APPELLO ANPI DONGO CONTRO LE MANIFESTAZIONI FASCISTE IN ALTO LAGO

Dongo, 22.03.2021


Tutti i Cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. art.54 della Costituzione della Repubblica italiana


Ogni anno, da anni, a Dongo nel mese di aprile in prossimità dell’anniversario della Liberazione e del giorno della fucilazione di Mussolini in località Giulino di Mezzegra, si radunano in forma
organizzata centinaia di militanti dell’estrema destra, in divisa di camicie nere, per commemorare con riti e cortei l’esecuzione del Duce e dei Gerarchi.
I fascisti vengono a Dongo e a Giulino di Mezzegra perché sono i luoghi simbolo della fine del Fascismo, luoghi di culto e di memoria dei loro morti. I comportamenti dei partecipanti in divisa squadrista esprimono senza equivoci la volontà di propaganda del fascismo.
Uniamo a questa lettera i due link di YouTube:

https://youtu.be/ZyQCIOyRp8Y “ Mezzegra corteo per commemorare Mussolini”

e https://youtu.be/sqpNtwcNCQ4 “Dongo il “presente” per i gerarchi
fascisti fucilati nel 1945”,

in cui sono pubblicate le riprese dei citati raduni e manifestazioni.

L’intervento dell’ANPI provinciale di Como, dell’ANPI di Dongo e dell’ANPI Lario occidentale presso le Istituzioni pubbliche (Questura e Prefettura di Como) e presso le Amministrazioni locali di Dongo e Tremezzina, per chiedere che tali raduni non fossero autorizzati, è sempre rimasto inascoltato.
Le Autorità competenti, a ogni livello, hanno autorizzato i raduni, richiamando il principio della libertà di manifestare le opinioni. La libertà di espressione è un sacrosanto diritto, conquistato proprio con il sacrificio di milioni di morti che hanno combattuto per sconfiggere le dittature del nazifascismo.
A Dongo e a Mezzegra queste dittature sono celebrate e propagandate nelle pubbliche strade da gruppi organizzati.
Come ANPI vogliamo che Dongo sia simbolo di una permanente civile resistenza. Sia luogo di conoscenza di quelle ultime tragiche giornate che hanno visto la fine della dittatura, la rinascita della democrazia e la nascita della Repubblica, che quei giorni di fine aprile siano celebrati come momento di confronto e di approfondimento della Storia e dei valori della Resistenza, della Costituzione e della democrazia nata con essa.
Abbiamo bisogno che questo appello sia condiviso a livello locale e nazionale.
Scriviamo questa lettera perché vogliamo coinvolgere Istituzioni, Associazioni, Personalità, la società civile tutta nel sostenere con forza la richiesta che NON sia autorizzata alcuna presenza organizzata di fascisti nelle loro macabre divise e il tempo non sia riportato indietro negli anni più bui della nostra Storia.

L’anno 2020 ha messo a dura prova la popolazione italiana, europea, mondiale.
Il numero dei morti e dei contagi per l’epidemia del COVID, la sofferenza sono l’aspetto più tragico, a cui segue la crisi economica e sociale. Disagi e privazioni hanno peggiorato le condizioni di vita, aumentano la rabbia e le paure. In Italia, in Europa, nel mondo ci sono organizzazioni che si
richiamano a ideologie del passato, che scatenano i peggiori istinti di violenza, perdendo ogni umano e razionale controllo delle proprie responsabilità. Cercano di minare i valori della democrazia e della convivenza civile conquistati con le lotte della Resistenza.
Anche le giovanissime generazioni, penalizzate e deprivate delle relazioni sociali, rischiano di cedere al “sonno della ragione”. Le donne e i giovani più di altri subiscono le conseguenze del lavoro che manca, dell’ insicuro futuro.
Stiamo vivendo tempi di crisi che chiedono un plus di responsabilità e di solidarietà ed è urgente attivare vaccini culturali e morali, non solo contro il COVID.
Vogliamo dare speranza e voce all’Italia che resiste e guarda avanti, che affronta con coraggio e impegno la fatica e i sacrifici di una sconvolta realtà.
Dongo, simbolo di rinascita e di una resistenza civile non violenta, non appartiene solo al territorio lariano, ma a tutta l’Italia, all’Europa, al Mondo.

Vi chiediamo dunque di sottoscrivere l’appello che ogni propaganda di violenza, di odio, di fascismo sia assolutamente vietata in tutte le sue manifestazioni nel rispetto della nostra Costituzione.

Dongo, 22 marzo 2021

SCRIVETE LA VOSTRA ADESIONE A

anpidongo@gmail.com

INVASIONE NAZIFASCISTA DELLA JUGOSLAVIA: E’ ORA DI CHIEDERE PERDONO

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

Da una testimonianza di un ufficiale italiano dell’epoca: “Si procede a fucilazioni di massa e la frase “gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi si sente dappertutto”.

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

In un appello lanciato da Eric Gobetti e sottoscritto da più di 130 storici e tanti istituti culturali si afferma: “L’80 anniversario sarebbe l’occasione ideale per farsi carico della responsabilità storica di pratiche criminali che erano il frutto di una logica politica fascista e nazionalista che noi oggi fermamente condanniamo, in nome dei valori costituzionali che fondano il patto di cittadinanza democratica”.

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

Il macello jugoslavo, Mussolini lo aveva promesso. Nel lontano 1920 a Pola affermò: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche».

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

I criminali di guerra italiani sono rimasti impuniti, perché in Italia non c’è stata nessuna Norimberga.

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

Alle 17 di oggi si apre la mostra promossa dall’Istituto Parri sull’invasione della Jugoslavia. Il titolo è tutto: A ferro e fuoco.

Sarebbe tempo di chiedere perdono.
Il presidente della repubblica italiana e il presidente sloveno a luglio dell’anno scorso hanno deposto una corona di fiori al Monumento dei Quattro Martiri sloveni fucilati il 6 settembre 1930. Un segnale di umanità. Oggi è l’anniversario dell’invasione. Lubiana diventa una provincia del Regno d’Italia. Si avvia una irrefrenabile spirale di sangue. Alcune stime: 4000 ostaggi sloveni fucilati, 1900 torturati o arsi vivi, 1500 degli internati nell’isola di Arbe – civili e non militari – deceduti, migliaia di internati a Gonars, in Veneto, in altre regioni. È tristemente nota la circolare del generale Mario Robotti “si ammazza troppo poco” e l’affermazione del generale Gastone Gambara a proposito del campo di Arbe: “Logico e opportuno che campo di concentramenti non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato uguale individuo che sta tranquillo”.

Sarebbe tempo di chiedere perdono.

Il 7 dicembre 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt si inginocchiava davanti al monumento alle vittime del ghetto di Varsavia. In Italia c’è chi rimuove la storia. Come se non fosse mai successo. O, se è successo, come se fosse giusto, normale, dovuto.
Fascisti di ieri e silenzi di oggi.

È tempo. È tempo di chiedere perdono”.

Gianfranco Pagliarulo – Presidente nazionale ANPI
6 aprile 2021

80 ANNI FA L’ INVASIONE DELLA JUGOSLAVIA

PEZZI DI STORIA 1941-2021

Una mostra virtuale, curata da Raoul Pupo, per ricordare l’invasione italo-tedesca di 80 anni fa.

Ricorre oggi 6 aprile, una data su cui è caduto un colpevole oblio: ottant’anni fa, nel 1941, le forze italiane invasero la Jugoslavia a rimorchio di quelle naziste. Come al solito Hitler aveva avvertito Roma “a decisione già presa”. E tuttavia, osserva lo storico triestino Raoul Pupo, l’iniziativa “era stata innescata dai pasticci combinati da Mussolini nei Balcani”, con l’attacco alla Grecia nell’ottobre 1940, risoltosi in un disastro con l’avanzata delle truppe elleniche nell’Albania appena unita al Regno dei Savoia.

Pupo ha curato la mostra virtuale “A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43, “ visitabile da oggi sul sito occupazioneitalianajugoslavia41-43.it

E ricorda come le conseguenze dell’aggressione furono catastrofiche, perché alla dura guerra di liberazione intrapresa dai serbi monarchici, detti cetnici, e dai partigiani comunisti di Tito (peraltro in lotta feroce tra loro) si aggiunse la politica di sterminio dei fascisti croati (gli ustascia) nei riguardi delle minoranze etniche. “A fine guerra – sottolinea Pupo – la Jugoslavia avrebbe contato un milione di vittime su 15 milioni di abitanti”.

La mostra, organizzata dall’Istituto Nazionale Parri, dall’Istituto per la storia della Resistenza del Friuli-Venezia Giulia e dall’Università di Trieste, comprende molte foto che documentano quell’orrore. Anche i militari italiani si macchiarono di molti crimini, ricorda Pupo: “E’ una pagina così oscura da venir completamente rimossa dalla memoria collettiva ed accantonata dalle istituzioni”. Oggi conclude: “forse è l’ora di dar la sveglia alla coscienza”.

24 MARZO – LE FOSSE ARDEATINE

Ricopiamo una testimonianza al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo l’elenco da essi tenuto, e a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi pensai che non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse si trovava il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico facente parte dell’organizzazione militare del P’d’A che, arrestato da circa 40 giorni, era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essersi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio, era intento a fare una iniezione. Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della Feld Polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso di terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale “loss,loss”. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: “Komme, komme, loss, loss!”. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimenti che non comprendevo.
Come detto più sopra, notai che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematicamente eseguito cella per cella, ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio, innanzi a me, su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così dappertutto.

Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

Il gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fontana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Ciò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati ) era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina, interrogato da una mia amica, le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato l’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto l’appello, la SS domandò: “Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano”. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro: Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. “Allora- riprese la SS – quanti siete disposti a lavorare?”. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. “Quindi tutti volete lavorare? Bene! Io faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila.” Fu rifatto l’appello, il piccolo Di Consiglio non fu chiamato: fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. Due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini. 

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.

MOSTRA IDEE DELLA PACE

Dal primo marzo, e per almeno una settimana, la mostra “Le Idee della Pace” è allestita presso la Coop di Rebbio (via Giussani-via Cecilio), nell’atrio del negozio Euronics a lato dell’ingresso alla Coop vera e propria.

L’ Anpi provinciale di Como ha aderito all’ iniziativa ed è presente con un suo totem.

Vi invitiamo a visitare la mostra.

RICORDO DI PERUGINO

Oggi, 17 febbraio, è il triste anniversario della scomparsa del nostro indimenticato segretario provinciale Perugino Perugini. Per tanti anni Perugino è stato la vera colonna portante dell’Anpi, a lui la nostra associazione deve riconoscenza per l’impegno instancabile che le ha generosamente dedicato.

Nato a Milano il 25 maggio 1926, di famiglia antifascista, Perugino entra giovanissimo nella lotta di Resistenza con altri ragazzi suoi coetanei, impegnandosi soprattutto nella ricerca di armi da consegnare ai partigiani. Nel dopoguerra ha continuato con passione a occuparsi dei temi a lui cari, come l’antifascismo, la giustizia sociale, la libertà e l’ uguaglianza fra i popoli. E’ morto a Como il 17 febbraio 2009.

Perugino è stato ricordato dalla sezione Anpi di Como, che è stata intitolata a lui, sabato scorso, 13 febbraio, al cimitero di Albate in presenza della figlia Laura.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e in piedi

IL PRESIDENTE ANPI PAGLIARULO RIGRAZIA IL CARDINALE DI BOLOGNA

5 Febbraio 2021

Sul quotidiano Avvenire, lettera di ringraziamento del Presidente nazionale ANPI al Cardinale di Bologna Matteo Zuppi per le sue parole rivolte recentemente alla Costituzione

Pubblicata sul quotidiano Avvenire del 5 febbraio 2021 (p. 2) col titolo “Persona lavoro socialità salvano l’Italia, Grazie alla Costituzione e grazie a Zuppi” una lettera con cui il Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, ringrazia il Card. Matteo Zuppi per essersi rivolto alla Costituzione – in una lettera del 21 gennaio scorso – con parole bellissime e con l’auspicio della sua piena applicazione.

Di seguito il testo integrale della lettera del Presidente nazionale ANPI:

Vorrei ringraziarLa, gentile Cardinale, per le Sue bellissime parole rivolte alla Costituzione nella lettera che Lei ha scritto il 21 gennaio. Nel buio della pandemia e delle difficoltà in cui versano milioni di famiglie, Lei ha proposto l’unica via per ricostruire fiducia e restituire speranza. Nella Costituzione c’è quella luce, quella “lampada”, se posso permettermi di pronunciare una parola evangelica, che ci consente di vedere meglio e perciò distinguere la strada giusta dalla strada sbagliata.

In un’altra circostanza, per molti aspetti imparagonabile, l’immediato dopoguerra, in Italia ci si trovò nell’urgenza di riconoscersi come comunità nazionale e perciò di rinascere dopo gli orrori del nazifascismo e della guerra. Prevalse per fortuna lo spirito costituente e da quello spirito nacque la Carta. In realtà il seme era stato gettato prima dal Comitato di Liberazione Nazionale che aveva in essenza unito tutte le forze, pur fra loro distanti, che contrastavano la dittatura e l’occupazione. Giuseppe Dossetti, come Lei mi insegna, fu partigiano e membro del CLN di Reggio Emilia.

Su questi presupposti, l’intesa nella Costituente fu generale e diffusa pur nelle profonde differenze, anche perché si usciva da un lungo periodo in cui la persona era stata umiliata e oppressa. Da ciò l’impegno dei costituenti per restituirle il valore fondamentale che le spetta: la persona, peraltro, intesa non come individuo singolo ed isolato, ma collocata nel tessuto dei rapporti sociali, vista nella concretezza della sua vita, della sua situazione sociale e lavorativa e come fondamento della società civile: persona, lavoratore, cittadino.

In continuità con quei valori, l’Associazione che rappresento comprende statutariamente all’articolo 2 la specifica missione di “concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione Italiana, frutto della Guerra di Liberazione, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”.

Per tutti questi motivi, trovo importanti le Sue parole. A tanti anni dalla sua scrittura, davvero, si tratta di rivolgersi alla Costituzione per difenderla ed attuarla.

Oggi a tal fine c’è la necessità di unire energie, far convergere esperienze e far maturare percorsi. Ci pare che le parole che ci indicano la strada del dialogo e che dichiarano l’obiettivo siano: un nuovo umanesimo. Per queste ragioni l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, assieme ad altre associazioni, sindacati, movimenti, partiti, ha dato vita a “un’alleanza che unisca giovani e anziani, donne e uomini, laici e religiosi, persone di diverse opinioni, ma unite sui principi dell’antifascismo, per un Paese che torni a progredire pienamente, su basi nuove, sulla strada della democrazia e della partecipazione e dove l’economia sia finalmente al servizio della società e della persona, come più volte ricordato anche da Papa Francesco”; tale alleanza ha recentemente lanciato l’appello “Uniamoci per salvare l’Italia” incardinato su tre parole: persona, lavoro, socialità; sono tre parole che ho ritrovato nelle ultime encicliche e in altra forma nell’evento di Assisi “Economy of Francesco”.

Gentile Cardinale Zuppi, sulla scorta di queste riflessioni e ringraziandoLa per l’opportunità, ritengo che sia il tempo di costruire un dialogo che vede nella Costituzione i riferimenti su cui confrontarci per rendere vivi i grandi temi che ci stanno a cuore, come forza propulsiva per una nuova umanità.

Gianfranco Pagliarulo – Presidente nazionale ANPI

COMUNICATO

La Segreteria nazionale ANPI: “In Bosnia l’umanità sta toccando il fondo”

Comunicato sulla drammatica vicenda dei migranti prigionieri, al confine bosniaco, del gelo e della sete

Da giorni al confine bosniaco tantissimi migranti, tra cui decine e decine di bambini, sono prigionieri del gelo e della sete. Una condizione che molti definiscono disumana ma che ancora non vede una solida via d’uscita. L’ANPI, nel solco della sua missione costituzionale che vede in prima fila la difesa e la promozione dei diritti umani, fa un appello accorato all’intera comunità internazionale affinché si ponga fine con tutti i mezzi possibili ad un’incredibile e intollerabile vicenda nella quale l’umanità sta letteralmente toccando il fondo. Da tempo la Bosnia-Erzegovina ha chiesto di entrare nell’UE. Ebbene l’Unione stessa ha il dovere di chiedere al Paese di Sarajevo un immediato e radicale cambiamento di rotta, pena la sua esclusione: i diritti umani sono a fondamento dell’Europa e della sua massima Istituzione.

LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

1 febbraio 2021

NASCE A BRESCIA IL MANIFESTO COSTITUENTE

Pagliarulo: “Un laboratorio del cambiamento”

1 Febbraio 2021

Presentata a Brescia il 30 gennaio 2021 un’iniziativa promossa dall’ANPI provinciale – nel solco dell’appello “Uniamoci per salvare l’Italia” – che raccoglie associazioni democratiche e sindacati. L’intervento del Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo

MANIFESTO COSTITUENTE BRESCIA

Brescia propone un modello di rete e di laboratorio politico

PREMESSA

L’attuale pandemia è un evento storico che può avere esiti perniciosi: crisi economica, aumento delle disuguaglianze, sospensione delle libertà individuali, soluzioni politiche autoritarie. È anche vero, però, che proprio in questi momenti di passaggio si possono aprire possibilità che si dovrebbero e potrebbero cogliere.

Il rischio che molti avvertono come già realtà è che nulla cambi e che il mondo della politica e dell’economia proceda come nulla fosse successo, nell’afasia di chi potrebbe e dovrebbe fare proposte di cambiamento e nel vociare scomposto di chi confonde protagonismo personale e campagne di odio con progetti di egemonia.

Esistono complesse e articolate elaborazioni politiche da parte di università e centri studi, ma rimangono confinate nelle accademie e poco incidono nelle scelte dei partiti, sempre troppo impegnati a governare l’emergenza momentanea per gestire un progetto a lungo termine di maggiore equità sociale e minore impatto ambientale. Occorre allora ripartire dai movimenti per ritornare a ripopolare le piazze (Covid permettendo).

Il riferimento ai valori costituzionali e alla Resistenza è essenziale per porsi all’interno di una prospettiva politica chiaramente identificabile, ma oggi non basta perché occorrono proposte che coagulino lo scontento e lo elaborino in progetto, in parole d’ordine aggreganti che si impongano anche in Parlamento e possano indirizzare le scelte dei partiti.

C’è un bisogno diffuso di:

– dare la speranza al vasto, magmatico e disperso popolo antifascista di poter incidere sulle scelte future del Paese con proposte condivise, elaborate e discusse

– mobilitare associazioni e organizzazioni, intellettuali per l’elaborazione di una piattaforma programmatica di rivendicazioni che impegnino le forze politiche e i movimenti e che abbia al centro l’obiettivo, non più rinviabile, della sostenibilità ambientale e sociale

– non disperdere la possibilità di questa ripartenza perché avvenga nella discontinuità con gli errori del passato e nella continuità con i valori fondativi della nostra democrazia.

CHE COSA

L’obiettivo è la stesura di un manifesto costituente per la ricostruzione post-Covid come risultato di una mobilitazione di pensiero e di elaborazione politica coordinata dall’Anpi con l’apporto delle diverse realtà che si riuscirà a coinvolgere.

Il manifesto avrà alle spalle possibilmente studi specifici nei diversi settori strategici e produrrà una sintesi con parole d’ordine chiare e riconoscibili, capaci di aggregare tutti i soggetti interessati e dialogare con le forze politiche istituzionali per aggiornare agende e indicare soluzioni.

Chi lo stenderà saranno le diverse realtà associative del territorio chiamate a un lavoro di confronto, di dialogo e di sintesi sui temi a loro più congeniali per una grande manifestazione cittadina il 25 giugno 2021, 75° anniversario dell’inizio dei lavori dell’Assemblea Costituente.

CONCLUSIONI DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANPI GIANFRANCO PAGLIARULO ALLA PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “MANIFESTO COSTITUENTE BRESCIA” – 30/1/2021

Che dirvi, care amiche e cari amici? Che siete brave e bravi! Il 4 dicembre abbiamo lanciato a livello nazionale come ANPI la proposta di una grande alleanza democratica e antifascista e abbiamo riscontrato la piena condivisione e partecipazione di un vastissimo arco di forze democratiche di varia natura, con varie competenze, varie sensibilità e varie finalità. Pensavamo che questa idea avrebbe avuto senso solo se si fosse incarnata in una serie di analoghe proposte locali, di iniziative locali, di programmi locali.

Il 16 gennaio abbiamo reso pubblico l’appello di questa alleanza, rete, lega, chiamatela come volete, un appello che si chiama “Uniamoci per salvare l’Italia” e continua con “Uniamoci per cambiare l’Italia”. Perché non si salva se non si cambia. Nell’appello era scritto fra l’altro: “Questo è il messaggio che intendiamo portare ovunque sul territorio, affinché si trasformi in una inedita, pacifica e potente mobilitazione nazionale”.

Quando il presidente provinciale dell’Anpi di Brescia, il carissimo Lucio Pedroni, mi ha proposto di partecipare a questa iniziativa, ho accettato con piacere, ma non vi nascondo che leggendo le vostre idee, le vostre proposte e i vostri programmi ho provato davvero una emozione, perché ho trovato piena sintonia con lo spirito dell’appello nazionale. Non interessa la lettera, mi interessa lo spirito; non interessa che vengano copiate le sigle nazionali; ciò che conta è che voi abbiate proposto un modello di rete a misura di Brescia, delle sue realtà, dei suoi problemi, dei suoi drammi e delle sue speranze. Brescia come un laboratorio del cambiamento.

In un’altra circostanza, per molti aspetti imparagonabile, l’immediato dopoguerra, in Italia ci si trovò nell’urgenza di riconoscersi come comunità nazionale e perciò di rinascere dopo gli orrori del nazifascismo e della guerra. Prevalse per fortuna lo spirito costituente e da quello spirito incarnato nei membri dell’Assemblea Costituente, nacque la Carta. E il seme era stato gettato prima dal Comitato di Liberazione Nazionale, cioè dalla prima cellula unitaria della Repubblica.

Quella carta fu figlia di quella storia e tracciò allora la strada maestra. Eppure tante di quelle promesse rimasero disattese. Se posso pensare ad una Costituzione che parla, che oggi ci parla, immagino che ci dica: “Avete visto? Non mi avete pienamente applicato! Ma non è mai troppo tardi. Questo è il momento della svolta, questo è il compito che vi assegno”! E dico compito perché proprio lei, la Carta, ci spiega all’art. 3, come sapete, che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In queste parole c’è un carattere obbligatorio, direi coercitivo (“è compito”), ci sono gli strumenti essenziali (“rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”), c’è la missione ultima (“la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” e “il pieno sviluppo della persona umana”), c’è il lavoro come fondamento del sistema democratico (“l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori”).

Come viene descritta l’umanità in quell’articolo? In tre modi: cittadini, persone, lavoratori. Tre parole che sintetizzano il punto di contatto e di virtuosa con-fusione, o – se volete – di alleanza, in quel momento storico, di tre grandi filoni di pensiero: il filone socialista e comunista, il filone liberaldemocratico, il filone cattolico. Lavoratori, cittadini, persone. Non c’è in quel comma la parola individui, che oggi si sovrappone e nasconde le altre tre parole. Cos’è l’individuo, se non la persona, il cittadino, il lavoratore, spogliato della sua essenza, cioè dei suoi rapporti umani, del suo essere sociale, in ultima analisi della sua umanità? La persona è il cittadino e il lavoratore. Molti individui fanno una somma di individui. Molte persone fanno una comunità.

Per questo nella nostra proposta abbiamo scritto di un’alleanza per la persona, il lavoro, la socialità. Se capovolgo i termini, trovo l’individuo, il businnes, la solitudine sociale.

C’è nel tempo che viviamo una condizione per così dire nuova, che è via via cresciuta durante il primo ventennio di questo secolo: la solitudine sociale. Pensiamo all’esercito di solitudini disperate a cui assistiamo in qualsiasi città: migranti, clochard, o semplicemente poverissimi. E si è soli quando non si sa quale futuro ci si aspetta, si è soli quando non riesci a combinare il pranzo con la cena, si è soli quando, ragazzo, non hai un luogo che non sia il bar o il muretto dove comunicare con altri ragazzi. Si è soli quando pensi che la società, la repubblica, ti abbia abbandonato. Forse si è soli se si riduce il rapporto con l’altro alla chat, al twitt, al post. E cosa può pensare quel ragazzo se non di vivere un mondo di solitudini? Con la pandemia si è stati e si è costretti a morire soli ed solo chi sopravvive al congiunto perché non può neppure donargli un saluto o una carezza.

È vero quello che scrivete: c’è bisogno diffuso di dare la speranza, di mobilitare associazioni, organizzazioni, intellettuali, di ripartire in discontinuità col recente passato ma in continuità radicale con le fondamenta della nostra democrazia, cioè con la Costituzione.

Davanti allo sfascio che ci circonda e ai reali pericoli di una precipitazione della situazione del Paese, davanti, per essere chiari, ad una disperazione sociale che porta tante persone all’illusione che ci voglia “l’uomo forte”, ci sono davvero dei pericoli per la tenuta democratica. Ma l’antidoto c’è, ed è quella gigantesca forza di associazioni, volontariato, movimenti, sindacati, anche pezzi importanti di istituzioni – penso per esempio a tanti sindaci – e tanto altro nel mondo della società, della politica, dell’economia, della cultura. Il problema è che questo vasto mondo non è connesso. Non è in rete. È una grande potenza, ma non è ancora un atto. Noi dobbiamo trasformare questa potenza in atto, voi dovete trasformare questa potenza in atto.

Questa è la forza maggiore per una grande riforma intellettuale e morale, per usare una frase molto impegnativa, una riforma che presuppone la centralità dei saperi e del pensiero critico e che porti a cambiamenti profondi non solo nel mondo della cultura e della formazione, cosa essenziale, ma in primo luogo nel modello di sviluppo economico del nostro Paese che ha clamorosamente fallito.

Perché quel modello ha fallito? Vediamo l’Italia degli anni duemila (ma a ben vedere anche un po’ prima): È tornata e si è estesa la povertà, è aumentato in modo sproporzionato l’indice delle diseguaglianze, si è bloccato il mitico ascensore sociale, per non parlare della sanità, della scuola, della giustizia, della legalità e così via. Ad antichi e irrisolti problemi, come la questione meridionale, se ne sono aggiunti di nuovi, come il dramma dell’emigrazione. “Pochi hanno troppo e troppi hanno poco”, ha giustamente affermato Papa Francesco. Questo intrico di contraddizioni è esploso negli ultimi anni, e poi nel 2020 con la pandemia, seminando sfiducia, paura, risentimento. In questa palude hanno nuotato e nuotano i cattivi maestri del razzismo, del fascismo, del nazismo.

Il rischio è che nulla cambi, scrivete. E avete proprio ragione. Ci sono già tante sirene che ululano in questa direzione e operano perché fin da oggi avvenga la restaurazione di un modello economico e sociale che ha portato all’esplosione della diseguaglianza, delle vecchie e nuove povertà, della disoccupazione, del lavoro mal pagato, mal tutelato, crollato nella gerarchia dei valori sociali. Bene, la vostra voce, la nostra voce deve essere più forte di quella di chi vuole che nulla cambi.

Voi potete essere la volpe e il leone, per usare le parole di Machiavelli, cioè i combattenti per una buona politica e per una buona società. Vedete, ho visto nei vostri programmi tanti temi di lavoro, tutti correlati ai corrispondenti articoli della Costituzione. Ho visto il lavoro e l’ambiente, la sanità e la scuola, l’emigrazione e i diritti umani, le pari opportunità e i diritti civili, la cultura, la giustizia, l’Europa. Tutto ciò al fine di un vero e proprio manifesto costituente. Benissimo. Questo è, per usare il titolo di un vecchio film, un ottimo ritorno al futuro. La macchina del tempo ce l’abbiamo, ce l’avete. È sempre la Costituzione che è un ritorno al 1948 ma che ci consente di andare al futuro, a quella società che a larghi ma precisi tratti avevano disegnato i Costituenti e per cui avevano combattuto le partigiane e i partigiani.

Intanto abbiamo un presente francamente sconcertante, perché siamo nel pieno di una crisi di governo mentre imperversa ancora la pandemia, è in corso la campagna di vaccinazioni, occorre urgentemente destinare i fondi del Recovery plan. Penso che la prima cosa da fare qui ed ora sia esigere che i vaccini non siano distribuiti in base a criteri legati alla produzione di reddito, come infelicemente, proprio qui in Lombardia qualcuno ha proposto; la seconda cosa da fare, qualsiasi possa essere il governo futuro, sia proporre al governo una campagna nazionale e generale di informazione sulla destinazione dei fondi europei, perché anche da questo e per alcuni aspetti specialmente da questo si capirà se si intende o meno cambiare il modello di sviluppo; la terza cosa da fare è chiedere al governo di mantenere la tutela dei lavoratori dipendenti attraverso la Cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti. La cosa da fare sempre, a mio avviso, è invitare la popolazione a servirsi dagli esercizi commerciali più colpiti dalle chiusure e di consumare i prodotti delle imprese più colpite. Se vedete in filigrana queste semplici proposte, esse sono unite da due sostantivi: la solidarietà che – vedete bene – non è solo una categoria morale, una scelta che deriva da un sentimento positivo, ma è un imperativo costituzionale, laddove nella Costituzione è scritto all’articolo 2 che la Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’altro sostantivo è la prossimità, cioè la vicinanza fra gli esseri umani che, a ben vedere, è la base naturale della socialità. Voglia di incontrarsi, ha detto Laura Forcella.

Concludo. Fatemi dire, come ha detto Pedroni, che voi portate un’aria di freschezza. È tempo del sogno, come diceva Francesca Parmigiani, citando Calamandrei.

È tempo di rinascere. È tempo di progetto, di visioni, di pensieri lunghi, di orizzonti. È tempo di restituire importanza e dignità agli esseri umani, rivendicandone i diritti, le esigenze e i valori. Cioè è tempo di un nuovo umanesimo. È tempo di restituire a tutti una speranza di felicità.

Grazie a tutte e a tutti.