COMUNICATO ANPI SEPRIO

Si comunica che sono pronti i libri relativi al congresso organizzato da Anpi Seprio su I Diritti Umani in Palestina.

I libri contengono le relazioni e la documentazione del congresso, e hanno un costo di 10 euro cad.

Il ricavato dei libri servirà a finanziare le prossime iniziative di Anpi Seprio per il 70° della Resistenza.

8 MARZO – LA RESISTENZA TACIUTA

Le donne nella Resistenza sono ovunque. Ricoprono tutti i ruoli. Sono staffette, portaordini, infermiere, medichesse, vivandiere, sarte. Diffondono la stampa clandestina. Trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa. Sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche. Hanno cura dei morti. Compongono i loro poveri corpi e li preparano alla sepoltura. Un certo numero di donne imbraccia le armi. […] Tuttavia le donne non hanno ottenuto quei riconoscimenti che meritavano.
Angelo del Boca, partigiano, scrittore e storico

Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza.
Arrigo Boldrini (Bulow),
medaglia d’oro della Resistenza

Già è stata notata la riluttanza a far sfilare le partigiane nei cortei di liberazione: essa non è che il preludio del silenzio che da allora coprirà centinaia di storie vissute da queste donne; silenzio delle istituzioni, anzitutto, ma silenzio delle donne stesse che si sono volontariamente emarginate dalle cerimonie e dalle manifestazioni celebrative, non meno che dai riconoscimenti e dalle onorificenze, per naturale riserbo, riacquistato col ritorno alla normalità. […] La storiografia ha continuato perciò a considerare e valutare l’operato femminile in base al grado di avvicinamento ai valori, alle dinamiche delle azioni maschili. Individuare ciò che di nuovo emerge da questi nuovi soggetti storici che agiscono in condizioni loro proprie, del proprio sesso, e secondo propri criteri, significa allargare il raggio di visione della storia, vederne la complessità e la contraddizione e soprattutto non trascurarne mai il legame inscindibile con la vita di tutti.

Leggi l’articolo

http://www.archiviocaltari.it/2010/04/25/partigiane-la-resistenza-taciuta/

CERIMONIA DEL COMUNE PER RICORDARE GLI SCIOPERI

PER RICORDARE LE VITTIME DELLO SCIOPERO

Per ricordare quei tragici fatti, il 6 marzo alle 12.30 al cimitero Monumentale l’Amministrazione comunale ha organizzato una cerimonia di commemorazione alla presenza del vicesindaco Silvia Magni. Una corona verrà depositata accanto alla lapide che ricorda i nomi degli operai della Comense e della Castagna deportati.

Saranno presenti, fra le tante personalità, Ines Figini, una delle due operaie deportate nel 1944, il presidente dell’Anpi Provinciale di Como Guglielmo Invernizzi e il segretario del Provinciale di Como Antonio Proietto.

Sempre per commemorare il 70° anniversario degli scioperi del 6 marzo 1944, l’ANPI Provinciale di Como, i sindacati di Como della CGIL, UIL e CISL, ACLI e l’Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta, con il patrocinio del Comune di Como, organizzaranno una giornata di dibattito e riflessione il 9 aprile prossimo presso l’ Aula Magna dell’Istituto di Setificio di Como.

Il programma e gli orari dell’iniziativa saranno comunicati nei prossimi giorni.

GLI SCIOPERI DEL MARZO 1944

Lo sciopero generale attuato nel Nord Italia dall’1 all’8 marzo 1944 costituì  l’atto conclusivo di una serie di agitazioni cominciate, in forme e modalità diverse, già nel settembre 1943, all’indomani della costituzione della Repubblica Sociale Italiana e dell’occupazione tedesca, e sviluppatesi soprattutto nei mesi di novembre e dicembre.

Lo sciopero del marzo 1944 presentò tuttavia una sostanziale novità. Esso fu infatti caratterizzato da una precisa matrice di natura politica, mentre le precedenti agitazioni, seppur non prive di risvolti politici, erano state attuate sostanzialmente in un’ottica di tipo economico-rivendicativo e avevano avuto come scopo primario il miglioramento sia delle condizioni salariali, attraverso la richiesta di aumenti, sia della situazione alimentare.

Con lo sciopero generale del marzo 1944 invece “le lotte operaie assunsero un carattere differente” perché si configurarono come una precisa forma di lotta politica antifascista e antitedesca. Deciso su iniziativa dei comunisti e approvato, dopo qualche esitazione dei socialisti, anche dagli altri partiti che facevano parte del Comitato Nazionale di Liberazione, lo sciopero iniziò il 1° marzo nelle fabbriche del “triangolo industriale”, si diffuse rapidamente e per più di una settimana, fino a quando non venne represso dai tedeschi e dalla polizia di Salò attraverso una massiccia azione di rappresaglia e di deportazione dei lavoratori, bloccò gran parte delle attività produttive del Nord Italia.

Anche a Como, il 6 marzo 1944, nelle tintorie Ticosa e Castagna, alle 10 del mattino suonarono le sirene dell’ inizio dello sciopero e i lavoratori incrociarono le braccia. Questo gesto di grande coraggio venne pagato a caro prezzo, con la repressione e con la deportazione.

Arrestati nella notte, coloro che furono ritenuti gli organizzatori dello sciopero vennero percossi perchè parlassero, quindi vennero detenuti a Sesto S.Giovanni e, dopo pochi giorni, deportati nei lager nazisti.

Morirono a Mauthausen Carbonoli Antonio, Gatti Ariodante, Rodiani Giuseppe della Castagna, Fontana Rinaldo, Meroni Angelo e Scovacricchi Pietro della Ticosa.

Tornarono invece Giuseppe Malacrida ( in fin di vita, morirà pochi mesi dopo), e le due operaie arrestate, Ada Borgomainerio e Ines Figini

Ecco il video di alcune testimonianze, realizzato dall’Istituto di Storia Contemporanea.

http://www.isc-como.org/Pagine/didattica/prog_memoria/video_scioperi.htm

MUSEO DI DONGO: UN TENTATIVO DI EQUIPARARE LA RESISTENZA AI BRAVI RAGAZZI DI SALO’?

MUSEO DI DONGO: UN TENTATIVO DI EQUIPARARE I PARTIGIANI AI “BRAVI RAGAZZ”I DI SALO’??


Dalla relazione di Asteria, la ditta che si occupa dellì’allestimento del Museo:

SALA F

“La sala affronta i temi contrapposti della Fabbrica resistente, la Falk, e del presidio fascista delle Brigate Nere. Nel loro sentirsi italiani, pur avendo idee e ideali contrapposti, partigiani e repubblichini si riconoscevano nel tricolore, pur declinati con simboli diversi. Ecco dunque tre drappi, uno bianco, uno rosso e uno verde a creare una sottile barriera di separazione. (……)

I due ambienti ricreati sono resi simmetricamente corrispondenti con l’impiego dei medesimi elementi allestitivi. (…..) Nella scelta delle immagini, tra le foto d’epoca disponibili, se ne scelgano ue analoghe per soggetto e inquadratura.. (….)

Poichè non sappiamo ancora i contenuti di questa sala, non resta che aspettare che il museo sia aperto al pubblico, per giudicare. Certo che qualche dubbio sull’operazione rimane….!

ISTITUTO DI STORIA: PROSSIME INIZIATIVE

Istituto di Storia Contemporanea P.A. Perretta

via Brambilla, 39 – Como

28 febbraio 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; La stampa nella Repubblica Sociale Italiana; Como 1943-1945 l’emergenza postale (Ciclo di Seminari di approfondimento e discussione 1943-1945. L’incerto futuro del passato. Resistenza e Lotta politica a Como. Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti) Relatori Marco Gatti, Cesare Piovan, ore 17,30. Ingresso Libero


6-8 marzo 2014

Resistenza e seconda Guerra Mondiale. Digital public history e risorse didattiche digitali

2° Convegno nazionale sull’insegnamento della storia nell’era digitale
Corso di formazione per insegnanti di ogni ordine e grado e per collaboratori della Rete INSMLI
Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano – Piacenza – via Sant’Eufemia 12
6-8 marzo 2014 – inizio ore 14.00


14 marzo 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945 (Ciclo di Seminari di approfondimento e discussione 1943-1945. L’incerto futuro del passato. Resistenza e Lotta politica a Como. Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti; Relatori Roberta Cairoli (autrice del libro) Patrizia Di Giuseppe, Marinella Fasani ore 17,30. Ingresso libero


20 marzo 2014

Como, Circoscrizione 3 di Camerlata.Presentazione del libro Le foglie di tabacco (tra gente semplice e contrabbandieri per necessità) di Marco Crestani. Ore 18. Ingresso libero


28 marzo 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; La banda “Carlo Pisacane”; Taccuino degli anni difficili (Ciclo di Seminari di approfondimento e discussione 1943-1945. L’incerto futuro del passato. Resistenza e Lotta politica a Como. Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti) Relatori Gabriele Fontana, Daniele Corbetta ore 17,30. Ingresso libero


1 aprile 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; Seminario sui Gap, Relatore Luigi Borgomaneri, Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti. Ore 15. Ingresso libero


1 aprile 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; Presentazione del libro Lo straniero indesiderato di Luigi Borgomaneri, Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti. Ore 17,30 Ingresso libero


4 aprile 2014

Como, Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”; Marco Pippione, Como dal fascismo alla democrazie; Rosaria Marchesi, C’era la guerra (Ciclo di Seminari di approfondimento e discussione 1943-1945. L’incerto futuro del passato. Resistenza e Lotta politica a Como. Valido anche come corso d’aggiornamento per insegnanti) Relatori Gerri Caldera e Rosaria Marchesi, ore 17,30


8 aprile 2014

Como, Biblioteca Comunale; La loggia P2 nella Storia della Repubblica, Relatori Gherardo Colombo e Anna Vinci. Ore 17,30. Ingresso libero.

UN ARTICOLO BEN FATTO

Riportiamo qui di seguito l’articolo comparso su Il Fatto Quotidiano a proposito del museo di Dongo.

Como, nel nome del museo scompare la parola ‘Resistenza’ e arriva ‘fine guerra’

Il cambio di denominazione è stato deciso dal Comune di Dongo, il paese dove fu arrestato Benito Mussolini. A un quotidiano locale, il sindaco ha parlato di “opportunità di marketing”. Si oppongono l’Anpi e le associazioni che hanno lanciato una raccolta firme per mantenere il nome originario

Como, nel nome del museo scompare la parola ‘Resistenza’ e arriva ‘fine guerra’

“A volte si ha l’impressione che la parola Resistenza dia fastidio”. Wilma Conti, 84 anni, staffetta partigiana, commenta così la decisione di cambiare nome al Museo della Resistenza comasca di Dongo, destinato a essere riaperto, dopo un intervento di ristrutturazione, con la denominazione “Museo della fine della guerra – La Resistenza sul lago di Como e la cattura di Mussolini”.

Dalla finestra di casa sua, la signora Conti, ai tempi solo 15enne, vide i partigiani fermare un camion tedesco in fuga verso la Svizzera. Era il 27 aprile 1945. I passeggeri furono fatti scendere dal mezzo. Tra di loro, avvolto in un cappotto dell’esercito tedesco, c’era Benito Mussolini. Immediatamente arrestato, il duce fu portato a Giulino di Mezzegra, pochi chilometri più a sud, dove il giorno dopo fu giustiziato insieme alla compagna Claretta Petacci.

“Il museo è stato fondato per iniziativa di un gruppo di abitanti di Dongo che hanno fatto la Resistenza”, spiega la signora. Inaugurato nel 1995, collocato all’interno del municipio del paese, in questo momento il museo è chiuso al pubblico perché sono in corso una serie di interventi di ristrutturazione. La riapertura è prevista per il 12 aprile 2014, giorno che registrerà l’esordio del nuovo nome. (foto dal sito dell’Anpi di Lissone)

Ma questa scelta, presa dall’amministrazione comunale, non ha mancato di suscitare polemiche. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale La Provincia, il sindaco Mauro Robba, eletto in una lista civica, ha dichiarato che “il nome si rifà esclusivamente a un’opportunità di marketing. Ci siamo rivolti a degli esperti e il suggerimento è stato di non mantenere la denominazione ‘museo della Resistenza’, fin troppo diffusa e inflazionata”. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il sindaco non ha voluto confermare né smentire queste dichiarazioni, affidando la sua replica a un comunicato stampa. “Non c’è motivo – si legge nella nota – per ritenere che il Comune abbia inteso ridurre o eliminare il grande ruolo della Resistenza comasca“. E giustifica la scelta del cambio di nome con la nuova impostazione del centro espositivo: “Il nuovo museo multimediale di Dongo sarà dedicato alla Resistenza sul lago di Como, con particolare riferimento a quanto avvenuto, a opera dei partigiani locali, nei comuni dell’Alto Lario, in quei giorni dell’aprile 1945 che, con la cattura e l’esecuzione di Benito Mussolini e dei gerarchi fascisti, hanno segnato la fine della guerra”.

Ma queste spiegazioni non sono bastate all’Associazione museo della Resistenza comasca, che ha lanciato una raccolta firme per mantenere la denominazione originaria. “Mi dispiace per il sindaco, perché si è dato tanto da fare per il museo – prosegue Wilma Conti – Ma sulla questione del nome non c’è stato verso di convincerlo”. Contro la decisione dell’amministrazione si schiera anche l’Anpi Como. “Il Comune ha deciso un nome che sembra un romanzo – taglia corto il segretario Antonio Proietto – La scelta è legata a una questione di marketing, ce l’ha spiegato personalmente il sindaco”. E ancora: “Nessuno sa quali saranno i contenuti del museo. Ci hanno solo parlato di un percorso emozionale e multimediale”.

Al dibattito sul nome si legano anche questioni molto più pratiche. Pierfranco Mastalli, portavoce dell’Associazione museo della Resistenza comasca, fa riferimento alla legge regionale che ha permesso lo stanziamento dei fondi necessari alla ristrutturazione. Nel testo del provvedimento si legge che “la Regione Lombardia sostiene interventi finalizzati allo scopo di studiare, approfondire e mantenere viva la memoria dei fatti che hanno segnato la collettività nazionale e locale in relazione ai fondamenti e allo sviluppo dell’assetto democratico della Repubblica italiana”. La “fine della guerra”, fa notare Mastalli, non rientra nei fatti storici elencati dalla legge come oggetto degli studi destinatari dei fondi. E conclude: “Se il sindaco perseverasse nel denominare in via preminente il museo ‘La fine della guerra’, potrebbe, secondo logica, perdere i finanziamenti regionali”.

Per leggere anche i commenti dei lettori scendere col cursore verso il basso:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/25/como-nel-nome-del-museo-la-fine-della-guerra-spodesta-la-resistenza/894102/

INTERVISTA ALLA STORICA ROBERTA CAIROLI

Collaborazionismo femminile nazifascista

Intervista a Roberta Cairoli autrice del testo Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943-1945), Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 262, euro 20.


Il tema del “collaborazionismo femminile nazifascista” è stato finora poco affrontato dalla storiografia. Quali sono le ragioni di questo ritardo? Le ragioni sono diverse: la dispersione e la frammentarietà delle fonti; il “policentrismo” della Repubblica sociale italiana; la scomparsa o il silenzio delle protagoniste di quel periodo, spinte dal desiderio di rimuovere un’esperienza finita male o di occultare un passato scomodo e, non ultima, la reticenza degli storici a trattare un fenomeno ritenuto, a torto, marginale unita alla difficoltà di decifrare un microcosmo femminile così complesso. Va detto, inoltre, che per lungo tempo, la storiografia ha espulso i fascisti di Salò dalla storia d’Italia persuasa, come ha sottolineato Claudio Pavone, che la Rsi – rubricata come governo fantoccio –  andasse combattuta ed eliminata ut sic, in blocco, senza preoccuparsi di indagare a fondo le differenze esistenti nel corpo del nemico e i margini di consenso di cui poteva aver goduto.

Nel libro viene compiuta una rilettura del Servizio ausiliario femminile e, in particolare, dell’immagine che dell’ausiliaria ci è stata trasmessa dalla pubblicistica di Salò e dalla memorialistica dei reduci. Quale realtà emerge dalla documentazione che hai analizzato? La pubblicistica di Salò e la memorialistica successiva maschile e femminile hanno veicolato un modello ideale di militante fascista, l’ausiliaria, una donna giovane, dall’ardente fede patriottica, dalla moralità ineccepibile e, soprattutto non armata, non violenta, una sorta di eroina o di martire che si è sacrificata sull’altare della Patria.  Ciò ha prodotto, da un lato, la cancellazione delle responsabilità individuali, depoliticizzando la scelta di servire la causa della Rsi e dell’occupante tedesco, dall’altro, la rimozione di un protagonismo femminile “altro, non riconducibile, cioè, alla categoria delle ausiliarie. La lettura incrociata del materiale d’archivio ci consente, invece, di misurare lo scarto tra realtà e rappresentazione/autorappresentazione. Le carte processuali e la documentazione proveniente dall’Ufficio di controspionaggio dell’Oss (Office of Strategic Services), in particolare, svelano la presenza e il ruolo per nulla marginale svolto dalle ausiliarie nei servizi informativi e negli apparati repressivi fascisti e tedeschi, tanto da rendere difficile, in non pochi casi, distinguerle dalle collaborazioniste, non irreggimentate nel Saf, responsabili dell’arresto, della tortura e dell’uccisione di antifascisti, partigiani ed ebrei o coinvolte nelle azioni di rastrellamento e nelle pratiche di violenza contro partigiani e civili. Pensiamo, inoltre, che il Saf costituì il principale serbatoio di reclutamento delle “agenti segrete” arruolate e addestrate dai tedeschi per compiere missioni di spionaggio, sabotaggio e controspionaggio nel territorio italiano occupato dagli Alleati.

Le collaborazioniste hanno agito prevalentemente come delatrici e spie, segnando spesso drammaticamente, come hai appena detto, la sorte di partigiani, civili ed ebrei. Chi erano queste donne? E quali moventi stanno alla base delle loro azioni? In base a un criterio di rappresentatività, ho inquadrato le delatrici in tre categorie: quelle ideologicamente motivate che aderirono alla Rsi, iscrivendosi al Pfr  (Partito fascista repubblicano) o militando nel Servizio ausiliario femminile (Saf) o nei Fasci femminili repubblicani, donne che non avevano, nella maggior parte dei casi, la percezione soggettiva della delazione: smascherare, denunciare, consegnare e punire “i traditori della Patria” era considerato naturale, giusto e legittimo; la seconda categoria comprende donne “comuni”, diverse fra loro per età, provenienza sociale e culturale, condizioni familiari: più presenti e libere di muoversi sul territorio, meno sospette e sospettabili degli uomini, seppero intrecciare le pratiche del quotidiano con un’abile attività informativa. Furono spinte ad agire da moventi diversi, “amor di patria”, ammirazione per i tedeschi, odio ideologico, denaro, fame, gelosie, invidie, rancori personali, spirito di vendetta e desiderio di rivalsa sociale;  infine, per ultime, le donne vicine al movimento partigiano che, una volta arrestate, cedettero per paura o sotto il peso di un ricatto. Certamente, l’apporto informativo più prezioso fu fornito da soggetti organicamente inseriti in strutture deputate a svolgere attività di spionaggio politico e militare e di controspionaggio, come, ad esempio, le agenti degli Upi (Uffici politici investigativi) della Gnr o dell’Sd (Sicherheitsdienst), il servizio di informazione e di spionaggio delle SS. In gran parte si trattava di donne “di provata fede fascista”, iscritte al pfr o provenienti dai servizi ausiliari femminili, o donne allettate dalla possibilità di arricchirsi facilmente e rapidamente. D’altra parte, al lavoro informativo potevano aggiungersi compiti operativi: operazioni di rastrellamento contro i partigiani, armi in pugno,  identificazione  delle vittime da destinare alla fucilazione,  o partecipazione agli interrogatori e alle torture.

In che misura gli stereotipi sul femminile hanno influito sul giudizio di condanna pronunciato dalle Corti d’assise straordinarie? Come venivano rappresentate e come si autorappresentavano le imputate di collaborazionismo? Agli occhi delle Corti, l’essere donna poteva costituire, a seconda  del crimine commesso o della rispondenza o meno a un certo immaginario femminile, un’attenuante  o un’aggravante. Emerge abbastanza chiaramente l’incapacità delle Corti di andare oltre le rappresentazioni culturali e sociali del comportamento femminile. Scorrendo, infatti, le sentenze si coglie una tendenza generale a ridimensionare e a sminuire le responsabilità femminili, attribuendo alle donne una minore capacità di giudizio. La debolezza del soggetto femminile incapace di autodeterminazione apparve in molte situazioni il terreno condiviso dagli avvocati difensori e dalle imputate stesse che si autorappresentavano come vittime di circostanze superiori o inconsapevoli dell’atto compiuto. Come ha sottolineato  Natalie Zamon Davis, le donne, in quanto “sesso lussurioso, disordinato e instabile”, non sono state ritenute complessivamente responsabili del loro operato. Sono state così assolte più facilmente degli uomini per la stessa condotta, anche se tale condotta era violenta. È pur vero che le donne furono sottoposte a una sorta di “doppio processo”: il riferimento alla dubbia condotta morale e alla trasgressione sessuale delle collaborazioniste fu una costante, costituendo spesso un’aggravante all’accusa. Tuttavia, il giudizio sulla moralità finì, in qualche caso   per  offuscare o sottovalutare la gravità dei crimini commessi.

La Corte Suprema di Cassazione ha quasi sempre ribaltato le sentenze di condanna in primo grado, mitigando la pena o assolvendo le imputate. Quanto ha pesato “l’amnistia Togliatti” sulla loro scarcerazione? L’ «amnistia Togliatti» – entrata in vigore il 22 giugno 1946 –  o meglio, la sua interpretazione estensiva da parte dei giudici,  spalancò di fatto le porte del carcere a molte fasciste condannate dalle Corti d’assise straordinarie che già si erano viste ridurre notevolmente la pena dalla Corte di Cassazione. Nei processi celebrati in primo grado o finiti in Cassazione dopo l’entrata in vigore dell’amnistia, la maggior parte delle donne coinvolte anche in gravi fatti di delazione verranno amnistiate, a meno che non fosse provato lo scopo di lucro, “causa ostativa all’applicazione del provvedimento”. Tra riduzioni e condoni furono pochissimi comunque gli anni di carcere. Di fatto, l’amnistia suggellò il fallimento dell’epurazione, e mi trovo d’accordo con  Franzinelli nel dire che fu il dispositivo chiave per dare un colpo di spugna alle responsabilità fasciste.

[Rosa Mucerino per ecoinformazioni]