L’INSEGNAMENTO DI GIOVANNI E NORI

L’insegnamento di Giovanni e Nori

Quello che segue è lìntervento di Roberto Cenati, presidente dell’Anpi milanese nel corso della manifestazione in omaggio a Giovanni Pesce e a Nori Brambilla Pesce svoltasi  presso la Sala Alessi di Palazzo Marino  martedì 6 Novembre.

Oggi Milano, Città Medaglia d’Oro della Resistenza, rende omaggio a due suoi illustri e stimati concittadini, ai quali dobbiamo profonda riconoscenza e ai quali siamo sempre stati e saremo sempre legati da profondo affetto: Giovanni Pesce e Nori Brambilla Pesce.

Ringraziamo l’Amministrazione Comunale che tra le sue linee programmatiche ha posto il riconoscimento di Milano come capitale dell’Antifascismo e della Resistenza. Questa Giunta ha dimostrato concretamente questo suo impegno, con l’iniziativa istituzionale di questa sera e con l’iscrizione il 2 Novembre al Famedio del Cimitero Monumentale di cinque importanti e indimenticabili figure di partigiani: Alessandro Vaia, Stellina Vecchio Vaia, Alba dell’Acqua Rossi, Giorgio Bocca e Isotta Gaeta.

Il prossimo anno ricorrerà il settantesimo anniversario degli scioperi del marzo 1943, della caduta del fascismo e dell’inizio della Resistenza. In occasione del ventesimo anniversario di questa significativa data, Giovanni Pesce, Consigliere comunale di Milano del PCI  per oltre dieci a partire dal 1953, in un suo intervento pronunciato in Consiglio Comunale il 25 luglio 1963  scrisse alcune interessanti considerazioni su quel periodo che si rivelano ancora oggi di estrema attualità.

Giovanni Pesce insiste sull’importanza dell’8 settembre del 1943 che segna un inizio nuovo della Resistenza al fascismo, la data dalla quale prende avvio la costruzione di un’Italia rinnovata. In particolare, dopo l’8 settembre 1943 si verifica un’importante saldatura generazionale tra gli uomini che durante il periodo della dittatura si erano mantenuti fedeli alla democrazia e i nuovi antifascisti, costituiti da schiere di operai, di studenti, di professionisti, di intellettuali. Tale saldatura si rafforza e si consolida nelle fabbriche del triangolo industriale e  consente la riuscita degli scioperi che si protraggono nel corso del 1943 e del grande sciopero del marzo 1944. “I compagni anziani,  – sottolinea Pesce –  gli antifascisti, reduci dalle prigioni e dal confino, furono accanto ai giovani. E ci fu, durante la dura lotta, l’incontro delle generazioni. Il fascismo non era riuscito a convincere i ragazzi, gli intellettuali e tutti gli altri, quelli che avevano pensato di poter allontanare da ogni speranza di ribellione”.

Oggi di questa saldatura sentiamo fortemente l’esigenza. Ma essa è venuta a mancare, oltre che per l’estrema frammentazione e precarizzazione del mondo del lavoro, per il verificarsi di un altro fenomeno: la scomparsa delle grandi concentrazioni produttive che hanno determinato il venir meno della trasmissione ai giovani  affacciatisi per la prima volta al mondo del lavoro, dei valori dell’antifascismo e della Resistenza, patrimonio prezioso dei lavoratori milanesi, ereditato dalla loro  partecipazione agli scioperi del 1943 e del 1944 e trasmesso alle generazioni che, nelle grandi fabbriche, si sono succedute  nel dopoguerra.   

La riflessione di Pesce si concentra  sui problemi che la rinata democrazia italiana dovette affrontare nel secondo dopoguerra, per la rottura di quell’unità antifascista, che aveva costituito il fattore determinante della sconfitta del nazifascismo in Italia e in Europa, rottura che, comunque,  non pregiudicò l’approvazione nel dicembre del 1947 della Costituzione repubblicana, che costituisce l’eredità più significativa e preziosa della Resistenza italiana e che per tutti noi rappresenta un insostituibile punto di riferimento. Ma è indubbio che il venir meno delle condizioni che avevano determinato la sconfitta del nazifascismo abbia segnato la storia del nostro Paese.

Osserva Pesce: “Certamente l’Italia avrebbe camminato molto di più, e molto più speditamente, se i valori della Resistenza avessero potuto entrare, come era necessario, nel tessuto connettivo della nazione: nelle famiglie, nelle scuole, nelle istituzioni dello Stato. Purtroppo, dobbiamo ripetere, ciò non è avvenuto che in misura molto limitata. Oggi, infatti (siamo nel 1963), la Resistenza non è ancora riuscita ad entrare diffusamente nelle scuole, nelle aule dove si amministra la giustizia, e in tutte le istituzioni dove avrebbe sicuramente portato una ventata di radicale rinnovamento.

Come nelle fabbriche, dove, nel lavoro e nei rapporti tra padronato e maestranza, non si riesce ancora a percepire un mutamento sostanziale, oggi rispetto agli anni che hanno preceduto il 1943”.

Quel suo discorso a distanza di quasi cinquant’anni, costituisce  per noi un richiamo e un monito: “Oggi – sostiene Pesce – noi non possiamo limitarci a ricordare, come un fatto distaccato e lontano, l’inizio della lotta di liberazione. Noi dobbiamo invece insistere sulla necessità di divulgare lo spirito e i valori della Resistenza, poiché la Repubblica dalla Resistenza è nata”.
“Anche la targa – afferma Pesce –  di una via  o di una piazza che ricordi un nome glorioso o un episodio significativo della lotta popolare antifascista rappresentano un contributo da non sottovalutare. Così rappresentò un contributo all’unità d’Italia il monumento milanese alle Cinque Giornate. A questo simbolo hanno guardato con speranza le generazioni dei nostri nonni e dei nostri padri. Milano non ha ancora un suo monumento alla Resistenza (e non lo ha tuttora); non ha ancora un simbolo visibile che ricordi le battaglie del popolo milanese durante il secondo Risorgimento. E’ pur vero che non saranno i monumenti in mezzo alle piazze a decidere del successo della democrazia. E’ però altrettanto vero che l’ambiente in cui si vive contribuisce certamente a creare il clima: e per noi l’unico clima nel quale valga la pena di vivere è quello in cui si respira aria di libertà.”

Le considerazioni di Giovanni Pesce saranno poi riprese in una nota di Tino Casali, per quasi quarant’anni Presidente dell’ANPI Provinciale di Milano, a cui l’antifascismo milanese deve tanto.

Vorrei qui ricordare Giuliano Gilberti che ci ha lasciato lunedì 5 Novembre 2012, una delle colonne portanti dell’ANPI Provinciale di Milano sin dal lontano 1946. Casali inviò quella nota ufficiale il 9 novembre 1984 all’allora sindaco di Milano Carlo Tognoli. In questo pro-memoria si sottolineava come Milano, che fu capitale della Resistenza,  fosse l’unica tra le grandi città italiane a non avere un degno monumento alla Resistenza.

“A tale mancanza – si osservava – si è comunque provveduto ponendo delle lastre con i nominativi dei Caduti per la libertà alla Loggia dei Mercanti” perché Milano ne potesse consacrare “i nomi alla storia” , come si legge sulla lapide posta all’esterno della Loggia. Noi proponiamo che la Loggia dei Mercanti che si trova attualmente in uno stato di degrado e abbandono, con i nomi dei Partigiani e dei deportati divenuti ormai illeggibili, sia sistemata e possa diventare il luogo della memoria viva di Milano e della sua storia, attraverso la realizzazione di mostre, iniziative e dibattiti, nella consapevolezza che la conoscenza  delle gloriose  vicende cittadine possa costituire il miglior antidoto contro pericolosi richiami di natura eversiva e antidemocratica. 

Così come riteniamo indispensabile la realizzazione di un museo della Resistenza richiamato nella già citata nota di Tino Casali del 1984 e la ristrutturazione di significativi luoghi della Memoria di Milano, tra cui il Monumento che sorge al Campo Giuriati. Lì avvennero due terribili fucilazioni: la prima, il 14 gennaio 1945, dei nove ragazzi di via Pomposa, per la maggior parte appartenenti al Fronte della Gioventù, catturati dal famigerato battaglione Azzurro di via Novelli; la seconda il 2 febbraio 1945 di cinque gappisti, tra cui Gigi Campegi, comandante della 3a Gap dal settembre al dicembre 1944, nel periodo in cui Pesce operò nella valle Olona. Infine credo che Milano, Città Medaglia d’Oro della Resistenza, non possa esimersi dal dedicare a Giovanni e Nori, un luogo che li ricordi. Abbiamo proposto all’Amministrazione Comunale che i giardini di via Andrea Doria, posti a fianco del Monumento ai 15 Martiri di piazzale Loreto siano dedicati a Giovanni e Nori Brambilla Pesce.

Certo, questo non basta di fronte al manifestarsi e al rifiorire in Europa, nel nostro Paese e a Milano di movimenti neofascisti e neonazisti, estremamente pericolosi perché si intrecciano con la gravissima crisi economico-sociale che investe il nostro continente e che si caratterizzano per la loro forte connotazione nazionalista, razzista, antisemita, e populista. In Italia si è giunti persino a celebrare a Perugia e a Predappio il novantesimo anniversario della marcia su Roma, uno dei fatti più sciagurati della storia nazionale e a  dedicare un mausoleo a Rodolfo Graziani, criminale di guerra e Ministro della Difesa di quella Repubblica di Salò, instauratasi contro i valori della nostra civiltà fondata sulla libertà, sul rispetto della  persona umana, sulla solidarietà e l’uguaglianza. Questi preoccupanti segnali hanno una spiegazione ben precisa: se il fascismo è stato sconfitto militarmente nel nostro Paese il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente e idealmente. Occorre dunque sviluppare una estesa e intensa azione di carattere ideale e culturale, soprattutto verso le giovani generazioni. “Dello spirito della Resistenza – osservava Pesce – noi abbiamo oggi il più grande bisogno perché è attraverso di esso che possiamo far conoscere ai giovani la giusta proporzione dei valori umani perché è soltanto attraverso di essi che possiamo educare la gioventù alla vita democratica e insegnare quali sono gli strumenti che ci servono per andare avanti per non ricadere negli errori del passato.”

Il miglior modo per ricordare Giovanni e Nori è quello di continuare quello splendido lavoro al quale instancabilmente e con passione  si sono dedicati per l’intera loro vita, come  dirigenti  dell’ANPI, dell’Aicvas, dell’Aned. Giovanni e Nori erano pienamente consapevoli che l’arma vincente della Resistenza era stato l’incontro con le giovani generazioni e, nell’appassionato lavoro al quale si dedicarono nel dopoguerra, privilegiarono il contatto e il rapporto con i giovani. In questo rapporto dispiegavano tutta la loro passione, il loro entusiasmo, la loro carica ideale. Sia  Giovanni che Nori  rinascevano, quasi, nel rapporto con i giovani, che consideravano, giustamente, elemento decisivo della rinascita nazionale.

Di Nori, proprio oggi ricorre l’anniversario della scomparsa. E’ stata una straordinaria combattente durante la Resistenza e dopo, ma donna di pace. Si è sempre battuta contro tutte le guerre, comprese quelle recenti (Iraq, Afghanistan, Kosovo) presentate come missioni di pace o come operazioni volte alla cosiddetta esportazione della democrazia. 
Ma un altro elemento è stato sempre al centro dei pensieri di Nori. Amava  sottolineare nei suoi interventi che la partecipazione alla Resistenza, alla quale migliaia di donne furono spinte per la loro avversione alla guerra voluta dal fascismo (era la loro una guerra alla guerra) costituì per esse l’occasione di affermare quei diritti che il regime aveva sempre negato.Mai come in quei venti mesi le partigiane si sentivano pari agli uomini.

Questa sua combattività è rimasta inalterata anche dopo la Liberazione. In  una intervista rilasciata al quotidiano “il Giorno” del 15 marzo 2006 sottolineò che “il primo Presidente della Repubblica a ricordarsi del ruolo delle partigiane era stato Carlo Azeglio Ciampi. Gli altri, persino Pertini, avevano convocato solo gli uomini. Qualche altra volta sono andata – precisò Nori –  ma ero al seguito di mio marito Giovanni Pesce”. “Del resto – aggiunse – il noto maschilismo delle formazioni partigiane aveva lasciato qualche traccia… ma, insomma, dopo 60 anni si sono ricordati anche di noi!”

Sempre nella stessa bellissima intervista Nori racconta con commozione della prima volta in cui votò, alle amministrative del maggio 1946: “Avevo 23 anni e mi ricordo quel giorno come una svolta importante. Il voto, nessuno ce lo aveva regalato. Noi che stavamo nella Resistenza ne avevamo parlato spesso tra noi. Del voto e degli altri diritti  che fino a quel momento non avevamo come donne. Trovarmi con la scheda in mano fu una grande emozione. Ho ancora in mente la netta sensazione delle mani che mi tremavano mentre la prendevo”.

E’ la stessa emozione che provò Giovanni Pesce quando decise di andare a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali, a soli 18 anni, deciso a non rinunciarvi per nessuna cosa al mondo, perché combattere per la Spagna voleva dire battersi per un cambiamento politico nel nostro Paese che stava vivendo i tragici anni della dittatura fascista. E la Spagna gli rimase nel cuore, perché ha rappresentato il richiamo per eccellenza ai più alti ideali di tutto il Novecento ed ha contribuito a  formare i quadri, i dirigenti  che hanno continuato la lotta contro il nazifascismo, quando sono ritornati nei loro rispettivi Paesi, come è accaduto a Giovanni Pesce che si conquistò per i suoi straordinari meriti la Medaglia d’Oro al Valor Militare. 

Tino Casali, allora Presidente dell’ANPI Provinciale di Milano, in un’affollata assemblea svoltasi il 18 settembre 2007, poco dopo la scomparsa di Giovanni Pesce,  nel salone dell’ANPI di via Mascagni, così lo ricordava  “Sei stato uomo di parte, fiero di esserlo, come di parte sono gli uomini costretti a scegliere e quindi a prendere posizione in un momento cruciale per la storia nazionale. Scelta che fu per la libertà, scelta che facesti per tutti; scelta che diviene chiara e pienamente compresa attraverso i tuoi scritti. La tua vita ha espresso una chiara eticità che contraddistingue gli uomini onesti, leali ed intransigenti. Moneta rara in tempi così difficili e confusi”.
Sta a noi raccogliere l’eredità che uomini e donne come Giovanni e Nori  ci hanno lasciato.

Sta a noi in questa fase caratterizzata da una caduta senza precedenti dell’etica pubblica, da un’implosione di tutti i valori, da un allentamento delle tensioni politiche e morali, dal manifestarsi quasi quotidiano di fenomeni corruzione sino alla scoperta di infiltrazioni della criminalità organizzata nella stessa amministrazione pubblica, scuotere le coscienze, farci promotori di una vera e propria rivolta morale alla quale ci chiamano i Combattenti e i Caduti per la Libertà. Dobbiamo rilanciare nella società contemporanea la cultura della legalità,  il richiamo alla Costituzione repubblicana, ai valori dell’antifascismo, della politica intesa come servizio alla collettività come ci ha insegnato l’intera vicenda resistenziale. Sono la nostra vita e il nostro impegno che possono dare un significato e una ragione rasserenatrice alle lotte di tanti giovani   che hanno sacrificato la loro vita per la libertà di tutti noi.

LA TAV E’ UNO SPRECO

TAV, SPRECO ANTIECONOMICO. LO DICONO I FRANCESI.

Tav, in Francia la Corte dei conti boccia il progetto: “Costi alti e ricavi a rischio”
Nel parere fornito al primo ministro Ayrault, i magistrati rilevano il raddoppio dei costi della linea ferroviaria Torino-Lione. E citano studi secondo i quali l’opera non produrrà profitti neppure in uno scenario di ripresa economica.

2 NOVEMBRE, GIORNATA DEI MORTI

Oggi, 2 novenbre, giorni dei morti, una delegazione dell’ANPI, formata per la sezione di Como dai sig. Nenci, Dalla Mura e Rafic Hatab, e da Gatti per il Provinciale, hanno presenziato alla cerimonia organizzata dal Comune di Como al Cimitero Monumentale, e alla presenza dei rappresentanti delle Forze Armate, in ricordo di tutti i caduti per la Patria.

I rappresentanti dell’Anpi hanno poi reso omaggio alla tomba dei deportati politici e al Monumento ai Caduti per la Resistenza, recentemente restaurato a cura del Comitato Provinciale ANPI di Como.

FERMARE IL CRESCENDO NEOFASCISTA

“C’è un crescendo neofascista che va fermato”

Il presidente dell’Anpi chiede un incontro con il ministro degli Interni e i rappresentanti dell’Anm

Il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, chiede di incontrare il Ministro degli Interni e i rappresentanti dell’Associazione Nazioname Magistrati per rilanciare l’iniziativa antifascista.
Ricorda Smuraglia: “La notizia della manifestazione del ricordo della marcia su Roma è ancora una volta vergognosa, come lo è stata quella della dedica di un sacrario a Graziani, i numerosi episodi di manifestazioni neofasciste, le aggressioni ai licei romani e così via. C’è un crescendo, che bisogna assolutamente fermare, perché indegno di un paese democratico e antifascista”.

“L’ANPI – sottolinea – ha avviato dal 25 luglio una campagna di mobilitazione su questi temi, ha denunciato all’autorità giudiziaria i responsabili del sacrario a Graziani e non ha mancato di reagire ad ognuno di questi episodi, chiamando anche alle loro responsabilità le autorità dello Stato, le Istituzioni, gli Enti locali”.

“Ora basta, faremo ancora di più: chiederemo un incontro al Ministro degli Interni, anche sulla base del documento del 25 luglio scorso redatto con l’Istituto Alcide Cervi, proporremo un incontro con l’ANM per verificare il livello della sensibilità della magistratura sull’applicazione della normativa vigente, a partire dalla legge Mancino; e pensiamo di realizzare una iniziativa di forte respiro a livello nazionale, per ottenere un serio impegno antifascista e democratico, da parte di tutti, Istituzioni, autorità pubbliche e cittadini”.

LUTTO ALL’ANPI

E’ con profonda commozione che annunciamo che nella mattina di sabato 27 ottobre è spirata la signora Carla Invernizzi, madre del nostro Presidente Guglielmo Invernizzi e moglie del partigiano Gabriele  Invernizzi, già presidente dell’ANPI di Como.

L’ANPI Provinciale di Como e le sezioni si strigono con fraterno affetto a Guglielmo e famiglia.

I funerali saranno celebrati lunedì 29 ottobre presso la chiesa di Sant’ Agata a Como, alle ore 14,30.

LIETO EVENTO ALL’ANPI

Sabato 27 ottobre, alle ore 0,30 è nata Maddalena, nipote della nostra efficientissima segretaria amministrativa Fiorella Villa.

A Maddalena e ai suoi fortunati genitori i nostri più sentiti auguri. Alla neo nonna Fiorella, il più affettuoso abbraccio.

ANPI Provinciale di Como

Sezioni ANPI della Provincia di Como

IDA SALA: RIFLESSIONI SULLA PROPOSTA DI UN CONDOMINIO SOLIDALE

RIFLESSIONI CRITICHE SUL “CONDOMINIO SOLIDALE”. LETTERA APERTA DI IDA SALA

Cara Roberta, Cara Pia,

spero che per l’amicizia che ci lega da tanti anni saprete perdonarmi la franchezza. Me ne sarei stata volentieri zitta, ma, anche se parlo a titolo personale, lo devo a tante persone con disabilità che si sentono rappresentate dalla mia voce, visto che sono una dei rappresentanti nazionali di Enil Italia, la Rete Europea per la Vita Indipendente, e visto che ho fondato insieme ad altre persone con disabilità, il Comitato lombardo per la Vita Indipendente delle persone con disabilità.



Il vostro progetto ci riporta indietro di quarant’anni anziché lasciarsi ispirare dall’evoluzione del pensiero cui hanno tanto contribuito le persone con disabilità e tutti coloro che credono nei diritti umani. La convenzione Onu sulle persone con disabilità dice, all’articolo 19: (c) i servizi e le strutture sociali destinate a tutta la popolazione siano messe a disposizione, su base di uguaglianza con gli altri, delle persone con disabilità e siano adattate ai loro bisogni. Qui invece si parte dal volere concentrare in uno spazio già esistente un certo numero di persone con disabilità, solo perché questo spazio esiste già, è privo di barriere ed è in centro città, dunque non si sceglie di adeguare la città alle esigenze dei suoi cittadini con disabilità, ma proprio il contrario.

Il termine “diversamente abili” sa tanto di vaselina verbale (scusate anche il linguaggio, ma rende l’idea). Tra le persone con disabilità, così come tra le persone senza disabilità, c’è gente geniale a far qualcosa, gente abile a fare molte cose, gente abile a fare alcune cose e gente totalmente inabile, ma sono tutte persone, persone con disabilità. Oltretutto “persone con disabilità” è il termine di cui si serve la Convenzione Onu, sul cui testo hanno lavorato centinaia di rappresentanti di associazioni di tutto il mondo, ed è ormai una legge dello Stato italiano. Perché utilizzare tanti termini arzigogolati?

Ma torniamo al vostro progetto: anche se non sospetto alcun intento di separazione dal resto della comunità comasca, ma solo la volontà di dare una risposta pratica (e probabilmente economica, ma a spese di chi?) ai bisogni logistico/assistenziali delle persone con disabilità (o meglio al loro genitori o a chi li deve accudire), non posso fare a meno di osservare che il risultato rischia di essere ghettizzante. Dico rischia, solo perché sono disposta ad ammettere che esistono già ora “giovani adulti affetti da disabilità senza o con accompagnatore (genitore o parente non più in grado di accudirlo senza supporti)” disposti ad andarci a vivere, ma siamo sicuri che è davvero quello che vogliono? In ogni caso mi piacerebbe sapere chi sono, quanti sono, da dove vengono, e conoscere le loro motivazioni.

Rispetto al discorso del pronto intervento non capisco perché in presenza di un’emergenza assistenziale “per malattia o incidente occorso alla persona che accudiva fino a quel momento il soggetto fragile fino alla risoluzione della problematica che aveva costituito l’emergenza” debba diventare necessario “deportare” la persona con disabilità da casa sua a un luogo a lei estraneo. Così come non capisco perché debba essere necessaria questa soluzione “in caso di aggravamento improvviso o dopo dimissione ospedaliera del soggetto fragile”. Ma anche in questo caso aspetto di conoscere qualcuno che preferirebbe la “deportazione” a un pronto intervento magari a casa sua. Vale la pena ricordare la già citata Convenzione Onu: (a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione”.

Tra i criteri di ammissione ne manca uno fondamentale: l’esplicita richiesta del diretto interessato. Ricordate il celebre detto “niente su di noi senza di noi”? In questo progetto tutto sembra pensato esclusivamente per dare sollievo (legittimo, anzi sacrosanto) a chi accudisce la persona, ma la volontà della o del diretto interessato non traspare mali. Mi si dirà: “davanti a un’emergenza ti metti anche a fare la difficile?”. Certo che no, ma adesso, a freddo, è proprio questo che vogliamo per i nostri cari? O non è il caso di pensare a qualcosa di più vicino al loro diritti e ai loro bisogni?

L’organizzazione: “essere protagonisti in tutto e per tutto” del “diversamente abile” non si concilia con il dover sottostare alle logiche di chi fornisce il servizio, alla cooperativa con i suoi orari, con il suo turn-over di persone non scelte dalla persona interessata, assunte per fare cose volute da altri. Né si concilia con la presenza della “figura di un coordinatore che vigili sul raggiungimento degli obbiettivi…”. Ma chi li stabilisce gli obiettivi? Il protagonista (la persona con disabilità) o chi altri (ma allora chi è il protagonista?)? Le parole hanno un senso.

“… possibile coinvolgimento di personale volontario interessato ad affiancare gli operatori “. Quando la relazione non è paritaria (ossia non è gestita comunque gradita anche della persona con disabilità) è subita, e quindi è umiliante, oppure si chiede alla persona con disabilità un atto d’amore che rasenta la santità (a parte che molto spesso santi lo siamo, scherzo, ma non troppo), ma perché dovremmo essere santi forzati?

E perché una persona “protagonista in tutto per tutto” dovrebbe trovare più interessante “disporre di ambienti comuni per la condivisione di progetti, di esperienze, di proposte di svago” e non invece cercare di sopravvivere meglio che può lì dentro sperando poi di costruirsi, grazie alla solidarietà della comunità comasca, un proprio progetto, un proprio spazio di crescita, grazie alla propria esperienza e ai propri desideri?

“… pensare a forme collaborative tra soggetto giovane sano e diversamente abile, con offerta di servizi da parte dello studente, in cambio di rette agevolate”. E se si desse il caso che un giovane studente con disabilità fosse in grado di dare una mano a un giovane sano ma con qualche disabilità, per esempio debole in matematica? 

Contribuzione: le persone con disabilità vengono private della loro libertà personale, vengono immesse in un contesto di cui loro non vedono un senso se non quello di essersi salvate, vengono ammaestrate per integrarsi bene nella loro prigione, danno da lavorare alle cooperative e al coordinatore, e chissà a quante altre figure, fanno fare bella figura ai politicanti e agli espertoni che si riempiono la bocca per aver risolto il problema dei disabili… ecc… e dovrebbero anche contribuire economicamente?

Interessante l’idea di destinare parte degli alloggi a studenti con disabilità, ma li vedrei integrati in un contesto di normalità, non ghettizzante insomma. Quanto all’idea di “utilizzare collaborazioni lavorative part-time (le cosiddette 150 ore) offerte a studenti universitari per attività accompagnamento disabili non solo all’ interno della struttura universitaria ma anche dalla casa albergo alla sede del Politecnico o dell’ Insubria” vale la stessa riflessione riferita all’impiego di volontari: le persone con disabilità necessitano, come tutti tutte, di rapporti paritari, questo significa che, così come un studente senza disabilità può trovare interessante rimediarsi la paghetta per attività di accompagnamento disabili, la persona con disabilità, diciamo così, oggetto di cura, dovrebbe a sua volta poter decidere se quell’aiutante è di suo gradimento oppure no!

Gestione straordinaria: meglio sistemare la canna fumaria piuttosto che dotare di forni a microonde gli appartamenti con il rischio che vengano rotti o rubati.

Gestione ordinaria: con € 68 al giorno molte persone con disabilità potrebbero starsene a casa loro pagando personale di loro scelta (poi dipende dalla gravità, dal contesto, dalla rete parentale amicale ecc.)! Il problema è quello di permettere loro di scegliere, di scegliere veramente tra una possibilità e l’altra, mentre temo che la scelta sarà: o mangi ‘sta minestra o salti la finestra”.

Io penso, per concludere, che questo progetto nasca, in buona fede, più per agire il sentimento inconscio collettivo di paura: la paura dei genitori che vorrebbero scaricare su mani “esperte “la loro ansia di dare una sistemazione ai loro figli e che premono su di voi perché qualcosa accada; la paura della collettività che vuole pensarsi eternamente sana, giovane, indipendente e considerare la disabilità un’eccezione che comunque toccherà ad altri; la paura delle persone con disabilità che preferiscono qualcosa piuttosto che niente….

Ma la paura, anche se motivata, non basta a fare giustizia. Possiamo vincerla insieme soltanto mettendo in campo lealtà, trasparenza, fiducia nell’altro, parità. Anche se questo altro è una persona con disabilità esprime i suoi potenziali di vitalità sessualità affettività creatività e trascendenza. Cosa gli manca rispetto agli altri e alle altre? Se vi dimenticate questo non potete fare altro che partire dal presupposto da cui siete partite: le persone con disabilità sono un peso e un costo per la collettività, proviamo a dare loro un valore di tipo economico/patrimoniale e vediamo se la Regione ci finanzia.

Probabilmente sì, non è certo un governo regionale disposto a finanziare i progetti di Vita Indipendente, i centri si, e sono certa che piaceranno anche alla ‘ndrangheta.

Scusate, sono stata pesante, ma sono una persona con disabilità….

Con affetto

Ida Sala

22 ottobre 2012

CONVEGNO SULLA RESISTENZA EUROPEA

RICORDIAMO CHE VENERDI’ 26 E SABATO 27 OTTOBRE SI TERRA’ IL CONVEGNO

PER UN’ “EUROPA ANTIFASCISTA UNITA E SOCIALE” ORGANIZZATO DALL’ aNPI COMITATO REGIONALE DI MILANO IN COLLABORAZIONE CON IL PARLAMENTO EUROPEO E CON L’ADESIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA.


 

PROGRAMMA:



MILANO 26 ottobre 2012
Auditorium “Giorgio Gaber” piazza Duca d’Aosta, 3

 

Ore 10.00

• Perché un convegno sull’ Europa.
Tullio Montagna – Presidente A.N.P.I. Regionale
Roberto Cenati – Presidente A.N.P.I. Provinciale Milano
Saluto delle Autorità
• La Resistenza e l’antifascismo in Europa. Dalle dittature totalitarie agli Stati democratici.

Luigi Ganapini – Università di Bologna
Federalismo e unità politica dell’ Europa nella elaborazione teorica di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni.
Arturo Colombo – Università di Pavia
Dai trattati di Roma e di Lisbona alla Costituzione Europea.
Andrea Bosco – Università di Firenze
L’Europa al bivio tra unità federale e disgregazione.
Luisa Trumellini – Direzione Nazionale Movimento Federalista Europeo

 

Ore 14.00

• Le radici culturali dell’ Europa.
Giulio Ercolessi – Fondazione Critica Liberale
La crisi finanziaria ed economica in Europa e il problema della redistribuzione del reddito.
Tito Boeri – Università Luigi Bocconi
Per un’Europa dei diritti.
Elena Paciotti – Presidente Fondazione Lelio e Lisli BassoIssoco
Prospettive attuali dell’ unità politica dell’ Europa. Come fare l’unità oggi.
Giulia Rossolillo – Università di Pavia
Coordina Maxia Zandonai giornalista RAI Milano
Conclude Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale dell’ A.N.P.I.


 

COMO 27 ottobre 2012
Istituto Carducci Pro Cultura Popolare – Via Cavallotti, 7

 

Ore 9.30

• Saluto delle Autorità
• Come ti rendono nazista. L’approccio ai giovani delle formazioni nazifasciste.

Raffaele Mantegazza – Università di Milano Bicocca
L’impegno democratico europeo per il contrasto dei gruppi fascisti e nazisti.
Albertina Soliani – Senatrice della Repubblica
Il Monumento alla Resistenza europea: perché e come.
Fabio Cani – Storico

Coordina Tullio Montagna, Presidente A.N.P.I. Regionale Lombardia

 

 http://www.youtube-nocookie.com/v/klY-QJPqtDA?version=3&hl=it_IT>

 

Ore 11,30

OMAGGIO AL MONUMENTO DELLA RESISTENZA EUROPEA
Intervento di Miguel Angel Martìnez, Vicepresidente del Parlamento Europeo

IL DUCE A SCUOLA

Un preside porta il duce a scuola e un imprenditore vuole intitolargli l’areoporto

A Forlì c’è chi propone di intitolare l’areoporto a Mussolini mentre ad Ascoli un preside espone nel suo istituto un ritratto del medesimo. Non è chiaro se c’è da ridere o da piangere.

Di sicuro, in entrambe, c’è una sorta di laido sbracamento nostalgico che si sarebbe tentati di seppellire – come suggeriva Edoardo De Filippo – sotto un coro di squillanti pernacchie.

Ma pur con qualche sforzo dobbiamo comunque cercare di capire.

Perchè nell’Italia del 2012 un imprenditore romagnolo forse un po’ bollito e un preside di Ascoli forse pronto per la pensione se ne escono con idee grottesche prima ancora che offensive e illecite?

Già, un dipinto e un areoporto per sua eccellenza Benito Mussolini, quello, tanto per ricordare, responsabile delle leggi razziali, di ottocentomila morti, della distruzione e la rovina economica del Paese.

Pochi dubbi: sono entrambi i frutti volgari – modello souvenir di Predappio – di un revisionismo storico che ha spalancato le porte non alla riflessione onesta ma all’arroganza vigliacca dei perdenti.

A questo punto solo due domande.

La prima: c’è ad Ascoli un provveditore agli studi che ricordi al saputello ma molto incauto preside che l’autonomia didattica e cosa diversa dal cretinismo fascista?

La seconda: c’è qualcuno a Forlì, magari il questore o il prefetto, che si ricordi chè  l’apologia del fascismo nella Repubblica italiana nata dalla Resistenza sia un grave reato?

Mi. Urb.