DIFENDERE LA COSTITUZIONE

COSTITUZIONE, BASTA GIOCARE CON IL FUOCO

Pubblichiamo di seguito un documento con cui l’associazione Libertà e Giustizia annuncia una grande manifestazione in difesa della Costituzione e della Repubblica parlamentare. Nei primi di luglio si terrà un incontro organizzativo con tutte le associazioni – tra cui l’ANPI nazionale – che hanno partecipato all’iniziativa del 2 giugno a Bologna:

Sono stati superati i confini della legalità e della decenza costituzionale. Adesso è l’ora di raccogliere attorno a un unico obiettivo tutte le forze, le associazioni, i movimenti che scelgono di opporsi allo scardinamento della repubblica parlamentare.

Attorno a personalità come Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Gaetano Azzariti, Carlo Smuraglia, attorno a associazioni come Libertà e Giustizia, i Comitati Dossetti, la Convenzione per la legalità costituzionale, Salviamo la costituzione, l’ANPI Nazionale, i sindacati che hanno partecipato al 2 giugno a Bologna si sta organizzando una imponente mobilitazione, tale da costituire un importante punto di riferimento per il referendum che inevitabilmente si prospetta.


Un incontro organizzativo si terrà prima di luglio.

I punti critici e di forte allarme democratico sono almeno tre:

1) il metodo scelto dal governo e dalle forze politiche che lo sostengono che non rispetta l’articolo 138 della Costituzione;

2) Il semi presidenzialismo o il presidenzialismo che molti, anche fra i cosiddetti saggi, cercano di imporre;

3) la legge elettorale che non è considerata la priorità assoluta.

Durante l’incontro con le associazioni si comincerà a gettare le basi per il Comitato referendario.
Adesso basta. Si sta giocando col fuoco ma i cittadini italiani non dimenticano la loro storia e nel momento più grave della crisi economica si oppongono allo smantellamento della Costituzione nata dalla Resistenza.


Ulteriori info sono disponibili su :

http://www.libertaegiustizia.it/2013/06/14/costituzione-basta-giocare-col-fuoco

http://saviano.blogautore.repubblica.it/2013/06/14/basta-giocare-con-la-costituzione

VENTI ANNI DI PENSIERO LEGHISTA

 Dopo la bufera scatenata dalla sua oscena e disgustosa frase su facebook ( una frase talmente odiosa che non voglio neppure citarla), la consigliera padovana Dolores Galandro prova a minimizzare : ” era solo una battuta…” “…non pensavo veramente quello che ho scritto…”

No, signora Galandro, la sua non è una semplice battuta. Quanto lei ha scritto merita una riflessione profonda sul razzismo strisciante nel nostro Paese, purtroppo legittimato da più di vent’anni di destra becera al potere.

Riporto qui di seguito alcuni stralci del bellissimo articolo di Chiara Saraceno su Repubblica:

IL CORTOCIRCUITO DEL RAZZISMO

” (….) La frase impone una riflessione che non si limita a rilevare, riducendola, la grossolana maleducazione di una persona (….)

Con quella frase la signora ha assimilato tutti i maschi neri a stupratori e tutti gli stupratori a neri. Chi chiede rispetto per i neri è dunque automaticamente complice di stupratori, tanto più se è nera essa stessa (….)

Questo corto circuito è esemplare, nella sua forma estrema, dell’atteggiamento razzista. il diverso è sempre pericoloso e peggiore. Non conta che gli stupratori ( o i ladri, o i violenti) appartengano a tutte le etnie e i colori della pelle. Non conta neppure che la maggior parte degli stupri, come per i femminicidi, avvengano per mano di un parente o conoscente della vittima. Lo straniero, il diverso da sè, tanto più se identificabile dal colore della pelle o da tratti fisici ben riconoscibili, è l’emblema di ogni pericolo e nequizia. Anche l’ultimo passaggio- l’augurio che Kienge diventi vittima di uno dei “suoi” – fa parte della stessa logica. Donna e nera, e per giunta ministro: il soggetto perfetto per diventare il capro espiatorio di ogni frustrazione, l’incarnazione della vendetta contro le proprie paure. Il fatto che sia una donna ad augurare a un’altra donna di essere stuprata mostra quanto il razzismo, la costruzione dell’ altro come nemico, produca una reificazione dei soggetti, di cui non si coglie nè l’individualità nè l’umanità e per i quali non si può provare neppure solidarietà (….)

Dolores Valandro, la leghista padovana probabilmente non sa che atteggiamenti come il suo non giustificano solo maltrattamenti e discriminazioni contro i neri ( o i romeni, o qualche altro gruppo etnico-nazionale visto come potenziale nemico) ma ha una visione delle donne come esseri umani inferiori, da abusare a piacimento, anche fino al femminicidio. (….)

Fanno bene i responsabili della Lega a prendere le distanze, ma dovrebbero anche interrogarsi sul tipo di cultura che hanno lasciato crescere ed hanno spesso legittimato in tutti questi anni, con il loro linguaggio scomposto, le invettive contro gli immigrati, condite da compiaciuti vezzi celoduristi.

E’ un lavoro di riflessione critica che peraltro ci riguarda tutti, nella misura in cui abbiamo troppo a lungo sopportato atteggiamenti linguisticamente e concettualmente violenti che, invece di contrastarlo, hanno creato un terreno favorevole a un clima relazionale e culturale pericoloso per tutti, in particolare per le donne, di ogni colore e posizione sociale. I razzisti estremi in Italia sono una minoranza, anche se rumorosa. Ma il razzismo strisciante, selettivo verso questo o quel gruppo, è molto più diffuso e non meno problematico”.

Chiara Saraceno, La Repubblica del 14 giugno 2013.

ANPI IN MOSTRA A MILANO

“Resistenza e scioperi del marzo 1943”


Milano / 15 giugno 2013

L’ANPI Provinciale di Milano organizza una mostra di artisti milanesi per celebrare il 70° anniversario degli scioperi del marzo 1943. Le opere saranno esposte sotto la Loggia dei Mercanti dove sono collocate le 19 lastre di bronzo dedicate ai Caduti per la Libertà. 

RESISTENZA E SCIOPERI DEL MARZO 1943

Sabato 15 giugno dalle ore 10,00 alle ore 19,00, presso la Loggia dei Mercanti  (a pochi passi da piazza del Duomo).

Alle ore 11 musiche e canti del coro “Suoni e L’ANPI”.

Espongono: 

Mino Ceretti, Fernando De Filippi, Gioxe De Micheli, Pino Di Gennaro, Marina Falco, Renato Galbusera, Maria Jannelli, Pino Jelo, Antonio Miano, Stefano Pizzi, Giovanni Rubino, Paolo Schiavocampo, Maria Luisa Simone, Giangiacomo Spadari, Alessandro Spadari, Arianna Vairo, Claudio Zanini, Yugi, Matsunaga, Lucy Su 

Programma:

ore 15,00 – Presentazione della mostra da parte della curatrice Maria Luisa Simone De Grada.

Poesie di Cesare Fornara lette da Roberto Carusi (dal cd “Il partigiano Gordon”, ed. Avatara 2013).

Intervento di Roberto Cenati, Presidente ANPI Provinciale di Milano.

Con il patrocinio del Comune di Milano.

In collaborazione con l’Associazione le Belle Arti Liceo Artistico di Brera.

UN’ EUROPA PIU’ GIUSTA ( E ANTIFASCISTA)

Incontro di antifascisti di Italia, Slovenia, Croazia e Carinzia per un’Europa più giusta

Sabato 8 giugno, a Gorizia, ho collocato un altro importante tassello nel mio sogno (utopia?) di creare nuovi e continuativi rapporti fra partigiani e antifascisti europei. Io vedo, infatti, la necessità di ritrovarsi, prendere posizioni comuni, premere perché l’Europa sia unita, sociale, democratica e antifascista. Non è pensabile di trovarsi tutti insieme (in uno stadio?), in una qualsiasi località europea, per mille ragioni, non esclusa quella economica. Ed allora bisogna procedere per gradi, creando incontri parziali, favorendo e sviluppando i rapporti che, in vari luoghi, si sono creati.

Vedremo poi come trovare collegamenti stabili e duraturi. Ma, intanto, bisogna andare avanti; e fin d’ora informo che altri incontri ci saranno a Bruxelles il 7 luglio e vi parteciperò (un altro tassello!).
Ma per tornare a noi, l’esperienza di Gorizia è stata bellissima: un ‘incontro appassionante tra le associazioni combattentistiche, partigiane, antifasciste di Italia, Slovenia, Croazia e Carinzia. Il Convegno si è svolto presso la sede dell’Università ed è stato affollatissimo, con la
presenza anche di molti studenti (classi superiori di due scuole), che hanno assistito all’incontro con molta attenzione e interesse.

Ci sono state tre relazioni introduttive, sul tema generale “Il fascismo in Europa. L’Europa e il fascismo”; poi, interventi dal pubblico, e infine le conclusioni tratte dai Presidenti delle associazioni della Slovenia, Croazia e da me, nella veste di Presidente dell’Anpi nazionale. Relazioni e interventi di grande interesse e spessore, e conclusioni altrettanto significative. Un’atmosfera molto calda, non di reducismo (anche se non mancavano i ricordi e gli incontri tra “vecchi” combattenti) ma di riflessione e di impegno, nel più vivo e sincero senso di fraternità.

Alla fine, è stato approvato un documento che espone il contenuto del Convegno e l’impegno per il futuro; documento che è stato poi firmato, pubblicamente, dai quattro Presidenti, con la solennità di un atto che non è diretto a chiudere semplicemente un Convegno, ma ad avviare un processo e a definire una prospettiva. Credo che sia opportuno pubblicarlo qui di seguito, perché non si tratta di un atto rituale, ma di
un documento da prendere a base di ulteriori riflessioni e di più ampie iniziative, sul particolare terreno indicato. Ne raccomando la lettura attenta, perché lo considero ricco di contenuti e significati e denso di impegni.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

 

“Risoluzione delle Associazioni combattentistiche partigiane antifasciste dell’ltalia,

Slovenia, Croazia e della Carinzia austriaca – Gorizia 8 giugno 2013”

Promosso dal Coordinamento regionale dell’ANPI della Regione Friuli Venezia Giulia, si è svolto l’8 giugno 2013 a Gorizia un Convegno Internazionale sul tema: “La crisi dei valori e il neofascismo in Europa”.
Introdotto dalle relazioni di Roberto Galtieri, segretario dell’Associazione Nazionale Partigiani d’ltalia ANPI del Belgio, da Ciril Zlobec della Zveza Združenj Borcev za Vrednote NOB ZZB-NOB della Slovenia, da Ivan Fumi? del Savez Anifašisti?kih Boraca i Antifašista SABA RH della Croazia e da Katja Sturm-Schnabl, Presidente della Zveza Koroških Partizanov-Verband Der Kärntner Parttsanen ZKP-VKP della Carinzia, è stato concluso dopo approfondito dibattito dai Presidenti delle Associazioni Nazionali antifasciste, Carlo Smuraglia per I’ANPI, Janez Stanovnik per la ZZB-NOB della Slovenia e Ratko Mari?i? per la SABA RH della Croazia con I’approvazione del seguente documento.
L’ANPI, ZZB NOB, SABA RH e la ZKP-VKP, rappresentanti dei combattenti nella seconda guerra mondiale per la liberazione dei loro popoli e dell’Europa dalla oppressione nazista e fascista, richiamano I’attenzione delle forze democratiche europee sui pericoli e sui rischi che I’Europa corre per la regressione dei valori di democrazia, libertà e giustizia sociale per i quali furono fatti tanti sacrifici nella lotta contro il nazifascismo.
Questi valori, comuni ai popoli che si opposero con la resistenza e la guerra di liberazione al nazifascismo, costituivano il seme e la consapevolezza da cui nacque quel grande moto popolare europeo che attraverso menti illuminate e lungimiranti seppe individuare le basi per avviare il percorso verso un’Europa democratica e libera, basata sulla solidarietà, sull’uguaglianza, sulla pari dignità di ogni cittadino.
Questo processo nel quale sono oggi impegnati già 27 Paesi e con il primo luglio, con I’adesione della Croazia, saranno 28, è stato avviato ma deve ancora completarsi per superare I’attuale sistema politico basato quasi esclusivamente sulla cooperazione economica, monetaria e del libero mercato e per arrivare ad un’entità europea democratica di unione politica, sociale e culturale.
La crisi economica, generata dal sistema bancario fuori controllo e dalla speculazione finanziaria sta scaricando il suo costo intollerabile in grandissima parte sui ceti più deboli. Vengono colpiti in primo luogo il lavoro in particolare il lavoro giovanile, quello femminile e le tutele sociali. Si estendono le aree della disoccupazione e della povertà e aumentano le profonde ingiustizie sociali e la redistribuzione della ricchezza è clamorosamente iniqua.
La difficoltà del potere politico di regolamentare i processi economici e finanziari responsabili della crisi e la politica europea di solo rigore monetario e di pareggio dei bilanci si rivelano impotenti a risolvere il problema essenziale della crescita, al contrario, senza tener conto delle ripercussioni sociali della crisi, accrescono i disagi, I’euroscetticismo e la protesta dei cittadini.
In questo contesto nascono e crescono le comprensibili e giustificate proteste popolari che in assenza di soluzioni e in mancanza di adeguate politiche sociali possono sconfinare in fenomeni inquietanti e approdare, come già sta avvenendo, ad organizzazioni e formazioni politiche nazionaliste, xenofobe, populiste, razziste e fasciste.
Anche i Governi nazionali di alcuni Paesi, sfruttando il malcontento e in nome della “sovranità nazionale” assumono comportamenti in contrasto ai princìpi democratici essenziali, peraltro previsti dai Trattati dell’UE, princìpi che permettono loro la permanenza nella UE stessa.
Come la storia insegna, I’insufficiente risposta politica e il crescente malessere sociale, possono portare a svolte autoritarie come nel passato fu I’affermazione del nazismo e del fascismo. L’Europa deve fare una svolta verso un’unione politica, sociale e culturale, deve garantire soprattutto la giustizia sociale e i diritti dei cittadini, deve combattere i nazionalismi, i populismi e ogni forma di discriminazione e deve combattere le nuove forme di fascismo. In questo impegno noi le saremo vicini, forti dei valori che abbiamo acquisito nella resistenza e nella guerra di liberazione dall’oppressione nazifascista, valori che continuiamo a custodire gelosamente.

Per l’Associazione Nazionale Partigiani d’ltalia ANPI
Il Presidente Carlo Smuraglia

Per la Zveza Združenj Borcev za vrednote NOB ZZB-NOB della Slovenia
Il Presidente Janez Stanovnik

Per il Savez Anifašisti?kih Boraca i Antifašista SABA RH detla Croazia
Il Presidente Ratko Mari?i?

Per la Zveza Koroških Partizanov-Verband Der Kärntner Partisanen ZKP-VKP della Carinzia austriaca

Il Presidente Katja Sturm-Schnabl

BUON COMPLEANNO REFERENDUM!!

12 E 13 GIUGNO 2013

A DUE ANNI DALLA VITTORIA REFENDARIA LA LOTTA CONTINUA!!

Il 12 e 13 Giugno 2011, dopo molti anni, i referendum hanno di nuovo raggiunto il quorum e sono tornati ad essere lo strumento di democrazia diretta che la Costituzione garantisce. La maggioranza assoluta delle italiane e degli italiani si è espresso a favore della fuoriuscita dell’acqua e dei servizi pubblici locali da una logica di mercato e di profitto.

Le iniziative messe in campo in questi due anni per l’attuazione dei referendum, a partire dalla Campagna di Obbedienza Civile, passando per le manifestazioni nazionali del 26 novembre 2011, quella del 2 giugno e del 15 dicembre 2012, per finire ai diversi percorsi di ripubblicizzazione aperti nei territori, oltre al fatto che la lotta per l’acqua si è sempre più intrecciata con le altre vertenze per la difesa dei beni comuni e contro le speculazioni, dimostrano la persistenza del movimento dell’acqua e le ragioni profonde che hanno portato alla vittoria refendaria del 2011. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua da sempre sostiene che il rispetto dell’esito referendario non può essere in nessun caso considerata mero adempimento tecnico, bensì elemento sostanziale di rispetto del voto democratico della maggioranza assoluta del popolo italiano. Per questo continua la sua mobilitazione per la piena attuazione del risultato referendario. L’invito a tutte e tutti è quello di partecipare alle iniziative in programma in occasione del 2° anniversario dei referendum e alle attività dei comitati territoriali, perchè oggi ancor più di ieri, si scrive acqua e si legge democrazia!

per il compleanno dei referendum fai un regalo all’acqua: attivati!!

 Se non l’hai già fatto, firma per il referendum!!

http://www.acquapubblica.eu/

L’acqua è un bene comune, non una merce ! Esortiamo la Commissione europea a proporre una normativa che sancisca il diritto umano universale all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, come riconosciuto dalle Nazioni Unite, e promuova l’erogazione di servizi idrici e igienico-sanitari in quanto servizi pubblici fondamentali per tutti. La legislazione dell’Unione europea deve imporre ai governi di garantire e fornire a tutti i cittadini, in misura sufficiente, acqua potabile e servizi igienico-sanitari

FRANCO GALLO SULLA INCOSTITUZIONALITA’

Il Presidente della Corte Costituzionale FRANCO GALLO dichiara che l’attuale legge elettorale “è un sistema che per alcuni aspetti, come il premio di maggioranza, è sospettato di incostituzionalità”.

E allora viene da farsi domande scomode.

Roba del tipo: “Ma se lo dice Gallo, lo ripete la corte di Cassazione, e lo affermano senza se e senza ma quasi tutti i leader politici (e pure Napolitano), come può un Parlamento eletto su queste basi, mettere mano alla Costituzione? Davvero novecento e passa nominati in virtù del Porcellum possono discutere di presidenzialismo e ribaltare in 18 mesi la carta fondamentale dello Stato?”

RODOTA’ SUL PERICOLO DI STRAVOLGIMENTO DELLA COSTITUZIONE

GLI APPRENDISTI STREGONI DEL PRESIDENZIALISMO

Come nei primi anni Novanta sembra tornare oggi il tempo di una ingegneria costituzionale che appare ignara del contesto in cui la riforma delle istituzioni dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie?

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 7 giugno 2013

Nel tempo ingannevole della “pacificazione”, il conflitto giunge nel cuore del sistema e mette in discussione la stessa Costituzione. Una politica debole, da anni incapace di riflettere sulla propria crisi, compie una pericolosa opera di rimozione e imputa tutte le attuali difficoltà al testo costituzionale. Le forze presenti in Parlamento non ce la fanno a sciogliere i nodi tutti politici che hanno reso impossibile una decisione sull’elezione del Presidente della Repubblica? Colpa della Costituzione. “Je suis tombé par terre, c’est la faute à Voltaire”.

Imboccando questa strada, non si dedica la minima attenzione all’esperienza degli anni passati, alle manipolazioni istituzionali che, sbandierate come la soluzione d’ogni male, hanno aggravato i problemi che dicevano di voler risolvere, rendendo così la crisi sempre più aggrovigliata. Ho davanti a me le dichiarazioni di politici e commentatori, i saggi e i libri di politologi che, all’indomani della riforma elettorale del 1993, sostenevano che l’instaurato bipolarismo, con l’alternanza nel governo, avrebbe assicurato assoluta stabilità governativa, cancellato le pessime abitudini della Prima Repubblica con i suoi vertici di maggioranza e giochi di correnti, eliminato la corruzione. E tutto questo avveniva in un clima che svalutava la funzione rappresentativa delle Camere, attribuendo alle elezioni sostanzialmente la funzione di investire un governo e accentuando così la personalizzazione della politica e le inevitabili derive populiste.

Sappiamo come è andata a finire. E gli autori e i fautori di quella riforma oggi si limitano a lamentare il bipolarismo “rissoso” o “conflittuale”, senza un filo non dirò di autocritica, parola impropria, ma neppure di analisi seria e responsabile di quel che è accaduto. Eppure quel rischio era stato segnalato proprio nel momento in cui si imboccava la via referendaria alla riforma, suggerendo altre soluzioni. Ma non si volle riflettere intorno all’ambiente politico e istituzionale in cui quella riforma veniva calata, sulla dissoluzione in corso del vecchio sistema dei partiti e sulla inevitabile conflittualità che sarebbe derivata da una riforma che, invece di accompagnare una transizione difficile, esasperava proprio la logica del conflitto.

Oggi sembra tornare il tempo degli apprendisti stregoni e di una ingegneria costituzionale che, di nuovo, appare ignara del contesto in cui la riforma dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando, in un domani non troppo lontano, il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie? Diranno che si trattava di effetti inattesi?

Questo ci porta al modo in cui si è voluto strutturare il processo di riforma. Si è abbandonata la procedura prevista dall’articolo 138 per la revisione costituzionale, norma di garanzia che dovrebbe sempre essere tenuta ferma proprio per evitare che la Costituzione possa essere cambiata per esigenze congiunturali e strumentali. Compaiono nuovi soggetti – una supercommissione parlamentare e una incredibile e pletorica commissione di esperti, con componenti a pieno titolo e “relatori”. Il Parlamento viene ritenuto inidoneo per affrontare il tema della riforma e così, consapevoli o meno, si è imboccata una strada tortuosa che finisce con il configurare una sorta di potere “costituente”, del tutto estraneo alla logica della revisione costituzionale, concepita e regolata come parte del sistema “costituito”. Sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.

Si entra così in una dimensione di dichiarata “discontinuità”, che apre ulteriori questioni. Quando si incide profondamente sulla forma di governo, come si dichiara di voler fare, si finisce con l’incidere anche sulla forma di Stato, come hanno messo in evidenza molti studiosi del diritto costituzionale. E, di fronte alla modifica della forma di governo e di Stato, si può porre un altro interrogativo. Queste modifiche sono compatibili con l’articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”? Originata dalla volontà di impedire una restaurazione monarchica, questa norma è stata poi letta per definire quali siano gli elementi costitutivi della forma repubblicana così come è stata disegnata dall’insieme del testo costituzionale. Ne conseguirebbe che la modifica o l’eliminazione di uno di questi elementi sarebbe preclusa alla stessa revisione costituzionale. Sono nodi problematici, certamente. Che, tuttavia, non possono essere ignorati nel momento in cui si vuole intervenire sulla Costituzione abbandonando il modello di democrazia rappresentativa intorno al quale è stata costruita.

Ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky che l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”. Il riferimento al “nostro paese” risponde proprio a quella necessità di valutare ogni riforma costituzionale nel contesto in cui è destinata ad operare. Sì che ha poco senso l’obiezione che il semipresidenzialismo, ad esempio, è adottato in un paese sicuramente democratico come la Francia. Questa obiezione, anzi, obbliga a riflettere sul fatto che la compatibilità di quel sistema con la democrazia è strettamente legata a un dato istituzionale – l’assenza in Francia di gravi fattori distorsivi, come il conflitto d’interessi o il controllo di una parte rilevantissima del sistema dei media; e a un dato politico — il rifiuto di usare il partito di Le Pen come stampella di uno dei due schieramenti in campo, mentre in Italia pure la destra estrema è stata arruolata sotto le bandiere di una coalizione pur di vincere.

Più sostanziale, tuttavia, è la contraddizione con il modello della democrazia partecipativa. Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe. Una revisione condotta secondo la logica costituzionale, e non contro di essa, esige proprio la valorizzazione di tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione, tirando un filo che va dai referendum alle petizioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare. Le proposte già ci sono, per quelle sull’iniziativa legislativa popolare basta una modifica dei regolamenti parlamentari, e questo aprirebbe canali di comunicazione con i cittadini dai quali la stessa democrazia rappresentativa si gioverebbe grandemente. Altrettanto chiare sono le proposte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul superamento del bicameralismo paritario, su forme ragionevoli di rafforzamento della stabilità del governo attraverso strumenti come la sfiducia costruttiva. Si tratta di proposte largamente condivise, che potrebbero essere rapidamente approvate con benefici per l’efficienza del sistema senza curvature autoritarie. E che potrebbero essere affidate a singoli provvedimenti di riforma, senza ricorrere ad un unico “pacchetto” di riforme, più farraginoso per l’approvazione e che distorcerebbe il referendum popolare al quale la riforma dovrà essere sottoposta, che esige quesiti chiari e omogenei.

Vi è, dunque, un’altra linea di riforma istituzionale, sulla quale varrà la pena di insistere e già raccoglie un consenso vastissimo tra i cittadini, alla quale bisognerà offrire la possibilità di manifestarsi pienamente. Solo così potrà consolidarsi quella cultura costituzionale che oggi manca, ma che è assolutamente indispensabile, “capace di adeguare la Costituzione ma soprattutto di rispettarla”, come ha sottolineato opportunamente Ezio Mauro.

da MICROMEGA (7 giugno 2013)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-apprendisti-stregoni-del-presidenzialismo-2/


LORENZA CARLASSARE: SE NECESSARIO LASCERO’ I SAGGI

  

 ” E’ semplicemente ridicolo sostenere che stravolgere la Costituzione sia un segno di innovazione, mentre invece battersi perchè i suoi principi progressivi vengano finalmente applicati sia indice di conservazione”  L. Carlassare

Lorenza Carlassare, emerita di diritto Costituzionale all’Università di Padova ( è stata la prima donna a ricoprire la cattedra di diritto Costituzionale) e socio onorario dell’associazione Giustizia e Libertà, ha dichiarato oggi a Il Fatto Quotidiano che sta pensando di lasciare il gruppo dei 35 Saggi nominati dal governo per le rifome costituzionali.

“…si punta a delegittimare la Costituzione e a concentrare tutti i poteri nelle mani di una sola persona, senza controlli e contrappesi adeguati” così ha dichiarato la costituzionalista.

Parole gravi e allarmanti, che seguono solo di poche ore l’intervista rilasciata al Manifesto:

“…Da anni sostengo che alcune limitate modifiche alla Carta Costituzionale vanno fatte: andrò a ripeterlo in questo nuovo contesto. La prima cosa di cui il parlamento dovrebbe occuparsi è la legge elettorale, mi farò ascoltare innanzitutto sul fatto che le riforme non possono essere una scusa per rimandare ancora.(…) Spero di dimostrare con i fatti l’utilità della mia scelta, ma se dovessi accorgermi di essere stata ingenua, di non riuscire a far valere le mie ragioni allora potrò sempre dimettermi. Avrò così la possibilità di denunciare quello che bisognerà denunciare”.

Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 6 giugno 2013.

ISTANBUL E BELLA CIAO

Dalle pagine de ” Il Fatto Quotidiano”

Istanbul, ‘Bella Ciao’ sulla collina di Bisanzio

di Domenico Valter Rizzo

Sulla rete sta circolando un breve filmato che arriva da Istanbul, l’antica Bisanzio. Ci mostra i giovani che, in piazza Taksim, protestano contro il governo turco e cantano, nella loro lingua, una canzone italiana. Una canzone, Bella Ciao, che è stata colonna sonora della guerra di liberazione. Una canzone che, in molti nel nostro Paese, considerano poco più di un folkloristico residuo, un avanzo retorico di una stagione  ideologica da cancellare e seppellire sotto la spinta del nuovo, del moderno, della nuova politica che supera il concetto arcaico di destra e sinistra, di fascismo e antifascismo. Tutto in nome della politica nuova, post moderna, attenta agli scontrini e immune dalle idee.

Ecco, quei giovani di piazza Taksim forse ci stanno dicendo qualcosa. Ci stanno dicendo che le idee, le nostre idee, quelle sulle quali è stata scritta la nostra Costituzione sono ancora idee per le qualiragazzi di vent’anni possono battersi, posono anche rischiare di morire, come purtroppo è avvenuto proprio in Turchia, dove uno di quei ragazzi è in coma irreversibile.

Cosa dicono i versi di questa canzone? Ci siamo scandalizzati a  lungo in questo Paese perché i calciatori e i ragazzini delle nostre scuole non conoscevano le parole di una marcetta retorica che, per varie casualità, è finita per diventare inno nazionale. Bene, la canzone che i giovani di piazza Taksim hanno trovato talmente bella, talmente capace di rappresentarli, da tradurla in turco, la conoscono in pochi e invece dovrebbero insegnarla a scuola come i versi meravigliosi di Leopardi o Montale. Quella canzone è basata su una sola parola e quella parola è libertà.

“Bella Ciao” parla dell’insopportabilità dell’oppressione; quel verso “…oh partigiano portami via, che mi sento di morir“, contiene in se mille pagine, dicendoci l’impossibilità di sopravvivenza, se ci si trova privati della libertà. Un dolore fisico, che spegne la vita.

Per questo quei ragazzi l’hanno scelta e la cantano con una partecipazione profonda.

Fa specie che qualcuno nel Paese dove quella canzone è stata scritta, la consideri una canzone da tenere quasi al bando perché sarebbe elemento di divisione. In realtà lo è, ma è una divisione che separa le due anime di questo Paese: un’anima nobile e un’anima infame. Questo è il Paese che ha inventato il fascismo, lo ha poi esportato con successo e gli ha garantito consenso di massa per un ventennio; ma che ha anche avuto dentro di se la forza e la dignità per sconfiggerlo, ma non del tutto. Il fascismo, la sua cultura, la volontà di delegare ad uno le sorti di tutti è viva, pervade ancora questo Paese e questa cultura, negli ultimi due decenni, è diventata in larga misura egemone. Lo è diventata per la sciatteria e la pigrizia, che si è tentato di mascherare riproponendo magari triti rituali, di una sinistra che non ha saputo difendere i propri valori, quei valori che stanno in quella Carta che si cerca ogni giorno di fare a pezzi.

Da ” Il Fatto Quotidiano”, 3 giugno 2013

ANCORA SUL LIBRO DI LUZZATTO

Riprendiamo l’argomento del libro di Luzzatto ” Partigia”( ed. Mondadori) di cui abbiamo già trattato nel post del 16 aprile scorso sul nostro sito, per pubblicare la recensione di Alberto Cavaglion apparsa sulla Stampa di Torino ieri, 2 giugno 2013 e segnalataci da Luca Michelini.

Alberto Cavaglion scrive:

Il libro di Sergio Luzzatto su Primo Levi – Partigia, pubblicato da Mondadori poco più di un mese fa – ha riaperto una pagina di storia e spalancato una polemica storica su un episodio della Resistenza soltanto in parte sconosciuto. Primo Levi, lo scrittore simbolo della deportazione degli ebrei, un’icona letteraria e civile nel mondo intero, custodiva un «segreto brutto». Lo stesso Levi adopera questa espressione nel Sistema periodico (1975), dove confessa – trent’anni dopo i fatti e in anni in cui non era certo agevole rivelare questi retroscena – di essere stato costretto dalla propria coscienza insieme con i suoi compagni a «eseguire una condanna ». Cosa che lasciò lui e i suoi «distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse».

Luzzatto ha lavorato per anni intorno a questo segreto e in Partigia ne ha svelato contorni e protagonisti, dopo aver interrogato testimoni e consultato le carte. Ma come lui stesso ammette, senza arrivare a una conclusione certa del perché ai due giovani partigiani fucilati «con metodo sovietico» (una raffica nella schiena) era stata inflitta una condanna così grave. La conclusione dello storico (pag. 89) è che «le fonti disponibili» autorizzano a ritenere «smisurata» la pena rispetto all’entità delle colpe. Insomma i due (Fulvio Oppezzo, 18 anni, di Casale, e Luciano Zabaldano, 17, di Torino) sarebbero stati fucilati non proprio per «futili motivi», ma quasi. Una conclusione che ha aperto una controversia intorno all’esperienza partigiana di Primo Levi e, in definitiva, gettato un’ombra sulla sua figura.

Ma è proprio così? Davvero non erano rintracciabili altre «fonti storiche »? Nella biblioteca regionale di Aosta e in quella comunale di Brusson si può facilmente consultare un libretto ignorato da Luzzatto e, finora, anche dagli altri che si sono occupati del caso. Si tratta della «petite chronique» del curato Adolphe Barmaverain, Demi-siècle de vie paroissiale à Brusson, (Imprimerie Valdôtaine, 1970) dove abbiamo trovato la seguente nota: «Le 17 décembre 1943, à Fontaines, en les domiciles de Révil Cécile, est trouvée cadavre Mme Polkorny Elsa, 65 ans, de Vienne (juive) suicidée ensuite de vexation e de menaces de partisans. La voix courut que ces partisans auraient été fusillés par leur chef venu à la connaissance de ces vexations». Il parroco di quei luoghi ci racconta dunque un altro pezzo della storia mancato a Luzzatto: i partigiani furono fucilati dal loro capo perché avevano vessato e minacciato un’anziana ebrea viennese rifugiata in Valle al punto di spingerla al suicidio. I diari dei curati di montagna sono fonti primarie per gli storici e stupisce che Luzzatto non l’abbia cercato per la sua indagine pur dettata – dice lui – da una personale «ossessione» per la vicenda di Primo Levi.

Con ciò non pretendiamo di aver scoperto la verità su una vicenda così tormentata e segreta. A distanza di tanti anni, con i residui testimoni che lo stesso Luzzatto ha interpellato, o immemori o tuttora reticenti, in assenza di altri documenti attendibili, non è affatto sicuro che il diario risolva il caso, ma certo apre una prospettiva diversa. Non solo l’esecuzione dei due, per quanto crudele, non appare più tanto smisurata: il motivo non era certo «futile» e probabilmente anche tutto il travaglio che Levi rivela nel racconto del Sistema periodico va letto in altro modo.

Allora, rivediamo un po’ i fatti. Primo Levi, ventiquattrenne, il 9 settembre ’43 era sfollato da Torino a Saint-Vincent. Pochi giorni dopo sarà raggiunto dalla madre e dalla sorella AnnaMaria. In seguito si trasferiranno ad Amay, vicino al Col de Joux, tra Saint-Vincent e Brusson, dove, come è stato bene studiato in anni passati, già prima dell’8 settembre avevano trovato rifugio molti ebrei stranieri, per lo più croati,ma anche tedeschi, austriaci. Vivevano nella clandestinità e dunque erano esposti a vessazioni. Levi entra in contatto con altri giovani torinesi anch’essi sfollati, tutti appartenenti al suo giro di amici. E danno vita a una piccola formazione che si propone di aderire a Giustizia e Libertà. È un’esperienza breve, che in toni tutt’altro che apologetici lo stesso Levi evoca nel primo capitolo di Se questo è un uomo: «Mancavano i contatti, le armi, i quattrini e l’esperienza per procurarseli, mancavano gli uomini capaci… ».Quelle settimane sono inoltre segnate da contrasti con una più numerosa formazione di giovani provenienti da Casale Monferrato, ben diversi dal piccolo gruppo di intellettuali e borghesi torinesi di cui faceva parte Levi. Tra i casalesi vi erano personaggi equivoci, lo racconta Luzzatto, includendo tra essi anche uno dei due che saranno fucilati, Fulvio Oppezzo, una testa calda, nipote e figlio di gerarchi fascisti, fascistissimo egli stesso, finito chissà perché tra i partigiani. Tutto precipita nella notte del 13 dicembre. In un rastrellamento la banda di Amay viene catturata grazie a due infiltrati e all’opera di un sinistro figuro di doppiogiochista, Edilio Cagni, braccio destro del prefetto fascista di Aosta Cesare Augusto Carnazzi.

Pochi giorni dopo anche la banda dei casalesi è costretta a disperdersi e verrà eliminata. Levi, catturato, viene trasferito ad Aosta, si dichiara ebreo e viene inviato a Fossoli e poi ad Auschwitz. Nel 1973 Levi pubblica sul Mondo un racconto intitolato Oro, poi confluito due anni dopo nel Sistema periodico, nel quale è contenuta per la prima volta la rivelazione del «segreto brutto». Più tardi, nella poesia Partigia, che dà il titolo al libro di Luzzatto, Levi sembra alludere nuovamente a quel fatto: «Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno». Senza entrare nel dettaglio, némai rivelare il nome o i nomi di coloro che avevano subito la condanna, Levi racconta quanto era accaduto soltanto tre giorni prima del suo arresto: «Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi;ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente. Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù». «Avarizia narrativa», insinua Luzzatto, il quale dimentica però di dare una spiegazione convincente a quell’ «eravamo stati costretti dalla nostra coscienza»: una frase che, riletta adesso, con il diario del curato inmano, assume un diverso significato.

Il fuoco della vicenda non è soltanto la fucilazione di Oppezzo e Zabaldano, ma si aggiungono anche le vessazioni e le minacce con le quali i due avevano spinto un’anziana ebrea al suicidio. E c’è da immaginare che queste pratiche fossero piuttosto diffuse tra quegli acerbi partigiani che Levi, nella prima edizione einaudiana di Se questo è un uomo (1958) descrive così: «… un diluvio di gente squalificata, in buona e in mala fede…». E, d’altra parte, ancora Levi, nella poesia Epigrafe (pubblicata nel 1984), scritta sul modello di Spoon River, attribuisce a uno dei due giustiziati queste parole: «Da non molti anni qui giaccio io, Micca partigiano / spento dai miei compagni per mia non lieve colpa». Il diario del curato di Brusson conferma: non fu certo una lieve colpa e francamente non si capisce perché Luzzatto – pur citando la poesia – insista nei quasi «futili motivi». E così pure la frase «conforme a giustizia», con cui Levi, sempre nel primo capitolo di Se questo è un uomo, chiude in negativo il bilancio della sua esperienza partigiana, andrebbe adesso riletta in modo più completo, restituendo a ciascuno il suo. Invece anche questa viene citata da Luzzatto in esclusiva funzione di supporto alla sua tesi e riferita unicamente all’esecuzione dei due partigiani, quando andrebbe messa in rapporto a quell’intera esperienza: «A quel tempo, non mi era ancora stata insegnata la dottrina che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti».

Certo Levi avrebbe certo potuto, e forse dovuto, gridare di più. Ma ammissioni di colpa così esplicite non risulta siano state scritte, nemmeno da protagonisti della Resistenza che avevano avuto responsabilità maggiori delle sue. Negli Anni Settanta il tema della violenza era un vero tabù. La storia mitizzata della lotta di Liberazione aveva completamente obliterato il fatto; i due giustiziati vennero considerati «martiri», anzi i primi due caduti in Valle d’Aosta, naturalmente per mano dei nazifascisti e non certo per fuoco amico. Il diario del curato non scioglie l’enigma, ma dirada la nebbia e costituisce una pista concreta, rispetto a mere illazioni. Apre nuovi scenari e, soprattutto, chiarisce il contesto in cui Levi venne a trovarsi. Il vero lavoro rimane adesso da iniziare. Domande numerose attendono risposta. Barmaverain non dice quando sia realmente morta l’anziana ebrea. E poi: chi era Elsa Polkorny? Il suo fu vero suicidio? Levi era a conoscenza delle vessazioni che aveva subito Madame Polkorny e che avrebbe potuto subire sua madre, anch’essa sfollata al Col de Joux? Sono questioni concrete, su cui adesso occorrerà indagare senza pregiudizi.

Riaperta una pagina di storia, in anni in cui i tabù sono (finalmente) caduti, si può lavorare liberi da tutti i sospetti, compreso quello di aver voluto colpire l’icona di Primo Levi con l’obiettivo di mettere sul banco degli imputati, un santo beatificato da una storiografia di chierichetti devoti. E evitare operazioni editoriali dettate da questa smania di rimpicciolire tutto, che purtroppo domina il nostro tempo, «quell’inqualificabile piacere», di cui parlava Robert Musil, «che consiste nel vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità».


Ed ecco la testimonianza, apparsa sul mensile ” Pagine Ebraiche” di un compagno di Primo Levi, Guido Bonfiglioli, anche lui partigiano nell’autunno 1943.

Professor Bonfiglioli, lei è stato un caro amico di Emanuele Artom, di Primo Levi, un protagonista della Resistenza, poi un fisico brillante, un docente universitario apprezzato sulle due sponde dell’Oceano, un romanziere coraggioso ancora da scoprire. Eppure questa intervista si è resa possibile solo dopo interminabili tentativi, grazie a un incontro quasi clandestino in una sperduta località di montagna che richiama la sua esperienza di clandestinità. In un mondo in cui tutti parlano troppo lei ha scelto il silenzio. Perché?

Primo nei suoi libri non ha raccontato solo la sua storia, ma anche la vicenda di tutta la nostra generazione, di quei ragazzi ebrei che le leggi razziste del 1938, le persecuzioni e tutto quello che ne è seguito hanno legato per sempre. Non ho altro da aggiungere, se non la mia diffidenza e la mia denuncia per quello che è diventata l’Italia di oggi.

Sa che proprio in queste settimane vi sono storici che hanno voluto scavare proprio nella breve vicenda di Primo Levi partigiano, forse nella speranza di fare sensazione, secondo alcuni per gettare un’ombra sulle scelte drammatiche che toccarono a voi allora?

Lo so, e lo trovo penoso. Rileggere la storia per adattarla ai propri comodi, alle esigenze contemporanee, per costruire tesi, seminare sospetti. Non lo posso accettare.

Quando e come incontrò Primo Levi per l’ultima volta prima della sua cattura e della deportazione?

Ci siamo visti nel dicembre del 1943 al Col di Joux, dalle parti di Amay sopra Saint Vicent, dove aveva trovato un alloggio assieme a Luciana Nissim e Vanda Maestro. Eravamo due ragazzi di 24 anni, non certo dei combattenti professionisti. Ma ognuno di noi aveva preso la sua strada. La nostra conoscenza del territorio e di quelle montagne fu probabilmente determinante nel segnare il destino. Ormai avevo fatto la mia scelta e militavo nel grande nucleo di Giustizia e Libertà che controllava il territorio fra la riva destra della Dora e il confine con la Svizzera. Cercai di fargli capire che restare sulla riva sinistra della Dora, per di più in una località facilmente raggiungibile con gli automezzi, era una grande imprudenza, ma non riuscii a convincerlo. Pochi giorni dopo fu catturato e accadde quello che milioni di lettori di Se questo è un uomo conoscono bene.

Oggi si dice che in quelle settimane nei territori controllati dai partigiani avvennero oscuri episodi, esecuzioni sommarie, regolamenti di conti.

Certo che avvennero, e come avrebbe potuto essere altrimenti? In mezzo ai combattenti, nella confusione generale si trovavano malfattori, delatori, infiltrati di ogni genere. I partigiani dovevano necessariamente mantenere l’ordine e soprattutto salvaguardare la fiducia della popolazione locale. Ricordo che furono emesse vere e proprie condanne e nel caso di noi GL, nonostante le difficoltà, si trattò di regolari processi che impegnarono altissimi magistrati italiani entrati nella Resistenza. Ma Primo con queste storie non aveva proprio nulla a che vedere. Non era un ideologo e non era un estremista. Era un ragazzo pacifico, sensibile e delicato che gli eventi avevano gettato in un inferno. Ciononostante quando lo incontrai era sereno e per quanto riguarda questi aspetti terribili della lotta partigiana lo trovai per quanto possibile sereno anche quando lo rividi a Torino nel 1945. Alla prova dei fatti, se furono traditi così come lo furono, non si erano nemmeno difesi abbastanza.

Intervista di Guido Vitale.