PERUGINO PERUGINI

Perugino Perugini

Perugino Perugini nasce a Milano il 25 maggio 1926 da una famiglia di antifascisti.

Il padre, Feliciano Perugini, ferroviere a Perugia, nel corso delle lotte del proletariato seguite alla presa del potere fascista, collabora al deragliamento di un treno che trasportava armi e, in seguito a quell’episodio, viene licenziato con più di 500 colleghi.

La famiglia deve quindi trasferirsi a Milano, dove Feliciano Perugini trova lavoro in una fabbrica di bilance affettatrici. A causa di una spiata, viene scoperto sul lavoro con una copia dell’Unità, giornale a quell’epoca fuorilegge, e viene licenziato in tronco. Perseguitato politico, ogni volta che in città arriva qualche gerarca fascista o Mussolini stesso, viene prelevato e preventivamente portato in prigione per qualche giorno. Ogni sera viene controllato per verificare che sia presente in casa.

E’ in questo periodo che si forma, nel giovanissimo Perugino, la coscienza di cosa significhi essere antifascista e comunista. E’ una scelta che lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel ’43, a soli 17 anni, entra a far parte di un gruppo di giovani che organizzano il contrabbando di armi destinate alla Resistenza.

Spiato e sorpreso, viene arrestato con un amico di qualche anno più grande.

Portati nella caserma di via Cadamosto, a Porta Venezia, i due ragazzi vengono torturati ma Perugino, nonostante che, per le percosse, subisca la frattura del setto nasale, non parla.

Viene infine liberato grazie al gesto eroico dell’amico, che lo scagiona prendendo su di sé tutte le reponsabilità. Il ragazzo viene deportato in un campo di concentramento tedesco da cui farà ritorno solo alla fine della guerra, ma così debilitato nel fisico da morire dopo soli tre mesi.

Perugino, dopo la Liberazione, conosce, nella sede del partito comunista, la compagna Giordana Meregalli, che sposa nel 1953.

Nel ’54 Perugino e Giordana si trasferiscono a Como. Perugino entra a far parte degli organismi dirigenti del P.C.I., mentre Giordana iscritta al partito, partecipa alle iniziative.

Sempre instancabile nel suo impegno politico, è tra i soci fondatori del CNA comasco e, dal 1970 fino al 1975, Consigliere Provinciale eletto nelle file del P.C.I.

Successivamente, è tra i soci fondatori della “Cooperativa di Solidarietà Sociale  A. Lissi”, dell’ “Associazione Italia – Urss” e del “Circolo di Como dell’ Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba”, di cui è stato Tesoriere e Dirigente sino alla fine.

Da sempre è stato la vera colonna portante dell’ANPI, a cui ha generosamente dedicato tanta parte della sua vita e di cui fu, fino all’ultimo giorno, l’instancabile segretario, avendo sempre rifiutato, per la sua natura schiva e modesta, ogni altra carica.

Ci ha lasciati il 15 febbraio del 2009 e non è un’esagerazione affermare che l’Associazione Partigiani di Como sente ancora oggi la sua mancanza, e la sentirà ancora per lungo tempo, non solamente per tutto quello che lui ha fatto per la nostra Associazione, ma soprattutto perché Perugino era un uomo che non aveva mai smesso di insegnarci qualcosa: apparteneva a coloro che intendono la lotta politica come un fecondo e leale confronto di idee e non un contrasto di rancori personali. Era l’uomo del dialogo, dell’ascolto, del rispetto per le idee altrui; sempre sensibile verso i problemi del mondo del lavoro, credeva fortemente nella libertà e nella giustizia sociale: per lui l’una era inscindibile dall’altra.

Riconoscenza perché Perugino, nato povero e morto povero, ha lasciato a noi tutti la ricchezza del suo esempio.

 

3 OTTOBRE – BATTAGLIA DI LENNO

3 OTTOBRE – LA BATTAGLIA DI LENNO

Viene chiamata col nome di “Battaglia di Lenno” il tentativo, da parte di distaccamenti partigiani del centro lago e di squadre G.A.P. e S.A.P., di rapire il ministro degli Interni della R.S.I. Guido Buffarini Guidi, a quel tempo residente a Lenno, sul lago di Como.

Il piano però fallisce e ha luogo una violenta sparatoria fra partigiani e militari fascisti.

Periscono nell’azione Ugo Ricci, romantica figura di ex-ufficiale degli Autieri, che aveva organizzato il sequestro per imporre ai nazifascisti uno scambio di prigionieri, il commissario politico Alfonso Lissi e i comandanti Claudio Cavalieri ” Modena” e Guerrino Morganti ” Sassari”.

Cade anche Silvio Bordoli che, con una squadra garibaldini, aveva il compito di sbarrare la strada ai rinforzi fascisti e, a Ossuccio, Alfonso Vaccani ” Barbetta”.

Il giorno seguente, un rastrellamento compiuto da SS italiane e elementi fascisti, porta all’arresto del’arciprete di Lenno e di alcuni civili, che vengono deportati nel campo di concentramento di Bolzano; i partigiani Giuseppe Palombo “Guardia” e Luciano Pontecchia “Sicilia” vengono fatti prigionieri e fucilati sul posto.

ALFONSO LISSI, esponente politico del P.C.I., operaio alla Cemsa di Saronno, fu arrestato  nel 1935 e condannato a 8 anni di carcere per il reato di appartenenza ” ad organizzazione comunista” e “introduzione in Svizzera di materiale propagandistico antifascista”. Scarcerato per l’amnistia del 1937, nel marzo del 1944 è tra gli organizzatori dello sciopero generale. Costretto in seguito alla clandestinità, si unisce ai partigiani, con il ruolo di Commissario Politico, prima nella 52a Brigata Garibaldi, e successivamente, in Val d’Intelvi.

UGO RICCI, nato a Genova nel 1913, figura leggendaria, fu capitano degli Autieri nel Regio Esercito Italiano. Dopo aver combattuto prima sul fronte occidentale e poi in Africa settentrionale, l’8 settembre si trova a Cantù, presso il comando del III Reggimento Autieri. Fedele al suo giuramento al Regno, Ugo Ricci considera la Resistenza il giusto proseguimento del suo dovere di militare. Il 10 settembre, con una cinquantina di uomini, fugge con alcuni camion militari in Val d’Intelvi dove, lasciati liberi i suoi soldati di scegliere se seguirlo o rifugiarsi in Svizzera, inizia l’attività partigiana.

GUERRINO MORGANTI “Sassari”, nato a Mezzegra nel 1918, ex carabiniere, comandante del distaccamento ” Battocchio” che agiva nella zona di Sala, Mezzegra, Lenno e Menaggio.

CLAUDIO CAVALIERI “Modena”, nato a Milano nel 1923, studente universitario, fa dapprima parte di una formazione partigiana in Valtellina e quindi diviene comandante del distaccamento Ferrero, che agiva sui monti di Sala Comacina.

LO SCIOPERO DELL ‘OMITA

ALBATE, 29 MARZO 1943


LO SCIOPERO DELL’ OMITA

“Alle ore 10 del 29 marzo 1943, appena cessato il suono della sirena, una sessantina di operai, su 270 presenti, hanno cessato il lavoro, riversandosi nel cortiletto che univa i due capannoni della fabbrica.

Al capotecnico e direttore del personale sig. Greco e al direttore generale ing. Scolari, gli operai avanzarono una richiesta di aumento salariale del 70%, motivando che, essendo introvabili i viveri, essi dovevano necessariamente ricorrere al mercato nero, i cui prezzi erano però proibitivi.

Queste richieste venivano ribadite anche al vice federale Rodini, subito accorso in Albate.

L’interruzione del lavoro, durata circa 30 minuti, non ha dato luogo ad incidenti”.

La modalità dello sciopero ricalca quello del 5 marzo 1943 ad opera dei lavoratori della Fiat Mirafiori di Torino, e le rivendicazioni salariali dimostrano che gli operai di Albate erano ben informati sulle lotte che si erano sviluppate.

Da una lettera inviata il giorno seguente al federale Casagrandi, l’organizzazione dello sciopero dell’ OMITA sarebbe da imputarsi ad un gruppo di comunisti guidati da Mario Ceruti, ex confinato politico. L’esempio delle lotte nelle grandi città industriali insegna ai lavoratori comaschi che anche nelle loro fabbriche si può cominciare a protestare, unendo agli obiettivi generali degli aumenti salariali anche quelli specifici delle inadempienze contrattuali.

Il sabato precedente, 27 marzo, era stato arbitrariamente esteso all’ OMITA il sistema del cottimo a tempo in tutti i reparti. E’ questa la causa scatenante che induce i lavoratori all’azione il lunedì seguente. Questi operai avevano la qualifica di manovali pur svolgendo mansioni da specializzati e il loro compenso era fermo ai minimi contrattuali da ben quattro anni. Il lavoro era inoltre scandito da una dura disciplina, regolata a suon di multe dall’ufficiale di sorveglianza , capitano Cinquini e dal capo officina Greco, che nel partito fascista ricopriva anche la carica di “ consultore del rione”, vale a dire che oltre alla sorveglianza sul luogo di lavoro univa la sorveglianza del quartiere.

Sarà proprio Greco che, convocato dall’ispettore federale del PNF fornirà i nomi dei tre possibili promotori dell’agitazione: Dante Albonico, Luigi Brenna e Mario Merio, contro i quali verranno organizzate spedizioni punitive, mentre i carabinieri arrestanoper aver preso parte alla sospensione del lavoro e non aver fatto presente alle gerarchie l malcontento e i desiderata il fiduciario di fabbrica Alfonso Arrighi e ilcapo reparto, non iscritto al PNF ed ex sovversivoFederico Camoncini.

Quanto alle rivendicazioni, non furono soddisfatte, anche se il governo fascista, scosso dalla portata degli scioperi, il 2 aprile 1943 emise un comunicato in cui si annunciava che le due confederazioni fasciste stavano elaborando provvedimenti salariali che sarebbero stati elargiti il 21 aprile, ricorrenza del Natale di Roma. ( si trattò di indennità giornaliere di 10 lire agli operai e 15 lire agli impiegati).

Tuttavia, il 1 aprile, “ malgrado la situazione all’interno dello stabilimento sia tornata normale, sono state rilevate sul muro, in prossimità dello stabilimento, le scritte criminose: MORTE AL DUCE – VIVA LO SCIOPERO E CHI LO FANNO

Tratto da ” La calma apparente del lago”, di Vittorio Roncacci.

IL RIBELLE

TERESIO OLIVELLI

IL GIORNALE IL RIBELLE

esce come e quando può ( 1944 – 1946)

Il 19 novembre 1944 fu stampato il primo numero di “Brescia Libera”, giornale che continuò le sue pubblicazioni fino a quando, nel gennaio successivo, furono arrestati Ermanno Margheriti e Astolfo Lunardi, due giovani impegnati nella diffusione del foglio clandestino. La condanna inflitta loro dal Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, cui seguì il 6 febbraio 1944 la fucilazione, pose termine all’esperienza del giornale provocando la diaspora del gruppo che vi gravitava attorno.

La maggior parte dei collaboratori si trasferì a Milano dove da un incontro fra Claudio Sartori, che su “Brescia Libera” curava la cronaca e le notizie delle Fiamme Verdi, e Teresio Olivelli, ufficiale del 2° Reggimento Alpino fuggito in ottobre dal campo di prigionia di Markt Pongau e nominato dal Cln comandante nel settore Bresciano, sorse l’idea di riabilitare la memoria dei due martiri bresciani. Il 5 marzo del 1944 venne così alla luce, a scopo commemorativo, il primo numero del “Ribelle” che fu diffuso con una tiratura di 15 mila copie riscuotendo un successo << enorme >>. I risultati lusinghieri ottenuti con la prima uscita spinsero gli autori a continuare nella loro esperienza che si protrasse così lungo tutti i mesi della lotta di liberazione. Espressione dei cattolici inquadrati nelle Fiamme Verdi, il giornale riuscì a pubblicare altri 25 numeri affiancati dalla serie dei “Quaderni”. Di questi ultimi si succedettero 11 pubblicazioni nelle quali, oltre a svolgere un’analisi del fascismo, furono stilati i princìpi che avrebbero dovuto regolare la nuova società e ipotizzate alcune soluzioni ai probabili problemi, quali ad esempio il rapporto fra Stato e Chiesa, che sarebbero sorti all’indomani della liberazione.

“Il Ribelle”, contando su squadre di distributori ben organizzate, sul notevole appoggio fornito dalle donne, << le protagoniste più coraggiose e spericolate >>, e sul diffuso entusiasmo dei cattolici, fu in grado di raggiungere tutti i maggiori centri del nord Italia, penetrando largamente in Emilia, in Lombardia, nel Veneto, in Piemonte, arrivando, per lo meno fino a quando fu possibile, a Roma e anche in Svizzera dove era riprodotto dalla “Squilla Italica”.

Il periodico fece suo il motto già adottato da “Brescia Libera”: “Esce come e quando può” e, simbolicamente, continuò a riportare in tutti i numeri la data di Brescia. Il foglio in realtà fu sempre composto fra Milano, dove era disponibile un linotipista, e Lecco dove fra il sabato e la domenica era impaginato e stampato.

Riportiamo un articolo di Teresio Olivelli apparso su “Il Ribelle” nel marzo 1944

 

Contro il putridume in cui è immersa l’Italia svirilizzata, asservita, sgovernata, depradata, straziata, prostituita nei suoi valori e nei suoi uomini,

Contro lo Stato che assorbe e ingoia scoronando la persona da ogni libertà di pensiero e di iniziativa

e prostrando l’etica a etichetta, la morale a prono rito di ossequio contro una classe dirigente di politicanti e plutocrati che invece di servire le istituzioni se ne è servita per la propria libidine di avventuroso dominio o di rapace guadagno, che del proprio arbitrio ha fatto legge, del denaro di tutti fondo ai propri vizi, della dignità della persona sgabello alle proprie ambizioni,

Contro la massa pecorile pronta a tutti servire, a baciare le mani che la percuotono, contenta e grata se le è lasciato di mendicare nell’abominio e nella miseria una fievole vita,

Contro la cultura fradicia fatta di pietismo ortodosso e di sterili rimurginamenti, di sofisticati adattamenti, incapaci di un gesto virile,

Contro gli ideali d’accatto, il banderuolismo astuto, l’inerzia infingarda, l’irresolutezza codarda, l’affarismo approfittatore ed equivoco, la verità d’altoparlante, la coreografia dei fatti meschini,

ne siamo nauseati!

non recriminiamo: ci ribelliamo!

la nostra rivolta non data da questo o da quel momento, non va contro questo o quell’uomo, non mira a questo o quest’altro punto del programma: è rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo.

Oggi noi, i superstiti, raccogliamo l’insegna caduta e nuovamente l’agitiamo alta, ribelli al tacito accondiscendere, ribelli alla supina accettazione, ribelli all’infame compromesso mortificatore degli animi e delle coscienze.

Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli, anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche quando il successo immediato non conforta del teatro degli uomini, perché siamo consapevoli che la vitalità d’Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di resurrezione, di combattimento, nel nostro amore.

Chi non rispetta in sé e negli altri l’uomo, ha l’anima di schiavo….

Non vi sono “liberatori”, solo uomini che si liberano.

Tratto da ” Il Ribelle”, marzo 1944

 

TERESIO OLIVELLI 7 GENNAIO 1916 – 17 GENNAIO 1945

Teresio Olivelli

Nato a Bellagio il 7 gennaio 1916, di carattere ardente, generoso e impetuoso, Teresio Olivelli frequenta le prime classi elementari a Bellagio e sucessivamente a Zeme (PV), dove la famiglia ritorna nella casa paterna, ma rimane sempre legato al suo Lario, dove trascorre le vacanze estive in casa dell’amatissimo zio, parroco di Tremezzo. Dopo il Ginnasio a Mortara (PV) e il Liceo a Vigevano, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia, come alunno del prestigioso collegio Ghislieri.

Laureatosi nel novembre 1938, si trasferisce all’Università di Torino come assistente della cattedra di diritto amministrativo. Inizia una stagione di intenso impegno socio-culturale, caratterizzato dallo sforzo di inserirsi criticamente all’interno del fascismo, con il proposito di influirne la dottrina e la prassi, mediante la forza delle proprie idee ispirate alla fede cristiana. Questo tentativo di “plasmare” il fascismo è finalizzato unicamente ad affrontare un’emergenza: la costruzione di una società migliore. Vince pure i littoriali del 1939, sostenendo la tesi che fonda la pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza.

Chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di studi e di ricerca, diviene segretario dell’Istituto di Cultura fascista, dove opera effettivamente per otto mesi. Due soggiorni in Germania basteranno a far nascere in lui le prime diffidenze verso il Regime. Nonostante ciò, allo scoppio della guerra, decide di partire per il servizio militare. E’ in corso una guerra imposta al Paese, il quale deve subire; Teresio Olivelli non vuole considerare dall’alto di un ufficio e con distacco la maturazione degli eventi, ma desidera inserirsi in essi, con eroica abnegazione. In particolare, è fermamente determinato a stare con i soldati, la parte più esposta e quindi più debole del popolo italiano in lotta.

Nel 1940 è nominato ufficiale degli alpini: come sottotenente di complemento della Divisione “Tridentina”. Olivelli chiede di andare volontario nella guerra di Russia. È pervaso da un’idea dominante: essere presente fra quanti si spingono o sono spinti nell’avventura del dolore e della morte.

Nel vedere gli orrori della ritirata dell’ VIII Armata italiana, Olivelli si fa sempre più critico nei confronti dell’ideologia dominante, vedendone le aberrazioni attuate dalla brutale logica di guerra.

Sopravvissuto alla disastrosa ritirata, mentre tutti fuggono egli si ferma a soccorrere eroicamente i feriti, con personale gravissimo rischio. Tanti alpini rientrati in Italia gli devono la vita.

Nella primavera del 1943, abbandona definitivamente la brillante carriera “romana” e ritorna a dedicarsi all’educazione dei giovani come rettore del collegio Ghislieri, dove aveva studiato, avendo vinto il concorso al quale si era presentato prima di partire per il fronte russo. Ha solo 26 anni, è il più giovane rettore d’Italia.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Olivelli, che con il 2° Reggimento Artiglieria alpina si trovava di stanza a Vipiteno, è fatto prigioniero dai tedeschi. Rifiutatosi di combattere al fianco dei nazisti, viene arrestato e deportato in Germania. Il 20 ottobre riesce ad evadere dal campo di Markt Pongau e raggiunge Udine dopo una lunga fuga solitaria. Ospitato da un famiglia friulana giusto il tempo di riprendersi, il giovane si inserisce nella Resistenza bresciana., collaborando alla costituzione delle “Fiamme Verdi”, formazioni partigiane di impronta cattolica.

Nel febbraio 1944 fonda il giornale “ Il Ribelle”e, pur nella clandestinità, elabora programmi di ricostituzione della società, dopo la tragedia del fascismo e della guerra.

Nelle pagine del “Ribelle” egli esprime il suo concetto di Resistenza; essa è “rivolta dello spirito” alla tirannide, alla violenza, all’odio; rivolta morale diretta a suscitare nelle coscienze il senso della dignità umana, il gusto della libertà.

Scrive la famosa preghiera “Signore facci liberi”, comunemente detta “Preghiera del ribelle”; in questo testo definisce se stesso e i suoi compagni “ribelli per amore”

Viene arrestato a Milano il 27 aprile 1944. A San Vittore comincia il calvario delle torture, che continuano nel campo di Fossoli.  L’ 11 luglio 1944 il suo nome viene inserito nella lista di 70 prigionieri che devono essere fucilati il giorno successivo, ma anche questa volta Olivelli riesce a fuggire, nascondendosi nei magazzini del campo. Scoperto, dopo diversi tentativi di fuggire da Fossoli ,viene deportato nel campo Bolzano-Gries, e quindi in Germania, a Flossenburg e poi a Hersbruck. Sulla sua casacca viene cucito, insieme al triangolo rosso dei politici, anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri che hanno tentato la fuga, e che quindi devono ricevere un trattamento più duro e spietato, se possibile.

Potrebbe, data la sua conoscenza del tedesco, avere accesso ad un lavoro meno duro, ma ancora una volta il suo desiderio di stare con gli ultimi, di aiutare i più disperati, lo spinge a dare tutto sé stesso per la salvezza degli altri, esercitando il dovere della carità verso il prossimo fino all’eroismo, intervenendo sempre in difesa dei compagni percossi, rinunciando alla razione di cibo in favore dei più deboli e malati.

Resiste coraggiosamente alla repressione nazista, difendendo la dignità e la libertà. Questo atteggiamento suscita nei suoi confronti l’odio dei capi baracca, che di conseguenza gli infliggono dure e continue percosse. Ai primi di gennaio del 1945, intervenuto in difesa di un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato, viene colpito con un violento calcio al ventre, in conseguenza del quale muore il 17 gennaio 1945, a soli 29 anni.

Il suo corpo è bruciato nel forno crematorio di Hersbruck.

FRANCESCO PEITI – UN EROE SCONOSCIUTO

UN CERTIFICATO DEGLI ALLEATI RENDE ONORE A FRANCESCO PEITI

In vita non cercò clamore nè riconoscimenti o medaglie, eppure rischiò la propria pelle pur di mettere in salvo ebrei, partigiani, sbandati in fuga dal nazifascismo.

E’ la storia di Francesco Peiti, olgiatese nato nel 1914 a Sierra City ( California) e morto nel 1975 ad Olgiate. Durante la seconda guerra mondiale si distinse per gesti nobili, che meritano di essere raccontati e ricordati. Lo sostiene Ernesto Maltecca, presidente dell’Associazione provinciale Combattenti e Reduci, pure alla guida del sodalizio olgiatese. Maltecca e il segretario Michele Boninsegna , infatti, sono entrati in possesso di un certificato scritto, in inglese e in italiano, rilasciato a Francesco Peiti quale attestato di ” gratitudine e riconoscimento per l’aiuto dato ai membri delle Forze Armate degli Alleati che li ha messi in grado di evadere o di evitare di essere catturati dal nemico”. Certificato firmato dal maresciallo britannico Alexander, comandante supremo delle Forze alleate del Mediterraneo.

“il documento è stato trovato dai figli fra le carte del padre – spiega Maltecca – Fa onore alla famiglia ed è testimonianza di come Peiti fu importante per la Liberazione. Io che conobbi  Francesco detto Checo, in quei momenti rischiosi, lo trovai eccezionale sia sul lato umano che per la riservatezza e la stima che aveva anche tra le persone Oltreconfine. Solo alcuni del Comitato di Liberazione Nazionale sapevano della sua attività importante e pericolosa: a casa sua ospitava ebrei, partigiani e sbandati in attesa dell’ora del passaggio in Svizzera. Per loro, nella casa di Peiti al Bontocco, vitto e alloggio”. Maltecca ricorda che Checo fu arrestato per aver macellato una bestia, cosa allora proibita se fatta senza autorizzazione. Fu arrestato, per mettergli un po’ di paura, ma poi rilasciato. E’ sempre stato una persona schiva, non ha mai cercato pubblicità, riconoscimenti o medaglie. E il documento di cui siamo venuti a conoscenza, purtroppo solo ora, testimonia quello che abbiamo sempre detto di patrioti e partigiani italiani: hanno dato agli alleati un grande contributo per la liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Ringrazio la famiglia Peiti di aver dato, non tanto a noi ma all’intera comunità locale e italiana, questa testimonianza”.

Da: il Giornale di Olgiate, 25/02/2012

ANNIVERSARIO DI GIANCARLO PUECHER

Giancarlo Puecher nacque a Milano il 23 agosto 1943. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano, sospese gli studi per arruolarsi volontario nell’aviazione come allievo ufficiale pilota. Dopo l’armistizio si ricongiunse ai familiari, che nel frattempo erano sfollati a Lambrugo. Collegatosi ai partigiani del luogo, nel settembre 1943 entrò a far parte della banda autonoma di Ponte Lambro, divenendone il vice-comandante. Fu fermato per caso, in bicicletta con il compagno Fucci, da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana a Lezza la notte del 12 novembre del 1943, ad un posto di blocco dei numerosi istituiti insieme al coprifuoco, in seguito al fatto che quella stessa sera erano stati uccisi il centurione della milizia e cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, e un suo amico, Angelo Pozzoli.
   Puecher e Fucci, ignari di tutto e che, forse, se fossero stati a conoscenza dell’omicidio, avrebbero avuto maggiore prudenza, si stavano recando a una riunione clandestina. Avevano un tubo di gelatina e alcuni manifestini antifascisti, di cui però riuscirono, nel buio, a disfarsi. Fucci estrasse la pistola e tentò di sparare, ma l’arma si inceppò. Uno dei miliziani lo colpi ferendolo al ventre. Fu portato in ospedale e rimase in prigione fino alla fine della guerra. Giancarlo fu fermato, interrogato, picchiato e poi arrestato.
   Il federale di Milano Aldo Resega fu ucciso il 18 dicembre 1943, mentre Giancarlo Puecher era già in prigione e da più di un mese.
   Giancarlo Puecher non fu mai accusato di alcun omicidio.
   Quando il 20 dicembre, allorchè fu ucciso in un agguato anche lo squadrista di Erba Germano Frigerio, i fascisti decisero di mettere in atto una rappresaglia, con modalità tristemente consuete, che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba, cioè Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio.
   Nelle carceri di Como non trovarono un numero tale di prigionieri e li ridussero a sei, fra cui Giancarlo Puecher. I fascisti imbastirono un processo farsa, istituendo un Tribunale Speciale, presieduto da Biagio Sallusti, e con irregolarità processuali inconcepibili oggi, ma di regola ai tempi, Puecher fu l’unico condannato a morte, mediante fucilazione, non per omicido, ma per aver promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell’ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato.
   Non si poteva ammettere che un giovane di famiglia nobile e di ispirazione profondamente cristiana “cospirasse”.

Fu fucilato il 23 dicembre, antivigilia di Natale, nel cimitero nuovo di Erba. Aveva 20 anni. Prima di morire volle abbracciare e salutare tutti i presenti, rincuorando e perdonando tutti.

Si doveva dare l’esempio. Esempio che sortì nei fatti l’effetto contrario, determinando ancora di più alla lotta contro il fascismo la parte migliore dell’Italia, che nei valori condivisi trovò la forza di ribellarsi.

Riportiamo qui l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, scritta poche ore prima di essere fucilato.

21 dicembre 1943

Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere.
Tutti i miei averi vadano ai miei fratelli e a Elisa Daccò.
Vorrei che sul mio avviso mortuario figurassero i miei meriti sportivi e militari.
Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia.
Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia patria non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.
Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina. Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussi Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.
L 1000 alla Chiesa di Lambrugo.
Il mio anello d’oro ricordo della povera mamma a Papà, il braccialetto a Ginio e l’orologio Universal a Gianni. Alla zia Lia Gianelli una mia spilla d’oro con pietra. Un ricordo delle mie gioie alle mie cugine e a Elisa.
Stabilite una somma per messe in mio suffragio e per una definitiva sistemazione pacifica della patria nostra.
A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.
Elisa si ricordi del bene che le volli e forse non sufficientemente apprezzò.
Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita, i martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.
Baci a tutti
Giancarlo Puecher Passavalli
 
[ Giancarlo Puecher Passavalli, Lettera a Tutti, scritta in data 21-12-1943, Erba (CO), in Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana (http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=&doc=122&testo=2&lingua=it), INSMLI, vista domenica 21 novembre 2010.]

5 SETTEMBRE – ADOLFO VACCHI

ADOLFO VACCHI

Adolfo Vacchi

ADOLFO VACCHI, docente, nacque a Bologna il 29 gennaio 1887 e fu ucciso a Como il 5 settembre 1944.

Si laureò in Matematica presso l’Università degli Studi di Bologna e gli venne assegnata la cattedra di matematica e fisica all’Ateneo di Venezia.

Militante antifascista e rappresentante sindacale, fu più volte aggredito dagli squadristi.

Nel 1923, per le sue idee politiche, il governo fascista emise contro di lui un provvedimento di confino che lo costrinse a trasferirsi a Milano dove, per sopravvivere, dovette adattarsi a dare lezioni private agli studenti.

Sfollato con la famiglia a Veniano, in provincia di Como, durante la guerra, entrò a far parte del Comando Generale del C.V.L. con il nome di battaglia di Hope. Nel 1944 accettò il rischioso compito di organizzare una stazione radio clandestina dell’ O.R.I. (Organizzazione per la Resistenza Italiana) in stretto collegamento con i servizi segreti alleati di Lugano, l’ O.S.S.

Dalla stazione radio Hope riuscì a mandare in onda importanti messaggi d’incitazione alla lotta e alla Resistenza, fra cui uno, particolarmente famoso per la sua appassionata veemenza, trasmesso il 25 luglio 1944, primo anniversario della caduta del fascismo.

Il 18 agosto 1944, a causa di una delazione, venne arrestato nella sua casa di Veniano e condotto a Como, nelle carceri di S. Donnino. Privi di alcuna prova che permettesse loro di imbastire un processo, non volendo liberarlo, i fascisti decisero di eliminare il professore, giudicato pericoloso per la sua lucida intelligenza. Nel corso di un trasferimento, simulando una fuga, gli spararono alle spalle, a tradimento, la notte del 5 settembre, all’esterno del cimitero di Camerlata, a Como.

Bibliografia: G. Perretta – Un matematico per la libertà – Como, ed. C. Nani, 1986

Testimoni viventi: Rino Carpentiero, ex alunno, Brescia. 

LETTERA ALLA FIGLIA, 25 luglio 1943.

Mia cara figlia,
oggi è giorno di libertà, di redenzione, di
ebbrezza: qui a Milano sembriamo tutti ubriachi
ed i più assennati sembrano pazzi…
Gli altri non ci sono più, tutti sfasciati, non più
francobolli, non più ritrattoni gorilleschi e grotteschi.
Esultate, esultate!!
Oggi il popolo esplode dopo 249 mesi di oppressione
e di compressione: per me è il giorno più bello
della vita, così lungamente, tormentosamente
ma fiduciosamente atteso! Esultate!
Vorrei scrivere la lettera più bella che io abbia
mai scritto, bella come la libertà sognata e
di cui spunta l’alba, (scriverò con più calma)
ma sono stanco, sfinito, tu mi conosci e mi
capisci! “Viva la libertà!”
Non posso dire altro, non posso scrivere né
descrivere le 16 ore di tripudio personale e
collettivo. Il fascismo è stato travolto,
finito in un attimo, per sempre!
W la libertà
Tuo Adolfo
Tuo Padre
ore 15 del 26-7-1943 anno I dell’Era Nuova
credere obbedire combattere
capire sapere agire.

Riportiamo qui di seguito il discorso tenuto dal sen. Forni, vice-presidente della sezione Anpi di Como, in occasione dell’inugurazione della lapide in ricordo di Adolfo Vacchi, nella casa di Veniano dove venne arrestato.


RICORDO DI ADOLFO VACCHI

UN MATEMATICO PER LA LIBERTA’

Ringrazio la sezione ANPI del Seprio e l’ANPI Provinciale per aver organizzato questo incontro al fine di ricordare il partigiano, lo scienziato, l’educatore prof. Adolfo Vacchi che qui ha vissuto, con la sua famiglia, da sfollato, gli anni più pericolosi della 2a guerra mondiale , in particolare il periodo dell’ occupazione nazista e dell’infausta RSI.

Sono sempre stato affascinato dalla figura di questo studioso, rigoroso, limpido nel pensiero, costante e coraggioso nel difendere la libertà.

Quando ho diretto, alla fine degli anni ’80, le scuole elementari del VIII Circolo di Como, con il consenso unanime del Collegio dei Docenti e del Consiglio di Circolo, ho proposto al Ministero della Pubblica Istruzione di dedicare al prof. Vacchi le scuole elementari di via Montelungo, che ora portano il suo nome.

Sono quindi onorato di poterlo qui commemorare a pochi giorni dal 5 di settembre, che ricorda l’anniversario del suo assassinio, avvenuto 66 anni fa ad opera dei fascisti Repubblichini di Como.

Sarà posta una targa, sulla casa in cui ha abitato, per non dimenticarlo.

La targa è piccola cosa per un sacrificio della vita, ma è un segno indispensabile in questi tempi,

in cui la libertà è proclamata, ma non coltivata e onorata, in cui la democrazia è formalmente la regola della vita dello Stato e delle Istituzioni locali, ma in realtà è spesso ignorata o peggio tradita

cui l’intelligenza e la cultura sono piegate al servilismo verso i poteri dominanti piuttosto che esaltate come veicoli di dignità e maturità dei cittadini.

Non è la nostra una dittatura opprimente, ma è la cancellazione dei valori che rendono lo spirito dell’uomo capace di dominare le cose e di migliorare il mondo.

L’intelligenza si manifesta col pensiero, si comunica con la parola scritta e orale, è la parola che distingue l’uomo dalla bestia.

Solo le bestie possono tacere.

Sono le parole di Vacchi, scritte nella lettera a un giovane fascista il 28 luglio 1943, tre giorni dopo la caduta di Mussolini ed il suo arresto.

Lo stesso, nel discorso radiofonico tenuto il 25 luglio 1944, primo anniversario della caduta del fascismo, proprio qui dalla radio ORI

(Organizzazione della Resistenza Italiana), così si rivolge agli ascoltatori:

Il disastro comune ci dà il comune e solidale intendimento di diventare, insieme uniti, liberi, dignitosamente liberi, coraggiosamente liberi”.

Sono parole forti in cui possiamo riconoscere anche la pesantezza, l’angustia, l’insopportabilità dei giorni che viviamo.

Di fronte ad un dibattito, che vorrebbe essere politico, ma è un battibeccare indecente sugli interessi e sul malaffare di alcuni, così detti

responsabili della Cosa Pubblica, di fronte all’indifferenza degli stessi , così detti responsabili, che non percepiscono l’ansia di giustizia del popolo italiano, che non vedono le esigenze sacrosante dei lavoratori, dei pensionati, delle famiglie, la memoria di Vacchi ci obbliga a parlare

perché solo le bestie possono tacere

e noi, in nome di quelli che sono morti per la nostra libertà, vogliamo alzare la voce e chiamre tutti ad una nuova Resistenza, che fa leva sul suo motto:

Sapere, pensare, agire”,

che egli con forza contrapponeva “allo schiavistico trinomio:

credere, obbedire, combattere”.

Allora ha senso fare memoria di Adolfo Vacchi, “Hope”, ha senso mettere una targa, ha senso ancora commuoversi di fronte ala sua vicenda umana, straordinaria e infelice?

Adolfo Vacchi, nato a Bologna il 29 gennaio 1887, laureato in matematica, si era trasferito a Venezia dove insegnava la sua materia e si occupava di problemi sindacali nell’ambiente del Partito Socialista, che era stato anche il partito di origine di Benito Mussolini e a cui rimproverava di aver tradito gli ideali della sua giovinezza nel settembre 1922, ancor prima della marcia su Roma; venne minacciato per le sue idee libertarie e aggredito in strada, fu percosso brutalmente, ma riuscì a salvare la vita.

Nel gennaio 1923 fu colpito da un provvedimento di confino ( il primo del regime fascista) e dovette recarsi a Milano.

Qui, in un contesto difficile, sempre controllato e pedinato, non smise mai di professare un antifascismo intelligente, praticato in modo efficace ed affascinante per i suoi numerosi allievi, a cui insegnò sempre la matematica non in modo arido, ma producendo stimoli alla ricerca scientifica, unitamente all’educazione ad una vigile capacità critica e ad uno sconfinato amore per la libertà.

All’inizio della 2a Guerra Mondiale, conscio della sciagura che avrebbe arrecato all’Italia, intensificò le sue critiche al Regime liberticida, al razzismo importato dalla Germania di Hitler e per questo subì un processo da cui uscì a testa alta, pur ricevendo ammonizioni e minacce.

A seguito dei primi bombardamenti su Milano sfollò a Veniano, rimanendo però sempre legato al capoluogo e alla sua scuola.

Contava i giorni dell’oppressione e del terrore politico ed esultò il 25 luglio del 1943, scrivendo alla figlia Urania che, dopo 249 mesi di oppressione, viveva il giorno più bello della sua vita al grido di “Viva la libertà”, ma ben presto dovette affrontare l’esperienza di una dittatura più crudele, quella della RSI, utilizzata dai nazisti come estremo e disperato baluardo per esorcizzare una sconfitta che si faceva sempre più vicina.

Egli accettò nel 1944 di fare da collegamento fra i comandanti partigiani dell’area a nord di Milano, di mantenere i rapporti con gli esuli in Svizzera e di dar vita ad una stazione radio ORI.

Arrestato a Veniano, nella notte fra il 18 e il 19 agosto 1944 dal famigerato commissario Saletta, fu tradotto a Como nelle camere di Sicurezza della Questura insieme all’ ingegner Luigi Carissimi Priori e alla moglie di lui, Maria Girola.

Dovette subire interrogatori umilianti ed il 24 agosto furono simulati per lui i preparativi per la fucilazione.

Il 5 settembre fu condotto al cimitero di Albate dove venne fucilato il partigiano Rocco Jeraci; Vacchi, così dissero i suoi persecutori, doveva essere portato a Veniano per un sopralluogo nella sua casa, ma sulla strada per Albate venne proditoriamente colpito con uno o più colpi di pistola, con la scusa che stava fuggendo, e poi lasciato lì a morire dopo una lunga agonia.

Saletta, commissario, e Pozzoli, Questore, imbastirono allora una commedia per far credere che Vacchi era morto, quasi accidentalmente, per un tentativo di fuga. La pantomima non resse di fronte a testimoni oculari e alle successive ammissioni degli assassini e loro mandanti.

Su una strada buia, braccato come un delinquente, concluse la sua vita un uomo indomito, che non poté vedere l’alba del 25 aprile 1945, né la punizione dei Gerarchi del fascismo a Dongo e a Mezzegra, né la condanna a morte dei suoi aguzzini Saletta, Pozzoli e Porta,

Non poté vedere la nascita della Repubblica Italiana, né l’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948 della Costituzione.

Per questi momenti storici di rinnovamento e di Redenzione Sociale, egli aveva studiato, studiato e lottato senza tentennamenti, èer questi risultati aveva dato la vita.

Con la sua intelligenza e il suo fervore egli avrebbe potuto contribuire ad avviare, con serietà, il cammino della Repubblica, soprattutto nel settore delicato della scuola, che tanto aveva amato.

Nella lettera al giovane fascista del 1943 scriveva:

“ La scuola deve essere libera, cioè apartitica e areligiosa, deve essere informativa e critica…E’ l’istituzione che migliorerà la società umana,

è il conoscere che può dare agli uomini la forza politica per giungere ad una società di esseri intelligenti e liberi.

Sarebbe un ottimo programma per la scuola e la società di oggi, se solo tutti avessimo la voglia di scuoterci di dosso l’indifferenza, la pigrizia, l’egoismo, la disponibilità ad accettare anche la miopia dei politici di oggi, la loro arroganza.

Facciamo, amici giovani ed anziani, una nuova Resistenza, pacifica ma incrollabile, mite ma generosa.

Ce lo chiedono con una voce sempre più flebile, i nostri morti.

I veri, i soli campioni della Libertà.

W la Resistenza, W l’Italia.

Sen. Luciano Forni

LA SEZIONE ANPI DI MARIANO COMENSE

L’ANTIFASCISMO E LA RESISTENZA NEL TERRITORIO DI MARIANO

DISCORSO DI APERTURA DELLA NUOVA SEZIONE DI MARIANO COMENSE- CANTU’

Un cordiale benvenuto a quanti sono intervenuti alla nostra prima Assemblea, grazie al senatore Luciano Forni, al prof. Matteo Dominioni, al sindaco Alessandro Turati che con la loro presenza hanno voluto onorare la nostra prima Assemblea

Un particolare saluto ad Erminio Nava, classe 1918, alpino combattente in Russia e partigiano nella formazione Franchi, ferito a Milano nei giorni precedenti la Liberazione.

Anche a Mariano con un gruppo di anziani e giovani, anche di paesi vicini, si è pensato che fosse giunto il momento di aprire una sezione dell’A.N.P.I., sulla scorta di quanto è avvenuto in molte località italiane.

E qui corre l’obbligo di ringraziare i compagni Passerini che per primo ha avuto l’idea di avviare le pratiche per questa iniziativa ed Antonio Gallo che con ostinazione ha sempre creduto nell’iniziativa ed ha raccolto le prime adesioni.

Per correttezza occorre qui ricordare che in paese nel lontano 24 Settembre 1945 era stata fondata una sezione ANPI, con sede presso il caffè San Rocco, e fra i giovani fondatori risulta anche il qui presente Erminio Nava, una iniziativa di cui presto si perderanno le tracce.

Nessuno di noi, salvo Erminio, ha partecipato alle vicende dell’ultima guerra mondiale, ma ci uniscono i valori della Resistenza a cui si ispira la nostra Costituzione, in un momento storico in cui periodicamente emerge la tentazione per modifiche intese a cancellare alcune delle sue principali prerogative. Ne sono una conferma i provvedimenti contro il diritto di sciopero, la precarietà del lavoro e della sicurezza sociale, le pulsioni razziste, la tolleranza verso chi non è sempre in sintonia con l’art. 54 della nostra Costituzione in cui si legge che “… I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore …”, e la recente proposta di abolire il divieto della riorganizzazione del partito fascista.

E Piero Calamandrei, saggio e strenuo difensore della Costituzione, in un suo saggio del 1965 sarà facile profeta, quando ammonirà: “In questo clima avvelenato di scandali giudiziari e di evasioni fiscali, di dissolutezze e di corruzioni, di indulgenti silenzi per gli avventurieri di alto bordo, in questa atmosfera di putrefazione che accoglie i giovani non appena si affacciano alla vita, apriamo le finestre e i giovani respirino l’aria pura della montagna e risentano ancora i canti dell’epopea partigiana”.

E quanta necessità abbiamo di aria pura, di onestà, di sana pubblica amministrazione al servizio di tutti e non solo provvedimenti riservati a qualche potente!

E Norberto Bobbio aveva scritto che “… L’Italia non è diventato quel paese moralmente migliore che avevamo sognato; la nuova classe politica, salvo qualche rara eccezione, non assomiglia in nulla a quella che ci era parsa raffigurata in alcuni protagonisti della guerra di Liberazione: austeri, severi con se stessi, devoti al pubblico bene, fedele ai propri ideali, intransigenti, umili e forti insieme. …”.

E che dire del tentativo di sminuire il significato della Resistenza, riducendola a semplice guerra fratricida con il riconoscimento della repubblica di Salò e dei suoi caduti, giovani che avevano scelto di combattere nella parte sbagliata, in difesa di ideali contrari alle istanze di libertà e di democrazia ed ai quali non vogliamo però negare i sentimenti dettati dalla carità cristiana.

Io provengo da una zona piemontese, il Monferrato, dove si contano molti episodi di guerra partigiana e dove abbondano le lapidi a ricordo del sacrificio di giovani ribelli; mi risuonano ancora i tanti aneddoti ascoltati da bambino ed ho tuttora presenti le imponenti manifestazioni popolari che rievocavano la data del 25 Aprile, con la selva di bandiere rosse e gli inni della banda musicale.

Mi sia consentito di far nuovamente riferimento a Piero Calamandrei che afferma “… Se si vuole intendere che cosa fu la Resistenza, non si deve dar questo nome soltanto al periodo finale che va dall’8 Settembre 1943 al 25 Aprile 1945. Questo fu il parossismo finale della lotta; ma l’inizio di essa risaliva a venticinque anni prima. Il biennio di Kesserling fu la logica e fatale conclusione del ventennio di Mussolini: Mussolini fu l’introduttore, anzi il portiere di Kesserling. Ma la Resistenza, per cominciare, non attese Kesserling; essa era cominciata fin da quando era cominciata l’oppressione, cioè fin da quando lo squadrismo fascista aveva iniziato per le vie d’Italia la caccia all’uomo”.

E pertanto ritengo necessario anche per quanto riguarda la nostra storia locale tornare indietro, all’anno 1919 quando in paese sorge il Circolo Famigliare Proletario, di ispirazione socialista, con le finalità di migliorare le condizioni morali e materiali dei Soci e dei loro famigliari.

Sempre nel 1919 in paese sorge il Circolo Popolare di ispirazione cattolica che assumerà il nome di Circolo Pace.

Entrambi i due Circoli saranno poi vittime della violenza fascista: il Circolo Proletario devastato nell’Ottobre del 1922, occupato dalle organizzazione del regime e definitivamente sciolto nel 1928. Ritornerà ai legittimi proprietari solo nel 1963!!

Anche il Circolo Cattolico sarà poi oggetto di provvedimenti di chiusura, insieme agli Oratori, con l’accusa di attività antifascista.

Questi due Circoli hanno come riferimento storico locale l’antica Società di Mutuo Soccorso fortemente voluta del 1881 dal notaio dr. Francesco Brenna con la finalità di assistenza ed istruzione degli operai e dei contadini, in un periodo caratterizzato dall’assenza di ogni forma di assistenza e previdenza.

E a Mariano, accanto al laico Brenna, ben presto si affiancheranno le iniziative cattoliche promosse nei primi anni del secolo XX dal prevosto don Borroni e dai suoi coadiutori, giovani e coraggiosi sacerdoti che intendono seguire alla lettera il dettato dell’enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII e l’esempio di don Albertario che a Milano aveva sfidato l’esercito del gen. Bava Beccaris accorso a reprimere la protesta popolare e poi condannato alla galera col socialista Turati.

Infatti a Mariano si registreranno fra l’altro l’istituzione dell’Unione Rurale in difesa dei diritti dei contadini, della Cassa di Risparmio Operaia a garanzia dei piccoli risparmi dei lavoratori, e finalmente della Società Edificatrice di Case Rurali, in paese nota come la PROVVIDENZA, una cooperativa edilizia per le case dei contadini licenziati dalla nobile (sic!) casa per cui lavoravano, rei di aver preteso più umane condizioni di lavoro. Una iniziativa che non trova tanti altri esempi!

A Mariano soprattutto saranno le donne a promuovere le proteste popolari, nel 1888 e nel 1898 con gli scioperi delle filandere; saranno ancora le donne a reclamare per la mancanza di derrate alimentari negli anni della grande guerra. E le donne non mancarono di partecipare nel 1919 alla nascita del Circolo Famigliare Proletario, cosa che suscitò l’ironico e acido commento del cronista parrocchiale “… è da deplorarsi che molte donne vi appartengano e lo frequentino con danno della loro dignità e moralità pubblica”.

Gli ideali democratici sono sempre stati ben radicati nei marianesi, val la pena ricordare anche come nel 1910 in prossimità della guerra contro la Turchia per la conquista della Libia, in paese nelle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale si sia imposta la Lista della Pace, formazione laico-socialista che per la prima ed unica volta nella storia locale vedrà la vittoria di una lista di sinistra contrapposta ad una compagine cattolica.

Si è già ricordato come il circolo cattolico portasse il nome Pace, ed in paese esiste anche una via Pace!

Ma i marianesi non si lasceranno facilmente intimidire dal nascente fascismo ed infatti nelle elezioni politiche del 1921 e soprattutto nelle successive del 1924 le due liste dei socialisti e dei popolari conteranno ancora una maggioranza di consensi pari all’80%. Significativo nel 1924 il rifiuto del prevosto don Colombo ad appoggiare la nuova formazione nazional-fascista che nei nostri paesi faceva riferimento al nobile Padulli di Cabiate, già deputato del PPI.

Sempre nell’anno 1924, pochi giorni dopo il delitto Matteotti, durante la seduta del Consiglio Comunale il consigliere socialista Biagio Galliani proporrà che sia manifestato il cordoglio della cittadinanza “… sicuro di interpretare il sentimento della popolazione per l’abominevole delitto”, proposta a cui si assocerà anche il Sindaco. Un vecchio socialista mi raccontò come in paese, appena si sparse la notizia della morte del deputato socialista gli operai fossero usciti spontaneamente dalle fabbriche e dalle botteghe e si fossero portati al cimitero per un devoto omaggio al martire.

Le voci democratiche saranno spente per un lungo periodo, ma il fuoco che covava sotto la cenere non tarderà a riaccendersi, ed il 15 Novembre 1944 anche a Mariano si costituisce il Comitato di Liberazione a cura del democristiano dr. Giovanni Del Curto che ne sarà il presidente, del socialista Biagio Galliani, del comunista Serafino Somaschini e del liberale Federico Seymandi.

Molti giovani dei nostri paesi si aggregheranno alle formazioni partigiane che operano in provincia e nell’alto milanese; a Mariano è attivo soprattutto il gruppo “Franchi” legato alle formazioni “Lariani Ticinesi” di Edgardo Sogno e fra costoro si distinguerà Luigi Toppi, classe 1919.

Dalla relazione del CLN locale si apprende che il Toppi “… Dopo i fatti del Settembre 1943 si dava alla macchia e con altri compagni del paese formava il primo gruppo di Partigiani armati, inquadrati nell’Organizzazione Franchi … Più volte ricercato dalla polizia repubblichina, riusciva coraggiosamente a sviare le ricerche. Nei primi giorni di Dicembre 1944, in seguito a delazione, braccato con forze imponenti veniva catturato sulla strada che da Carimate porta a Lentate sul Seveso. Dopo stringenti interrogatori accompagnati da raffinate sevizie crudelmente operate dai repubblichini, il Toppi veniva fucilato nel cimitero di Carimate la sera del 5 Dicembre 1944”.

In seguito si dovranno registrare altri Caduti fra i giovani patrioti:

Dicembre 1944: Desiderio Ballerini è ucciso sulla strada fra Sormano e Caglio;

25 Aprile 1945: Mario Besana e Umberto Elli dopo lunghe sevizie e maltrattamenti vengono trucidati nelle carceri di San Vittore di Milano;

sempre nella giornata del 25 Aprile 1945 il giovane Carlo Colombo cade a Pavia durante lo scontro con le truppe tedesche;

morirà invece prigioniero in Germania il giovane Contrario Giovanni.

Mariano non è zona che si possa adattare ad episodi di guerriglia, comunque nel periodo 1944-45 si registreranno alcuni episodi di sabotaggio ai danni delle formazioni militari presenti in paese:

Nel mese di Novembre 1944 in occasione della visita dei generali Graziani e Wolf al Battaglione di SS Italiane impegnate in esercitazioni militari nelle brughiere fra Mariano e Cantù, verranno asportate o danneggiate alcune segnalazioni poste sul territorio ed il fatto avrà come conseguenza il divieto decretato per ritorsione dal Commissario Prefettizio di accedere al cinematografo, la domenica successiva. In quell’occasione i due generali avevano decorato i militi reduci dalle battaglie di Anzio e Nettuno combattute nella primavera del 1944 per ostacolare l’avanzata delle truppe anglo americane.

Il 2 Gennaio 1945 il Commissario Prefettizio segnalerà alla Prefettura di Como che in via san Rocco ed in via Garibaldi si era verificato uno scoppio di bombe a mano, provocando la rottura di un paio di centinaia di vetri. Lo stabile più danneggiato fu proprio l’ex Circolo Proletario, occupato dalle organizzazioni del regime.

Successivamente, il 15 Aprile, in località Priel di Buschitt, verso Paina, si verificherà l’aggressione ed il disarmo delle Guardie Civili incaricate della sorveglianza della linea telefonica da Bellagio a Mariano.

Ed ancora il 20 Aprile il Comandante delle Guardie Civili dovrà segnalare il sabotaggio di due pali della linea telefonica in località San Martino a Perticato.

Ma il fatto più significativo e che risulterà uno degli episodi più importanti nella storia del paese si verificherà nella giornata del 26 Aprile. Da Milano, liberata il giorno precedente, si erano mosse le truppe nazi-fasciste dirette a nord, con l’intenzione di raggiungere il lago di Como e la Valtellina.

In mattinata alcuni giovani si portano all’Oratorio di San Rocco dove erano di stanza alcuni militari nazisti e fascisti che, ormai stanche e sfiduciati, non oppongono resistenza e si lasciano disarmare.

Con le armi requisite i giovani (le successive relazioni dell’amministrazione comunale e del CLN parlano di ben 250 giovani) attendono l’imminente passaggio della colonna nemica proveniente da Meda, che nel primo pomeriggio entra nel territorio marianese, imbocca la via Santo Stefano e viene presa di mira da alcuni colpi sparati dai tetti. La reazione della colonna non si fa attendere, viene piazzata una mitragliatrice all’imbocco della piazza Roma ed ha inizio una cruenta sparatoria.

Tutta l’area è attraversata dai proiettili della mitragliatrice alla quale gli insorti rispondono dai tetti e dagli angoli delle vie che convergono sulla piazza. Un giovane coraggiosamente sale sui tetti e con una bomba a mano riesce a far tacere la mitragliatrice.

I militari riescono a lasciare in fretta l’abitato ed in paese si contano 6 morti civili: Bellotti Maria in Toppi, Redaelli Battista, Crippa Attilio, Songia Giuseppe, Erba Egidio, Ceppi Eugenio ed inoltre 15 feriti. Sul terreno rimangono altre due vittime: un militare tedesco ed una donna aggregata alla SS Italiane.

La battaglia sta per finire e durante la precipitosa fuga dei militi nazi fascisti accade un episodio finora sconosciuto ai più: un marianese affronta un ufficiale tedesco, lo disarma e gli strappa uno zaino in cui era nascosta una bandiera rossa con falce, sole e spiga, forse l’antico vessillo di una sezione socialista custodito segretamente in qualche casa.

La sera stessa il dr. Giovanni Del Curto sarà nominato alla carica di Sindaco e detterà un manifesto con l’invito ad evitare il ricorso alle vendette personali, alla riconciliazione ed alla fiducia nelle risorte istituzioni democratiche. Uno straordinario esempio di saggezza! Una caratteristica che segnerà tutta l’opera amministrativa del sindaco marianese della Liberazione.

In seguito ai rastrellamenti nei dintorni del paese si arrestano alcuni militi delle SS Italiane e rinchiusi nello stabilimento occupato dalla Breda (già Ditta Mauri & C.); il numero dei prigionieri salirà a 86 e pertanto si deciderà il loro trasferimento nello stadio Ferruccio di Seregno, salvo i detenuti marianesi che si vollero trattenere in paese.

Per alcuni dei prigionieri si deciderà la fucilazione avvenuta poi nella giornata del 28, senza prima aver consultato il sindaco di Mariano. Altri prigionieri saranno giustiziati il successivo 30 Aprile ed anche in questa occasione il dr. Del Curto non sarà messo al corrente della decisione.

In paese il giorno 28 giunge un reparto dei Gruppi di Resistenza Ticinesi Lariani al comando del signor Bruno Perelli che si insedia presso la locale caserma dei Regi Carabinieri.

Il neo sindaco ed i suoi collaboratori nella provvisoria Giunta Municipale garantiranno il corretto funzionamento amministrativo; si dovrà anche procedere alla custodia dei cavalli e del materiale requisito all’Oratorio San Rocco, bottino di guerra che sarà poi venduto all’asta, operazione che non mancherà di suscitare polemiche e sospetti.

Riprenderanno le consuete attività artigianali, industriali e commerciali; dopo i necessari lavori di restauro e pulizia sarà riaperto l’edificio scolastico per un biennio occupato dalle truppe; si pensa anche al futuro dell’Ospedale allora ancora consorziato con Giussano.

A Settembre nelle brughiere a nord-ovest del paese si terrà la prima edizione della festa dell’Unità.

I partiti politici intanto si preparano alle nuove consultazioni popolari per la nomina del Consiglio Comunale, dell’Assemblea Costituente e del Referendum Istituzionale che sancirà la nascita della Repubblica, scelta che i marianesi decreteranno con il 69% dei consensi.

Mariano C.se, 17 Aprile 2011

prof. Lucca Gianfranco