NON CHIUDERE IL TRIBUNALE MILITARE DI VERONA

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”

“Non chiudere il tribunale militare di Verona”. Questo in estrema sintesi il significato della lettera che il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato al presidente  del Senato, ai presidenti delle Commissioni Bilancio e Questioni istituzionali del Senato, ai presidenti dei gruppi, al presidente del Consiglio, al ministro degli Interni, della Difesa, della Giustizia.

“Mi è giunta notizia – scrive Smuraglia – che nel provvedimento relativo alla “Spending Review” è stato presentato un emendamento per l’abolizione di alcuni Tribunali militari, fra cui quello di Verona. A nome mio personale e di tutta l’Associazione Naz. Partigiani d’Italia, mi permetto di fare presente che il Tribunale di Verona sta trattando – in fase conclusiva – alcuni processi relativi alle stragi nazifasciste del 43-45, con estremo ritardo (non dovuto al Tribunale, che invece è attivissimo), mentre sono ancora in corso alcune istruttorie relative ad altre stragi”.

“Abolire il tribunale di Verona, adesso, – spiega il presidente dell’Anpi – significherebbe costringere a ricominciare tutto da capo e bloccherebbe le istruttorie più avanzate. E questo sarebbe iniquo, considerando che se si trattano a questo punto, a 68 anni di distanza dei fatti, questi processi per orribili stragi è perché centinaia di fascicoli rimasero chiusi e inaccessibili per anni, in quello che è stato definito “l’armadio della vergogna”. Di quel fatto, il nostro Stato reca una responsabilità oggettiva (oltre a quelle soggettive ormai note); si assumerebbe una grande ed ulteriore responsabilità se ponesse sostanzialmente fine all’attesa di tanti familiari di vittime e di tanti cittadini, che, appunto, da molti anni aspettano giustizia e verità”.

“Il problema dell’organizzazione della giustizia militare esiste – rileva Smuraglia – ma non si può immaginare nulla di peggio del pensare di risolverlo adesso, nella situazione sopradescritta, con un emendamento nel corso di un provvedimento di natura strettamente economica.
Credo che si debba fare, anche per ragioni di umanità, ogni sforzo per impedire che si rechi un vero vulnus alla memoria delle vittime e alle attese di tanti cittadini”.

“Chiedo al Governo di intervenire – spiega infine il presidente dell’Anpi – perché l’emendamento non sia accolto, al Parlamento perché rinvii la questione dei Tribunali militari ad altro momento più opportuno, agli stessi proponenti perché ritirino l’emendamento in questione, comunque ai parlamentari perché – in caso di insistenza – non l’approvino. L’ANPI auspica vivamente che si comprenda il senso della presente e le preoccupazioni che la giustificano e ci si comporti di conseguenza, compiendo un’operazione, ripeto, di giustizia e di
umanità”

25 LUGLIO 1943

Sfiducia al Duce

• Il Gran consiglio approva un ordine del giorno presentato da Dino Grandi che nella sostanza sfiducia Mussolini. Nella stessa giornata il re fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Pietro Badoglio capo del governo. È la fine del regime fascista. [Antonio Di Pierro]

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Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all’Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l’Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell’Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l’Italia, l’alleato debole della Germania.
Una situazione militare ormai allo sfascio, unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran consiglio fascista del 24 luglio, in cui – alle 3 del mattino del 25 luglio – venne approvato l’ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28). Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali” e l’invito al Duce di pregare il re “affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della patria, assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”: al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c’era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le “grandi manovre” del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.

La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l’edificio, mentre un’ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.

Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all’Isola della Maddalena.

Le notizie dell’arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt’Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.

ADOLFO VACCHI, LETTERA ALLA FIGLIA  (26 luglio 1943)

Mia cara figlia,
oggi è giorno di libertà, di redenzione, di
ebbrezza: qui a Milano sembriamo tutti ubriachi
ed i più assennati sembrano pazzi…
Gli altri non ci sono più, tutti sfasciati, non più
francobolli, non più ritrattoni gorilleschi e grotteschi.
Esultate, esultate!!
Oggi il popolo esplode dopo 249 mesi di oppressione
e di compressione: per me è il giorno più bello
della vita, così lungamente, tormentosamente
ma fiduciosamente atteso! Esultate!
Vorrei scrivere la lettera più bella che io abbia
mai scritto, bella come la libertà sognata e
di cui spunta l’alba, (scriverò con più calma)
ma sono stanco, sfinito, tu mi conosci e mi
capisci! “Viva la libertà!”
Non posso dire altro, non posso scrivere né
descrivere le 16 ore di tripudio personale e
collettivo. Il fascismo è stato travolto,
finito in un attimo, per sempre!
W la libertà
Tuo Adolfo
Tuo Padre
ore 15 del 26-7-1943 anno I dell’Era Nuova
credere obbedire combattere
capire sapere pensare

ALLARME COSTITUZIONE

    Allarme del Giurista Rodotà : Può un Parlamento di non eletti mettere mani
in modo così incisivo sulla Costituzione?
Pubblicato da ImolaOggi In risalto, NEWS, POLITICA giu 23, 2012

di Stefano Rodotà

UNA FASE COSTITUENTE PIU’ DEMOCRATICA

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza,
senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità  di guardare oltre l’
emergenza. è stato modificato l’ articolo 81 della Costituzione, introducendo il
pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’ anno scorso e uno del
gennaio di quest’ anno hanno messo tra parentesi l’ articolo 41. E ora il Senato
discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento,
governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona
manutenzione della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di
Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono
sopraffatte da richiami all’ emergenza così perentori che ogni invito alla
riflessione configura il delitto di lesa economia.

In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità
delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che,
negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non
possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perchè s’invocano
condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione
costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’ una
commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano
essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.

Con una battuta tutt’ altro che banale si è detto che la riforma dell’ articolo
81 ha dichiarato l’ incostituzionalità  di Keynes. L’ orrore del debito è stato
tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni
ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche
restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi
Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio
la possibilità  di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato
nei principi costituzionali.

La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione
tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni
Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’ uso accorto degli strumenti
della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul
pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la
maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità  di
esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato
raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’ occhio invitando a
considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del
pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme
costituzionali.

Privati della possibilità  di usare il referendum, i cittadini, se questa è la
proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’ iniziativa popolare
che preveda l’ obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato,
regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della
spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’ istruzione,
alla salute, com’è già  previsto da qualche altra costituzione. Non è una via
facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno
ritrovare la parola.

L’ altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’
articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo
quello dell’ iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla
concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero
fondativi, che in quell’ articolo si chiamano sicurezza, libertè , dignità  umana.
Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide
direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in
Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero
norme così pericolose. è con questi spiriti che si vuol giungere a un
intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo
i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche
riguardanti l’età  per il voto e per l’ elezione al Senato, correttivi al
bicameralismo per quanto riguarda l’ approvazione delle leggi, rafforzamento del
Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo,
introduzione della sfiducia costruttiva. Un pacchetto che desta molte
preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione,
esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a
richiamare l’ attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’
Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di
Libertà  e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni
generali.

Può un Parlamento non di eletti, ma di nominati in base a una legge di cui
tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel
nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla
Costituzione?

Può l’ obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere
affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea
seguita per la modifica dell’ articolo 81, arrivando a una votazione con la
maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità  di un intervento dei
cittadini? Quest’ ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non
dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di
cittadini che, con il referendum del 2006, dissero no alla riforma
berlusconiana. A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perchè mettono
in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale,
che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e
convenienze del brevissimo periodo.

Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione
forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini. Considerando più da vicino
il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse
assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la
questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di
distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il
ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del
Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una
parte, attribuisce a quest’ ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’
altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il
giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto
l’ ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’ iniziativa popolare. Trascura
la questione capitale dell’ equilibrio tra i poteri.

Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi
prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un
altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non
toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con
la modifica dell’ articolo 81, con la rilettura dell’ articolo 41, con l’
indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del
ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi
in discussione.

GENOVA, 11 ANNI DOPO

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Da Elena Giuliani per Carlo:

nonostante tutto, fratello, ci speravo questa sera di poterti sentire sorridere… e invece… non gli è bastato giudicare il tuo assassinio come legittimo. Dopo undici anni, si sono voluti prendere altre vite. E non quelle di chi ha ucciso, torturato, massacrato, o quelle di chi ha ordinato i massacri o di chi ha assicurato protezione. Si sono presi ancora una volta le vite dei nostri compagni, dei nostri fratelli e sorelle. Hanno chiamato “devastazione e saccheggio” un po’ di vetri rotti, alcuni dei quali causati – forse – dai 10 imputati. Hanno chiamato “falso” il coma, le ossa e i denti rotti, il sangue, le torture e le minacce causate dalle forze dell’ordine che non hanno voluto identificare. Hanno chiamato legittimi il buco che un proiettile ha creato nella tua testa, la devastazione che un defender ha fatto sul tuo corpo, la ferita che una pietra ha causato sulla tua fronte, mentre eri steso tra decine di scarponi, quando il tuo cuore ancora gridava. Hanno dichiarato legittimo il saccheggio della tua vita. e oggi legittimano il saccheggio di altre vite.

Da Femminismo Sud, 20 luglio 2012

GENOVA UNDICI ANNI DOPO

Alcuni mazzi di rose rosse posti nelle aiuole centrali, sul cippo dedicato a Carlo, mentre sulla cancellata della chesa alcuni striscioni ricordavano il giovane 23enne ucciso 11 anni fa. Così si presentava piazza Alimonda alle 15 di oggi, undicesimo anniversario di quel fatale 20 luglio 2001, quando la violenza si scatenò inaudita e ingiustificata durante quella che doveva essere una pacifica e festosa manifestazione, in occasione del G8 che si stava svolgendo a Genova. Più di duecento persone, associazioni e sindacati erano radunate in piazza mentre Giuliano Giuliani ricordava il momento, alle 17,45, in cui dalla camionetta dei carabinieri partivano due colpi, sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali centrava e uccideva Carlo Giuliani.

Sul palco musicisti e gruppi musicali appartenenti al movimento No Global.

Fra gli oratori era presente don Andrea Gallo, fondatore della comunità San Benedetto al Porto di Genova.

FASCISTI A MILANO

Convegno della destra europea a Milano

Nel pubblicare il resoconto del convegno dell’Hotel Michelangelo di venerdì e sabato 6 e 7 luglio, apparso su Lettera 43, aggiungiamo qualche ulteriore informazione: la partecipazione è stata assai scarsa, molto meno del previsto, non più di un centinaio gli intervenuti. In alcuni momenti, qualcuno ha fatto notare che «c’erano più oratori di gente in sala»; se si esclude qualche sparuto esponente de La Destra, praticamente tutte le sigle del neofascismo milanese hanno snobbato l’avvenimento, da Forza nuova agli Hammerskin, questi ultimi già impegnati in una vacanza di gruppo in montagna; ruvidi sono stati in proposito anche alcuni scambi di battute fra Luca Romagnoli e alcune figure storiche dell’estrema destra milanese (leggi Maurizio Murelli); gli esponenti del British national party hanno insistentemente chiesto informazioni su Casa Pound, mettendo in imbarazzo i dirigenti della Fiamma tricolore, dato che furono proprio loro a espellerli nel 2008; molti gli incontri: giovedì, tra Jonghi Lavarini e i fiammisti al ristoratore Oscar di Porta Venezia; venerdì sera, segretamente tra alcune delegazioni straniere e l’europarlamentare della Lega Mario Borghezio; domenica a pranzo tra Luca Romagnoli e Daniela Santanchè, un incontro sembrerebbe molto amichevole.
Se le intenzioni erano di conquistarsi un momento di visibilità in Italia, e in particolare a Milano, l’obiettivo è stato completamente fallito. In compenso la direzione dell’Hotel Michelangelo è stata subissata da fax, mail e telefonate di protesta. Alcune aziende hanno anche disdetto le convenzioni stipulate circa l’uso delle sale. Difficile pensare che l’evento si ripeterà. Almeno in questo luogo.

La Redazione

Una chiamata alle armi: «Nazionalisti di tutti i Paesi europei unitevi!». Bruno Gollinsch, vicepresidente del Front National francese in una libera (molto libera) reinterpretazione di Karl Marx fa risuonare il suo appello nella sala dell’hotel Michelangelo.

NAZIONALISMO ANTI CRISI
Le ultradestre d’Europa, anzi l’Alleanza europea dei movimenti nazionali si è data appuntamento a Milano il 6 e 7 luglio. Obiettivo: rinsaldare la federazione continentale nata nel 2009 e snocciolare di fronte ai giornalisti le proposte contro la «Crisi dell’europa e dell’euro». Ci sono la Fiamma tricolore italiana e il Front francese, il British national party inglese e lo Jobbik ungherese, l’Imperium di Malta e la Démocratie national del Belgio. E poi spagnoli e sloveni, austriaci e polacchi; movimenti nazionalisti, parafascisti, persino spiritualisti ariani. Tutti uniti dalla lotta contro il comunismo e la «dittatura sorniona dell’Euromondialismo».

DENUNCIAMO MONTI E NAPOLITANO
Le hostess sono stanghe bionde in tacchi e tubino nero. Uno ha la cerniera argentata sul davanti, bloccata solo dalla cintura di pelle. Sotto il pizzo dell’altro, invece, si intravede un reggiseno tigrato. E la platea sembra apprezzare: «Con queste ci credo che ci sono meno rossi in giro». Illuminato da gialle luci artificiali, il primo a prendere la parola è Luca Romagnoli della Fiamma tricolore: «Denunciamo il premier Mario Monti e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perché hanno violato l’articolo 1 della Costituzione: l’Italia non ha più la sovranità monetaria».
Per l’ultradestra, Maastricht è stato l’inizio della fine: «Hanno svenduto l’Europa». Il percorso da imboccare qui è chiaro e è in retromarcia: smantellare la Bce, «una tecnocrazia che impone la dittatura monetaria», e tornare alle banche centrali e alle valute nazionali. Nel caso italiano all’eurolira. Le accuse all’Europa sono precise: la mancanza di controllo democratico sulla maggioranza delle sue istituzioni, ma anche l’impunità dei suoi funzionari, e nel caso del nuovo fondo salva Stati, Esm, anche l’esclusione del board e dei dipendenti dal pagamento delle imposte sul reddito. Quando entrerà in vigore l’European stability mechanism, l’Italia dovrà iniettarvi 125 miliardi. Ma, puntualizza Romagnoli, in casi di emergenza l’Esm obbliga i Paesi membri a sborsare fondi ulteriori entro sette giorni: «Un obbligo a indebitarsi: è un trattato affossa Stati».

UN REFERNDUM SULL’ESM
Per questo l’alleanza dei movimenti nazionalisti chiede ufficialmente a Monti e Napolitano di indire un referendum sul trattato che regola l’Esm. Poi ,ovvio, in ogni dichiarazione, emergono le questioni nazionali. Monti «usuraio», è uno slogan che riscuote molto successo. Fini non lo nominano, ma nel discorso della Fiamma tricolore è molto presente. Dal palco Romagnoli avvisa in maniera anonima il traditore: «Quando cammina per strada deve avere paura della sua ombra». E non si rende conto della gravità di quel che sta dicendo. Nei capannelli che si formano dopo il dibattito, risuona in italiano la parola «tradimento».
Tra gli ospiti il più potente è Béla Kovàcs. Jobbik, il suo partito, controlla 47 seggi del parlamento ungherese. Un’enormità se paragonati ai soli due conquistati dal Front alle legislative francesi. Anche per questo, le sue sono parole pesanti come piombo: «Dobbiamo mettere fine all’omicidio delle nazioni organizzato da Bruxelles: se i diritti di immigrati del Terzo mondo, tossicodipendenti e omosessuali valgono di più di quelli degli europei autoctoni, questa non è la nostra Europa».
Kovàcs fa l’elenco dei nemici con voce asciutta: il comunismo a Est, «l’euromarxismo» a Ovest, e poi il liberalismo, il multiculturalismo «lava-cervello» e soprattutto il mondialismo.

POLITICA ESTERA
L’inglese Nick Griffin, laureato a Cambridge, sembra specializzato in politica estera. «Non siamo d’accordo con le vostre guerre», ripete tra gli applausi. E parla di quelle passate e di quelle future: della Libia e della Siria, dell’Afghanistan e dell’Iraq, e di «quello che volete fare in Iran e in Russia con le rivoluzioni colorate finanziate da George Soros». Racconta a tutti del nuovo sindacato nazionalista inglese Solidarity e delle sue conquiste. Ma poi non si contiene: «È dal 1968 che stanno cercando di portare i musulmani nel nostro continente». E dalla fila vicina la battuta di un anziano militante: «I musulmani? Sono santi, hanno quattro mogli, io ne sopporto a malapena una».
L’ufficio stampa della manifestazione ha scelto in maniera oculata l’ordine degli interventi. Prima la denuncia circostanziata sull’Europa, poi il manifesto anti globalizzazione, per il rilancio della piccola e grande industria europea, e infine il vomito di opinioni a ruota libera sull’immigrazione. Una costante unione di raffinatezza e rozzezza: tra i relatori si contano almeno quattro tra eurodeputati presenti e passati. E a Strasburgo nell’ultima legislatura erano riusciti a creare un gruppo parlamentare.

«LA COCA COLA FA VENIRE IL CANCRO»<br> Il belga Marco Santi, figlio di immigrati italiani, esordisce: «Io capisco l’immigrazione, avere origini italiane è bello». Poi, però, se la prende la Ue che ha multato l’Italia per Lampedusa, vira sul classico «l’Europa è un continente di chiese e cattedrali, non di minareti» e chiude attaccando nientemeno che la Coca Cola «che fa venire il cancro» e gli hamburger «che ci fanno ingrassare».

SPIRITUALISMO PRE CRISTIANO
Il maltese Norman Lowell è letteralmente stupefacente. Gli occhi neri profondissimi, i capelli grigi leccati all’indietro e un lungo bastone di legno. Ha tentato più volte la corsa all’europarlamento, ma finora non ce l’ha mai fatta. Saluta la platea con: «Camerati».
Ma poi viene il peggio. «Organizzeremo il battesimo del nostro partito in un luogo precristiano», annuncia, e a tutti viene in mente l’esoterismo di matrice nazista, qualche brivido corre lungo la schiena. «Pietà e misericordia ci hanno rovinato», spiega in maniera affabile a Lettera43.it e tra gli astanti qualcuno annuisce. Regala cartoline con la sua immagine, le autografa. Il bastone, confida, è un simbolo del vivere aristocratico, dell’elevazione dell’élite: «Bastone di dominio, anche se non si può dire», commentano i presenti. Infine, al bancone del bar, cita Julius Evola: «Uno che stimo, più a destra di lui c’è solo il precipizio. Anche i tedeschi lo ammiravano, perché non arrivavano a tanto». Gollnisch: «La Merkel? Fa gli interessi della Germania»
Gollnisch è il biglietto da visita del movimento, non a caso il presidente della fondazione. Si è ritrovato appiccicato addosso il ruolo di intellettuale e sembra trovarsi perfettamente a suo agio.
Per descrivere la globalizzazione nomina Jacques Attali e il suo concetto di ‘nomadismo’ di persone, merci e capitali. Il sentimento nazionale è naturale,  moderno e pacifico, dice. E omaggia ancora Marx – deve essere un’ossessione – che ha intuito «la forza distruttiva del libero scambio». «Siamo un pugno di resistenti», proclama. E prende in giro la parabola di Daniel Cohn-Bendit, ex eroe del Sessantotto, diventato «parte dell’establishment» e un’Europa in cui tra un po’ potrebbero entrare anche «Uzbekistan e Algeria».

CONTRO LO SVILUPPO SOSTENIBILE
Attacca il concetto di sviluppo sostenibile: «È uno slogan con cui vogliono imporre il controllo centralizzato e non democratico sulle fonti di energia, usano la scusa della necessità di programmazione dei consumi a livello globale», argomenta con Lettera43.it.
E alla domanda su come giudica il nazionalismo tedesco e l’attuale politica di Angela Merkel, ci risponde tirando fuori la carta di credito: «La Merkel fa l’interesse della Germania». «Poi», aggiunge, «se la Spagna, la Grecia e l’Italia vanno a chiederle mi dai la carta di credito, lei chiede di poter decidere sulla loro politica economica: è ineluttabile. Non è la Germania che sbaglia: è il sistema che è sbagliato». Ammette che la concorrenza tra i Paesi europei esiste e può essere agguerrita. Esita e poi spiega: «tra coloro che hanno lo stesso livello di protezione sociale e salariale è accettabile, il problema è che non abbiamo più barriere tra l’Europa e il resto del mondo». Difficile dimenticare il saluto conclusivo: «Viva la Resistenza! Viva la resistenza nazionale! E viva l’Italia!».

Giovanna Faggionato, Lettera 43, 12 luglio 2012.

INCONTRI NO TAV

Nell’ambito delle iniziative di CAMPEGGIO NO TAV di Chiomonte

http://www.notav.info/agenda/calendario-campeggio-dall11-al-21-luglio/

VENERDI’ 13 LUGLIO

ore 16

incontro con il partigiano Ugo Berga a cura dell’Anpi Bussoleno-Chianocco-Foresto

Dibattito:

Decadenza urbana: quale vita? – Immagini sull’archeologia industriale

Video, scatti e testimonianze dal passato e presente industriale

Alessio Barettini introduce un viaggio all’interno dei relitti del progresso. Quale vita tra le macerie? Quale futuro? Segue dibattito.

ALL DIFFERENT ALL EQUAL

“All different all equal

welcomesquare

Presentata in conferenza stampa l’iniziativa che dal 25 al 28 luglio ospiterà a Viareggio il primo Meeting Internazionale sui Diritti Umani.
 
“Il diritto di uno sia per sempre il diritto di tutti senza distinzione di sesso, razza, colore della pelle o l’origine etnica o sociale […] Non esiste il mondo gay, come non esiste il mondo bianco, o nero, rifuggiamo ogni definizione di mondi paralleli, mondo islamico o cristiano, non vogliamo il mondo maschile o femminile. Esiste un solo mondo capace di ospitarci tutte e tutti insieme”, questo l’appello lanciato oggi da Silvia Bartolini in occasione della presentazione presso la Sala stampa della Camera dei Deputati del primo Meeting Internazionale sui Diritti Umani che si terrà dal 25 al 28 luglio a Viareggio presso la Cittadella del Carnevale.  
“Una buona base di partenza non era difficile poterla trovare – ha proseguito Bartolini –, l’articolo 3 della nostra Carta Costituzionale ci ricorda infatti che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che possano impedirne il pieno sviluppo della persona”.
Il programma della quattro giorni “All different all equal” è stato presentato da Andrea Canavesio, presidente di Made in Toscana e ideatore del meeting: “Letture, danze, immagini, dibattiti per chiedere a gran voce giustizia sociale per tutti. Tra i temi in discussione il diritto alla salute e alla dignità del malato ed ancora il diritto all’informazione e il tema delle minoranze come ricchezza. Le diversità infatti – ha ribadito Canavesio – sono il vero patrimonio in ogni società evoluta”.
 
Alla conferenza hanno preso parte anche Paolo Patanè, presidente di Arcigay e Massimo Monanni che in qualità di direttore dell’Unar, Ufficio antidiscriminazione razziale della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricordato quanto il patrocinio e l’appoggio incondizionato all’iniziativa non poteva che essere un fatto dovuto e sentito per la qualità delle giornate programmate e il progetto di alto valore sociale ideato dai promotori. Iniziativa patrocinata anche dalla Provincia di Lucca e dal Comune di Viareggio.
 
Il senatore Vincenzo Vita ne ha sottolineato gli intenti condivisi anche dal punto di vista politico dal Pd e così Franco Grillini che in qualità di responsabile diritti civili e associazionismo per L’Italia dei valori, che ha voluto ricordare le tante battaglie portate avanti dai movimenti per i diritti civili.
 
Articolo 21 ha voluto anche ricordare, oltre alla propria, le collaborazioni importanti alla quattro giorni che sono giunte da Libertà e Giustizia e dalla Fondazione Sandro Pertini che insieme ad Arcigay predisporranno momenti di riflessione condivisa.
*direttore di Confronti

 
Da Articolo 21, Gian Mario Gillio

Per partecipare ed avere informazioni si può inviare una mail a direzione@welcomesquare.it o telefonare al numero 346 9707220 oppure silvia.bartolini@gmail.com – 347 6996044

ADDIO ALLE ARMI

Migliaia di italiani dicono NO ai caccia F-35: il Governo ci ascolti

F35bondi

Conferenza stampa in Senato giovedì 12 luglio, per spiegare la finta riforma e i finti risparmi della Difesa. E chiedere ancora una volta al Governo la cancellazione del programma di acquisto dei Joint Strike Fighter con una presenza in piazza 75.000 firme di cittadini, 650 associazioni, il sostegno di oltre 50 Enti Locali (tra
Regioni, Province e Comuni). Saranno questi i protagonisti della giornata di consegna delle firme della petizione contro i caccia che la campagna “Taglia le ali alle armi” (promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace) ha deciso di organizzare giovedì 12 luglio, come momento conclusivo della seconda fase di azione prevista dalla campagna stessa. Negli ultimi mesi l’attenzione sul tema delle spese militari e del particolare spreco costituito dai caccia Joint Strike Fighter è cresciuta moltissimo anche grazie a tutte le informazioni diffuse dalle associazioni e dai gruppi che hanno sostenuto “Taglia le ali alle armi”.

Dai problemi tecnici ai costi sempre in aumento, dai dubbi di tutti gli altri paesi partner alla ostinata decisione di continuare l’acquisto da parte del nostro Ministero della Difesa, alle inesistenti “penali” sulla cancellazione dell’acquisto l’opinione pubblica ha avuto modo in questi ultimi mesi di capire meglio cosa sta dietro al progetto del caccia F-35. E comprendere come si tratti dell’ennesimo e gigantesco spreco di denaro pubblico a sostegno delle spese militari distolto invece da usi socialmente ed ambientalmente più utili e necessari.

Per sostenere il nostro rinnovato appello al Governo per un cambio di linea su questo progetto – anche a nome delle migliaia di persone che hanno sostenuto la campagna – l’appuntamento è per una mobilitazione di piazza giovedì 12 luglio a Roma.
Il momento di presenza in piazza sarà preceduto da una Conferenza Stampa al Senato della Repubblica (sala Stampa del Senato, ore 11.30) incentrata sui problemi e i costi del caccia F35 (con nuovi dati che smentiscono la posizione del Ministero della Difesa) e sulla mobilitazione in merito alla revisione dello strumento militare (il cosiddetto DDL Di Paola) in corso di discussione in Parlamento: un provvedimento che non porterà a nessun vero risparmio ma sposterà l’impiego di risorse pubbliche verso nuovi acquisti di sistemi d’arma, come anche confermato dalle decisioni prese nell’ambito della “spending review”.

Mentre il Governo ha infatti deciso di intervenire ancora una volta in maniera drastica sulla spesa sociale e sanitaria, le riduzioni per la Difesa e per l’acquisto di armamenti si limitano a poche decine di milioni e definiscono una diminuzione degli effettivi delle Forze Armate che si realizzerà solo dopo diversi anni. Nel contempo nelle ultime bozze del provvedimento – nonostante ipotesi iniziali – non pare vengano toccati gli investimenti per l’acquisto di armamenti: un’ipotesi di taglio di 100 milioni anno sui capitoli di spesa per le armi è stata infatti all’ultimo momento rigettata.

Ne parleranno i coordinatori delle tre organizzazioni promotrici Giulio Marcon (Campagna Sbilanciamoci!), Flavio Lotti (Tavola della Pace) e Francesco Vignarca (Rete Italiana per il Disarmo) illustrando con dati ed analisi le controproposte del mondo della Pace per tagliare le ali alle armi.

SENTENZA DIAZ

I MANDANTI MANCANO SEMPRE

Antonio De Gennaro (all’epoca del G8 di Genova capo della polizia), ha parlato, non ha chiesto scusa, portando tutta la sua solidarietà umana e affettiva ai funzionari di polizia, “di cui conosco personalmente il valore professionale”… condannati definitivamente dalla Giustizia per essere stati gli esecutori materiali di tutto ciò che è accaduto all’interno della scuola Diaz. Una violenza inaudita che ricorda quella usata nel Ventennio dal regime fascista, inammissibile e intollerabile in una Repubblica democratica. De Gennaro subito dopo i fatti disse che “la Diaz era una semplice operazione di identificazione che si è trasformata in un’azione di ordine pubblico perché gli agenti sono stati attaccati.” Questo rappresentante dello Stato, sarebbe quello, come si è definito, che ha sempre operato nel rispetto della Costituzione.
Quel giorno, caro De Gennaro, no.

Come sempre nei fatti italiani mancano i mandanti, la testa pensante delle operazioni di repressione, i veri responsabili, quelli che hanno dato l’ok alla violenza.
Era tutto scritto che il G8 (luglio 2001), sarebbe sfociato in un violento scontro. Oltre 10 mila agenti delle forze dell’ordine non sono riusciti ad impedire l’arrivo di alcune centinaia di black bloc, il morto era annunciato e nulla è stato fatto per impedirlo. Carlo Giuliani aveva solo 23 anni. I servizi segreti avevano scientificamente fatto crescere la tensione nell’opinione pubblica e tra gli uomini che avrebbero difeso la zona rossa.
Il 20 maggio l’Ansa aveva diffuso la notizia (fonte servizi segreti), che durante la manifestazione sarebbero stati lanciati palloncini contenenti sangue infetto da Aids. Alleanza nazionale aveva dato solidarietà preventiva alla forze dell’ordine per gli inevitabili scontri. Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio, non si è mai saputo a quale titolo, in quei giorni, frequentava molto la sala operativa della questura di Genova, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri Filippo Ascierto che poi è diventato deputato di An.

Il buco nero di tutta la vicenda è rappresentato dal comportamento di chi allora era ministro dell’Interno, Claudio Scajola, che dopo i fatti gravi e violenti dei giorni precedenti invece di stare a Genova a controllare che tutto si svolgesse senza incidenti, la notte della Diaz, dormiva tranquillamente nel suo letto di casa ad Imperia. La moglie il giorno prima aveva dichiarato al Secolo XIX che il marito era tornato molto stanco, infatti quando sabato 21 il prefetto De Gennaro lo chiama alle 22,30 il ministro e consorte sono già a letto. Cosa si dicono i due in quella telefonata? Quali sono le indicazioni che Scajola dà a De Gennaro? Perché il giorno dopo Scajola, per rendersi conto dell’accaduto, non va a visitare il lager di Bolzaneto, dove le violenze continuano nei confronti dei prelevati dalla scuola Diaz? Perché né il ministro, né il presidente del Consiglio Berlusconi hanno chiesto immediatamente la testa di De Gennaro? Oggettivamente la responsabilità dell’accaduto è la sua, quei funzionari, che lui oggi difende, non possono aver agito senza un ordine superiore. Perché impunemente l’ex capo della polizia può permettersi di insultare una sentenza della Cassazione? Dopo Scajola al Viminale si sono succeduti Giuseppe Pisanu, Giuliano Amato e Roberto Maroni, nessuno dei tre ha osato rendere pubblici i documenti (sicuramente rinchiusi in uno dei tanti armadi della vergogna) riguardanti quella notte.
Ancora una volta la politica ha abdicato alle proprie responsabilità

Loris Mazzetti, Articolo 21, 10 luglio 2012

CONVEGNO FASCISTA A MILANO

ANNUNCIATO A MILANO UN CONVEGNO DELL’ESTREMA DESTRA EUROPEA
APPELLO ALLE ISTITUZIONI, AI PARTITI E ALLE ASSOCIAZIONI ANTIFASCISTE

È preannunciato per venerdì e sabato, 6 e 7 luglio, lo svolgimento di un convegno a Milano, presso l’Hotel Michelangelo, indetto dall’Alleanza europea dei movimenti nazionalisti, una sorta di nuova Internazionale di estrema destra, formatasi nell’ottobre 2009 a Budapest sotto la spinta del Front national francese, dei neonazisti inglesi del British national party e dei razzisti ungheresi di Jobbik, cui si sono aggiunte altre formazioni neofasciste ucraine, spagnole e belghe. L’Italia verrà rappresentata dalla Fiamma tricolore, cui è stata demandata l’organizzazione delle due giornate milanesi, guidata dall’ex parlamentare europeo Luca Romagnoli, passato alla notorietà per aver nella campagna elettorale del 2006 negata l’esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti.

La Rete Antifascista milanese, nell’esprimere la propria preoccupazione per la venuta in città di esponenti del peggior razzismo e antisemitismo europeo, per altro a ridosso della stazione centrale, uno dei punti di ritrovo a maggior densità multietnica che la metropoli conosca:

  • fa appello alle istituzioni, Prefettura e Questura, ai partiti democratici e alle associazioni antifasciste, affinché un simile raduno, pericoloso per la convivenza civile e democratica, non abbia luogo;
  • si rivolge al Sindaco di Milano, città Medaglia d’oro della Resistenza, perché manifesti la propria contrarietà a questo avvenimento, qualificando come non gradite le persone e le forze che vi vorrebbero partecipare.

«Crisi dell’Europa e dell’euro»: il titolo sembra quello di uno dei tanti convegni che si tengono un po’ ovunque di questi tempi. Ma non è così, perché il convegno in questione è organizzato dall’Alleanza Europea dei movimenti nazionali e chiama a raccolta esponenti delle destre xenofobe e razziste di tutta Europa. Fra gli “ospiti” annunciati al convegno che si terrà il prossimo 6-7 luglio all’hotel Michelangelo di Milano, ci sono l’ungherese Bela Kovacs di Jobbik, Bruno Gollnisch del Front National lepenista, Nick Griffin del British National Party; e poi ancora rappresentanti  dell’estrema destra slovena, portoghese, belga, polacca, spagnola, svedese e ucraina. Benché non ce ne sia ancora certezza, non si esclude l’arrivo anche di esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata. Per l’Italia invece ci sarà l’ex parlamentare europeo Luca Romagnoli di Fiamma Tricolore.

La prima giornata dell’incontro all’Hotel Michelangelo, proprio di fronte alla Stazione Centrale, sarà a porte chiuse; sabato mattina invece il dibattito sarà aperto al pubblico.

Per la Questura di Milano il raduno non rappresenta ancora un pericolo da allarme rosso. Più che altro, pare, la Questura teme eventuali reazioni e scontri con i gruppi delle fazioni opposte.

La dichiarazione della Comunità ebraica
In riferimento al raduno dell’estrema destra organizzato dall’alleanza europea dei movimenti nazionali, che si terrà a Milano dal 6 al 7 luglio, Walker Meghnagi e Daniele Nahum, rispettivamente Presidente e Responsabile delle Relazioni Istituzionali della Comunità Ebraica di Milano, hanno dichiarato “siamo allarmati del fatto che tutta l’estrema destra xenofoba europea si darà appuntamento nella nostra città, medaglia d’oro per la Resistenza. Queste organizzazioni vogliono riportare le lancette dell’orologio al periodo più buio della storia europea. Le istituzioni democratiche della città devono impedirlo. Per questo chiediamo a tutte le autorità competenti di valutare l’applicazione della legge Mancino e dunque valutare se ci sono i presupposti per annullare, anche all’ultimo minuto, questo preoccupante raduno. Inoltre, chiediamo a tutte le imprese e associazioni importanti convenzionate con l’Hotel Michelangelo, come ad esempio l’Associazione Italiana Calciatori, di annullare gli accordi che hanno stretto con questo albergo”.