Ai gappisti arrestati il Comando chiede di resistere 24 o 48 ore per permettere ai compagni di mettersi in salvo. L’interrogatorio è terribile, vogliono che lei consegni Visone, ore e ore di percosse, torture. Non parla, nessuno dei suoi compagni è compromesso.
Rimane in isolamento totale nel carcere di Monza due mesi, giornate lunghe e vuote, non può comunicare con l’esterno o ricevere notizie. È trasferita a San Vittore per soli due giorni e, l’11 novembre 1944, caricata, con altri prigionieri, su un pullman senza conoscere la destinazione.
Viene imprigionata a Bolzano in un campo di transito. Ancora oggi non si spiega perché le 500 prigioniere politiche che lì si trovavano non furono mai deportate in Germania, diversamente dalle altre 2700 donne che dall’Italia raggiungeranno i campi di concentramento. Mantiene contatti epistolari con la madre, la rassicura sul suo stato fisico e psicologico, riesce persino a scherzare: «se non fosse perché abbiamo sempre fame sembrerebbe una villeggiatura…»   esterni. I tedeschi, prima di fuggire, le rilasciano persino un documento che attesta la prigionia e grazie al quale riuscirà in seguito a dimostrare la sua deportazione.
Milano era stata liberata dei Partigiani e dall’insurrezione popolare il 25 aprile. Onorina decide di non attendere l’arrivo degli americani; con alcuni compagni, sotto la neve, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il Tonale; si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono cibo e riparo, sono d’aiuto i posti di ristoro dei partigiani delle Fiamme Verdi. Finalmente un pullman fornito dai comuni della zona fino a Ponte di Legno, li porta da lì a Lovere; poi in treno fino a Milano, Stazione Centrale: era il 7 maggio 1945. Con un’assurda “normalità” arriva a Lambrate, a casa, con il tram n. 7. Dalla finestra, vicina a Wanda, guarda emozionata la manifestazione dei Partigiani, rivede Visone, corre in strada, si abbracciano. Nori (come la chiamerà il marito) e Giovanni Pesce, finalmente liberi, si sposano il 14 luglio 1945, non possiedono niente, solo gioia per la ritrovata libertà e speranza per una nuova vita.

Nori Brambilla Pesce è stata Responsabile della Commissione femminile dell’ANPI, Presidente dell’Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti per la sede di Milano e Presidente onorario A.I.C.V.A.S., l’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.
«Si vuole falsificare la Resistenza, lo chiamano revisionismo ma spesso è falsificazione della storia. Noi siamo stati impegnati per tutta la vita per difendere la libertà-

2 AGOSTO STRAGE DI BOLOGNA

Il 2 agosto 1980, un sabato d’estate in cui molti, moltissimi cittadini erano in partenza per le vacanze, una bomba collocata da terroristi all’interno della sala d’aspetto della seconda classe dell’affollatissima stazione di Bologna, (punto nevralgico di arrivo e di partenza per molti treni da e per i luoghi di villeggiatura), causò una strage, 85 morti e 200 feriti. Mani fasciste, poi coperte dai vertici della Loggia massonica P2, causarono morte, terrore e distruzione, tante vite travolte, tanti sogni spezzati, tante speranze svanite in un attimo. La più grande strage italiana in tempo di pace, voluta e attuata per colpire ancora una volta una città simbolo, la nostra Bologna. 

Anche tre comaschi hanno perso la vita nella strage, l’intera famiglia Mauri : Carlo, di 32 anni, Annamaria di 28 e il loro figlioletto Luca, di 6 anni, abitavano in piazza San Fedele e quel giorno si stavano recando al mare.

Per la strage del 2 agosto 1980, dopo anni in cui menzogne, depistaggi e delegittimazioni hanno tentato di allontanarci dalla verità, sono stati condannati all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti, Per la strage è stato condannato a 30 anni Luigi Ciavardini. Anche lui continua a dichiararsi innocente. Per depistaggio delle indagini hanno avuto condanne Licio Gelli, Francesco Pazienza, gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, Massimo Carminati, estremista di destra, Federigo Mannucci Benincasa, ex dirigente del Sismi, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare.

Dopo 31 la verità piena ancora non emerge, dopo 31 anni ancora lo Stato volta le spalle ai familiari delle vittime, evitando di presenziare alla cerimonia in memoria della strage? Cosa teme? Cosa nasconde?

Nessun ministro domani per ricordare il 2 agosto. Protestano i familiari delle vittime.

Il governo non manderà nessun rappresentante alle commemorazioni che si terranno domani in occasione del 31° anniversario della strage alla stazione di Bologna. Da anni ormai la commemorazione  della strage, in cui nel 1980 persero la vita 85 persone e olte 200 restarono ferite, non riesce a trovare pace: contestazioni e fischi ai rappresentanti del governo intervenuti (spesso di seconda fila) e alcuni sgarbi istituzionali da parte proprio dell’esecutivo hanno segnato le ultime ricorrenze.

Anche quest’anno infuria la polemica, dopo la decisione del governo di disertare la cerimonia e di farsi rtappresentare daòl prefetto Angelo Tranfaglia.

I familiari delle vittime: “presi in giro”

Sdegnati della scelta soprattutto i familiari delle vittime. Il presidente della loro associazionbe, Paolo Bolognesi, in queste ultime ore accusa direttamente il Presidente del Consiglio:  “Dire come ha fatto Berlusconi nel maggio scorso, proprio nel giorno della Memoria per le vittime del terrorismo, che sarebbero stati aperti documenti e armadi che riguardano le stragi e poi scoprire che dopo mesi nulla di ciò è avvenuto, è, mi si lasci dire, una presa in giro. Tanto più grave se consideriamo che qui si sta parlando alle vittime di stragi, di tutte le stragi e non solo di quella del 2 agosto ‘80”.

Il presidente dell’Associazione familiari aveva ribadito nei giorni scorsi che la decisione del governo “rappresenta un atto di ritorsione e fuga”. “Non c’era motivo per non venire a questo anniversario – ha detto ancora Bolognesi  – avevamo predisposto tutte le condizioni per fare in modo che il rappresentante del governo potesse parlare con tranquillità e, soprattutto, dare le risposte ai famigliari delle vittime. Siccome di risposte non ce ne sono probabilmente questo è il motivo della loro non presenza, ma – ha proseguito – credo che ci sia di più”. A giudizio di Bolognesi, infatti, “i famigliari delle vittime, non solo quelli della strage di Bologna ma di tutte le stragi italiane, hanno parlato molto di mandanti, di P2, di segreti di stato, della legge 206 che, nonostante gli impegni, non è stata attuata”.

http://www.youtube.com/watch?v=rkof1GSku9g

24 MARZO: LE FOSSE ARDEATINE

67° ANNIVERSARIO DELLE FOSSE ARDEATINE

La Prospektiva Video presenta il documentario:

“L’ora che precede l’alba” anno 2010 durata 25′
link dove vederlo : http://vimeo.com/20574212

sinossi
Modestino e’ un uomo cresciuto coltivando l’ideale
della liberta’ trasmessogli dal padre, Gerardo,
ucciso dai nazifascisti alle Fosse Ardeatine.
Così Modestino, che a 79 anni spende il suo tempo
facendo la guida volontaria al Museo Storico della Liberazione,
ha scelto di raccontare la sua storia per salvare
la memoria dall’oblio cui sembra destinata, raccontando
il sacrificio di tanti uomini che come suo padre
hanno sacrificato la vita in nome della liberta’.