LA RIVINCITA DELLA GUERRA – DI UGO GIANNANGELI

Alleghiamo il testo dell’ intervento di Ugo Giannangeli del 12 marzo al congresso della sezione Anpi Seprio, in relazione al tema dei Diritti Umani.

 

LA RIVINCITA DELLA GUERRA

Relazione di Ugo Giannageli

 

Da troppi anni il tema del rispetto dei diritti umani è stato cancellato dall’agenda politica e da quella giuridica. Dilaga la violenza delle guerre che fa strame dei principi enunciati nei secoli. Si potrebbe risalire alla Magna Charta del 1215 oppure alla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776 o anche alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese del 1789. Già in questi lontani testi si trovano enunciati principi fondamentali in tema di diritto alla vita e alla integrità fisica, libertà di pensiero, di religione, di associazione, di partecipazione politica. Le contraddizioni tra i diritti affermati e la realtà non sono mai mancate. Pensiamo al diritto alla ricerca della felicità enunciato nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti mentre veniva praticata la schiavitù ed era in corso lo sterminio dei popoli nativi. Dobbiamo attendere la prima metà del secolo scorso per l’affermazione di principi in tema di diritti economici, sociali, culturali ma, soprattutto, di solidarietà. Tali sono i diritti all’istruzione, al lavoro, alla casa, alla salute, all’autodeterminazione dei popoli, alla pace, allo sviluppo, al controllo delle risorse nazionali e alla difesa ambientale. Il contrasto tra diritti enunciati e la realtà è palese anche in questo caso; è del 1941 la Carta atlantica che riprende le quattro libertà enunciate da Roosvelt: condanna di ogni annessione territoriale, autodeterminazione dei popoli, libertà di commercio e dei mari, condanna dell’uso della forza. Ben diversa era però la situazione sul terreno in Europa e nel mondo in quegli anni.

E’ nell’immediato dopoguerra che, con ancora negli occhi i milioni di morti e le città distrutte, si ha un proliferare di norme in tema di diritti umani: tra il 1946 e il 1950 troviamo lo Statuto delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La parola d’ordine era “ Mai più”.

Ma così non è: oggi cosa accade? Si è giunti a ritenere che la legalità internazionale, cioè il rispetto delle regole enunciate nelle Convenzioni e nei Trattati, sia un’arma per ostacolare il potere dei singoli Stati. Da grande conquista, il diritto internazionale diventa un intralcio! Questa diversa concezione ha anche un nome: Lawfare, il prezzo della legge. Si è consentito per anni che la forza prevalesse sul diritto, ora la forza addirittura crea il diritto. Spiego con un esempio questa affermazione apparentemente paradossale. Pensate ad attività criminali quotidianamente praticate come gli omicidi mirati, i cosiddetti “danni collaterali”, la tortura, la detenzione amministrativa. Attività criminali sempre praticate ma condannate, almeno a parole, e palesemente realizzate in violazione di leggi. Oggi si tende a renderle legali, almeno in una certa misura. E’ un po’ quello che accade con l’inquinamento ambientale: invece di ridurlo, si alza la soglia legale della tollerabilità. L’illegale diventa legale e si muore, come prima ma legalmente.

Se devo datare l’inizio di questo percorso penso alla prima guerra del Golfo, 1990/91. Lì assistiamo ancora a un tentativo, riuscito, di applicazione del diritto internazionale e il massimo organismo preposto alla sua applicazione, l’ONU, svolge ancora un ruolo.

 

L’Iraq di Saddam è costretto a ritirarsi dal Kuwait, le risoluzioni ONU sono fatte rispettare, sia pure a prezzo di milioni di morti tra bombe ed embargo, la legalità internazionale è ripristinata. Anni dopo si completerà l’opera con la seconda guerra e l’uccisione di Saddam ma nel 2003 siamo in una fase in cui il diritto internazionale è già stato messo da parte. Perché? Perché era intervenuto l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Due Torri. Il Patriot Act, cioè l’insieme di norme emanate in risposta all’attacco, deroga ai principi fondamentali del diritto interno e internazionale. Sorge così Guantanamo come luogo di prigionia e di tortura, partono gli attacchi armati senza alcuna copertura giuridica, si avvia la pratica delle “renditions”, cioè sequestri di persone ovunque nel mondo. 

L’ONU è inattivo, non svolge alcun ruolo politico e la sua attività si riduce a livello assistenziale tramite i suoi organismi e le sue agenzie.

Lo scorso anno, dopo gli attentati di Parigi, Hollande ha subito chiesto ed ottenuto dal Consiglio d’Europa la deroga alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; sono state promulgate in Francia leggi gravemente limitative di diritti fondamentali in tema di libertà di espressione, riunione, associazione; le leggi sono state dichiarate emergenziali, cioè con efficacia limitata nel tempo, ma talmente poco temporanee sono che è in corso la loro introduzione nella Costituzione. Non solo, ma è apparso subito chiaro che la lotta al terrorismo era anche una buona occasione per colpire realtà antagoniste e politicamente ostili ma che nulla avevano a che fare col terrorismo: così, ad esempio, in occasione della COP 21 sono state vietate le manifestazioni pacifiche di protesta degli ecologisti ( alcuni dirigenti sono stati trattenuti nelle abitazioni) ma sono stati autorizzati i mercatini di Natale, a dimostrazione del fatto che il timore di attentati, con il conseguente divieto di assembramenti, era solo un pretesto.

Nell’ambito di questo discorso sullo svuotamento di potere dell’ONU e della violazione del diritto internazionale tollerata, tra le cause non si può dimenticare una costante dal 1948 ad oggi e cioè l’impunità di Israele. Sono decine le risoluzioni ONU inottemperate da Israele ma ci potremmo limitare a citare le tre fondamentali che, se attuate, avrebbero da tempo risolto la questione palestinese ( non uso il termine invalso di “conflitto” perchè tale non è, trattandosi di una occupazione): la 181 che prevede la nascita di due Stati, la 194 che sancisce il diritto al ritorno dei profughi e la 242 che impone l’obbligo di ritiro dai Territori occupati nel 1967. Sono recenti le prese di posizione di Ban Ki-moon e, ancora più timidamente, dell’UE contro Israele invocando il rispetto del diritto internazionale ma tutto cade nel vuoto. Anzi: ad ogni piccola conquista sul piano internazionale da parte palestinese segue un incremento della colonizzazione. Così è avvenuto dopo l’ammissione della Palestina all’Unesco prima e all’ONU poi, sia pure solo come Stato osservatore.

Il diritto è basato su un principio elementare: alla violazione del precetto deve seguire una sanzione. L’autorevolezza della norma è gravemente minata se alla violazione non segue la sanzione ma ancora di più se vi è sperequazione di trattamento in situazioni simili. Perché nel caso dell’Iraq l’ONU ha agito e nel caso di Israele assiste passiva da quasi 70 anni?

 

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Quante sono le violazioni del diritto internazionale per troppo tempo tollerate? Innumerevoli. Solo a titolo esemplificativo, una veloce rassegna.

 

Diritto alla vita e alla integrità fisica: pensiamo alle esecuzioni mirate, cioè omicidi sulla base di informazioni dei servizi segreti; ai “danni collaterali”, cioè omicidi di persone innocenti, colpevoli solo di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato ( in Pakistan tra il 2004 e il 2013 gli attacchi USA con droni sono stati 364 con migliaia di morti civili tra cui circa 200 bambini); pensiamo anche agli omicidi evitabili: i neri di Ferguson, subito uccisi dai poliziotti per un comportamento ambiguo, così come gli adolescenti palestinesi, subito uccisi dall’esercito o dai coloni senza neppure una verifica delle intenzioni; pensiamo anche ai tentativi in corso, portati avanti in Italia da forze politiche razziste e fasciste, di ampliare il concetto di legittima difesa così da farvi rientrare anche omicidi di ladruncoli in fuga.

Divieto di tortura: il recente caso di Giulio Regeni ha fatto emergere quanto già si sapeva e cioè che in Egitto sono centinaia i casi di tortura e di desaparecidos ( un ministro egiziano ha detto: che cosa sono a fronte di 90 milioni di abitanti?); eppure il generale golpista Al Sisi è personaggio utile all’Occidente, si fanno affari con lui ( Renzi è stato il primo ad incontrarlo) ed ancora una volta la ragion di Stato viene fatta prevalere sul diritto. In Israele la tortura è praticata abitualmente, anche nei confronti di minori, e una commissione presieduta da tale Landau a suo tempo ne ha legittimato l’uso “in una certa misura”. In Italia sono ancora vani gli sforzi per introdurre il reato di tortura nonostante i ripetuti richiami della Corte europea al nostro Governo. Gli emuli dei torturatori di Cucchi, Uva, Aldovrandi, di Bolzaneto, della scuola Diaz possono stare tranquilli. 

Divieto di schiavitù e di lavoro forzato: un magistrato, Antonio Bevere, ha ipotizzato il reato di riduzione in schiavitù per le inumane condizioni di lavoro nel settore agricolo nel Sud, ove due donne sono morte la scorsa estate per sfinimento. Potremmo citare anche il caso delle concerie toscane.

Diritto alla libertà e alla sicurezza e diritto a un processo equo. Si è già accennato alle renditions, sequestri di persona senza alcun accertamento giudiziario di responsabilità; a Guantanamo, con condizioni di detenzione disumane. E’ il caso di ricordare che il premio Nobel per la pace Obama non è riuscito a rispettare il modesto impegno assunto di chiudere questo lager. Alcuni sono lì detenuti dal 2001, altri sono stati liberati dopo anni, o a seguito di processo, che ne ha riconosciuto l’innocenza o, addirittura, senza processo, talmente palese è emersa la falsità delle accuse inizialmente mosse. In Israele trova ampia applicazione la detenzione amministrativa, quella cioè senza contestazione alcuna, senza quindi possibilità di difesa e senza limite di durata ( prorogabile di sei mesi in sei mesi). Iniquo è anche il processo che non condanna gli imputati palesemente colpevoli: i poliziotti di Ferguson, i soldati e i coloni israeliani. In Italia trovano sempre più applicazione le misure di prevenzione, cioè quelle misure gravemente lesive del diritto di libera circolazione, applicate solo sulla base di sospetti ( la legislazione nasce nel 1865 ma trova ampia applicazione nell’epoca fascista ed è storicamente sempre indirizzata contro gli oppositori politici).

Diritto alla “privacy”: le intercettazioni ambientali e telefoniche sono sempre più invasive e si va verso quelle preventive, cioè volte alla ricerca di eventuali reati e non solo alla ricerca di colpevoli dopo il reato.

Diritto alla libertà di movimento. L’Europa è ormai costellata di muri e filo spinato alle proprie frontiere che respingono quelle persone che le nostre guerre hanno o ridotto alla miseria o costretto a fuggire sotto le bombe. L’Italia è complice nello scacchiere internazionale e laddove non partecipa direttamente alle operazioni belliche vende armi, violando sia la Costituzione sia le proprie leggi, in specifico la 185/90 ( è il caso dei caccia M346 venduti ad Israele o delle bombe vendute all’Arabia Saudita, quelle che poi uccidono nello Yemen).

Libertà di coscienza, pensiero, religione ed espressione. La situazione in questo caso è paradossale: da un lato si criminalizzano moschee e centri di cultura islamici, dall’altro si consentono sproloqui razzisti e sessisti a esponenti politici, siano aspiranti alla Casa Bianca come nel caso di Trump siano nostrani come Salvini. E’ anche il caso di ricordare che iniziative di forze dichiaratamente neonaziste e neo fasciste sono sempre più diffuse e tollerate, soprattutto nella nostra zona ( commemorazioni a San Martino, a Giulino di Mezzegra, raduni a Cantù, a Rogoredo, Hammerfest etc.).

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Prima di concludere, un accenno a quelli che dovrebbero essere gli strumenti di applicazione del diritto internazionale ma restano inoperanti. La Corte internazionale di giustizia de L’Aja nasce nel 1945 ed è l’organo giurisdizionale dell’ONU; è un Tribunale arbitrale ed emette pareri consultivi, come tali predestinati a rimanere privi di efficacia in assenza di volontà politica. Si pensi alla condanna del muro di Israele nel 2004, rimasta senza alcun effetto. La Corte penale internazionale, con sede sempre a L’Aja, nasce nel 1998 a Roma ma i suoi limiti sono evidenti se solo si pensa che non solo non hanno aderito ma addirittura hanno votato contro il suo sorgere Stati come la Russia, gli USA, la Cina ed Israele, tutti possibili e potenziali incriminabili per le loro politiche interne ed estere.

Hanno firmato Stati come Andorra, San Marino e Trinidad che non suscitano particolari preoccupazioni sul piano bellico, al massimo sono di interesse della Guardia di Finanza sul fronte fiscale.

 

L’asservimento a logiche politiche della Corte penale internazionale è stata denunciata da giuristi, ad esempio in occasione del rigetto della denuncia delle Isole Comore la cui bandiera era battuta dalla Mavi Marvara, la nave che nel 2009 ha tentato inutilmente di portare viveri e medicinali a Gaza ed è stata assalita dalla Marina israeliana che ha ucciso 9 pacifisti turchi disarmati ( un decimo è morto mesi dopo per le ferite). Pende attualmente anche la denuncia dell’Autorità nazionale palestinese e di Hamas per gli eccidi di Israele a Gaza nel 2008/9 ma la non adesione di Israele al Trattato e lo status di mero osservatore all’ONU della Palestina rendono estremamente improbabile un esito favorevole.

 

I soli Tribunali che hanno sinora funzionato sono quelli creati “ad hoc”, cioè sorti dopo il crimine, in spregio al principio della predeterminazione del giudice. Sono chiamati anche i Tribunali dei vincitori perché ratificano a livello giudiziario le vittorie politiche e belliche. Sono noti quelli di Norimberga, di Tokyo e, più recentemente, quelli per la ex Jugoslavia, Rwanda, Timor est, Cambogia. Sono in molti a mettere in dubbio la loro imparzialità; Sergio Romano, ad esempio, ha riconosciuto un particolare accanimento del Tribunale nei confronti dei Serbi. Ci si potrebbe anche chiedere del perchè della non incriminazione degli USA per Hiroscima e Nagasaki o, più recentemente, del perché dell’insabbiamento del rapporto della Commissione Goldstone che ha riconosciuto Israele responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità per la cosiddetta operazione Piombo fuso. Insomma, la discrezionalità di questi Tribunali è assoluta, sin dall’esercizio o meno dell’azione penale.

Eppure quanto lavoro ci sarebbe per i Tribunali ! La guerra ha raggiunto livelli di disumanità inimmaginabili. La IV Convenzione di Ginevra a tutela della popolazione civile è ignorata: si bombardano case ed ospedali, anche quelli di Medici senza frontiere o Emergency, si spara alle autombulanze, si uccidono medici ed infermieri durante i soccorsi, si assediano città e campi profughi lasciando morire di fame la popolazione, come nel Medio Evo (vedi Yarmouk).

 

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Concludo questo inevitabilmente per ragioni di tempo limitato excursus sulla violazione dei diritti umani con parole non mie. Un illustre giurista recentemente scomparso, Benedetto Conforti, dice nel suo Trattato di diritto internazionale: “ Resta definitivamente confermata l’opinione…..circa la scarsa efficienza e credibilità dei mezzi internazionali di attuazione coattiva del diritto, mezzi in cui si riflette la legge del più forte.”. E sempre lo stesso autore: “ …c’è forse da prendere atto che il diritto internazionale…….ha esaurito la sua funzione. La guerra non può allora essere valutata giuridicamente ma solo politicamente e moralmente.”.

Non lasciamoci prendere dallo sconforto; anzi, lasciamoci con un compito e cito allora un altro illustre giurista con il quale sono stato in Israele e Palestina nel mio primo viaggio nel 1988, Domenico Gallo. Quando gli ho sottoposto le mie pessimistiche considerazioni sul ruolo del diritto internazionale mi ha detto: “…….se il diritto internazionale non è più vincolante per nessuno, non per questo possiamo permetterci di buttarlo a mare, al contrario bisogna lottare per ristabilirne l’autorevolezza nella coscienza dei popoli in quanto l’unica garanzia effettiva del diritto internazionale sta nella misura in cui l’opinione pubblica internazionale ne pretende il rispetto.”

 

Vedo il cammino molto duro ma non è motivo per non iniziarlo, anzi. Senza il primo passo, non possono esserci gli altri.

 

 

 

 

 

 

19 MARZO – CONGRESSO PROVINCIALE

Sabato 12 marzo, con il congresso della sezione Anpi Seprio, si sono conclusi i congressi di sezione nella nostra provincia. Il Congresso conclusivo del provinciale di Como si terrà sabato 19 marzo, alle ore 14,30, presso il salone dell’ associazione Lissi, via Ennodio 10 ( ex Parco Lissi).

Al termine dei lavori seguiranno le conclusioni di Pietro Cossu, del Comitato Nazionale Anpi.

 

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RIFORME

Riforme, la giurista Carlassare: “In gioco c’è la Costituzione, non il destino del premier. Dobbiamo mobilitare i cittadini”

“Costituzionalismo vuol dire porre limiti e regole al potere; col ddl Boschi salta ogni limite” così la professoressa Lorenza Carlassare, giurista e costituzionalista, docente emerita di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Padova, ai microfoni di Radio Cora. Intanto il referendum sembra essere sempre più legato al futuro del Premier, “il Governo non c’entra nulla, non deve metterci le mani […] qui sta l’anomalia, si vuole cambiare la Costituzione con un ddl governativo ma la Costituzione non è appannaggio del Governo, della maggioranza momentanea. La Costituzione è di tutti e si può cambiare solo con un forte consenso”.

L’intervista su Radio Cora: http://www.radiocora.it/post?pst=19850

 

 

8 MARZO

DEDICATO A BERTA CACARES E A TUTTE LE DONNE CHE VOGLIONO SALVARE IL MONDO

 

Berta Cacares, attivista per la difesa dei diritti umani, coordinatrice dei popoli indigeni dell’ Honduras, la sua figura era diventata un punto di riferimento in tutto il mondo, per aver difeso la causa dei popoli indigeni del suo Paese anche presso la Corte europea di Strassburgo, presso la Banca Mondiale e in Vaticano.

Più volte minacciata di morte, è stata  uccisa il 3 marzo scorso nella sua casa a La Esperanza.

Nel 2015 aveva vinto il prestigioso premio Goldman Prize per essersi battuta contro la costruzione del complesso idroelettrico Agua Zarca, previsto sul Rio Gualcarque, un fiume sacro nella cosmogonia Lenca, che costituisce una fondamentale risorsa idrica per circa 600 famiglie che vivono nella foresta pluviale nella zona nord-occidentale dell’ Honduras.

“Stiamo affrontando grandi mostri”, aveva detto Berta dieci anni fa. “Non è facile, ma non è nemmeno impossibile. Abbiamo delle responsabilità storiche, e tra queste c’è far sapere a tutti che siamo un popolo fiero, che ha resistito in ogni modo”.

A Berta Cacares va oggi il nostro commosso ricordo.

ITALICUM SOLO ALLA CAMERA

L’ ITALICUM SI APPLICHERA’ SOLO ALLA CAMERA

Intanto abbiamo segnato l’1 a 0, ma possiamo puntare a un risultato finale di 14 a 0. Confidiamo cioè che tutti i quattordici motivi di incostituzionalità della legge elettorale possano essere oggetto di ordinanza alla Corte Costituzionale. Dove ci sono minoranze linguistiche consistenti c’è un motivo in più dei tredici di Messina. La legge elettorale privilegia le minoranze filogovernative, quella tedesca dell’Alto Adige e la francese della Valle d’Aosta, malgrado che si chiami Italicum.

In quelle Regioni (ne beneficia anche l’italianissima Trento) si eleggono i deputati in collegi uninominali al primo turno, e poi al secondo si decide come devono essere governati gli altri 60 milioni di italiani. È già successo nel 2013, quando lo 0,40% della SVP attribuì la vittoria alla camera alla coalizione Italia Bene Comune.

 Grazie all’abnegazione di colleghi come Vincenzo Palumbo è stato possibile presentare ricorsi simili in 18 tribunali e altri sette sono in cantiere: qui non c’era spazio per mugnai tedeschi che erano sicuri di trovare un giudice a Berlino, anche contro il Kaiser. Non si poteva rischiare di aspettare sei anni una Cassazione che mandasse la legge alla Consulta. Legge elettorale maggioritaria e revisione costituzionale, pilotata dal governo, creano una miscela pericolosa per la democrazia nel nostro paese. L’informazione è a senso unico e le televisioni, tutte, a differenza dei giornali, non hanno chiesto notizia al gruppo di avvocati antitalikum o al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale nel cui ambito è stato creato.

Nell’ordinanza del Tribunale di Messina si parla di vulnus al principio di rappresentanza territoriale. I deputati da eleggere con l’abnorme premio di maggioranza del 54% dei seggi sono distribuiti sul territorio nazionale da un algoritmo e non dalle scelte degli elettori. Il premio di maggioranza non risponde ai principi della rappresentanza democratica. Il premio è uguale per la lista che al primo turno superi il 40% dei voti validi e quella che vinca il ballottaggio, cui è stata ammessa senza una soglia minima in percentuale di voti al primo turno. Con i capilista ad elezione assicurata, anche con un solo eletto, non è assicurata una scelta libera e diretta dei deputati. Il tribunale ha poi rimesso alla Corte Costituzionale un ultimo residuo del Porcellum, le soglie di accesso al senato, pari all’8% per le liste e al 20% per le coalizioni. Infine ha ritenuto irragionevole che a costituzione invariata si fosse licenziata una legge elettorale per la sola camera dei deputati.

Le prime reazioni sono rabbiose. Alfano minaccia un referendum costituzionale insieme con le amministrative del 12 giugno, dopo che avevano negato l’abbinamento con il No-Triv. Per vincere il referendum hanno bisogno che non ci sia informazione dei cittadini. Arrivare a ottobre potrebbe cambiare gli umori dell’opinione pubblica. Dopo aver ottenuto il consenso dei deputati e senatori nominati con la promessa di elezioni nel 2018, ora vorranno votare prima che si pronunci la Corte Costituzionale: un golpe bianco.

 

 il manifesto, 25 febbraio 2016

GRAVE EPISODIO ALL’ UNIVERSITA’ STATALE

Nella sede di Festa del Perdono dell’Università Statale di Milano, una ventina di Hammer Skin legati al gruppo Alpha (gruppo universitario di estrema destra) si sono resi protagonisti di diverse azioni dagli evidenti metodi squadristi come lanci di sedie all’interno delle aule studio e delle biblioteche e vere e proprie aggressioni fisiche. Girando per i locali dell’Università hanno aggredito chiunque potesse sembrare “di sinistra”: ad ora 3 gli episodi certi di aggressioni ad attivisti appartenenti a diverse aree del movimento Milanese (qualcuno lievemente contuso) da cui ci giungono notizie ma non è definibile il numero degli studenti coinvolti.

L’  Anpi è stanca di segnalare alle autorità competenti – cieche e sorde ad ogni nostro appello – il crescente clima di violenza ad opera di gruppi dell’ ultradestra. Sopratutto nelle scuole superiori e nelle università si è giunti ad episodi continui di intimidazioni ed aggressioni. Se questi attacchi non saranno fermati, e come giusto puniti, il rischio di una estremezzazione della dialettica politica, come quello degli anni settanta, è purtroppo certo.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/02/22/news/fascisti-133980770/

ARMADIO DELLA VERGOGNA

“Armadio della vergogna”: desecretati 13mila pagine di documenti sulle stragi nazifasciste

16 Febbraio 2016

LE RAGIONI DEL NO

LE RAGIONI DEL NO

Intervista ad Alessandro Pace – professore emerito di diritto costituzionale nell’Università La Sapienza di Roma e presidente del Comitato per il No al referendum.

 

Il Parlamento ha dato il suo via libera, la parola spetta ai cittadini. Ma attenzione a parlare di “svolte autoritarie” nella riforma costituzionale di Renzi-Boschi, piuttosto Alessandro Pace – professore emerito di diritto costituzionale nell’Università La Sapienza di Roma e presidente del Comitato per il No al referendum – intravvede “un blocco di potere affaristico-finanziario con propaggini piduistiche che, grazie ad una legislazione elettorale drogata, potrebbe reggere per anni con il favore di una minoranza di elettori”. Il comitato è formato tra gli altri da Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Gaetano Azzariti e altri illustri giuristi. Poche risorse economiche e media ostili però, per Pace, la battaglia va comunque combattuta “per la nostra dignità d’uomo, come diceva Calamandrei, e per dare testimonianza della nostra fede nei principi nei quali crediamo: libertà, eguaglianza, pluralismo, democrazia. E per poter tramandare questi valori ai nostri figli e nipoti”.

Professore Pace, la riforma voluta dal governo Renzi si compone di due capitoli che costituiscono due facce dello stesso progetto: la revisione della Costituzione e la riforma elettorale. Quali sono i punti più controversi che Lei critica? Il concentramento di potere nella mani del premier? Il monocameralismo?

I punti controversi sono molti. Innanzitutto il ddl Renzi-Boschi nega l’elettività diretta del Senato, ancorché gli venga contraddittoriamente ribadita la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette/otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; sottodimensiona la composizione del Senato (100 contro 630) rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune relative alla elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM (mentre per quanto riguarda i giudici della Corte costituzionale ne attribuisce irrazionalmente tre ai 630 deputati e addirittura due ai 100 senatori); pregiudica il corretto adempimento sia delle funzioni dei senatori, divenute part-time, sia quelle ad esse connesse, dei consiglieri regionali e dei sindaci; prevede degli inutili senatori pro-tempore di nomina presidenziale, ancorché il Senato non svolga più quelle alte funzioni che giustificavano la presenza di senatori a vita eletti dal Capo dello Stato. Inoltre ciò che preoccupa di più è il combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum (che è il bis del Porcellum), in conseguenza del quale ilPremier-segretario conseguirebbe uno smisurato accumulo di poteri.

La riforma mette veramente a rischio il nostro impianto democratico? Rischiamo una torsione autoritaria o sono le solite boutade?

Se per involuzione autoritaria del sistema si deve intendere – come io intendo – una democrazia autoritaria come quella di Erdogan in Turchia, non avrei tale timore. Vedo piuttosto il rischio di un “principato civile”, quale descritto da Machiavelli, di recente persuasivamente richiamato da Maurizio Viroli. Un principato nel quale «uno privato cittadino» (non si dimentichi che Renzi non è stato ancora democraticamente eletto!) «non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore degli altri suoi cittadini diventa principe della sua patria». E Machiavelli aggiungeva: «con astuzia fortunata». Più che una torsione autoritaria, intravvedo un blocco di potere affaristico-finanziario con propaggini piduistiche che, grazie ad una legislazione elettorale “drogata”, potrebbe reggere per anni ed anni, con il favore di una minoranza di elettori, intorno al 30/35 per cento.

Secondo lei siamo al tradimento dei nostri Padri costituenti?

Come nel 1997 e nel 2006 siamo piuttosto in presenza di un tentativo “costituente” che, nella vigenza di un’altra costituzione – nella specie la nostra Costituzione del 1947 – è per definizione “illegale”, secondo l’insegnamento, tuttora valido, del grande Santi Romano. Alla luce della Costituzione vigente, la procedura seguita è infatti viziata sia nella forma sia nella sostanza. Nella forma perché essa è stata introdotta dal Governo (non dal Parlamento) e condotta in una legislatura, la XVII, palesemente delegittimata dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum: una procedura che è stata condizionata dall’indirizzo politico di maggioranza, con sostituzioni di parlamentari in sede referente, con esclusione del relatore di minoranza al Senato, con emendamenti monstrum ecc. È viziata anche nella sostanza perché contravviene manifestamente a due principi supremi della Costituzione, quello della sovranità popolare e quello della ragionevolezza/razionalità (articoli 1 e 3), che non sono derogabili nemmeno con una legge costituzionale, come statuito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1146 del 1988.

Non crede che la vostra battaglia sia conservatrice? Non è giusto rivedere e riformare alcuni punti della Carta Costituzionale? Ad esempio, il bicameralismo in molti Paesi non esiste e la riforma del Senato forse è indispensabile…

Nella mia audizione alla Camera, ho sostenuto che sarebbe stato più logico, anziché conservare questo pseudo bicameralismo, eliminare del tutto il Senato e passare al monocameralismo, a patto però che si prevedessero dei contro-poteri interni, come ad esempio il potere d’inchiesta come diritto delle minoranze, che in Germania esiste sin dal 1919, tranne la parentesi nazista. Ciò premesso, non sono affatto contrario al superamento del bicameralismo paritario, ma non come viene tentato dalla riforma Renzi. Un Senato composto da 100 senatori part-time, per giunta non eletti dal popolo, è una presa in giro che ha risvolti istituzionali gravissimi se, come ho già sottolineato, gli si conferma addirittura la partecipazione all’esercizio della potestà legislativa e di revisione costituzionale.

Va considerato tra l’altro che in Parlamento vi sono deputati e senatori eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Hanno la legittimità necessaria per modificare la Costituzione? 

Ho ripetutamente sostenuto l’illegittimità della XVII legislatura. Devo però spiegarne le ragioni. La Corte costituzionale, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum con la sentenza n. 1 del 2014, consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò a tal riguardo due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.) e la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi. Pertanto, ammesso pure che le nuove elezioni non potessero essere indette nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti del Bund tedesco, è però del tutto evidente l’azzardo istituzionale, da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità delPorcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente.

Renzi ha dichiarato: «Se perderò considero fallita la mia esperienza politica». Di fatto, ha trasformato il referendum in un voto politico sulle sorti del governo. Anche per voi del Comitato è così?

In effetti, il premier ha inteso garantire il successo referendario della sua riforma minacciando le sue dimissioni. Ma i problemi devono essere mantenuti distinti. Dall’angolo visuale della riforma costituzionale la risposta di Renzi è significativa: ha esplicitamente ammesso che la paternità della revisione costituzionale è stata non del Parlamento, come avrebbe dovuto essere, ma del governo. Con tutte le storture procedimentali che ci sono state.

Farete la campagna per il No con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Ciò la imbarazza?

Ci saranno almeno due Comitati elettorali per il No, il che non è contraddittorio perché, pur avendo il centro-destra un’idea diversa di Costituzione, lo scopo immediato è lo stesso del nostro, che è quello di impedire l’entrata in vigore della riforma Renzi-Boschi.

Il No ha veramente possibilità di vincere?

So che è difficilissimo, perché abbiamo pochissime risorse economiche e non abbiamo dalla nostra un guru della comunicazione, come se lo può permettere Renzi. Ma c’è una ragione di fondo: certe battaglie le si devono combattere anche se è difficilissimo vincerle. Le si devono combattere per la nostra “dignità d’uomo”, come diceva Calamandrei, e per dare testimonianza della nostra fede nei principi nei quali crediamo: libertà, eguaglianza, pluralismo, democrazia. E per poter tramandare questi valori ai nostri figli e nipoti.

Micromega online, 21 gennaio 2016