PEPPINO IMPASTATO

9 MAGGIO 1978 – 9 MAGGIO 2013

PEPPINO IMPASTATO, GIORNALISTA, ATTIVISTA E POLITICO ITALIANO, DIVENTATO FAMOSO PER LA SUA CORAGGIOSA LOTTA CONTRO LA MAFIA, VENNE UCCISO PER ORDINE DEL BOSS TANO BADALAMENTI IL 9 MAGGIO 1978, A SOLI 30 ANNI.

PARLAVA DA PALCHI IMPROVVISATI O DAI MICROFONI DI RADIO AUT. MOSTRAVA COSA STAVANO FACENDO DEL SUO PAESE, CON L’AEROPORTO IN AMPLIAMENTO, LA SPECULAZIONE SELVAGGIA, I TRAFFICI DI DROGA E L´AMERICA DEI CUGINI D’OLTREOCEANO SEMPRE PIU’ VICINA. PEPPINO FACEVA NOMI E COGNOMI DI POLTICI E DI MAFIOSI. CHE ANDAVANO A BRACCETTO E SI FACEVANO FOTOGRAFARE INSIEME.

https://www.youtube.com/watch?v=KUpcxdg2Iqs

ASSALTO ALLA STATALE

Grave irruzione delle Forze dell’Ordine alla Statale di Milano. Ieri alle 17,30, su richiesta del Rettore, la questura ha fatto irruzione nel cortile dell’Università Statale di Milano, accerchiando e caricando gli studenti che stavano pacificamente manifestando contro lo sgombero della libreria auto-gestita ExCuem. Il bilancio è di quattro studenti feriti in modo non grave.

Erano anni che non si vedevano cariche della Celere nella sede dell’Università e non certo per motivi minori, come l’occupazione di un aula adibita a libreria. E’ inaccettabile la gestione dell’Università da parte di chi scambia problemi di spazi e libertà di cultura con problemi di ordine pubblico.

L’Anpi Provinciale di Como esprime solidarietà agli studenti in lotta contro questa grave aggressione.

OMICIDIO MORO, 35 ANNI FA

Aldo Moro br.jpg

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l’auto che trasportava l’onorevole Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati fu bloccata in via Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.

In pochi secondi, dopo aver fatto fuoco con armi automatiche, i brigatisti freddarono la scorta e rapirono l’ on. Moro esponenete di spicco della Democrazia Cristiana.

Dopo una prigionia di 55 giorni, caratterizzati da indagini spesso senza costrutto, lunghi dibattiti politici sull’opportunità di trattare per la liberazione dell’ostaggio e dopo che i brigatisti ebbero chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato Italiano, l’ on. Aldo Moro fu ucciso.

Il suo corpo senza vita fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani.

La famiglia Moro diffonde il seguente comunicato: La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità dello Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglie alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia.

Il giorno dopo, la salma è tumulata dalla famiglia a Torrita Tiberina, un piccolo paese della provincia di Roma: il governo terrà i funerali di Stato, celebrati dal Papa, senza la bara e senza la presenza dei familiari del morto.

CANTU’, 10 MAGGIO

Il circolo Arci Virginio Bianchi di Cantù,

organizza per venerdì 10 maggio,

alle ore 21,00

presso il Salone dei Convegni in piazza Marconi

a Cantù,


un incontro con gli economisti Bruno Amoroso e Giulio Sapelli sul tema:


“L’economia reale e il futuro dell’euro


moderato da Andrea Di Stefano.


Ingresso libero

SINDACO DI AFFILE INDAGATO

Sindaco di Affile e due assessori accusati di apologia del fascismo

Per il mausoleo Graziani di Affile indagati sindaco e 2 assessori. L’accusa: apologia di fascismo. E’ questa, in un paio di giorni, la seconda tegola che cade sulla testa della chiacchierata Giunta di centrodestra del Comune in provincia di Roma nota alle cronache per il busto a Giorgio Almirante e per un “mauseoleo” in onore del criminale di Guerra, Riodolfo Graziani.

Prima infatti – la notizia è di due giorni fa – il nuovo governatore della Regione Lazio, Zingaretti, ha sospeso il finanziamento sollevando gravi dubbi sulla correttezza anche formale della decisione della Giunta comunale. In buona sostanza – questa è la tesi del nuovo governatore – il sindaco e gli assessori per il mauseoleo a Graziani – che tra l’altro era uno dei firmatari delle leggi razziali – avrebbero utilizzato dei soldi che erano in origine destinati alla creazione di un parco all’interno del quale doveva sorgere un monumento al milite ignoto.

Ma ora si è mosso anche il giudice che su denuncia dell’Anpi, accusa di apologia di fascismo il sindaco Ercole Viri e due assessori, Giampiero Frosoni e Lorenzo Peperoni.

A indagarli è la Procura di Tivoli propio per la costruzione del sacrario intitolato al gerarca fascista Rodolfo Graziani, tra l’altro ministro della Repubblica di Salò.

Il loro coinvolgimento nell’inchiesta è legato alla delibera con la quale fu decisa l’intitolazione del monumento a Graziani e per il quale ora la Regione Lazio ha sospeso l’erogazione dei finanziamenti.

Gli indagati saranno interrogati a breve dal procuratore Luigi De Ficchy, titolare del fascicolo processuale aperto sulla base di una denuncia presentata dall’Anpi.

Da registrare che qualche notte fa ignoti hanno imbrattato con vernice rossa il sedicente mausoleo che da mesi è al centro di forti contestazioni. L’opera è costata 127 mila euro con fondi della Regione.

NEO FASCISMO

L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sezione di Como, condanna con fermezza il corteo che si è tenuto ieri,  26 aprile c.a., per commemorare la persona di Sergio Ramelli.
Queste commemorazioni sono diventate scenario di slogan neofascisti e saluti romani, che nulla hanno a che vedere con la pietà umana verso i defunti.  Ci teniamo a  chiarire, che non siamo in alcun modo contro il diritto di commemorazione di questo giovane ragazzo vittima di un omicidio, ma chiediamo con forza che si ponga fine a forme di apologia di  fascismo più o meno paludate, che abbiamo viste espresse palesemente nelle medesime manifestazioni degli anni scorsi.
Riteniamo che la città di Como, unica al mondo ad essere sede del Monumento alla Resistenza europea, non possa tollerare simili manifestazioni organizzate da soggetti che non si riconoscono in alcun modo nei valori costituzionali antifascisti e democratici.
Inoltre, crediamo sia un ulteriore affronto organizzare questo corteo di chiaro stampo neofascista il giorno dopo le celebrazioni della festa per il 25 aprile.
Per queste motivazioni, lavoreremo nel futuro per coinvolgere  tutti i soggetti politici e sociali che si richiamano ai valori della Costituzione e della Resistenza, ci impegneremo con le giovani generazioni, per cercare di creare quel tessuto culturale e politico che  scongiuri il ritorno di questi  rigurgiti neofascisti,  affinché simili manifestazioni non abbiano più luogo .

ANPI SEZIONE DI COMO


Spiace rammentare agli amici della sezione di Como, che il giovane di cui si parla, e a cui va tutta la nostra sincera pietà, non era vittima ma comprimario della violenza di quegli anni. E.G.

LA SCELTA IERI E OGGI

LA SCELTA IERI E OGGI

Di Giovanni De Luna da Il Manifesto del 25 aprile 2013


A settanta anni dal 1943 questo 25 aprile serve per una riflessione e un bilancio. Allora tutto cominciò

con una scelta. Quando l’8 settembre crollò lo Stato, tutti furono lasciati soli con la propria

coscienza. Di colpo le istituzioni scomparvero togliendo a ognuno protezione e sicurezza; nel marasma

delle fughe del re, dell’ignavia dei generali, della protervia dei nazisti, ognuno fu costretto a

riappropriarsi di quella pienezza della sovranità individuale alla quale si rinuncia ogni volta che si

sottoscrive un patto di cittadinanza che preveda uno scambio tra diritti e doveri, libertà e regole,

autonomia personale e legami sociali.

Dopo l’8 settembre 1943, nello scenario comune di un’esistenza collettiva segnata dalla paura, dalla

fame, dall’incubo delle bombe e della morte, non tutti però reagirono allo stesso modo. Gli operai, ad

esempio, vissero quella fase all’insegna di un esplicito protagonismo collettivo, riappropriandosi

dell’arma dello sciopero e della fabbrica come centro di organizzazione politica. Fu così anche per le

donne; in una guerra «al femminile», uscirono dai gusci degli interni domestici, sostituendosi ai mariti,

ai padri e ai fratelli (lontani a combattere o chiusi in casa per sfuggire alle rappresaglie e ai

rastrellamenti) per garantire la sopravvivenza della famiglia. Altri soggetti collettivi, i ceti medi,

precipitarono invece una sorta di stupefatta rassegnazione, aspettando e sospirando che tutto finisse.

A queste scelte se ne intrecciarono tantissime altre, individuali, in un mosaico difficile da ricomporre in

un quadro unitario. L’ebbrezza di reimpadronirsi del proprio destino è quella che ci viene restituita dal

partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, quando decide di andare in montagna («Nel momento in cui partì,

si sentì investito in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare,

a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più

inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato

così uomo, piegava il vento e la terra»).

È fu così anche nel caso dei partigiani di Giustizia e Libertà,come scrissero Giorgio Agosti («Questa lotta,

proprio per questa sua nudità, per questo suo assoluto disinteresse, mi piace. Se ne usciremo vivi, ne

usciremo migliori; se ci resteremo, sentiremo di aver lavato troppi anni di compromesso e di ignavia,

di aver vissuto almeno qualche mese secondo unpreciso imperativo morale») e Dante Livio Bianco

Nella mia vita, c’è stata una grande vacanza: ed è

stato il partigianato: venti mesi di virile giovinezza, sradicato e staccato da ogni vecchia cosa»).

Riprendendo da una delle più belle pagine di Italo Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), le parole del

suo partigiano Kim («basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra

parte») molte di quelle scelte sono state interpretate quasi come se i percorsi di approdo alla

Resistenza o alla Repubblica di Salò siano stati più da vittime del «capriccio» del Destino o di Dio che

da uomini consapevoli. In realtà per Calvino, quel «nulla» «era in grado di generare un abisso». Il

«furore» della guerra civile coinvolgeva entrambi gli schieramenti, ma «da noi, dai partigiani, niente va

perduto, nessun gesto, nessun sparo, pure uguale a loro, va perduto. Tutto servirà, se non a liberare

noi, a liberare i nostri figli, a costruire una umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere

cattivi».

Certo che nella Resistenza confluiscono decisioni occasionali, opportunismi esistenziali, desideri di

avventura adolescenziali. Ma certamente scegliere di andare in montagna a combattere fu un gesto

che risalta con nettezza soprattutto se confrontato con quelli di chi, come ha scritto Claudio Pavone,

«fece il possibile per sottrarsi alla responsabilità di una scelta o almeno cercò di circoscriverne confini e

significati, avallando di fatto la continuità delle istituzioni esistenti e accettando insieme che il vuoto

venisse riempito dal più forte» e che sottolinea un dato di fatto: né durante le guerre di indipendenza

al momento dell’intervento nella guerra 1915-1918, né in nessuna altra fase della nostra vita

nazionale unitaria l’Italia ha potuto mobilitare tanta passione civica, impegno diretto di partecipazione e

un tal numero di combattenti volontari come nella lotta partigiana. (Isnenghi).

Puntualmente, il revisionismo degli anni ’90, accentuando l’importanza della «zona grigia»,

enfatizzando i comportamenti di quelli che rifiutarono di schierarsi da una parte o dall’altra (Rocco

Buttiglione propose allora, come espressione dei veri italiani, il vescovo, defensor civitatis, che

svolgeva la sua opera pastorale con assoluta equidistanza tra fascisti e antifascisti) si scatenò contro

l’antifascismo, nel tentativo esplicito di delegittimare proprio la «scelta» come regola di comportamento

morale, sia individuale che collettiva.

Gli eventi più recenti legati all’elezione del presidente della Repubblica suggeriscono che il tempo delle

«scelte» possa essere definitivamente tramontato. Proprio per questo, però, perpetuare il ricordo della

Resistenza significa ritrovare la stessa scintilla che scattò allora in quanti oggi, senza lasciarsi

travolgere dal crollo dei partiti e dall’implosione delle forme dell’agire collettivo, mettono in atto scelte

altrettanto consapevoli, violando deliberatamente le regole del conformismo e del compiacimento, in chi

si avventura nei luoghi dell’emarginazione e della sconfitta, in chi sfida il male anche nel silenzio delle istituzioni.

L’ OSSESSIONE DI SERGIO LUZZATO

L’ ”Ossessione” di Sergio Luzzatto

Riportiamomo l’articolo di Gad Lerner uscito su ” La Repubblica” martedì 16 aprile.

Avrei validi motivi per tenermi il disagio e non scriverne: le confidenze sulla sua fatica di vivere che Primo Levi mi aveva concesso; la familiarità con il paese di Cerrina, in Monferrato, dove Fulvio Oppezzo viene ancora ricordato come giovane martire della Resistenza anziché vittima di giustizia sommaria, mitragliato di spalle insieme a Luciano Zabaldano, per opera di un capo della piccola banda partigiana in cui militava lo stesso Primo Levi, all’alba del 9 dicembre 1943 su un campo innevato del Col de Joux, sopra Saint-Vincent; la tessera dell’Anpi conferitami a Casale Monferrato dai superstiti di quella stagione, giustamente preoccupati che ancora si voglia infangare la loro scelta antifascista; e da ultimo mettiamoci il ritorno a Auschwitz-Birkenau, solo dieci giorni fa, per accompagnare i miei figli là dove Levi sopravvisse fortunosamente per undici terribili mesi mentre la maggioranza dei suoi compagni di sventura venivano eliminati.
Mi forzo a scrivere, invece, per interrogarmi sulla natura dell’”ossessione” di Sergio Luzzatto che quell’episodio drammatico lo scruta in più di trecento documentatissime pagine; traendone, lui storico autore dell’Einaudi, un volume edito da Mondadori perché la casa editrice torinese che fu di Primo Levi non se l’è sentita di pubblicarlo: “Partigia. Una storia della Resistenza”. Mi permetto di adoperare il termine “ossessione” sapendo che l’autore non si offenderà perché lo scrive due volte egli stesso per motivare la spinta a un’indagine che non ha molto da rivelare sul piano storico –le atrocità della Resistenza come guerra civile sono già dissodate- sollecitandoci invece a una discutibile revisione iconografica e sentimentale.
Dunque Luzzatto dichiara di provare “ossessione”, “curiosità”, “passione” per la Resistenza. Un’ossessione, precisa, acuitasi dacchè dilaga il “fenomeno Pansa”, cioè il successo dei libri che Giampaolo Pansa dedica al sangue dei vinti, da lui citati “come sintomo di una crisi dell’antifascismo”.
Non basta. Luzzatto dichiara, testuale, “un’altra mia ossessione” per la figura di Primo Levi. Quasi che un impulso morboso lo spingesse a misurare fino a dove giunga la sua capacità di “devozione civile” e di “venerazione letteraria” per il testimone, l’intellettuale rigoroso, lo scienziato che attraversato l’inferno non smette di ammonirci: scegli il raziocinio, diffida dalla visceralità anche nella scrittura.
Ecco allora Sergio Luzzatto afferrare un passaggio cruciale del “Sistema periodico”, cioè l’unico libro in cui Levi descrive la sua breve esperienza di partigiano antifascista nell’autunno 1943, prima di essere catturato con Luciana Nissim e Vanda Maestro, ebree come lui e insieme a lui deportate a Auschwitz. Sono dodici righe che descrivono lo stato d’animo del ventiquattrenne Levi e degli altri maldestri partigiani catturati il 13 dicembre 1943 nel corso di un rastrellamento, pochi giorni dopo la condanna a morte di Fulvio Oppezzo, 18 anni, e Luciano Zabaldano, che neppure li aveva ancora compiuti. Si trovano nel capitolo intitolato “Oro” e conviene riprodurle per intero:
“Fra noi, in ognuna delle nostre menti, pesava un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura, spegnendo in noi, pochi giorni prima, ogni volontà di resistere, anzi di vivere. Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi; ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente. Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù”.
Cosa pretendere di più, in sincerità e tormento? Primo Levi al tempo stesso riconosce qui, per ragioni di “nostra coscienza”, la condivisione di una sentenza –per indisciplina grave, minacce armate, forse anche un furto- e l’abiezione che ne derivò. Con un mitra Beretta furono abbattuti alle spalle, e poi sepolti, due ragazzi sbandati che le circostanze avevano reso incompatibili con le regole della guerra partigiana. Una tragedia ripetutasi più volte in quella come nelle altre guerre, l’atrocità del fuoco amico ricoperta quasi sempre dal velo della reticenza. Non dimentichiamo la fisionomia razionale che percorre l’intera testimonianza di Primo Levi, anche nei resoconti del lager, là dove neanche una singola figura di boia sterminatore s’è concesso di enfatizzare, scegliendo la chiave della compostezza anche di fronte all’inenarrabile.
Spiace che Luzzatto si avventuri in una contestualizzazione della presunta autocensura di Levi motivandola con la pubblicazione del “Sistema periodico” nell’anno 1975, cioè nel pieno delle celebrazioni del trentennale della Resistenza. Adopera qui anch’egli il termine dispregiativo “vulgata resistenziale” che tanto gratifica gli iconoclasti (già me li vedo intenti finalmente a demitizzare il grande scrittore della Shoah). Ipotizza cioè che Levi abbia pagato “pedaggio” –che parola!- perché all’epoca non era consentito presentare la Resistenza come fenomeno in chiaroscuro, dovendosi separare nettamente i torti dalle ragioni. Così, lungo tutto il corso della sua ricerca di microstoria –dalla morte assurda di Fulvio Oppezzo e Luciano Zabaldano alle contraddizioni interne al movimento partigiano fra Casale Monferrato e la Val d’Aosta; dall’indulgenza di cui godranno nel dopoguerra i fascisti artefici del rastrellamento fatale, all’impegno di testimonianza in cui si cimenta Levi non appena tornato in Italia nell’ottobre 1945 (Vanda Maestro, catturata insieme a lui, morirà a Auschwitz)- sempre è sul concetto di ambiguità che indugia Luzzatto.
Credo possa ritrovarsi qui la radice delle due “ossessioni” dell’autore per la Resistenza e per Primo Levi, quasi che di fronte a eventi e personalità cui deve alcuni punti fermi della sua formazione culturale, gli risultassero troppo stretti i panni dello storico per addentrarsi nei misteri della natura umana. E’ come se Luzzatto avvertisse il bisogno di rivolgere contro Primo Levi la teoria della “zona grigia”, magistralmente teorizzata ne “I sommersi e i salvati” da quest’ultimo, riducendola a logora metafora sulle infinite sfumature tra il bianco e il nero. E’ certo avvincente il suo racconto dei partigiani e dei loro persecutori tra le valli alpine e la pianura, ma non aggiungerebbe nulla di nuovo sul piano della ricostruzione storica e del giudizio morale, non sfiorasse in veste di comprimario marginale uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.
E’ sulla personalità tormentata di Primo Levi, alla fine, non accontentandosi della sua rigorosa testimonianza, che l’autore si concentra. Per dimostrare cosa? Luzzatto rintraccia l’eco tragico di quell’alba valdostana in alcuni cenni iniziali di “Se questo è un uomo”; e poi nell’amarezza della poesia dedicata da Levi ai Partigia, il termine gergale con cui in Piemonte venivano chiamati i combattenti antifascisti. Diretta è, infine, l’analogia fra l’episodio di “giustizia sovietica” (parole di Luzzatto) perpetrato il 9 dicembre 1943 sul Col de Joux e l’eliminazione del giovane ribelle Fedja ad opera della banda partigiana ebraica di Ulybin, così come Levi l’ha narrata nel romanzo “Se non ora, quando?”.
Quali conseguenze dovremmo noi osare trarne, vincendo il disagio e abusando dell’indiscrezione, sulle scelte di vita (o perfino di morte) di Primo Levi? Stiamo parlando di un intellettuale sempre misurato nei suoi giudizi storici, a costo di tenersi dentro il suo tormento, proprio perché sentiva il dovere di restituire un giusto senso delle proporzioni agli avvenimenti immani di cui era stato testimone. Quel trauma vissuto prima della deportazione, trentadue anni dopo inciso sinteticamente ma senza autoindulgenza nel “Sistema periodico”, Levi aveva buone ragioni per ritenere non dovesse schiacciare la prospettiva della sua opera complessiva. Non possono essere ingrandite, quelle dodici righe del capitolo “Oro”, pur con il dramma che custodiscono, fino a oscurare la scelta partigiana così come Levi la descrive nella pagina precedente, con la medesima, magistrale asciuttezza: “Nel giro di poche settimane (dopo lo sbarco alleato in Nord Africa e la vittoria russa a Stalingrado) ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent’anni precedenti. Uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna”.
Così anche Primo Levi è divenuto per noi, e resterà, un maestro.

Gad Lerner, 16 aprile

19 APRILE BINAGO

VENERDì 19 APRILE 2013 ORE 21

CINEMA TEATRO MODERNO
BINAGO
IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI PER LA
FESTA DELLA LIBERAZIONE

FOLK-ROCK 7 grani in concerto

BRANI ORIGINALI E CANZONI DI GUCCINI, STREHLER, DE GREGORI

 Durante la serata verrà proiettato il documentario “Storia di Rado” e il video “Neve diventeremo” ispirato dalla storia del partigiano Radovan Ilario Zuccon deportato e sopravvissuto al campo di sterminio nazista di Buchenwald in Germania

MANIFESTO 19 APRILE BINAGO

25 APRILE: DIAMO OSSIGENO ALLA DEMOCRAZIA

APPELLO DELL’ANPI PER IL 25 APRILE: RIDIAMO OSSIGENO ALLA DEMOCRAZIA

“Il 25 aprile tutti in piazza per l’antifascismo e la Costituzione”. Questo il titolo dell’appello che l’Anpi ha lanciato alla vigilia della grande mobilitazione per la festa della Liberazione.

“Il 25 aprile – si rileva – cade in un momento di gravissima crisi per il Paese: pesante instabilità economica, un livello occupazionale mai così basso, una situazione che costringe molte famiglie addirittura al livello della disperazione, uno scenario politico segnato da una devastante confusione, da una forte caduta di valori e infine da una diffusa rabbia sociale – derivante da una pesante incertezza del futuro – che spesso si traduce in atti e linguaggi di preoccupante violenza”.

“Il 25 aprile – si sottolinea – cade, quindi, a dettare un sentiero di profonda inversione di rotta e solida ricostruzione: diritti, partecipazione. Il sentiero della Costituzione – ancor’oggi disapplicata e ignorata quando non avversata – unica garanzia di un Paese libero, civile e cosciente, un Paese, è il caso di dirlo e sottolinearlo, normale”.

“La festa della Liberazione – si spiega – cade a liberarci dalla tentazione di tirarsi fuori, affidare il timone delle scelte e della guida pubblica alla casualità; a liberare il futuro da interessi personali e tentativi di riedizioni di pratiche e culture politiche che hanno mortificato, diviso e gettato nella disgregazione l’Italia. E’ soprattutto un monito contro ogni forma di degenerazione morale e politica e contro ogni rischio di populismo e autoritarismo”.

“L’Italia ha bisogno di un governo democratico e stabile, di un Parlamento che funzioni nella serietà e nella trasparenza, di una politica “buona”, di organi di garanzia che fondino la loro autorevolezza sul richiamo ai valori della Costituzione nata dalla Resistenza”.

“Il 25 aprile – si ricorda – è un grande richiamo alle cittadine e ai cittadini a tornare ad incontrarsi, riflettere insieme: in una parola a partecipare e ridare ossigeno a una democrazia sempre più calpestata. E un monito a chi ha il dovere costituzionale di amministrare e di garantire diritti: non sono più tollerabili condotte che non siano trasparenti e responsabili; non è più sostenibile una situazione di disuguaglianza, di incertezza e di precarietà”.

“Auspichiamo – conclude l’appello dell’Anpi – una Festa grande, celebrata in tutti i Comuni, un’infinita Piazza che rimetta in moto la speranza e ridisegni il volto del Paese nel solco delle sue radici autentiche: antifascismo e Resistenza. L’ANPI sarà in campo, e lavorerà a fianco delle cittadine e dei cittadini, per compiere questo decisivo percorso, con passione e rinnovata energia: l’ANPI è la forza dei suoi giovani, della sua nuova stagione per la democrazia. Una stagione di piena e straordinaria Liberazione”.