4 NOVEMBRE, MAI PIU’ GUERRE

Ecco il testo del discorso di Giuseppe De Luca, presidente dell’Anpi Seprio in occasione del 4 novembre.

MAI PIU’ GUERRA

Ecco il testo dell’intervento Anpiseprio effettuato il giorno 3 novembre a Mozzate in occasione delle celebrazioni del 4 Novembre.

Mozzate 4 novembre 2013

MAI PIU’ LA GUERRA

Ricorre oggi la fine della prima guerra mondiale e l’anpiseprio ricorda questo evento partecipando alle manifestazioni del Comune di Mozzate,che ringraziamo per l’invito che il sindaco a nome dell’aministrazione comunale ha voluto farci.

Il 4 novembre di 95 anni fa si chiudeva un’avventura bellica che in 5 anni di combattimenti ha lasciato sul terreno oltre 9 milioni di morti in Europa e ridotte allo stremo la popolazione dei paesi belligeranti.

L’Italia fu spinta alla guerra dal nazionalismo e fanatismo dei gruppi politici al potere e dai potentati economici più spericolati che vedevano nella produzione bellica un’occasione di facile arricchimento.

Lo stesso fanatismo ideologico, nazionalismo e capitalismo sfrenato più tardi,negli anni ‘20, daranno origine al regime fascista.

L’Italia uscì dalla guerra in condizioni di estrema povertà economica e sociale, con il tessuto economico e produttivo distrutto e con masse enormi di lavoratori e di contadini senza lavoro e ridotti alla fame.

Non c’è stato nessun paese e nessuna famiglia che non sia stato toccato dalla prima guerra mondiale, ma quelli che hanno pagato un prezzo altissimo sono stati i contadini strappati alle loro terre e gli operai allontanati dalle loro fabbriche.

Si può dire che la prima guerra mondiale fu uno spaventoso massacro: solo in Italia vi sono stati 650 mila morti e 1 milione di feriti.

Molti furono obbligati a combattere in una guerra in cui non credevano, costretti dalle loro povertà, dal ricatto e dalle rappresaglie.

Molti combatterono invece convinti che l’Italia avrebbe conquistato una posizione dominante nella geografia politica dei paesi europei.

Entrambi questi schieramenti ne uscirono fortemente ridimensionati: i primi toccarono con mano l’inutilità della guerra, i secondi hanno dovuto ricredersi delle aspirazioni di dominio italiano.

Non è questo quindi un giorno di gloria, ma un giorno di riflessione sulle atrocità della guerra, sui lutti che essa provoca, sulle sofferenze della popolazione, sulla sua inadeguatezza e inutilità per risolvere i conflitti tra le nazioni.

Come appunto recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, nata dalla resistenza e dalla lotta di liberazione, che afferma che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Una costituzione,la nostra,che oggi alcune forze politiche vorrebbero rivedere al di fuori delle regole parlamentari e che invece secondo noi deve essere ancora largamente applicata,fatta conoscere ai giovani e studiata nelle scuole di ogni ordine e grado.
È questo,quindi, un giorno per ricordare, per non perdere la memoria di eventi drammatici e delle grandi sofferenze che essi hanni inflitto a tutto il nostro paese.
E per fare questo bisogna iniziare dai giovani.
A questo proposito facciano nostro il pensiero dei costruttori di pace.
Si promuovano nelle scuole le letture dei libri di Carlo Emilio Gadda “Il giornale della guerra e della prigionia”, delle poesie di Giuseppe Ungaretti scritte in trincea, si proponga la lettura di “Addio alle armi” di Ernest Hemingway, di “Un anno sull’alto piano” di Emilio Lussu, siano diffuse le lettere dei soldati che mandavano al diavolo la guerra e il re.

Non c’è proprio nessun motivo per tenerle segrete, se non l’ipocrisia della retorica.

Si facciano vedere agli studenti i film “La grande guerra” di Mario Monicelli, ”Uomini contro” di Francesco Rosi, ”Non uccidere” di Claude Autant-Lara, proiettato a Firenze nel 1961 da Giorgio La Pira, nonostante il divieto, con un coraggioso gesto di disobbedienza civile.

Si faccia studiare l’Unione Europea, nata dalle macerie di due guerre mondiali e costituita dalle stesse nazioni che per decenni si sono fronteggiate sui campi di battaglia e che oggi sono accomunate da uno stesso destino in un’unica, grande istituzione europea.
Non bisogna dare spazio a coloro che vogliono tornare indietro,ad un’europa divisa,separata da differenti interessi e prospettive culturali,dove gli stati si contrappongono l’uno contro l’altro.
Abbiamo bisogno di un’europa più coesa e solidale,con più potere politico e più unità.
Si promuova la cultura dell’integrazione della diversità, garantendo gli stessi diritti civili e sociali ai gruppi sociali di recente immigrazione prevenendo ogni forma d’intolleranza, di xenofobia e di discriminazione nei loro confronti.

Sia questo giorno,insomma, l’occasione per contribuire a diffondere la cultura della pace e dell’integrazione.

È questo un modo costruttivo per onorare tutti quelli che persero la vita nella prima guerra mondiale e perché dal 4 novembre rinasca il monito solenne che l’anpiseprio fa proprio: mai più la guerra.

LOCANDINE FASCISTE IN OCCASIONE DEL 4 NOVEMBRE

In occasione della festività del 4 novembre, le strade della provincia di Varese, Milano e Como sono state tappezzate con manifesti in memoria dei caduti per la patria

La locandina affissa in queste ore, del tutto simile a quelle istituzionali, recita: “4 novembre – giornata dedicata ai caduti in guerra – sono caduti per la patria – onoriamo il loro sacrificio”, una scritta sormontata dall’immagine di un fascistissimo gladio mentre, più sotto, riporta la firma del Comitato nazionale ricerche ed onoranze dei caduti della Repubblica Sociale Italiana. Il gruppo, che ha sede a Somma Lombardo (Varese), porta il nome della medaglia d’oro Carlo Borsani (un convinto fascista che rimase ferito in Albania e aderì alla Rsi, morì giustiziato dai Partigiani il 29 aprile 1945). Del comitato non si trovano altre tracce se non un gruppo facebook poco frequentato e un sito che non viene aggornato dal 2010.

Il comitato in questione è nato dalla riunione delle associazioni combattentistiche e culturali con l’intento di “ricevere i Dispersi e i Caduti della Repubblica Sociale Italiana perché avessero una tomba onorata”, dal momento che “caddero per la Patria” e si professa apartitico ma non ci vuole un grande sforzo di fantasia per immaginare in quale direzione vadano le simpatie dei suoi membri. A segnalare la stonatura è l’Osservatorio Democratico, che punta il dito contro questa iniziativa, sottolineando il pericolo che si cela dietro al continuo “tentativo della revisione storica” in atto da tempo “in una delle province più nere d’Italia – la provincia di Varese – nata nel Ventennio ed ancora molto affezionata a quell’eredità” e conclude: “purtroppo è in corso un pericoloso rigurgito fascista”. Per la giornata odierna, 1 novembre, il Comitato ha proposto ai nostalgici una cerimonia di commemorazione al “Campo 10” del cimitero milanese di Musocco, al sacrario nazionale dei caduti della Rsi.

I tempi della Repubblica Sociale hanno segnato una pagina terribile della storia del nostro paese, ancor più nelle zone interessate da questa ondata di nostalgia, dove l’occupazione nazi-fascista ha comportato una dura politica di persecuzione e repressione nei confronti di tutti gli oppositori del regime.

Da ” Il Fatto Quotidiano” del 4 novembre 2013

RODOTA’: LA VOCE AI CITTADINI

RIFORME ELETTORALI: LA VOCE AI CITTADINI

di Stefano Rodotà, da Repubblica delle Idee del 23 ottobre 2013

So bene quanto sia difficile, oggi in Italia, una discussione ispirata a criteri di ragione e rispetto. È quel che sta accadendo per il tema della riforma della Costituzione. Ma questo non deve indurre a ritrarsi da una discussione che trova talora toni sgradevoli. Impone, invece, di fare ogni sforzo perché una questione davvero fondamentale possa essere affrontata in modo rispettoso dei dati di realtà e delle diverse posizioni in campo.

Quel che si sta discutendo è l’assetto futuro della Repubblica, l’equilibrio tra i poteri, lo spazio stesso della politica, dunque il rapporto tra istituzioni e società delineato dalla Costituzione, il patto al quale sono consegnate le ragioni del nostro stare insieme. Tuttavia, prima di affrontare questioni così impegnative, è necessario ristabilire alcune minime verità. Nell’affannosa ricerca di argomenti a difesa della strada verso la revisione costituzionale scelta da governo e maggioranza, infatti, si sta operando un vero e proprio stravolgimento della posizione di alcuni critici di questa scelta. Premono le ragioni della propaganda e così si alzano i toni, con una mossa rivelatrice dell’intima debolezza delle proprie ragioni. Spiace che in questa operazione si sia fatto coinvolgere lo stesso presidente del Consiglio, che non perde occasione per additare i critici come quelli che vogliono rendere impossibile la riduzione del numero dei parlamentari, l’uscita dal bicameralismo paritario, la riscrittura dello sciagurato titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e Regioni.
Ripeto: questa è una assoluta distorsione della realtà. Fin dall’inizio di questa vicenda, di fronte al “cronoprogramma” del governo era stato indicato un cammino diverso, che sottolineava proprio la possibilità di una rapida approvazione di riforme per le quali esisteva già un vasto consenso sociale, appunto quelle ricordate prima. Se governo e Parlamento avessero subito seguito questa indicazione, è ragionevole ritenere che saremmo già a buon punto, vicini ad una dignitosa riscrittura di norme della Costituzione concordemente ritenute bisognose di modifiche. Come si sa, è stata scelta una strada diversa, tortuosa e pericolosa, con variegate investiture di gruppi di “saggi” e con l’abbandono della procedura di revisione indicata dall’articolo 138
della Costituzione. I tempi si sono allungati e i contrasti si sono fatti più acuti.

Questo non è un dettaglio, come vorrebbero farlo apparire quelli che, con sufficienza, invitano a guardare al merito delle proposte e a non impigliarsi in questioni meramente procedurali. Quando si tratta di garanzie, la regola sulla procedura è tutto, dà la certezza che un obiettivo così impegnativo, come la revisione costituzionale, non venga piegato a esigenze strumentali, a logiche congiunturali. È proprio quello che sta avvenendo, sì che non è arbitrario ritenere che la strada scelta nasconda un altro proposito  –  quello di agganciare a riforme condivise anche una forzatura, riguardante il cambiamento della forma di governo.
È caricaturale, e improprio, descrivere la discussione attuale come un conflitto tra conservatori e innovatori. Si stanno confrontando, e non da oggi, due linee di riforma. Di fronte a quella scelta da governo e maggioranza non v’è un arroccamento cieco, un pregiudiziale no a qualsiasi cambiamento. Vi è una proposta diversa, che può essere così riassunta:rispetto della procedura dell’articolo 138, avvio immediato delle tre specifiche riforme già citate, mantenimento della forma di governo parlamentare rivista negli aspetti che appaiono più deboli.

Torniamo, allora, alle questioni più generali. Da alcuni anni si è istituita una relazione perversa tra
emergenza economica, impotenza politica e cambiamenti della Costituzione. Con una accelerazione violenta, e senza una vera discussione pubblica, nel 2012 è stata approvata una modifica dell’articolo 81 della Costituzione, prevedendo il pareggio di bilancio. Allora si chiese, invano, ai parlamentari di non approvare quella riforma con la maggioranza dei due terzi, per consentire di promuovere eventualmente un referendum su un cambiamento tanto profondo. La ragione era chiara. Si parla molto di coinvolgimento dei cittadini e si dimentica che quella maggioranza era stata prevista quando la legge elettorale era proporzionale, dando così garanzie in Parlamento che sono state fortemente ridotte dal passaggio al maggioritario. Oggi la stessa richiesta viene rivolta ai senatori che si accingono a votare in seconda lettura la modifica dell’articolo 138. Vi sarà tra loro un gruppo dotato di sensibilità istituzionale che accoglierà questo invito, affidando anche ai cittadini il giudizio sulla sospensione di una procedura di garanzia che altri, in futuro, potrebbero utilizzare invocando qualche diversa urgenza o emergenza? Non basta, infatti, aver previsto un referendum alla fine dell’iter della riforma finale, se rimane un dubbio sulla correttezza del modo in cui quel cammino è cominciato.

La discussione sul merito delle proposte assume significato diverso se queste non alterano l’impianto costituzionale e sono già sorrette da consenso sociale, come quelle più volte citate, o se invece implicano un mutamento della forma di governo. Per quest’ultima, nella relazione del Comitato dei “saggi” sono state fatte due operazioni. In via generale, sono state legittimate tre ipotesi tra loro ben diverse. E poi si è indicata tra queste una sorta di mediazione, definita come “forma di governo parlamentare del Primo Ministro”, che in realtà introduce un presidenzialismo mascherato, costituzionalizzando l’indicazione sulla scheda del candidato premier e ridimensionando così il potere di nomina da parte del presidente della Repubblica e quello del Parlamento di dare la fiducia. Ha detto bene Gaetano Azzariti sottolineando che così si realizza “l’indebolimento della forma di governo parlamentare e il definitivo approdo in Costituzione delle pulsioni presidenziali”. Una politica debole cerca così una scorciatoia efficientista attraverso un accentramento/ personalizzazione dei poteri e sembra rassegnarsi ad una crisi dei partiti che, incapaci di presentarsi come effettivi rappresentanti dei cittadini, non sono più in grado di cogliere la pienezza del ruolo dell’istituzione in cui sono presenti, il Parlamento, alterando così gli equilibri costituzionali.

Ma l’assunzione della logica dell’emergenza e della pura efficienza svuota lo spazio costituzionale di tutto ciò che si presenta come “incompatibile” con essa. I diritti fondamentali sono respinti sullo sfondo e si perde il loro più profondo significato, in cui si esprime non solo il riconoscimento della persona nella sua integralità, ma un limite alla discrezionalità politica che, soprattutto in tempi di risorse scarse, deve costruire le sue priorità partendo proprio dalla garanzia di quei diritti. Sbagliano quelli che, con una mossa infastidita, dichiarano l’irrilevanza della discussione sulle riforme di fronte ai bisogni reali delle persone. Questi vengono sacrificati proprio perché la politica ha perduto la sua dimensione costituzionale, e fa venir meno garanzie in nome di un’efficienza tutta da dimostrare, come accade per il lavoro. Se non si coglie questo nesso, rischiano d’essere vane anche le iniziative su questioni specifiche, e i lineamenti della Repubblica verranno stravolti assai più di quanto possa accadere con un mutamento della forma di governo.

I 5 VOTI DEL SENATO

Riforme costituzionali
CINQUE VOTI MALEDETTI

Da libertà e Giustizia, 23 ottobre 2013

Grazie a soli 5 voti, il Senato approva in terza lettura, a maggioranza assoluta con 218 voti il ddl costituzionale che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali. E’ la seconda deliberazione del Senato. L’ok finale spetta alla Camera, che ha gia’ votato il 10 settembre. Per cinque voti in più viene precluso il ricorso al referendum, infatti il non raggiungimento dei due terzi, che lo avrebbero permesso, presupponeva che i voti favorevoli fossero meno di 214.

La votazione al Senato (favorevoli, contrari, astenuti)

LA STRAGE DI CEFALONIA

Ergastolo per il nazista Alfred Stork: colpevole del massacro di Cefalonia

L’ANPI Nazionale, costituita parte civile nel procedimento penale a carico di Alfred Stork, nella persona del proprio Presidente, prof. avv. Carlo Smuraglia, e difesa dagli avvocati Emilio Ricci e Rosa Anna Ruggiero, comunica che oggi, 18 ottobre,  il Tribunale militare di Roma ha riconosciuto la responsabilità penale dell’imputato, condannandolo all’ergastolo, per il massacro compiuto nel settembre del 1943 sull’isola di Cefalonia, dove vennero fucilati per mano tedesca, in esecuzione di uno specifico ordine di Hitler, centinaia di soldati italiani, prigionieri di guerra, in spregio delle convenzioni internazionali che – anche all’epoca dei fatti – imponevano un trattamento umano dei militari che avevano ormai deposto le armi.

Alfred Stork, oggi novantenne,che vive in Germania a Kippenheim, a suo tempo aveva confessato di aver preso parte alle fucilazioni degli ufficiali della divisione Acqui a Cefalonia nel settembre del 1943.

La decisione giudiziaria, che interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni, grazie al serio e attento sforzo investigativo del
Procuratore militare, Dott. Marco De Paolis e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi, assume
un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero
responsabili dell’eccidio di Cefalonia.

La sentenza è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi,
la cui costituzione di parte civile è stata ammessa in considerazione del fatto che l’Associazione è stata formata per dare corpo unitario alle
aspirazioni di libertà e giustizia proprie dei partigiani, per conservarne e tramandarne i valori e per non disperdere il messaggio antifascista di cui i partigiani erano portatori.

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Avv. Emilio Ricci

Avv. Rosa Anna Ruggiero

18 ottobre 2013

Cefalonia, ergastolo per nazista: “Partecipò a fucilazione di 117 italiani”

Il Tribunale militare di Roma ha accolto la richiesta della Procura. Albert Stork, che all’epoca dell’eccidio avvenuto sull’isola greca era caporale, aveva confessato di aver preso parte ad una delle tante fucilazioni di soldati e ufficiali della Divisione Acqui. Anpi: “Sentenza destinata a fare storia”

da Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2013 

Condannato all’ergastolo dal Tribunale militare di Roma per avere partecipato alla fucilazione di “almeno 117 ufficiali italiani” a Cefalonia, il 27 settembre 1943. Alfred Stork, ex caporale della Wehrmacht che attualmente vive in Germania, è stato condannato in contumacia. Ha preso parte all’eccidio avvenuto sull’isola greca, il 27 settembre 1943, quando alla ‘casetta rossa’ furono uccisi decine di prigionieri di guerra e appartenenti alla Divisione Acqui. Il 19 dicembre scorso c’era stata la prima udienza dibattimentale del processo nei confronti dell’ex caporale tedesco. Ancora da stabilire, verrà fatto in sede civile, l’ammontare del risarcimento dovuto alle parti offese.

Il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, si dice “soddisfatto” per la condanna di Stork. Tuttavia, precisa, “è una soddisfazione a metà perché quando una sentenza arriva a 70 anni dai fatti non è giustizia, ma è negata giustizia”. Tuttavia, sottolinea, “è la prima sentenza di condanna in assoluto per i fatti di Cefalonia dopo il processo di Norimberga“, che inflisse 12 anni al generale Hubert Lanz, che ne scontò solo tre. Il fatto importante, secondo De Paolis, è che il tribunale “sembra aver sposato la tesi da noi sostenuta secondo cui l’ordine illegittimo, criminoso, non doveva essere rispettato: non può essere un paravento per coprire misfatti del genere”. 

Secondo l’Associazione nazionale partigiani (Anpi) la condanna di Stork  ”è certamente destinata a fare la storia anche nella parte in cui riconosce il diritto al risarcimento dei danni a favore dell’Anpi”. L’associazione, però, sottolinea in una nota che la sentenza ”interviene dopo un colpevole ritardo di settanta anni grazie al serio e attento sforzo investigativo del Procuratore militare e alla caparbia tenacia di alcuni familiari delle vittime, delle associazioni e dell’Anpi”. Inoltre, prosegue il comunicato, “assume un’importanza decisiva perché per la prima volta un Tribunale ha riconosciuto la colpevolezza di quei militari tedeschi che si resero responsabili della strage”.

L’eccidio di Cefalonia – Stork, sentito nel 2005 dai magistrati tedeschi, ammise di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, il 24 settembre. “Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani” perché “erano considerati dei traditori”, disse. Alla Casetta Rossa sarebbero stati complessivamente giustiziati 129 ufficiali (altri sette vennero ammazzati il giorno successivo per rappresaglia) da parte di due plotoni. Quello di Stork, comandato da “un tenente”, sparò dall’alba al pomeriggio lasciando sul terreno “73 ufficiali”, come afferma lo stesso imputato.

Ad uccidere i rimanenti fu invece il secondo plotone, comandato da Otmar Muhlhauser, l’ufficiale che negli anni scorsi venne incriminato dalla procura militare di Roma e morì nel luglio 2009, mentre era in corso l’udienza preliminare nei suoi confronti. Proprio indagando su Muhlhauser si è arrivati a Stork, ma il fatto che questi non abbia mai ripetuto la sua confessione ha reso fin dall’inizio in salita la strada dell’accusa. Una strada ancora più irta, se si pensa che l’inchiesta non ha consentito di individuare nessuno pronto a indicare Stork come componente del plotone di esecuzione. “C’era allora, come purtroppo c’è ora – ha detto il pm De Paolis – un patto tra gli appartenenti a quei reparti dell’esercito tedesco che si sono macchiati dei peggiori misfatti di non rivelare mai il nome degli autori. Il fatto sì, i responsabili no. Un disgustoso muro di omertà”.

In una delle passate udienze, uno dei sottufficiali dei carabinieri altoatesini (e bilingue) che hanno condotto le indagini, ha manifestato con un esempio tutta la sua frustrazione. “Ad un suo commilitone abbiamo fatto vedere questa foto”, ha detto, mostrando una vecchia fotografia in cui il caporale condannato è immortalato insieme ad altri suoi camerati. “Curiosamente li ha riconosciuti tutti, tranne l’imputato”. Neppure la decina di reduci italiani sentiti nel corso del processo avevano mai sentito parlare di Stork. Il procuratore, tuttavia, ha citato la consulenza tecnica disposta dagli inquirenti tedeschi e una serie di testimonianze in base alle quali il plotone cui apparteneva Stork era “sicuramente” uno di quelli in azione alla Casetta Rossa.

Essenzialmente sulla base di queste prove ha chiesto l’ergastolo per l’imputato, al quale “non vanno riconosciute le attenuanti generiche – ha detto – tenuto conto della estrema gravità dei reati, delle modalità con le quali essi sono stati crudelmente posti in essere, del totale disinteresse per le vittime anche dopo tanti anni dalla commissione dei fatti e del comportamento processuale tenuto, poichè Stork non ha in alcun modo collaborato con gli organi giudiziari”. De Paolis ha anche ricordato che a nulla vale sostenere come causa di giustificazione “che ‘quelli erano gli ordini e dovevano essere rispettati, pena la morte’. Non è vero, è una delle tante bugie. Il militare ha l’obbligo di non adempiere ad ordini palesemente criminosi, illegittimi e assurdi, come quello di uccidere altri soldati che si sono arresi: a Cefalonia ci sono stati dei rifiuti e non risulta che nei confronti di chi ha detto di no siano state adottate sanzioni. Partecipare ad un plotone d’esecuzione era una libera scelta, chi ha ucciso in modo così vergognoso era consapevole della totale antigiuridicità e illegalità della propria condotta”.

CONSIGLIO NAZIONALE ANPI

sabato 19 e domenica 20 ottobre si e riunito a Chianciano Terme il Consiglio Nazionale dell’Anpi. Dopo la relazione introduttiva del Presidente Nazionale Carlo Smuraglia che invio in allegato, si è aperto un lungo e animato dibattito e la presentazione di 2 documenti. In precedenza, venerdì 18 ottobre, il Comitato Nazionale ha discusso e approvato con 21 voti a favore 1 contrario e 3 astenuti l’Ordine del Giorno, che è possibile leggere qui sotto. Per Anpi Como Antonio Proietto.


Ordine del giorno approvato dal Comitato Nazionale ANPI sul 12 ottobre

Relazione del presidente Smuraglia

Ordini del giorno presentati da alcuni consiglieri, assunti dalla Presidenza come raccomandazione e trasmessi al Comitato Nazionale:

Ordine del giorno ANPI Sicilia

Ordine del giorno ANPI Ancona, Ascoli Piceno e Macerata


SEMINARI SULLA RESISTENZA

SEMINARIO SULLA STORIA DELLA RESISTENZA
1943-1944 Resistenza e Resistenti, l’incerto futuro del passato

Nell’avvicinarsi del 70° della Liberazione, l’Istituto di Storia P.A. Perretta organizza un ciclo di seminari sulla Resistenza e la  sua storiografia.
L’incontro si terrà presso la biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea, in via Brambilla 39 a Como alle ore 17,30.
CALENDARIO DEGLI INCONTRI:
25 ottobre: Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana –
Franco Catalano, Storia del CLNAI –  (Giuseppe Calzati).
8 novembre: Guido Quazza, La Resistenza italiana (Appunti e documenti) e
Resistenza e storia d’Italia (Problemi e ipotesi di ricerca) – (Gerri
Caldera)
29 novembre: Claudio Pavone, Una guerra civile ( Patrizia Di Giuseppe)
13 dicembre: Santo Peli, La Resistenza in Italia (Storia e critica)
(Patrizia Di Giuseppe).

Il ciclo è aperto a tutti ed è valido come corso d’aggiornamento per gli insegnanti (verrà rilasciato certificato di partecipazione)



MESSA IN SICUREZZA DELLA COSTITUZIONE

Comunicato stampa

METTERE IN SICUREZZA LA COSTITUZIONE, DARE VOCE ALLE OPPOSIZIONI

18 ottobre 2013Libertà e Giustizia
La prossima settimana si terrà in Senato, in seconda lettura, la votazione finale sul ddl Costituzionale “Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali”, quello che in sostanza smantella l’articolo 138 della Costituzione. Dopo l’ appello dei cinque firmatari della Via Maestra e la richiesta del presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, Libertà e Giustizia consiglia la rilettura del disegno di legge costituzionale con cui Oscar Luigi Scalfaro nel giugno 2008 chiese la “messa in sicurezza” della Costituzione. E si rivolge soprattutto ai senatori ancora presenti a Palazzo Madama, che allora firmarono per la messa in sicurezza della Costituzione, chiedendo che cosa è cambiato da allora.

COSTITUZIONE: REFERENDUM SE SI CAMBIA

Costituzione, referendum se si cambia

“Trovo francamente sorprendente che in Senato, in un momento difficile e complesso, si trovi – con tanta velocità – il tempo per mettere all’ordine del giorno (sembra con l’intento di concludere rapidamente)  il disegno di legge costituzionale che contiene, fra l’altro, modifiche all’art. 138 della Costituzione”.

Il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, esprime tutta la sua preoccupazione per l’accelerazione impressa all’iter si riforma, ricordando che comunque la parola ultima spetterà ai cittadini con un referendum.

“Questo procedimento accelerato – sottolinea – non si giustifica, visto che bisogna comunque attendere la seconda lettura della Camera, ma è significativo della volontà di procedere a tutti i costi e con la massima velocità sul cammino di riforme costituzionali sulle quali gravano perplessità e contrarietà di giuristi, politici e comuni cittadini e dunque meriterebbero un’approfondita riflessione e discussione”.

Smuraglia non ci sta alla logica delle due velocità. E fa riferimento alla decadenza – ancora sospesa – del sen. Berlusconi.

“Ci sono altre cose che invece procedono al rallentatore, in modo incomprensibile per i cittadini, soprattutto per quelli che conoscono il significato della parola “immediatamente” scritta a lettere chiarissime nella legge Severino. Per noi, “immediatamente” significa che la questione dovrebbe essere stata risolta già da un pezzo; ma evidentemente utilizziamo un vocabolario antiquato e ormai poco in uso in questo Paese, dove le scelte stravaganti sembrano prevalere”.

“Confido – conclude il presidente nazionale dell’Anpi – che i senatori, consapevoli della loro funzione e della loro responsabilità, si prendano il tempo necessario per riflettere e discutere e facciano in modo che, in  ogni caso, sul disegno di legge sia poi possibile dare la parola ai cittadini, col referendum.