LE DONNE DELLA RESISTENZA NEL COMASCO

L’Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perrettae l’Anpi di Como hanno organizzato nella serata di venerdì 23 marzo l’incontro Le donne della Resistenza nel Comasco, con Roberta Cairoli autrice del libro Nessuno mi ha fermata (Roberta Cairoli, Nessuno mi ha fermata. Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del Comasco 1922 – 1945, NodoLibri, Como, 2005, 288pagine, 20 euro.) e Wilma Conti, testimone della Resistenza. 

Roberta Cairoli ha analizzato con grande passione le forme e il significato della presenza femminile nella resistenza, intrecciando le nuove categorie storico interpretative da lei proposte con i vissuti particolari delle donne del comasco. Una relazione molto sentita, condotta con precisione e attenzione, che è stata apprezzata dai presenti, un pubblico in gran parte già conoscitore delle vicende specifiche della Resistenza nel comasco. Attraverso i nomi delle donne incontrate nel suo discorso chi ha ascoltato ha ricevuto l’immagine di una dimensione corale della resistenza femminile, della straordinaria complessità e rilevanza del contributo delle donne nella guerra di liberazione.

«Nell’immaginario collettivo resistente è chi ha militato nelle formazioni partigiane o chi ha combattuto. E queste caratteristiche vengono tendenzialmente attribuite a uomini» ha fatto notare Cairoli. In questo modo però si tralascia la grande importanza della resistenza civile, e con questo anche lo straordinario apporto femminile alla guerra di liberazione. «Bisogna rompere la dicotomia che associa gli uomini alla guerra e le donne alla pace, anche perché non è semplice distinguere la resistenza civile da quella armata» ha avvertito Cairoli. «La Resistenza è infatti un fenomeno complesso, caratterizzato da un attraversamento dei ruoli, che ha favorito nelle persone la scoperta di nuovi modi d’essere. La seconda guerra mondiale, infatti si caratterizza come guerra di occupazione, che irrompe prepotentemente nel privato e nella vita di ciascuno. Per le donne decidere di partecipare alla resistenza significava infatti essere costrette a rompere con la separatezza della propria dimensione privata per gettarsi in quella

pubblica». E questo ha contribuito particolarmente a dare consapevolezza al ruolo delle donne nella società. «La guerra viene quindi a determinare per le donne uno shock esistenziale, che le costringe a reinventare la propria collocazione di donne al di fuori dei confini tradizionali» ha detto Cairoli. Per la donna infatti il progetto politico di militanza ed il progetto esistenziale venivano a sovrapporsi, nel comune denominatore di trasgressione di codici, di regole date. «Alcune, per esempio, utilizzavano la propria immagine di donna per passare indenne ai controlli fascisti, assumendo la maschera della ragazzina ingenua, altre trasformavano una militante politica in una sfollata, un partigiano in un amante. Altre invece iniziarono a raccogliere denaro per finanziare la Resistenza, ciclostilavano volantini, diffondevano la stampa clandestina, trasferivano informazioni, accoglievano e davano rifugio a partigiane e partigiani. Altre ancora si inserirono nelle vere e proprie formazioni combattenti».

Dopo questa relazione è intervenuta Wilma Conti, che ha donato ai presenti la forza della sua testimonianza. Le immagini da lei evocate, il suo ruolo di giovane partigiana, il racconto di suo padre catturato dai fascisti durante un rastrellamento della brigata nera hanno la forza di una lama, richiedono memoria e riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno costruito la resistenza e hanno lottato per la libertà. Riconoscenza che deve essere rivolta anche a tutte le donne che hanno svolto un ruolo di primo piano e posto le basi per una società più attenta anche ai Diritti delle donne.

[Matilde Aliffi, ecoinformazioni]

GIANCARLO BASTANZETTI

Riceviamo da un nostro iscritto, che ringraziamo.

E’ spirato nella sua casa di Saronno nelle prime ore di venerdì 23 marzo, Giancarlo Bastanzetti, vicepresidente della sezione ANED di Milano. Giancarlo aveva 9 anni quando suo padre Pietro fu portato via e deportato a Mauthausen e poi a Gusen, dove fu ucciso.
Già nell’immediato dopoguerra accompagnò la madre a vedere il luogo del martirio del padre e poi per cento e cento volte in tutti questi anni ha accompagnato grandi e piccoli nei viaggi verso il Lager. Migliaia di persone lo ricordano oggi mentre poneva le mani sul crematorio di Gusen, all’interno del Memoriale, e incominciava a raccontare: “Questo è il forno crematorio nel quale è stato incenerito il corpo nel mio papà…”.
Pochi sanno però che se quel Memoriale è oggi visitable, lo si deve in parte anche a lui: Giancarlo Bastanzetti fece parte infatti del piccolo gruppo di superstiti e di familiari italiani e francesi che decisero di intervenire, in veste di acquirenti, nella lottizzazione dell’area del campo, comprando di tasca propria il lotto di terreno sul quale ancora si trovavano le rovine del forno crematorio.
Grazie a quell’acquisto si è potuto poi edificale il Memoriale disegnato da Lodovico Belgiojoso e ancora oggi migliaia di persone ogni anno possono visitare una piccola porzione di uno dei più terribili luoghi di tortura e di morte realizzati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale.
I funerali di Giancarlo Bastanzetti si sono svolti sabato 24 marzo alle 14, presso la parrocchia Sacra Famiglia, in viale Prealpi a Saronno (Varese).
Alla moglie Maria Teresa, ai figli e ai familiari tutti l’abbraccio commosso dell’Aned di Milano.

Giancarlo Bastanzetti, nell’ottobre 2010, mi/ci accompagnò insieme all’associazione Camerani, nel viaggio della Memoria a Mauthausen Gusen Ebensee.

Viaggio intenso e importante. Purtroppo un altro che se ne va!!

David

MILANO SABATO 17 MARZO

ORAZIONE CIVILE PER LA RESISTENZA

di Daniele Biacchessi

con le interviste a Tina Anselmi, Giorgio Bocca, Vittorio Bocchetta, Vittorio Foa Gianfranco Maris, Carlo Smuraglia, Libero Traversa, Giuliano Vassalli

sabato 17 marzo in libreria

Sabato 17 marzo esce in libreria Orazione civile per la Resistenza di Daniele Biacchessi, edito dalla Corvino Meda Editore – Promo Music nella collana Paperback.

Orazione civile per la Resistenza è il primo libro popolare su un periodo storico fondamentale per la democrazia italiana, una storia corale e necessaria che, il giornalista di Radio 24 il Sole 24 ore spinto dall’urgenza di non disperdere la memoria, riversa in un racconto frutto di un intenso studio durato 10 anni, basato su documenti storici d’archivio, testimonianze e atti giudiziari. Orazione Civile si i snoda attraverso il racconto dei luoghi dove sono stati uccisi i partigiani e dove si conserva ancora oggi la loro memoria attraverso lapidi e monumenti, musei, istituti storici. 

La Resistenza fu guerra di liberazione dalla dittatura nazifascista, guerra per la costituzione di una democrazia repubblicana e lo fu attraverso atti militari, politici e anche attraverso quelli civili

Di fronte ad un continuo tentativo di revisionismo, che ha preso forza con i governi del centrodestra dal ’94 in poi, Biacchessi controbatte con la forza dei fatti: nomi, date, luoghi. Fissa dei punti fermi, non con pure teorie e analisi storiche ma con la forza delle vicende umane di coloro che liberarono l’Italia dall’invasione nazifascista. Diventa ora indispensabile, come ricorda nel libro Carlo Smuraglia (Presidente dell’ANPI), costruire un ponte fra gli ultimi partigiani e le nuove generazioni. Significa dare un senso di continuità e di appartenenza a quei valori civili incarnati dalla Costituzione Italiana, che sono testimonianza viva dell’antifascismo, significa preservarne l’integrità dagli assalti di chi vuole far passare sostanziali modifiche come semplici aggiornamenti. E diventare così cittadini consapevoli, perché quei valori sono ancora i nostri valori, da quelli prende corpo l’ossatura di una società civile e politica nuova, animata da ideali e principi che proprio la lotta di popolo, dal 1943 al 1945, nutrita dei principi stessi dell’antifascismo, ha posto come nuclei-forti della vita collettiva, italiana sì, ma anche europea e, in parte anche mondiale.

Biacchessi ripercorre così le tappe principali della Resistenza attraverso gli episodi più significativi:le origini in antagonismo con il nascente fascismo; i primi episodi di resistenza già dopo la marcia su Roma; l’uscita dell’Italia dal conflitto mondiale; l’inizio della guerra partigiana; gli anni di lotta e la liberazione. Il capitolo dedicato alle stragi, fra cui quelle delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Piazzare Loreto, ha il chiaro obiettivo di scuotere ancora oggi le coscienze, di creare il pathos, il legante fondamentale che unisce il nostro passato con il 

nostro presente, con quello che siamo. Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 600 stragi. Il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord. La mancata giustizia e la giustizia tardiva in alcuni episodi, dovuta all’insabbiamento dei documenti come ne caso dell’ “Armadio della vergogna” scoperto solo sessant’anni dopo, sono una delle fratture che ha reso la nostra democrazia fragile e per questo così bisognosa della forza della verità.

Capitoli ricchi di nomi, date, luoghi, fotogrammi di un paese che cerca la libertà pagandolo col sangue e con la vita. Fermi immagine in bianco e nero a cui Biacchessi ridà colore, restituendo forza e dignità ad una memoria in allenamento, sempre viva. Un film dove non c’è distinzione fra protagonisti e comparse, dove ognuno è parte fondamentale del processo di liberazione del paese.

Il ritorno degli integralismi, delle tentazioni di regime, dell’oblio delle regole collettive democratiche sono minacce ancora presenti e attuali. E hanno bisogno di anticorpi, Biacchessi lo sa.

Allora dobbiamo ricordare, sottoscrivere e menzionare, le parole di Piero Calamandrei: “Ora e sempre Resistenza. Ora e sempre i valori della Resistenza. E ciò deve essere per tutti un memento e un impegno”.

BIOGRAFIA

Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, è vice-caporedattore di Radio24-Il Sole24ore.

Premio Cronista 2004 e 2005 per il programma Giallo e nero. Premio Raffaele Ciriello 2009

per il libro Passione reporter. Premio Unesco 2011per lo spettacolo Aquae Mundi.

Ha pubblicato ventitré tra libri, prefazioni e interventi: inchieste su ambiente, terrorismo, omicidi politici, mafie, storia contemporanea italiana. Daniele Biacchessi è autore, regista e interprete di teatro narrativo civile.

Collabora con i più importanti musicisti e cantautori della scena rock italiana connotata dal forte impegno civile.

Presentazioni

17 marzo ore 18.00 alla FNAC di Milano (via della Palla 2) – Daniele Biacchessi presenta il libro con Gang, Massimo Priviero, Gaetano Liguori e Michele Fusiello. Per tutte le altre date dello store tour potete consultare il nostro sito www.promomusic.it e www.danielebiacchessi.it

7GRANI AL SOCIALE A COMO

7GRANI AL TEATRO SOCIALE DI COMO

13 MARZO

Dopo il successo di Neve Diventeremo che, in occasione della giornata della Memoria 2012, ha loro valso un incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica, i fratelli 7grani sbarcano al Teatro Sociale martedì 13 marzo all’interno della rassegna La musica che gira intorno.

Ingresso 10 euro

Biglietti prenotabili su  http://www.teatrosocialecomo.it

FASCISMO E RAZZISMO A COMO

INTERVISTA A LUCIANO FORNI,

PRESIDENTE DELLA SEZIONE ANPI DI COMO

FASCISMO E RAZZISMO A COMO

A seguito delle violenze che si sono verificate a Torino e a Firenze, segno di un clima di razzismo dilagante, dell’apertura sul territorio comasco di una sede di Forza Nuova, e ai ripetuti attacchi a sedi e associazioni democratiche della città, i rappresentanti di alcune organizzazioni politiche e sociali comasche hanno deciso di riunirsi in assemblea. Attualmente ne fanno ufficialmente parte: Federazione della Sinistra di Como, Partito dei Carc, Associazione Nazionale di Amicizia Italia- Cuba Circolo di Como, Arci di Como, Anpi sez. di Como, Associazione Como Gaylesbica, Collettivo Dintorni Reattivi. A questa assemblea, inoltre, partecipano diverse persone non legate ad organizzazioni ma che condividono la necessità di rispondere al clima intollerante cittadino e del Paese in generale. Questo gruppo, con la prima iniziativa pubblica, una pacifica presenza a Porta Torre con la distribuzione di materiale informativo, promossa sabato 4 febbraio, ha lanciato un appello perchè si rompano finalmente gli indugi e ci si mobiliti per affermare che a Como non c’è spazio per razzismo e fascismo.

Sul tema interviene Luciano Forni, al quale abbiamo chiesto un intervento per contestualizzare il riemergere del fascismo in città nel contesto del revival delle destre estreme in corso nel Paese.

Nel settembre del 2011 è stato edito da Marco Tropea il volume “ Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” dello storico Aldo Giannuli dell’Università Statale di Milano, che ripercorre la storia dei servizi segreti italiani dal 1945 ad oggi.

Emergono, con documenti inoppugnabili, fatti fin qui ignoti e trascurati che dimostrano che movimenti neofascisti, infiltrati nei servizi segreti dello Stato, sono stati attivi in Italia fino alla caduta del muro di Berlino. Elemneti del periodo fascista repubblichino, della X Mas, dei vari gruppi di divisione fascista, hanno operato al servizio di apparati industriali e della Confindustria per un’azione anticomunista e antidemocratica di cui furono obiettivi non solo Togliatti, Di Vittorio e tanti altri esponenti della sinistra, ma anche lo stesso presidente De Gasperi.

Gli stessi movimenti reincarnati nella Rosa dei Venti e in Ordine Nuovo sono stati protagonisti dello stragismo fascista degli anni ’70 e ’80: piazza Fontana, strage dell’Italicus, di Brescia, della stazione di Bologna.

Possiamo ben dire che in Italia a tutt’oggi non vi è stato un momento che ha segnato una fine definitiva del fascismo, nonostante la XXII disposizione transitoria della Costituzione e le leggi applicative.

E se alcuni esponenti sono stati condannati ( quando l’esigenza lo imponeva), molti però, in libertà, sono stati ispiratori dei movimenti neofascisti ancora operanti; Ordine Nuovo, Militia, Casa Pound, Forza Nuova.

Tutte organizzazioni presenti anche a Como, con attività di contrapposizione, tendente a rivalutare il ruolo avuto da Mussolini, dai fascisti e dai nazisti in Italia, in nome di nazionalismo estremo.

Sono dichiaratamente contro i principi della Costituzione e operano per un superamento dello Stato democratico e a favore di uno Stato autoritario e chiuso, ordinato e opprimente.

In questi momenti di crisi i movimenti neofascisti, in nome di un’attenzione al sociale strumentale e corriva, tentano di accreditarsi come opposizione popolare. Un’opposizione che si nutre di razzismo, negando la possibilità di convivenza e integrazione fra italiani e stranieri, in particolare con i lavoratori extracomunitari.

E che fa leva soprattutto sui giovani, così spesso sfruttati, disoccupati e precari, per tentarli a rovesciare gli attuali rapporti politici e lo stile di confronto proprio di uno stato civile e democratico.

I fatti di Firenze e di Roma e quelli di altre città dimostrano che la loro è una battaglia di lungo periodo, di fronte alla quale manca una reazione decisa delle forze democratiche, anche di sinistra.

La sottovalutazione del fenomeno finisce per legittimare l’indecente revisionismo sulla Resistenza e la lotta di Liberazione, e le forme più estreme di negazionismo.

L’indifferenza con la quale viene accolta questa distorsione sistematica dei nostri valori civili è anche il frutto dell’attenzione pressoché esclusiva alla crisi economica, trascurando che l’attenuazione della democrazia è il male peggiore, che condiziona anche l’economia.

E’ giunto il tempo di sradicare queste male piante e l’ANPI deve assumere in questa battaglia il ruolo di protagonista specie verso le nuove generazioni, animate dagli ideali e dalla generosità.”


Ecoinformazioni, 2 marzo 2012.

Intervista a Luciano Forni a cura di Jlenia Luraschi.


MORTI NEI LAGER E NASCOSTI DA UNA LEGGE ITALIANA

Sangue innocente e oblio di Stato. Non erano dispersi, ma i governi italiani d’ogni ordine e grado (o colorazione se preferite) non l’hanno mai detto. Insabbiati di guerra: uccisi due volte. Nato il 26 settembre 1905 a Vico del Gargano e deceduto il 12 giugno 1944; sepolto ad Amburgo, nel cimitero militare italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 4, fila E, tomba 9).  Si chiamava Antonio Comparelli, combattente antifascista pugliese, è uno dei circa 17 mila italiani che nel 1957 e ’58 furono occultati in vari cimiteri tedeschi da un italianissimo Commissariato Generale Caduti in Guerra (sigla: “Onorcaduti”) che li identificò, ne scrisse i nomi, date e luoghi di origine sulle tombe. Ma alle famiglie nessuna notizia. Non una lettera, né un telegramma e neppure un avviso tramite uffici militari. Genitori, mogli, figli, fratelli, sorelle e parenti furono tacitamente condannati all’angoscia e alla disperata speranza di veder tornare un giorno il loro congiunto. Addirittura una legge – davvero difficile crederci se non fosse tutto documentato in Gazzetta Ufficiale – emanata il 9 gennaio 1951, numero 204, all’articolo 4 recava il «divieto di rimpatrio delle salme sepolte nei cimiteri militari italiani dall’estero». Presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, che qualche anno prima aveva estromesso dal governo comunisti e socialisti su richiesta del governo Usa, ottenendo per il suo partito la vittoria del 18 aprile 1948. Il giornalista d’altri tempi – E’ lo stesso periodo in cui qualcuno, nella sede del Tribunale Militare, ordinò di girare contro il muro affinché non si potesse aprire l’armadio con 695 rapporti e 2.274 denunce (“notizie di reato”) a carico di nazisti tedeschi e fascisti italiani responsabili di stragi con migliaia di morti civili innocenti. Lo troverà nel 1994 il giornalista Franco Giustolisi: «Questa è la storia di un’ingiustizia. La più tremenda  ingiustizia che un popolo possa subire. Fu una carneficina. Nazisti e fascisti, SS e repubblichini fecero decine di migliaia di vittime. Gente senz’armi, civili in fuga dalla guerra. Per lo più donne, vecchi e bambini. Piccoli ancora in fasce. Altri mai nati. Non furono rappresaglie ma omicidi. C’è un palazzo a Roma in via degli Acquasparta, sede della Procura generale militare. Lì affluivano dopo la liberazione, i fascicoli di quegli eccidi. Ma arrivò un ordine dall’alto. Fu deciso di salvare migliaia di criminali, di uccidere una seconda volta una moltitudine di cittadini. Non ci furono processi 

Tutto fu avvolto nel silenzio che il potere aveva imposto».

Non solo ebrei – La tragica conta ufficiale del ministero della Difesa attesta che i deportati italiani furono in tutto 800 mila, di questi 80 mila morirono di stenti o furono trucidati nei lager, 44 mila erano civili internati per motivi razziali o politici, gli altri erano militari che in varie zone di guerra avevano tentato di resistere ai tedeschi – mentre il re Savoia si era dato alla fuga con la famiglia – e militari che s’erano rifiutati di arruolarsi nella Repubblica di Salò. Le salme si trovano nei cimiteri militari italiani di Amburgo, Berlino-Zehlendorf, Francoforte, Monaco di Baviera, Mauthausen in Austria e Bielany in Polonia. Fra le vittime sepolte si contano anche 77 ragazzi e bambini.

Un uomo – «È giusto che le famiglie dei Caduti sappiano». Questa è la frase che è diventata lo slogan dell’impresa titanica che un uomo di Montorio Veronese, Roberto Zamboni, ha deciso di portare fino in fondo: restituire alle famiglie la memoria dei propri cari, scomparsi durante il secondo conflitto mondiale e dati per dispersi.Gli elenchi di Zamboni (sul suo sito significativamente intitolato “Dimenticati dallo Stato”) provengono dall’incrocio di dati oscurati in diversi archivi: Croce Rosa Internazionale, Vaticano e Commissariato per le Onoranze (Onorcaduti) del ministero della Difesa tricolore. Incrociando i riferimenti Zamboni ha aggiunto ai nomi anche notizie relative alla deportazione, alle date e alle cause della morte, alla condizione sociale e alla provenienza delle vittime. «Per oltre un decennio ho raccolto i dati dei nostri Caduti militari e civili che furono internati o deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, furono sepolti in Germania, Austria e Polonia. Chi nel dopoguerra si occupò di ricercare, riesumare e traslare le salme nei cimiteri militari italiani, purtroppo si “dimenticò” d’informare i familiari dell’avvenuta inumazione, negando a migliaia di famiglie italiane di avere almeno una tomba su cui piangere».Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, il suo è il primo elenco integrale (oltre 16mila nominativi di base) che sia mai stato reso pubblico, riguardante i connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra e sepolti nei sei principali cimiteri militari italiani in Austria, Germania e Polonia. Nelle liste sono trascritte le posizioni tombali dei caduti sepolti nei cimiteri militari italiani di Amburgo, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera. Per i caduti sepolti nei cimiteri

militari di Berlino, Bielany/Varsavia e Mauthausen, è indispensabile richiedere le coordinate tombali al Commissariato generale onoranze caduti in guerra per poter stabilire se il caduto è stato inumato in fossa singola, in tomba collettiva o sepolto tra gli ignoti.

Val la pena di chiarire che Zamboni fornisce la data di nascita di ognuno, la data esatta di morte (quasi sempre Austria, Germania o Polonia) e il luogo dove sono sepolti: notizie, le ultime due, che le famiglie di origine hanno sempre ignorato. Per le numerose famiglie, infatti, quei ragazzi partiti giovanissimi per la guerra non sono più tornati. «Lo studio», spiega Zamboni, «partito inizialmente come ricerca familiare, si è con il tempo sviluppato e dilatato in una vera e propria ricerca, tuttora in corso, su un aspetto poco conosciuto a ricercatori e storici e, come avrei potuto appurare col tempo, totalmente sconosciuto ai parenti dei Caduti. Dov’erano state sepolte le centinaia di deportati civili morti dopo le liberazioni dei campi di concentramento? E le migliaia di Internati militari italiani deceduti per le violenze subite nei campi di prigionia? Erano realmente tutti dei dispersi o avevano trovato degna sepoltura?».

«Questa impresa, iniziata nel 1995», conclude lo studioso, «ha come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari. A questo proposito dal marzo del 2009 ho iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in mio possesso per poterli rendere pubblici». La sua ricerca ha avuto una importante eco mediatica quando Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, ha trovato il nome di suo padre: Pezzotta Francesco. Artigliere alpino, rifiutò di aderire alla Repubblica di mussoliniana di Salò: morto il 9 giugno 1944, sepolto nel

cimitero militare d’onore a Bielany in Polonia. «Quel soldato era mio papà», disse Pezzotta, «e non abbiamo mai saputo dove fosse sepolto». Ora il documento è stato affidato al nostro giornale e finalmente dopo oltre 60 anni le famiglie potranno conoscere la sorte dei loro cari.

Un sindaco neofascista – Ad Orta Nova, in Puglia, il sindaco Giuseppe Moscarella prima di mollare la poltrona dopo aver accumulato debiti per oltre 12 milioni di euro, ha pensato bene di dotare la biblioteca comunale dell’opera omnia di Benito Mussolini. Anche questo paese ha i suoi dispersi, ora ritrovati: Luigi Benedetto, nato il 18 marzo 1911, ammazzato il 2 aprile 1945, attualmente sepolto a Francoforte sul Meno nel cimitero italiano d’onore (posizione tombale: riquadro K, fila 2, tomba 6). Paolo Coletta, nato il 12 febbraio 1920, assassinato il 24 febbraio 1945, sepolto ad Amburgo nel cimitero militare italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 2, fila V, tomba 44). Ed infine, Giuseppe Norscia, nato il 24 agosto 1920, ucciso il 22 maggio 1945, sepolto a Monaco di Baviera nel cimitero italiano d’onore (posizione tombale: riquadro 5, fila 20, tomba 42).

Vergogna giudiziaria – Niente indennità da parte della Germania alle vittime italiane dei crimini nazisti. È questo il contenuto della sentenza emessa il 3 febbraio 2012 dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.A Berlino l’Italia ha mancato di riconoscere l’immunità legittimata dal diritto internazionale per i reati 

commessi dal Terzo Reich. Con questa motivazione i giudici dell’Aja hanno deciso di accogliere per intero il ricorso presentato dallo Stato tedesco con il quale chiedeva il blocco dei risarcimenti alle vittime italiane del nazismo. È stata quindi riconosciuta come valida la tesi sostenuta dalla Germania, che accusava il sistema giudiziario italiano di “venire meno ai suoi obblighi di rispetto nei confronti dell’immunità di uno stato sovrano come la Germania in virtù del diritto internazionale. Consentendo il pronunciamento dei tribunali su cause miranti al risarcimento di danni subiti durante la seconda guerra mondiale” sostenevano i tedeschi, il Belpaese aveva infranto “l’obbligo di rispettare l’immunità giurisdizionale di cui la Germania gode secondo il diritto costituzionale”. Con il recente verdetto il Tribunale dell’Aja ha ordinato al governo italiano di prendere tutte le misure necessarie affinché le decisioni nazionali prese finora che contravvengono all’immunità siano prive d’effetto. Le corti italiane, da parte loro, non dovranno più emettere sentenze che prevedano risarcimenti individuali per casi simili. La giurisprudenza italiana in materia, quindi, diventa priva di validità. La vicenda ha avuto inizio con due decisioni della Corte di Cassazione. La prima risale al 2004; con essa veniva riconosciuto il diritto al risarcimento a un uomo deportato in un lager. Secondo i giudici del Palazzaccio, infatti, lo scudo dell’immunità veniva meno nel caso di specie per via della gravità dei fatti. Nel 2008 gli ermellini tornavano a condannare la Germania a risarcire i familiari delle vittime delle stragi compiute durante l’occupazione del suolo italiano da parte delle forze tedesche. La pronuncia respingeva la richiesta avanzato dallo Stato alemanno contro una precedente sentenza emessa dalla Corte d’Appello militare di Roma. Quest’ultima aveva ravvisato i danni subiti dalle parti civili nella strage nazista del 29 giugno 1944, in occasione della quale vennero uccise 203 persone, tra le quali non vi era nessun militare. La Corte d’Appello militare aveva condannato Berlino a risarcire i familiari delle vittime di questo eccidio. La pronuncia della Suprema Corte con la quale gli indennizzi venivano confermati era stata considerata storica, poiché per la prima volta era affermato il diritto al risarcimento per le vittime dei crimini nazisti nell’ambito di un procedimento penale. Al di fuori dell’Italia, nessun paese aveva intentato cause per ottenere un indennizzo nei confronti della Germania, per via dell’immunità.La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, tuttavia, ha invitato la Germania a negoziare a livello politico un risarcimento per tutte le vittime che avevano già ottenuto il giudizio favorevole dei tribunali italiani. Il Tribunale dell’Aja, si legge nella sentenza “ritiene che le richieste originate dal trattamento degli internati militari italiani, insieme a altre richieste di cittadini italiani finora non regolate, possano essere oggetto di un ulteriore negoziato” tra i due paesi. Nella pronuncia un passo è dedicato anche al trattamento riservato ai militari italiani internati, esclusi dal programma di risarcimento tedesco. La Corte dell’Aja, si legge, “considera motivo di sorpresa e di rammarico che la Germania abbia deciso di negare una compensazione a un gruppo di vittime, negando loro la protezione legale che sarebbe spettata ai prigionieri di guerra”, perché tali furono considerati, dal punto di vista legale, i militari italiani nei campi.   La questione è rimandata alle calende greche. Ma i bambini, le donne, i vecchi uccisi dai nazisti e dai fascisti? E quelli imprigionati nei campi di sterminio? Meritano rispetto, ricordo, riconoscenza. Il loro sacrificio, insieme a quello dei partigiani, ha generato la Costituzione (recentemente svuotata di senso dopo l’approvazione del Trattato di Lisbona), la Repubblica, la nostra democrazia sempre più in agonia in attesa di tirare per sempre le cuoia.

Da: ArticoloTre, Gianni Lannes, 7 febbraio 2012

ANPI E NO-TAV

altBussoleno, lì 24 febbraio 2012,

Questa sezione, da sempre vicina al Movimento No Tav della Valsusa, parteciperà sabato 25 febbraio alla marcia Susa-Bussoleno indetta dalla Comunità Montana ValSusa e Val Sangone unitamente al Movimento No Tav. Oggi è quanto meno doveroso scendere in campo, oltre che per ribadire la nostra contrarietà all’opera, anche per sostenere le persone che ad oggi vengono limitate nelle loro libertà personali o che addirittura sono ancora in carcere mentre altri personaggi, a dir poco ambigui, frequentano scandalosamente ed impunemente le sedi istituzionali della Repubblica, talvolta anche ricoprendo incarichi che richiederebbero ben altro spessore etico e morale. Ribadiamo con forza dunque la nostra partecipazione ad un Movimento di cui anche questa sezione è parte integrante.

Chiediamo

alla Procura di Torino di volgere la propria attenzione, in funzione dell’uguaglianza della Legge, anche a quegli episodi di violenza brutale e continua a cui nei mesi è stato sottoposto il movimento No Tav. Dall’incendio dei presidi, allo sgombero violento della Maddalena di Chiomonte, alla devastazione e saccheggio delle tende degli attivisti, all’ingiustificato uso di armi da guerra bandite addirittura dai conflitti, al lancio di lacrimogeni sparati ad altezza uomo con l’intento criminale di colpire i manifestanti, alle limitazioni della libera circolazione sul suolo nazionale.

Invitiamo

l’ANPI provinciale di Torino a prendere anche posizione sui soppracitati episodi, la cui quantità di violenza è di molto superiore alla contestazione, talvolta forte, di personaggio pubblici o politici, quali il Procuratore Gian Carlo Caselli.

Chiediamo

di conoscere le motivazioni del perchè la solidarietà dell’ANPI non può essere egualmente espressa anche ai numerosi feriti e agli intossicati dai gas Cs utilizzati nei servizi di ordine pubblico in maniera così indiscriminata e deprecabile.

Auspichiamo

che la Direzione provinciale ANPI di Torino voglia dare seria risposta a queste domande, che non vogliono essere assolutamente provocatorie, ma chiarificatrici di una posizione che talvolta si perde nelle ombre della politica e delle logiche del sistema.

Questa sezione, con orgoglio e per questi motivi, sfilerà in corteo sabato 25 febbraio unitamente ai sindaci valsusini, alla Comunità Montana Valsusa e Val Sangone ed a quanti, ovunque provengano, vogliano difendere la propria e la nostra terra ed i beni comuni che i nostri Partigiani hanno difeso ed ottenuto negli anni della Resistenza. Questa sezione sfilerà in corteo con chi, con fatti e vent’anni di lotta, ha saputo essere credibile ed ha tentato sempre di far conoscere pacificamente e chiaramente i propri diritti, portando a testa alta le proprie ragioni a dispetto di una politica e di un sistema sempre meno chiari e vicini alle reali necessità del cittadino e della persona e che pretendono, con l’utilizzo della militarizzazione del territorio, di imporre arbitrariamente scelte non condivise dai cittadini stessi.

 Il Direttivo A.N.P.I.

Sez. Foresto – Bussoleno – Chianocco

LA RIVISTA ” LA DIFESA DELLA RAZZA”

La rivista” La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi, vide il suo primo numero il 5 agosto 1938 e venne stampata, con cadenza quindicinale, fino al 1943 (l’ultimo numero, il 117 risulta uscito il 20 giugno 1943) dalla casa editrice Tuminelli di Roma.

Ecco un articolo:

Gli ebrei al mare.

« Il camerata Riccardo Forti ci scrive da Genova quanto segue: “Parlare di villeggiatura di stagione balneare al momento attuale può parere una stonatura; ma siccome è ben certo che molte famiglie si recheranno anche quest’anno ai bagni, e il Ministero delle Comunicazioni ha recentemente annunciato forti riduzioni ferroviarie per le località balneari, per spero che non vi dorrete se raffronto – dal punto di vista razziale – un argomento di questo genere. Fra i villeggianti, si può starne sicuri, gli ebrei saranno in percentuale molto notevole: esenti dal servizio militare; esenti anche dai pensieri della guerra, poiché nessun loro parente si trova alle armi; esenti persino dalle preoccupazioni d’indole generale che sono causate dal conflitto, poiché a questi senza-patria ben poco interessa di quel che si svolge attorno a loro; ben bene impinguatisi durante l’inverno e la primavera con i lauti affari che la credulità degli ariani e la mitezza delle leggi ha permesso loro di fare; non c’è dubbio che i giudei d’Italia avranno una gran voglia di spendere e di divertirsi, e si riverseranno sulle nostre spiagge. Si ripeterà così l’avvilente spettacolo degli scorsi anni: tutte le spiagge italiane infestate da un gran numero di ebrei, in una promiscuità con la gioventù della nostra razza, i cui pericoli non c’è bisogno di sottolineare. Se nelle normali manifestazioni della vita la promiscuità con gli ebrei è degradante e dolorosa, sulle spiagge, ove le conoscenze, le amicizie e i cosiddetti “flirts” sono facilissimi, la presenza dei giudei, che sanno mescolarsi agli ariani con somma abilità, costituisce uno sconcio deplorevole. Non si vuole impedire alle famiglie ebree di godere il mare e il sole dell’Italia, dato che possono tranquillamente e legalmente goderne tanti beni; si vuole soltanto operare anche qui una netta discriminazione, che eviti il pericolo di nuovi contagi. Si istituiscano dunque stabilimenti balneari riservati agli ebrei; essi destinino agli ebrei – nei grandi stabilimenti – dei reparti speciali. Chi vorrà vedere i figli di Giuda saprà dove trovarli; e chi vorrà godersi la pace marina senza un così triste spettacolo, potrà – vivaddio! – farne a meno”

Difesa della Razza IV, 20 maggio 1941