ROSALINDA ZARIATI

Il 5 gennaio 2019 moriva, a 96 anni, Rosalinda Zariati, staffetta partigiana nei mesi della lotta di Liberazione, poi attiva nel sindacato e nel movimento socialista.

A lei, nel 2005, Roberta Cairoli ha dedicato un capitolo del suo libro Nessuno mi ha fermata, fondamentale approfondimento sulle donne della Resistenza comasca (NodoLibri, Como 2005).

Rosalinda Zariati: rigore, prudenza e fortuna

«Per me partecipare alla Resistenza – dice Rosalinda Zariati – ha significato una gran cosa, ma una gran cosa, non lo so spiegare… mi ha dato una soddisfazione immensa. Sono stata davvero contenta di aver aiutato i partigiani. Ricordo i giorni della Liberazione: furono per me giorni di gioia profonda, perché noi aspiravamo alla liberazione di Como, alla liberazione di tutta l’Italia.»

Due sono, significativamente, gli episodi che, nel 1943, decidono l’ingresso di Rosalinda Zariati nella Resistenza, vissuta e ricordata come l’esperienza di vita più intensa e appagante. A segnare l’inizio della crescita e della maturazione politica di Rosalinda è l’iscrizione al Partito Socialista di Unità Proletaria: «Nel 1943 ho ricevuto la prima tessera del partito, a darmela è stato il “Tia”, che aveva un officina meccanica in viale Lecco: e lì, insieme ad altri, abbiamo cominciato a essere socialisti, a imparare cos’è il socialismo. Io di socialismo non sapevo niente perché siamo sempre stati sotto il fascismo: quando andavamo a scuola ci facevano imparare cosa era il fascismo, che era la cosa più bella e noi ci credevamo; d’altronde noi non avevamo mai saputo che cos’era il socialismo o le altre cose… solo dopo l’ho capito.»

Comincia così un’intensa attività di propaganda politica: «Si lavorava assieme io, Mario Montorfano, il parrucchiere, Raffaele Carnevali, Italo Mentasti, ed i Bedetti Giuseppe e Natale, tutti socialisti. Il Tia ci riforniva di manifesti (aveva una sorta di stamperia clandestina), il Montorfano ci dava dei giornali da portare in giro, mentre il Mentasti faceva da cassiere dei fondi che ci venivano consegnati. Ricordo che per ricevuta davamo una specie di cartolina in cui era raffigurata una finestra munita di grate dalle quali sporgevano due mani e sotto c’era scritto: “Aiutateci”. Davamo quella cartolina a chi ci dava i soldi e davamo fuori i giornali.»

L’incontro con la partigiana Nella Caleffi (“Gina”) spinge Rosalinda alla convinta e piena partecipazione alla lotta di Liberazione. Nelle sue parole, tale scelta, così impegnativa e rischiosa, viene descritta in maniera del tutto semplice e naturale. Racconta, infatti: «Avevo incontrato la Nella Caleffi, socialista anche lei; l’ho conosciuta in treno. Era seduta davanti a me; io la guardavo e lei mi ha chiesto: “Lei è di Milano?” “No – ho risposto – sono di Como, abito vicino alle caserme”. Allora lei mi ha detto: “Mi dà l’indirizzo che vengo a trovarla?” “E venga”, le faccio io. Mi chiese se l’avessi aiutata, se volevo fare la staffetta, e io risposi subito di sì. Tante volte veniva a casa mia a dormire e tante volte in bicicletta andavamo fino a Lecco. Una cosa che mi ricordo come fosse ieri è quando vi fu l’8 settembre. Io abitavo vicino alla Caserma De Cristoforis, e quando i nostri militari buttarono le armi dalle finestre, noi le raccogliemmo e le nascondemmo in casa. Poi però, arrivati che furono i tedeschi, e venne costituita la Repubblica Sociale, ebbi paura di tenerle lì ed allora assieme alla “Gina”, in bicicletta le portammo dove vi era il Comando partigiano. Con lei, quindi, ho iniziato a fare la staffetta. Da lei ho imparato tante cose.»

Una scelta che ha inevitabilmente un primo prezzo da pagare: la perdita del lavoro.

«Io lavoravo come operaia alla tintoria “Ambrogio Pessina”, ci ho lavorato fino al 1944 quando mi hanno lasciata a casa. Mi ricordo che i padroni, brava gente ma fascisti, mi hanno chiamata e hanno detto che mi avrebbero sospeso per mancanza di lavoro, e invece ho sentito che era perché sapevano che io avevo contatto con i partigiani. Dopo l’insurrezione, nel ’45, andai e mi licenziai.»

All’attività svolta in collaborazione con “Gina”, si aggiunge l’incarico particolarmente oneroso di tenere i collegamenti con la 40a Brigata

“Matteotti”, dislocata in Valtellina, nella zona di Buglio in Monte. A piedi o in bicicletta, attraverso marce estenuanti di cui porta sulle gambe ancora i segni, provvede a recapitare ai partigiani della brigata ordini, viveri, armi. È un compito che richiede freddezza, prontezza, attenzione e, talvolta, un pizzico di fortuna: non sempre gli accorgimenti adottati garantiscono una copertura efficace. Lo dimostra questo episodio, a tratti rocambolesco, in cui Rosalinda riesce a salvarsi grazie ad un intervento quasi provvidenziale: «Una volta mentre andavo a Buglio in Monte, ad Ardenno, dove c’era una casermetta di fascisti, mi hanno fermato. Io portavo con me una specie di lasciapassare che dichiarava che avevo i genitori sfollati a Buglio: prima, mi hanno chiesto cosa ci andavo a fare ed io naturalmente ho risposto che andavo a trovare i miei, mostrando il lasciapassare; poi hanno voluto vedere la carta d’identità: dietro la carta d’identità era raffigurato il fascio littorio e il Comune ci aveva messo su un francobollo. Allora, mi hanno preso la carta d’identità, dicendomi: “No, lei è un’antifascista, lei va dai partigiani…” Volevano trascinarmi in caserma. Allora, il cane che c’era su a Buglio in Monte, che era un lupo, è corso giù ed è saltato addosso ai fascisti: la mia carta d’identità in terra, l’ho afferrata e, via!, sono scappata. Mi hanno sparato dietro, ma non mi hanno preso. Da allora non ho più fatto quella strada.»

Riuscirà miracolosamente a cavarsela una seconda volta, vivendo, tuttavia, momenti drammatici, dolorosi: è ancora viva nella sua memoria l’immagine della terribile morte di alcuni suoi compagni.

«Un giorno sono incappata in un rastrellamento effettuato dai soldati mongoli reclutati dai tedeschi ed ho assistito nascosta e terrorizzata sotto al fieno alla fucilazione di alcuni nostri partigiani. Ricordo anche i bambini grandi che portavano sulle spalle quelli più piccoli e cercavano di scappare: due bambini che fuggivano vennero uccisi. Ci furono 17 morti. Me la sono cavata perché sono rimasta immobile sotto il fieno, altrimenti! Questo episodio non mi è mai uscito dalla mente e mai mi uscirà.»

Rosalinda si ferma raramente in formazione; i contatti sono limitati: il rigore e la prudenza, imposti dalla lotta clandestina, impediscono di avere rapporti troppo intimi. Nemmeno nasconde la scarsa simpatia nei confronti di “Nicola”, il comandante della brigata. Racconta: «Noi avevamo pochi contatti con gli uomini della brigata: l’unico, forse, era Giovanni a cui consegnavamo il materiale che portavamo. Il più delle volte non mi fermavo, salivo e scendevo. Poi, guai se c’era un partigiano che si attaccava a una partigiana, a una staffetta, perché, se per caso bisticciavano, poteva succedere un pandemonio: fu un periodo in cui le delazioni falcidiavano i nostri uomini migliori per cui i rapporti sentimentali amorosi erano del tutto proibiti. Poi, devo dire la verità, stavo malvolentieri a Buglio perché c’era “Nicola”, il comandante: era una persona cattiva, brutale.»

Alle difficoltà e alle incognite legate all’attività di staffetta, si aggiunge, in quegli anni di guerra, l’“avventura” quotidiana di procurarsi il cibo: «Avevamo poco da mangiare perché c’erano le tessere, un etto di pane al giorno, e poi il resto andavamo a prendercelo noi. Io andavo anche a Montorfano a prendere le patate, a prendere le cipolle, a prendere tanta roba dai contadini che ce la davano. Andavamo di notte.»

Coraggio, destrezza e un pizzico d’incoscienza spiccano nell’episodio, uno dei tanti, che Rosalinda racconta, sorridendo quasi divertita: «Mi ricordo che sono andata a Vercelli con una mia amica a prendere un po’ di riso. Mamma che ridere! Siamo arrivati lì e non c’era riso: l’avevano se questrato tutto i fascisti. E allora noi cosa abbiamo fatto ? Siamo andati giù in stazione dove c’erano tutti i sacchetti, e ne abbiamo portati via uno per ciascuno dentro lo zaino e via andare in bicicletta. Arrivammo a Seregno; eravamo stanche e siamo andate a dormire in una cascina dove mettono dentro tutti gli attrezzi per i contadini. Il mattino, abbiamo preso la nostra bicicletta, il nostro zaino e via andare. Arrivano dietro di noi dei fascisti che ci gridano: “Fermatevi, Fermatevi”. E noi non ci fermavamo ma andavamo più svelte. Poi ci hanno preso e ci hanno detto: “Ma, ragazze!, non vedete che perdete tutto il riso?” Si capisce che hanno fatto qualche buco, per fortuna non ce l’hanno portato via.»

L’energia, la vitalità e una certa impulsività, dunque, rappresentano gli aspetti che più colpiscono in lei. Ci sono i disagi, i rischi, la paura certamente, ma tutto ciò, per Rosalinda, è quasi inebriante. Le sue parole sembrano esprimere quella che Claudio Pavone definisce efficacemente una «singolare fusione tra senso tragico della vita e gioia del vivere»: «Quello che facevo era molto difficile e pericoloso, ma nello stesso tempo era anche entusiasmante. Sapevo di correre dei grossi rischi, sì, però lo facevo così… mi piaceva quasi, mi piaceva fare queste cose. Poi, ero cosciente dell’importanza di quello che facevamo: avevo conosciuto il “Neri” che mi aveva detto: “Cerca di aiutarci, perché dobbiamo buttar fuori questa gente che ci opprime e basta”.»

Rosalinda conclude la sua testimonianza sottolineando, con il tono di chi ha raggiunto una forte consapevolezza di sé, sia l’importanza del ruolo che le donne hanno avuto nella Resistenza, sia il valore e il significato che la stessa assume per loro, proprio in quanto donne: «Fummo noi – dice Rosalinda –, furono le donne ad aiutare la Resistenza, i nostri partigiani, i quali avevano bisogno di tutto e non potevano scendere dalle montagne, allora eravamo noi a salire. Eravamo noi che vivevamo in mezzo alla paura, altro che storie! La donna ha acquistato più valore con la Resistenza, rispetto a prima, perché ha lottato anche lei come l’uomo.»

Tuttavia, è anche cosciente della scarsa considerazione che le donne hanno ottenuto: «Per noi donne, però, non c’è stato alcun riconoscimento dopo, né da parte di chi governava né quasi sempre neppure da parte degli interessati. La maggior parte delle donne, al massimo, è stata riconosciuta con la qualifica di “benemerita”, un riconoscimento solo morale, del tutto inadeguato ai rischi ed ai sacrifici che avevamo sopportato.»

da Ecoinformazioni del 6 gennaio 2019

IL GIURAMENTO DI SAN PANCRAZIO

La notte del 14 dicembre 1943, un gruppo di 23 partigiani al comando del capitano degli Autieri Ugo Ricci, si riunisce clandestinamente nella antica chiesetta  di San Pancrazio, situata in una zona isolata nei pressi di Ramponio, in Val d’Intelvi, e, alla presenza del sacerdote antifascista don Carlo Scacchi, si impegna solennemente con un giuramento scritto a proseguire con ogni mezzo la lotta al nazifascismo, fino alla sua sconfitta.

Il giuramento porta le firme di tutti i presenti, fra queste spicca quella di Ugo Ricci, un ufficiale genovese che si era unito alla Resistenza dopo l’8 settembre e che morirà nel corso della battaglia di Lenno il 4 ottobre 1944.

UNA GRANDE PERDITA

La scomparsa di Ernesto Maltecca

Nella notte di domenica 15 settembre è scomparso all’età di 96 anni, nella sua casa di Olgiate Comasco, il partigiano Ernesto Maltecca. Era l’unico ancora in vita del Gruppo Clerici della 52esima Brigata Garibaldi. Una vita nelle file del Partito Comunista, Ernesto Maltecca è stato a lungo consigliere comunale di Olgiate Comasco ed era l’anima dell’associazione Combattenti e Reduci, di cui per anni è stato presidente della Federazione interprovinciale. Sempre vicino ai valori della Resistenza, il suo ultimo discorso ufficiale è stato questo 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione. Qui sotto riportiamo un brano:

L’appello, un’eredità storica e civica

“Arrivato alla mia età mi addolora e mi domando se quello che è stato fatto a costo di tante vite umane non sia stato invano. Ormai sono l’unico rimasto del Gruppo “Clerici” della 52esima Brigata Garibaldi operante nell’Olgiatese. Eravamo tutti uniti nel coraggio e nella volontà, pur mettendo a repentaglio la nostra stessa vita, per sconfiggere il totalitarismo nazifascista. Ecco, per voi, per il mio paese, ne è valsa la pena, sicuramente. Vi auguro di ritrovare oggi la gioia di quella giornata. Di rivivere, ogni giorno il vostro 25 aprile”.

I funerali di Ernesto Maltecca si sono tenuti mercoledì 18 settembre.

ADOLFO VACCHI

Adolfo Vacchi, 5 settembre 1944.
Adolfo Vacchi, matematico e antifascista, nacque il 23 giugno 1887 a Bologna. Come matematico e scienziato formulò alcune teorie sul teorema di Fermat ed ebbe interessanti intuizioni per una nuova formula per la determinazione dei numeri primi, che raccolse in alcune pubblicazioni. Dirigente di una federazione del PSI, nel 1914 venne schedato per le sue idee socialiste. Nel 1915 si trasferì a Venezia dove insegnò in uno dei licei della città. Già nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, subì un pestaggio da parte di squadristi fascisti. Nel 1923 dovette lasciare Venezia a seguito di un ordine di confino che fu uno dei primi casi di confino politico sanciti dalla dittatura fascista. Negli anni successivi visse a Milano con la moglie e le figlie, campando di lezioni private, ma non cessò mai di esercitare una appassionata e lucida propaganda di libertà contro il fascismo e il razzismo, che egli svolse sopratutto presso i suoi studenti e che gli costarono un processo, nel corso del quale egli si difese con tale convincente eloquenza da venire assolto con una semplice ammonizione.
Nel 1943 sfollò con la famiglia da Milano a Veniano (Como) e qui prese parte alla lotta di liberazione. Con altri partigiani organizzò una stazione radiotrasmittente per comunicare con le missioni alleate in Svizzera, fornendo un collegamento fra i comandi partigiani dell’Italia occupata dai nazisti e il quartier generale del generale Alexander. Nella notte del 18 agosto 1944 venne arrestato a Veniano e tradotto nelle carceri di San Donnino a Como. Sebbene non ci fossero prove certe del suo coinvolgimento nella lotta contro il nazifascismo, dopo 18 giorni di carcere senza processo, nella notte del 5 settembre 1944 venne fatto uscire dal carcere con la scusa di una nuova perquisizione nella sua abitazione e ucciso a tradimento contro il muro del cimitero di Camerlata (Co).

Anpi in lutto per la scomparsa dell’antifascista e militante Mario De Rosa

Mario De Rosa

Mario De Rosa nasce a Napoli il 31-12-1919. Orfano, frequenta il Collegio Serristori; nel 1939 consegue il Diploma Magistrale e torna a Napoli dove Gennaro Minoprio, condannato per antifascismo. Chiede l’iscrizione al PCI.
Nel 1940 si iscrive all’Università e poi parte per il corso allievi ufficiali a Salerno.
Fra il 1942/43 fa parte del 106° Battaglione Guardia Frontiera: fronte greco e fronte Yugoslavo. Catturato dai Tedeschi, rifiuta la collaborazione e finisce nei Lager di Germania. Fra il 1943/45 passa dal Lager di Cwestocovo a Koln, da Oberlangen a Vizendorf e Amburgo sull’Elba.
1945 rientra a Napoli, si iscrive al PCI e lavora presso la Federazione napoletana con vari incarichi. Nel 1950 parte per Milano dove la sua compagna ha trovato lavoro e assume la responsabilità del “coordinamento del partito” nell’azienda tranviaria milanese
Nel 1953 vince il concorso magistrale e insegna.
Nel 1955 ritorna a Napoli, dove continua l’impegno di partito all’interno della scuola e nel 1962 vince il concorso per Direttore Didattico ed è trasferito a Como.
Nel 1965 si iscrive alla specializzazione in Psicologia all’Università di Torino.
Vince un concorso presso il Ministero degli Esteri e per due anni lavora a Caracas in Venezuela come direttore di oltre 30 scuole italo/venezuelane. Vince il concorso Ispettivo e rientra in Italia dove lavora fra Sardegna, Varese e Como.
Per tre anni è consigliere comunale di Como

I SEI MARTIRI DI CIMA – STORIA

I MARTIRI DI CIMA

Alla fine del novembre ’44, ebbe inizio un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con l’impiego, inusuale per numero di forze, di circa 1.500 uomini.

Al fine di eliminare le formazioni  partigiane presenti sui quei monti, i reparti nazifascisti risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio, lungo un semicerchio che aveva come centro Porlezza.

Sei giovanissimi partigiani, appartenenti al distaccamento “Quaino”,

– Giuseppe Selva “Falco”, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916

– Angelo Selva, “Puccio”, nato a Cima il 1924

– Gilberto Carminelli, “Bill”, nato a Milano il 1918

– Angelo Capra, “Russo”, nato a Zurigo il 1924

– Ennio Ferrari, “Carlino” – “Filippo”, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927 

e una giovane donna, Livia Bianchi, nome di battaglia “Franca”, nata a Melara ( Ro) il 1919

per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, usando come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti. Qui resistettero fino a metà gennaio 1945 in condizioni disumane, al gelo intenso di quell’inverno, alla neve, che rendeva visibili i loro spostamenti e alla fame, causata dall’ impossibilità di approvvigionarsi. Infine, stremati, ridiscesero fino al paese di Cima ( di cui erano originari due di loro) e si nascosero presso l’ abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio da un delatore. Circondata la casa nella notte del 20 gennaio, le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria; i giovani partigiani si difesero strenuamente, ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita.

Catturati, benchè uno di loro fosse ferito, i giovani vennero percossi duramente e infine, fatti spogliare, vennero fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima e allineati contro il muro di cinta, per essere sommariamente fucilati.

A Livia Bianchi, in quanto donna, venne offerto che le fosse risparmiata la vita, ma ella orgogliosamente rifiutò, preferendo morire da partigiana con i suoi compagni. Per questo episodio le venne conferita la Medaglia d’Oro alla Memoria.

24 GENNAIO, ANNIVERSARIO DEI MARTIRI BALLERINI E CANTALUPPI

I I

 

LUIGI BALLERINI nacque, crebbe e formò la sua cultura politica nell’ambiente sociale della Albate di allora: operaia, con l’Omita nella quale nel 1943 ci furono grandi scioperi con le relative azioni punitive dei fascisti; non solo ardori giovanili, ma, sopratutto, furono gli ideali morali a guidarlo verso la scelta partigiana.

ENRICO CANTALUPPI nacque a Lipomo il 24 agosto 1923; arruolato nei carabinieri, nell’ottobre ’43, quando i tedeschi imposero la liquidazione dell’arma fedele alla monarchia, Enrico sfuggì alla deportazione nei lager e rientrò a Lipomo; a Como si impegnò in manifestazioni antifasciste con il fratello Giovanni e la sorella Cristina.

Ballerini e Cantaluppi entrarono nel 1944 nelle GAP-SAP di pianura, comandate, nel territorio di Como dal giovanissimo partigiano Elio Marzorati; le loro prime azioni furono di propaganda e disarmo delle pattuglie fasciste.

LA SERA DEL 22 GENNAIO 1945, i due tentarono la cattura del maggiore Petrovich, per poi scambiartlo con l’allora segretario del PCI di Como, Dante Gorrieri.
Il comandante della G.N.R. allertò le guardie fasciste che attesero l’arrivo dei due giovani; i due partigiani furono facilmente arrestati e condotti nella caserma di Via Lambertenghi; vennero sottoposti ad atroci torture e poi alle 5 del mattino del 24 gennaio 1945, vennero condotti in Via Barelli, lungo il torrente Cosia a Como, allora aperto.
Nei presso della Officina del Gas, dove ora c’é una lapide che li ricorda, un plotone della G.N.R. compì l’esecuzione.

FONTE: Ipsia Ripamonti “Storie della Resistenza Comasca” a cura di Marina Caretto e Gavino Puggioni, redatto con il lavoro delle calssi 3B, 3Y, 4B, 5N, inserite nel progetto: “I giovani dialogano con la storia”

ADOLFO VACCHI, RELAZIONE DI GIUDEPPE DE LUCA

Riportiamo la relazione del presidente dell’ Anpi Seprio Giuseppe De Luca alla manifestazione in memoria di Adolfo Vacchi tenutasi a Veniano sabato 28 marzo.

Adolfo Vacchi

Un matematico per la libertà

 

L’Anpi Seprio , nell’ambito delle manifestazioni promosse per il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, contribuisce alla valorizzazione della figura e del ruolo di Adolfo Vacchi nella Resistenza Italiana, da una parte sostenendo la ristampa e l’ampliamento del libro a lui dedicato e dall’altra parte anche attraverso uno specifico seminario di studio e di riflessione sul ruolo da lui avuto nella lotta al fascismo.

Entrambe queste iniziative sono realizzate in collaborazione con l’Anpi provinciale,il Comune di Veniano e l’Istituto per la Storia Contemporanea “Pier Amato Peretta” di Como.

Con Vacchi vogliamo rendere onore anche al gruppo di partigiani di Veniano che si sono impegnati nella resistenza e nella lotta al fascismo. Essi sono :Sala Pietro ,Ferrario Luigi, Sala Giuseppe, Rimoldi Pasqualina, Ferrario Giuseppe, Piatti Tommaso, Tettamamzi Antonio, Ferrario Carlo e l’ingegnere Luigi Carissimi.

Quest’ultimo fu uno dei due (assieme all’ing. Enrico Mariani) che hanno istruito il processo contro Saletta Domenico, Pozzoli Lorenzo, Pankoff Timoteo , Forzano Ferruccio, Mariani Enrico, Ciceri Antonio, Paone Giuseppe, Serra Antonio, Noseda Mario, Bruschi Angelo, Sallusti Biagio.

Va ricordato anche che Luigi Carissimi-Priori dei Gonzaga,apparteneva al PCI fin dal 1936. Arrestato nell’agosto 1944 per organizzazione di bande armate,appartenenza al Comitato di liberazione e per la detenzione di una centrale di informazione a mezzo di radio trasmittenti a favore dell’ Organizzazione per la Resistenza Italiana,un’agenzia di intelligence collegata ai servizi segreti alleati. Seviziato dalla banda Saletta e detenuto con la moglie prima alle carceri di S.Donnino e quindi di San Vittore per 9 mesi, e cioè fino al 25 aprile 1945.

Adolfo Vacchi ,per la sua attività politica e sindacale venne schedato il 25 giugno 1914, quando era uno dei dirigenti della federazione del PSI a Bologna. Trasferitosi a Venezia nel 1915, fu segretario della CdL dal 1920 al 1923. Per sottrarsi alle persecuzioni fasciste si trasferì a Milano dove, non essendo iscritto al PNF, potè insegnare solo nelle scuole private.

Carissimi e Vacchi avevano allestito una stazione radio rice trasmittente qui a Veniano,correndo seri pericoli poichè , in particolare, Vacchi era già notevolmente compromesso con il fascismo fin dalle sue origini.

Il gruppo di partigiani di Veniano con questa radio garantiva i collegamenti tra i Comandi Partigiani dell’Italia occupata dai nazisti e quelli della vicina Svizzera ed il quartier generale di comando del Generale Alexander.

Un lavoro questo indispensabile per la trasmissione di messaggi in codice, ma pieno di pericoli, poichè la zona dove essi operavano era terrorizzata dalla banda Saletta che si era resa responsabile di atroci esecuzioni di partigiani oltre che di torture e sevizie su cittadini inermi.

Cosi come era indispensabile il lavoro che facevano per la costituzione ed organizzazione di bande armate partigiane nella provincia, mediante la fornitura di materiali paracadutati e per una attiva propaganda antifascista ed antitedesca che aveva più volte provocato la reazione minacciosa delle organizzazioni fasciste e delle diverse Questure ed Uffici politici investigativi.

Ma questo gruppo di partigiani raccolto attorno a Vacchi e Carissimi aveva anche il ruolo di informatore,di collegamento con gli altri gruppi partigiani della zona,ed anche quello di procurare generi alimentari e medicinali.

Esso svolgeva quindi un’azione di supporto alle forze partigiane impegnate lungo la frontiera del Lario e che entravano, spesso, in rotta di collisione armata con i gruppi fascisti che operavano a Como ed in Provincia.

Intellettuali di primissimo piano sia Vacchi che Carissimi avevano stretto una solida alleanza con contadini,operai ed artigiani;con uomini e donne appartenenti a differenti classi sociali e che trovavono il loro punto di convergenza sociale nella lotta al fascismo.

In particolare Vacchi qui a Veniano esce dal suo solitario sdegno contro il fascismo durato quasi un ventennio e si impegna concretamente con un gruppo di uomini e donne nella lotta armata utilizzando gli strumenti a lui più congeniali che erano una spiccata intelligenza abbinata ad una raffinata capacità di analisi che mise al servizio della gestione di una stazione radio-ricetrasmittente clandestina.

A testimonianza che a Veniano come nel resto d’Italia la lotta al fascismo ed al nazismo non ha conosciuto frontiere di classe, ma ha coinvolto tutti i gruppi sociali.

Negli anni ’40 Veniano era un piccolo borgo e la presenza qui di un gruppo coeso di 10 partigiani fa pensare che quasi tutta l’intera popolazione nutrisse sentimenti antifascisti ed antinazisti,se questo gruppo ha potuto agire per lungo tempo prima che Carissimi e Vacchi venissero scoperti e catturati,dopo i fatti di Guanzate, dove furono trucidati Clerici e Zampiero.

A prima vista Adolfo Vacchi, nome in codice Hope, sembra una figura minore della Resistenza, ma non è così. L’impegno da lui profuso nell’organizzazione di gruppi di opposizione durante tutto il periodo del regime fascista, di gruppi di azione partigiana negli anni della Resistenza armata ed il modo come fu arrestato e giustiziato, senza prove significative e con lo squallido stratagemma del tentativo di fuga, ne fanno invece una figura di spicco.

Intellettuale, docente liceale di matematica, perse la cattedra per essersi rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, come altri suoi colleghi facevano. Egli conosceva bene Mussolini, per essere stato suo alleato all’inizio negli anni 1913-1914 collaborando ad Utopia, Rivista Quindicinale del Socialismo Rivoluzionario Italiano con redazione a Milano,edita a Lugano e diretta da Mussolini, da lui però prese le distanze non appena emerse il carattere di violenza, di sopraffazione e di terrore su cui essa si reggeva il progetto fascista di società. La sua opposizione al fascismo fu quindi sin dalla prima ora e durò lungo tutto un ventennio.

Condannato, in conseguenza di questo suo rifiuto ad allinearsi alle regole accademiche fasciste, ad una vita di stenti e di sofferenze vi seppe far fronte con dignità e senza mai venire meno agli ideali di libertà di pensiero, di giustizia sociale e di uguaglianza, che il regime fascista negava e continuando ad aiutare i giovani in difficoltà con le sue armi: che erano quelle del sapere e dell’intelligenza.

Oggi Anpi Seprio propone ai cittadini di Veniano di rendere omaggio i suoi partigiani, ma racconta anche la storia di Adolfo Vacchi , la sua tragica fine ed anche il clima sociale che regnava a Como e provincia in quegli anni, dove un gruppo di gerarchi fascisti e di delinquenti assoldati agivano terrorizzando la popolazione e rendendosi protagonisti di decine di arresti, di uccisioni, di torture e di violenze contro i partigiani.

La vicenda di Adolfo Vacchi fu una delle tante che allora si consumarono a Como e provincia contro coloro i quali lottavano per la liberazione dal nazifascismo, ma fu unica nel modo come venne concepita ed eseguita: in assenza di prove oggettive egli fu ucciso in quanto era considerato un uomo molto pericoloso perché molto avanti con la sua capacità di pensare! Molto scomodo quindi per il regime fascista, il quale eliminava tutti gli oppositori che con la loro critica minavano le basi delle teorie fasciste ed avevano una spiccata capacità di fare proseliti.

Che venga studiato dai giovani nelle scuole, nelle biblioteche, nei centri culturali e sociali, nei luoghi di aggregazione,che venga letto dagli insegnanti, che venga diffuso tra i genitori perché non si dimentichi che la libertà di cui oggi tutti godiamo è frutto del sacrificio di uomini come Adolfo Vacchi.

Anpi Seprio

Giuseppe De Luca

28 marzo 2015