LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

LA VERA POSTA IN GIOCO IL 17 APRILE

di Alberto Asor Rosa

L’attuale vuoto politico, che rischia di diventare catastrofico, e di cui la cosiddetta sinistra è al tempo stesso vittima e corresponsabile, fa emergere con forza la valenza probabilmente decisiva delle prossime consultazioni referendarie.
È sempre più evidente che dal loro esito dipenderanno (per dirla in modo un po’ enfatico) le sorti del paese. In questo quadro, è difficile non prendere atto del fatto che quella fra loro che riguarda il problema delle trivellazioni marine (17 aprile) stenta a decollare, quasi che il quesito fosse di significato e dimensioni minori.
Io penso che non sia così, almeno per due buoni motivi.
Il primo è più specifico, anche se presenta anch’esso valenze generalissime. Questo governo, e il partito che in questo momento esso rappresenta, esprimono la posizione più risolutamente antiambientale (attenzione: antiambientale, non semplicemente antiambientalista), che nel nostro paese sia stato dato di vedere da molti decenni (forse da sempre?).
L’ambiente, il paesaggio, il territorio, i beni culturali sono considerati, nel migliore dei casi, come degli oggetti o realtà morte, in cui investire più che si può, per ricavarne più che si può (spesso, però, sbagliando anche il calcolo dei rapporti fra investimenti e ricavati).
Se una società petrolifera o un consorzio di palazzinari glielo chiedesse, pianterebbero trivelle o edificherebbero ecomostri anche di fronte a Piazza San Marco a Venezia o in Piazza della Signoria a Firenze.
Il caso lucano è ormai sotto gli occhi di tutti, non si può più girare la testa dall’altra parte.
Osservo che, della stessa natura del caso delle trivelle, sono altri casi clamorosi come quelli del sottoattraversamento ferroviario di Firenze e dell’ampliamento sconsiderato e dissennato dell’aeroporto di Peretola, anch’esso a due passi da Firenze (la quale rischia di diventare la “città martire”, e come tale meriterebbe d’esser proclamata, di questa fase produttivistico-ambientale). Del resto, in ambedue questi casi basterebbe scavare appena più a fondo (non dico «più a fondo»; dico: «appena più a fondo»), per arrivare a scoprire le stesse logiche che hanno sovrainteso alle operazioni speculative lucane.
Per cui: chi vota sì al referendum sulle trivellazioni marine, vota contemporaneamente contro tutto questo – contro tutto questo, e contro il suo probabile, anzi, facilmente e assolutamente prevedibile, peggioramento. Anche a tremila metri c’è dunque un interesse profondo (è il caso di dirlo) a votare al prossimo referendum sulle trivelle sottomarine.
Il secondo motivo è di carattere politico generale. Non s’è mai visto in questo paese un governo che inviti la cittadinanza a non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale. Questo governo conta sulla stanchezza, la disaffezione, lo scontento, persino sull’incazzatura («vadano tutti al diavolo, non voglio più saperne!»), per continuare a governare.
Qui, a proposito delle trivelle, – tema, come ho già detto, apparentemente marginale e interesse di pochi, – si manifesta la stessa linea, non soltanto politica, ma ideologico-culturale, che si manifesta a proposito della materia dei referendum d’autunno, e cioè: quanto più si restringe la base del potere, tanto meglio è per chi governa.
Può governare meglio, con meno impacci e più libertà di movimento e di azione. Per esempio: fare quel che si vuole dell’ambiente italiano, se petrolieri, palazzinari e costruttori di strade e autostrade glielo chiedono (oppure, magari, prendere l’iniziativa di andarglielo a chiedere, se il giro dei soldi, degli investimenti e delle ricadute di potere, dovesse troppo abbassarsi).
Ma di più, molto di più: fare quel che si vuole in ogni ganglio dell’azione di governo, accantonando o eliminando del tutto controlli, verifiche, inutili discussioni (perdite di tempo, gufismi d’altri tempi).
Di fronte a questo stato di cose, e a questa prospettiva, più si vota meglio è.
Nonostante tutto, perdura qualcosa di vivo anche nella stanchezza, nella disaffezione, nello scontento, persino nell’incazzatura. Bisogna che venga fuori, per riprendere la strada comune, comune per noi, certo, ma, a pensarci bene, persino per gli altri che non la pensano come noi.
 
il manifesto,  8 aprile 2016

LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE

di Stefano Rodotà

Nel marzo di trentasei anni fa Italo Calvino pubblicava su questo giornale un articolo intitolato “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Vale la pena di rileggerlo (o leggerlo) non solo per coglierne amaramente i tratti di attualità, ma per chiedersi quale significato possa essere attribuito oggi a parole come “onestà” e “corruzione”. Per cercar di rispondere a questa domanda, bisogna partire dall’articolo 54 della Costituzione, passare poi ad un detto di un giudice della Corte Suprema americana e ad un fulminante pensiero di Ennio Flaiano, per concludere registrando il fatale ritorno dell’accusa di moralismo a chi si ostina a ricordare che senza una forte moralità civile la stessa democrazia si perde.

Quell’articolo della Costituzione dovrebbe ormai essere letto ogni mattina negli uffici pubblici e all’inizio delle lezioni nelle scuole (e, perché no?, delle sedute parlamentari). Comincia stabilendo che « tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi ». Ma non si ferma a questa affermazione, che potrebbe apparire ovvia. Continua con una prescrizione assai impegnativa: « i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore ». Parola, quest’ultima, che rende immediatamente improponibile la linea difensiva adottata ormai da anni da un ceto politico che, per sfuggire alle proprie responsabilità, si rifugia nelle formule « non vi è nulla di penalmente rilevante », « non è stata violata alcuna norma amministrativa ». Si cancella così la parte più significativa dell’articolo 54, che ha voluto imporre a chi svolge funzioni pubbliche non solo il rispetto della legalità, ma il più gravoso dovere di comportarsi con disciplina e onore.

Vi è dunque una categoria di cittadini che deve garantire alla società un “ valore aggiunto”, che si manifesta in comportamenti unicamente ispirati all’interesse generale. Non si chiede loro genericamente di essere virtuosi. Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che l’onore rileva verso l’esterno, « n’agit qu’en vue du public », mentre «la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza».

Ma da anni si è allargata un’area dove i “servitori dello Stato” si trasformano in servitori di sé stessi, né onorati, né virtuosi. Si è pensato che questo modo d’essere della politica e dell’amministrazione fosse a costo zero. Si è irriso anzi a chi richiamava quell’articolo e, con qualche arroganza, si è sottolineato come quella fosse una norma senza sanzione. Una logica che ha portato a cancellare la responsabilità politica e a ridurre, fin quasi a farla scomparire, la responsabilità amministrativa. Al posto di disciplina e onore si è insediata l’impunità, e si ripresenta la concezione «di una classe politica che si sente intoccabile», come ha opportunamente detto Piero Ignazi. Sì che i rarissimi casi di dimissioni per violato onore vengono quasi presentati come atti eroici, o l’effetto di una sopraffazione, mentre sono semplicemente la doverosa certificazione di un comportamento illegittimo.

Questa concezione non è rimasta all’interno della categoria dei cittadini con funzioni pubbliche, ma ha infettato tutta la società, con un diffusissimo “così fan tutti” che dà alla corruzione italiana un tratto che la distingue da quelli dei paesi con cui si fanno i più diretti confronti. Basta ricordare i parlamentari inglesi che si dimettono per minimi abusi nell’uso di fondi pubblici: i ministri tedeschi che lasciano l’incarico per aver copiato qualche pagina nella loro tesi di laurea: il Conseil constitutionnel francese che annulla l’elezione di Jack Lang per un piccolo sforamento nelle spese elettorali; il vice-presidente degli Stati Uniti Spiro Agnew si dimette per una evasione fiscale su contributi elettorali (mentre un ministro italiano ricorre al condono presentandolo come un lavacro di una conclamata evasione fiscale).

Sono casi noti, e altri potrebbero essere citati, che ci dicono che non siamo soltanto di fronte ad una ben più profonda etica civile, ma anche alla reazione di un establishment consapevole della necessità di eliminare tutte le situazioni che possono fargli perdere la legittimazione popolare. In Italia si è imboccata la strada opposta con la protervia di una classe politica che si costruiva una rete di protezione che, nelle sue illusioni, avrebbe dovuto tenerla al riparo da ogni sanzione. Illusione, appunto, perché è poi venuta la più pesante delle sanzioni, quella sociale, che si è massicciamente manifestata nella totale perdita di credibilità davanti ai cittadini, di cui oggi cogliamo gli effetti devastanti. Non si può impunemente cancellare quella che in Inghilterra è stata definita come la “ constitutional morality”.

In questo clima, ben peggiore di quello degli anni Ottanta, quale spazio rimane per quella “controsocietà degli onesti” alla quale speranzosamemte si affidava Italo Calvino? Qui vengono a proposito le parole di Louis Brandeis, giudice della Corte Suprema americana, che nel 1913 scriveva, con espressione divenuta proverbiale, che «la luce del sole è il miglior disinfettante ». Una affermazione tanto più significativa perché Brandeis è considerato uno dei padri del concetto di privacy, che tuttavia vedeva anche come strumento grazie al quale le minoranze possono far circolare informazioni senza censure o indebite limitazioni (vale la pena di ricordare che fu il primo giudice ebreo della Corte).

L’accesso alla conoscenza, e la trasparenza che ne risulta, non sono soltanto alla base dell’einaudiano “conoscere per deliberare”, ma anche dell’ancor più attuale “ conoscere per controllare”, ovunque ritenuto essenziale come fonte di nuovi equilibri dei poteri, visto che la “democrazia di appropriazione” spinge verso una concentrazione dei poteri al vertice dello Stato in forme sottratte ai controlli tradizionali. Tema attualissimo in Italia, dove si sta cercando di approvare una legge proprio sull’accesso alle informazioni, per la quale tuttavia v’è da augurarsi che la ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione voglia rimuovere i troppi limiti ancora previsti. Non basta dire che limiti esistono anche in altri paesi, perché lì il contesto è completamente diverso da quello italiano, che ha bisogno di ben più massicce dosi di trasparenza proprio nella logica del riequilibrio dei poteri. E bisogna ricordare la cattiva esperienza della legge 241 del 1990 sull’accesso ai documenti amministrativi, dove tutte le amministrazioni, Banca d’Italia in testa, elevarono alte mura per ridurre i poteri dei cittadini. Un rischio che la nuova legge rischia di accrescere.

Ma davvero può bastare la trasparenza in un paese in cui ogni giorno le pagine dei giornali squadernano casi di corruzione a tutti livelli e in tutti i luoghi, con connessioni sempre più inquietanti con la stessa criminalità?

Soccorre qui l’amara satira di Ennio Flaiano. «Scaltritosi nel furto legale e burocratico, a tutto riuscirete fuorché ad offenderlo. Lo chiamate ladro, finge di non sentirvi. Gridate che è un ladro, vi prega di mostrargli le prove. E quando gliele mostrate: “Ah, dice, ma non sono in triplice copia!”». Non basta più l’evidenza di una corruzione onnipresente, che anzi rischia di alimentare la sfiducia e tradursi in un continuo e strisciante incentivo per chi a disciplina e onore neppure è capace di pensare.

I tempi incalzano, e tuttavia non vi sono segni di una convinta e comune reazione contro la corruzione all’italiana che ormai è un impasto di illegalità, impunità ostentata o costruita, conflitti d’interesse, evasione fiscale, collusioni d’ogni genere, cancellazione delle frontiere che dovrebbero impedire l’uso privato di ricorse pubbliche, insediarsi degli interessi privati negli stessi luoghi istituzionali (che non si sradica solo con volenterose norme sulle lobbies). Fatale, allora, scocca l’attacco alla magistratura e l’esecrazione dei moralisti, quasi che insistere sull’etica pubblica fosse un attacco alla politica e non la via per la sua rigenerazione. E, con una singolare contraddizione, si finisce poi con l’attingere i nuovi “salvatori della patria” proprio dalla magistratura, così ritenuta l’unico serbatoio di indipendenza. Il caso del giudice Cantone è eloquente, anche perché mette in evidenza due tra i più recenti vizi italiani. La personalizzazione del potere ed una politica che vuole sottrarsi alle proprie responsabilità trasferendo all’esterno questioni impegnative. Alzare la voce, allora, non può mai essere il surrogato di una politica della legalità che esige un mutamento radicale non nelle dichiarazioni, ma nei comportamenti.

da Repubblica del 8 aprile 2016

ANCORA ATTACCHI NEOFASCISTI A MILANO

DISTRUTTE LE LAPIDI AL PARCO DELLA RESISTENZA

Milano, 6 Aprile 2016

L’ANPI Provinciale di Milano denuncia una grave provocazione neofascista al Parco della Resistenza, inaugurato tre anni fa e dedicato ai Martiri di Via Tibaldi.

È stata completamente distrutta una delle targhe ed altre due sono state annerite.

Qualche giorno fa, inoltre, in Largo Rio De Janeiro è stata presa di mira la lapide dedicata a un numeroso gruppo di combattenti per la Libertà: completamente distrutta la corona d’alloro.

“Siamo fortemente preoccupati – sottolinea Roberto Cenati, presidente ANPI provinciale di Milano – per il rifiorire di movimenti neofascisti e per il ripetersi a Milano di azioni provocatorie che si svolgono a poche settimane dalla ricorrenza del settantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Tali atti si pongono in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con le leggi Scelba e Mancino e offendono i sentimenti di Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza.
Chiediamo alle autorità pubbliche di perseguire gli autori di queste inaccettabili provocazioni, di vigilare e di intervenire anche in vista dei preannuciati raduni neofascisti che dovrebbero svolgersi proprio a ridosso della giornata del 25 Aprile”.

CARLO SMURAGLIA: TORNARE A COMBATTERE PER DIFENDERE LA NOSTRA DEMOCRAZIA

Carlo Smuraglia: “Tornare a combattere per salvare la nostra Costituzione”

 

A quasi 70 anni dal ’47, l’ANPI torna in trincea per difendere la Costituzione elogiando Mattarella “che ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo”. Parole del Presidente, Carlo Smuraglia, intervenuto al congresso provinciale dell’Associazione nazionale partigiani italiani tenutosi a Palermo lo scorso 30 marzo nella sede della Cgil, secondo cui “è un dovere di tutti i cittadini vigilare sulla nostra democrazia, oggi sempre più in pericolo”.

Dal congresso, presieduto da Ottavio Terranova che ha consegnato la tessera ad honorem a Simona Mafai per la sua partecipazione alla Resistenza e alla battaglia per la libertà e l’emancipazione femminile, Smuraglia ha lanciato il suo forte appello per il no al voto nel referendum di ottobre, perché se dovesse vincere il Sì, ha detto, “potrebbe consolidarsi un sistema di potere che non tiene conto della natura della nostra Costituzione, repubblicana, democratica e antifascista. E questo è un rischio per la nostra libertà”.

All’evento, coordinato dall’avvocato Armando Sorrentino, hanno partecipato gli studenti del Liceo Scientifico “Benedetto Croce” e una delegazione di studenti provenienti da Catania che hanno attraversato in pullman la Sicilia per conoscere il pensiero dei partigiani. Il professore, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura, ha bocciato in toto la riforma Renzi-Boschi: “è una grave manomissione della nostra Carta costituzionale e soprattutto della volontà costituente – ha detto – e mi sorprende che si sia deciso di andare di corsa”. E ha precisato “che se è vero che una correzione al sistema bicamerale perfetto si possa anche attuare in una settimana, diverso è stravolgere la Costituzione con l’abolizione di fatto del Senato, trasformato in un ‘’piccolo mostro”. Parole forti che fotografano la realtà politica del nostro paese e il difficile momento che sta vivendo: “Viviamo in una fase di grande immoralità della nostra classe politica. Un’immoralità crescente difficile da arginare. Mani pulite è stato uno scherzo di fronte a ciò che accade oggi. Ad una corruzione dilagante e diffusa su tutti i livelli, che dobbiamo combattere. Attualmente la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali di tutta Italia è sotto processo per avere intascato soldi destinati ai vari gruppi politici. Corruzione e cultura dell’impunibilità sono nemici da dovere affrontare e annientare. Questo non potrà mai essere un paese serio destinato a crescere, fino a quando si continuerà a viaggiare su tali binari”. Il presidente dell’Anpi ha elogiato il lavoro del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che “ci ha salvati da ciò che stava portando il secondo settennato di Giorgio Napolitano, ovvero dal semipresidenzialismo. Una forma di potere divergente dagli ideali della nostra Costituzione che vuole un presidente garante e al di sopra delle parti”.

 Non poteva mancare tra i punti toccati da Smuraglia, la questione meridionale. Legata alla crescente disoccupazione e al dilagare delle mafie: “La questione meridionale è morta e affrontata dal governo col solito ritornello propagandistico del ponte sullo stretto. È importante rivendicare il bisogno di queste terre martoriate dalle mafie, che oggi proliferano anche al Nord a causa di coloro che non le hanno combattute come avrebbero dovuto, con un impegno attivo e con l’esempio della buona politica”. Infine, il monito del professore a impegnarsi nel sensibilizzare i cittadini alla conoscenza della riforma costituzionale, per “abbattere l’ignoranza e l’indifferenza. Per far capire che questa riforma ha un solo obiettivo: azzerare il Senato per eliminare un ostacolo sulla via del trionfo del partito unico e del pensiero unico dominante. Dobbiamo parlare a tutti, per fare in modo che le informazioni non passino solo attraverso la televisione, brava a fare il gioco del governo. Dobbiamo pensare ad una campagna per il “No” come quando andavamo davanti le chiese a distribuire volantini, battere porta a porta perché il destino del nostro paese è anche nelle nostre mani e la democrazia non va mai a riposo”.

 

(*) Palermitano, Giorgio Mannino ha partecipato ai lavori della recente edizione della Scuola Politica di LeG a Pavia, che si è tenuta in febbraio al Collegio Ghislieri ( proprio quel collegio dove fu rettore, per breve periodo, il nostro partigiano Teresio Olivelli).

17 APRILE – REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI

 

Il 17 aprile saremo chiamati ad esprimere il nostro voto sul referendum relativo alle trivelle. Non c’è stato naturalmente il tempo per sottoporre al Comitato Nazionale una decisione in proposito e il Comitato, già fissato per il 13 aprile, sarà troppo vicino alla data delle consultazioni.

Possiamo tuttavia fare qualche riflessione, più che sul merito, sulla sostanza della questione. Si chiedeva di abrogare la norma che permette alle attuali concessioni di ricercare ed estrarre petrolio entro le 12 miglia dalla costa. Gli originali quesiti sono stati falcidiati, residuando un solo quesito, giudicato ammissibile dalla Corte Costituzionale. E’ dunque su quest’ultimo che dovremo esprimerci, sapendo che si tratta di incidere su una disposizione che, seppure in qualche modo residuale rispetto a tutto il resto, è ugualmente assai importante, nel senso che si tratta di esprimersi sul punto se alla scadenza delle concessioni le trivelle dovranno fermarsi oppure esse potranno proseguire fino all’esaurimento del giacimento. Un quesito, dunque, di importanza rilevante. Ma prima ancora di entrare nel merito e decidere come votare, c’è il problema – essenziale – della partecipazione al voto.

Sotto questo profilo, è chiaro che non si possa consentire il fallimento del referendum, anche solo per la scarsa partecipazione dei cittadini. Il fallimento, foss’anche determinato da questo solo motivo, rischierebbe di danneggiare il referendum sulla riforma del Senato e sulla legge elettorale, consentendo a chi non ha interesse a questa forma di partecipazione popolare, di sostenere che i cittadini non sono interessati ai referendum, non hanno desiderio di votare e così via. Noi ci stiamo mobilitando, con tanti altri, per votare “NO” al futuro referendum sulla legge di riforma del Senato e per votare “SI” ai due quesiti che mirano ad eliminare le parti più pericolose e dannose della nuova legge elettorale. Dobbiamo convincere le cittadine e i cittadini, non solo della bontà delle nostre ragioni, ma anche della necessità di partecipare, esercitando così un potere attribuito al popolo proprio dalla nostra Costituzione.

Tutto ciò che può danneggiare la nostra campagna referendaria, va eliminato, prima di tutto partecipando al referendum già in atto, quello – appunto – sulle trivelle.

Ma voglio aggiungere qualcosa di più. Non posso dire come si dovrebbe votare, perché non c’è stato, come ho detto, un pronunciamento del Comitato Nazionale. Posso però dire, almeno, quello che penso io, liberi poi tutti di seguire il mio esempio o meno. Faccio un ragionamento estremamente semplice: questo referendum è stato chiesto da ben nove Regioni, anche con diverse coalizioni politiche. Possibile mai che ben nove Regioni agiscano d’impulso e senza oggettive ragioni, tali da unirle in un proposito unico (promuovere un referendum) anche se la loro direzione politica è diversa? Per me, che credo nella importanza di ogni manifestazione di volontà democratica, questo argomento è decisivo, al di là di ogni questione di merito. Del resto, se il Governo ha cercato di intervenire per vanificare il referendum, prima in via normativa e poi con la decisione di “promuovere” l’astensione, vuol dire, quantomeno, che questo referendum non è inutile e che esistono buone ragioni di fondo per partecipare.

Ci saranno, ovviamente, mille ragioni di merito, per decidere consapevolmente.

Ognuno può rendersene conto, leggendo le pagine che un quotidiano nazionale (“la Repubblica” di domenica 20 marzo, pag. 16), prospetta su ognuna delle questioni che si pongono, le ragioni del “SI” (al quesito) e le ragioni del “NO”.

Per me, quella lettura è decisiva per convincersi della bontà delle ragioni dei sostenitori del referendum. Queste considerazioni, unite a quelle più generali cui ho accennato in precedenza, mi porteranno al seggio, il 17 aprile, prima di tutto per partecipare e poi per rispondere “SI” al quesito.

Si tratta, per le ragioni che ho esposto, di una semplice opinione che non vincola nessuno, né potrebbe farlo. E’ soltanto l’espressione di un convincimento, mi pare, sufficientemente motivato. Dopo di che, ognuno si regoli come ritiene giusto, ma partecipi al voto.

Carlo Smuraglia

L’ ATTACCO DELL’ UNITA’ A SMURAGLIA

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via

Grazie Smuraglia, non ci spazzeranno via
 

La strategia di insultare, deridere e delegittimare gli avversari politici; la strategia di isolarli quando si teme di non riuscire a sconfiggerli sul piano delle idee e della politica viene da lontano. E’ la strategia preferita dalla mafia e in questo Paese ha fatto molte vittime, alcune illustri, altre sconosciute, uomini e donne che hanno pagato per non essersi allineati ai potenti, per essersi messi di traverso.

 

In questo senso, il governo Renzi ha un catalogo  abbastanza lungo e non guarda in faccia nessuno. Anzi, tanto più l’avversario è illustre per meriti che tutti riconoscono, tanto più va colpito, nella sua saggezza, negli atti della sua vita, nella sua onorabilità.

 

Così, il disgustoso attacco di Fabrizio Rondolino su l’”Unità” era chiaramente volto a diffondere una caricatura del Presidente dell’Anpi, uomo a cui molti di noi  sentono di dover gratitudine, rispetto, ammirazione. Uomo che nella sua vita è stato un esempio e che continua a esserlo anche oggi che si batte per il NO allo stravolgimento della Costituzione, il Sì all’abolizione dell’Italicum. Uomo in prima fila contro le manifestazioni fasciste, che ha saputo spalancare le porte dell’Anpi a generazioni nuove, come pochi hanno saputo fare.

 

Insomma, ci voleva l’Unità dei tempi di Matteo Renzi per osare questa vigliaccata. Immagino che lo stratega della comunicazione di Palazzo Chigi abbia un elenco di avversari da ridicolizzare e colpire. Avversari evidentemente che sono temuti. Avversari da annientare con la strategia mafiosa, e infatti passate poche ore, è toccato a Roberto Saviano (tempo fa nel mirino ci fummo la sottoscritta, che non ha nessun merito da rivendicare nella sua vita, e il presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché presidente onorario di Libertà e Giustizia, Gustavo Zagrebelsky).

 

Così, dunque, faceva la mafia. E quando aveva deriso e isolato il suo obiettivo si sentiva più forte e, qualche volta, lo era davvero. Ma oggi le cose non stanno così.

 

Attorno allo scontro sulla Costituzione c’è un’Italia che capisce e che fa paura a questo governo. Un’Italia che il “ragazzo di Rignano, un ragazzo semplice” (come si è definito Renzi in trasmissione da Lucia Annunziata) invece non capisce perché la sua Italia ha un solo obiettivo: il potere. Conquistato nei modi che conosciamo: lo “stai sereno” a Enrico Letta, il giglio magico fatto dagli amici di sempre e dagli amici degli amici di sempre, i grandi poteri delle banche grandi (che chiesero di cambiare la Costituzione) e i grandi poteri delle banche piccole, che hanno messo sul lastrico i piccolissimi risparmiatori.

 

La sua Italia fa le riforme con la  destra di Verdini e gli accordi con Cl, Opus Dei, massoneria , la sua Italia non si scandalizza se Flavio Carboni è considerato un esperto in presidenze bancarie…

 

La sua Italia non capisce che oggi, attorno a Carlo Smuraglia, siamo in tanti a dirgli di farla finita. Lui, che ha già cominciato da tempo a invadere le tv per propagandare la Costituzione del suo governo, sappia che la nostra debolezza, la debolezza di noi del NO, ci costringe ad essere ancora più uniti, ancora più decisi, ancora più convinti che la sua manovra di indebolire l’assetto della Repubblica parlamentare e la sovranità popolare sarà sconfitta il prossimo ottobre.

 

E quel lugubre avvertimento in linguaggio dittatoriale di “spazzarci via” non ci fa nessuna impressione.

 

Caro Carlo, grazie di tutto quello che fai, Libertà e Giustizia e tutti noi del No ti ringraziamo di essere con noi. Altro che isolamento e derisione!

 

Da: Libertà e Giustizia del 3 aprile 2016

 

24 MARZO- FOSSE ARDEATINE

GIOVEDI’ 24 MARZO RICORRE IL 72° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE ALLE FOSSE ARDEATINE DI ROMA, UNO DEI PIU’ TERRIBILI EPISODI DELL’ OCCUPAZIONE NAZIFASCISTA.

 

In questa paine riproduciamo un documento con la struggente testimonianaza di una teste al processo Kappler, che si concluse con la condanna del tenente colonnello delle SS.

DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste – Avv. Eleonora Lavagnino

Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell’ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d’ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un’occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I’elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell’organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall’infermiere tedesco, un certo Willy (anch’esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l’elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

 A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l’usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

 Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

Il gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d’ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell’età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell’ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l’aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto, nella cella vicino alla mia, la 297, la moglie di Genserico Fonatana aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Cioò ci rassicurò in parte, perchè le era stato assicurato che essi andavano a lavorare. Fu fatto un primo appello degli ariani, poi l’uffciale delle SS passò a fare l’ appello degli ebrei.

 Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I’allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I’ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I’appello, la SS domandò: Se c’è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d’uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I’appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

 Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell’udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l’imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all’inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

 Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell’età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

 Circa I’appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I’avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini. 

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l’elenco dei “partiti” in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell’infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d’accordo.

 Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

 Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.

RIFORMA DELLA COSTITUZIONE

VADEMECUM PER IL CITTADINO

IN VISTA DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

I cittadini devono sapere che:

  1. il rafforzamento dell’esecutivo, la stabilità, la governabilità non richiedono necessariamente la devastazione della nostra forma di governo e dei suoi principi fondativi, anzi, esecutivi forti necessitano di opposizioni forti;
  2. l’uscita dal bicameralismo perfetto o paritario non significa mascherarlo con un mocameralismo di fatto, accompagnato da una Camera di zombie.
  3. con la riforma non si attribuisce la governabilità ad una maggioranza. Infatti, a governare sarà un partito che al secondo turno si trova ad avere il 55% dei seggi, anche rappresentando il 20% degli italiani
  4. con la riforma non si eleva il grado di efficienza e governabilità. Il procedimento legislativo diventa molto più farraginoso. Sono previste circa 10 procedure legislative!! Si ipotizza un aumento del contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale.
  5. con la riforma non sono soppresse le province. Infatti, viene meno la loro copertura costituzionale, ma il governo deciderà con legge ordinaria se sopprimerle o meno.
  6. con il nuovo regime delle competenze Stato-regione, non si ridurrebbe l’elevato tasso di contenzioso davanti la Corte costituzionale. Il federalismo competitivo aumenta i conflitti, in particolare con la clausola dell’interesse nazionale od anche supremacy clause, che da la possibilità al governo di stabilire quando c’è un interesse nazionale ed il potere di legiferare nelle competenze regionali.
  7. con la riforma si verifica una forte compressione delle opposizioni. Quindi sostanzialmente della rappresentanza, così come della democrazia partecipativa.
  8. gli organi di garanzia quali il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale saranno risucchiati dalla maggioranza.

  Alberto Lucarelli, Ordinario di Diritto Costituzionale

  Università di Napoli Federico II

IL VOLTO DELLA REPUBBLICA – DI GIUSEPPE BATTARINO

Pubblichiamo l’ intervento del magistrato Giuseppe Battarino al convegno dell’ anpi Seprio di sabato 12 marzo.

Il volto della Repubblica

Il riconoscimento dei diritti dell’uomo nei lavori dell’Assemblea Costituente

I lavori dell’Assemblea Costituente sono una fonte pressoché inesauribile di spunti e suggestioni per la difesa dei principi della Costituzione, per la lettura del presente, per la costruzione di un futuro possibile per il nostro ordinamento democratico.

Un rapido sguardo sui passi che hanno portato al testo vigente dell’articolo 2 della Costituzione offre queste opportunità.

Nella riunione del 9 settembre 1946 la Prima Sottocommissione, a conclusione di una lunga discussione, dà incarico a Giorgio La Pira (DC) e Lelio Basso (PSIUP, eletto nel collegio di Como) di concretare in due articoli il risultato acquisito nella discussione.

Nella seduta dell’11 settembre 1946 vengono presentati i due articoli:

«Art. 1. — La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica e spirituale, in cui le persone debbono completarsi a vicenda, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri all’uomo, sia come singolo sia come appartenente alle forme sociali, nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

«Art. 2. — Gli uomini, a prescindere dalla diversità di attitudini, di sesso, di razza, di classe, di opinione politica e di religione, sono uguali di fronte alla legge ed hanno diritto ad uguale trattamento sociale. È compito della società e dello stato eliminare gli ostacoli di ordine economico-sociale che, limitando la libertà e l’uguaglianza di fatto degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana ed il completo sviluppo fisico, economico e spirituale di essa».

Interviene nella discussione Concetto Marchesi (PCI), affermando che “l’uomo, cioè l’uomo politico, l’uomo civile, è un essere sociale il quale va acquistando, di fronte all’instabilità delle leggi scritte, una certa coscienza del diritto naturale universale e nello stesso tempo l’idea di una suprema giustizia primitiva, sacra ed eterna”.

E’ dunque l’”uomo politico” il collante necessario della civiltà e della società. Era chiaro ai costituenti, e deve essere chiaro a noi, che senza politica – chiamata così, con il suo nome, senza ipocrite sostituzioni dettate dalla cosiddetta antipolitica – non c’è ordinamento democratico.

Nella seduta di Sottocommissione del 19 dicembre 1946 viene presentato il testo uscito dalle discussioni e coordinato: «La presente Costituzione, al fine di assicurare l’autonomia, la libertà e la dignità della persona umana e di promuovere ad un tempo la necessaria solidarietà sociale, economica, spirituale, riconosce e garantisce i diritti inalienabili e sacri dell’uomo sia come singolo, sia nelle forme sociali nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

Si consolidano due idee forti.

I Costituenti rifiutano la scelta semplice di limitarsi a riconoscere i diritti “inalienabili e sacri dell’uomo” ma chiedono ai cittadini della Repubblica di esercitare ciascuno la propria solidarietà nei confronti degli altri.

Il termine “solidarietà”, apparentemente frutto di sintesi a noi contemporanea, appartiene invece, splendidamente, alla storia della Costituzione.

I Costituenti intuiscono poi che non vi può essere realizzazione della persona se non “nelle forme sociali”.

E’ solo la socialità che può dare la felicità.

La conquista della felicità: quel termine “scandaloso” che fu grande intuizione della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti del 1776, ma che, va ricordato, pervenne a Benjamin Franklin dalle riflessioni del giurista napoletano Gaetano Filangieri.

Il 24 gennaio 1947, in seduta plenaria di Commissione per la Costituzione viene presentato un testo più avanzato:

«Per tutelare i principî sacri ed inviolabili di autonomia e dignità della persona, e di umanità e giustizia fra gli uomini, la Repubblica italiana garantisce ai singoli ed alle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità i diritti di libertà e richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale».

Si legge nella relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini (Democrazia del lavoro), che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana: “Preliminare ad ogni altra esigenza è il rispetto della personalità umana; qui è la radice delle libertà, anzi della libertà, cui fanno capo tutti i diritti che ne prendono il nome. Libertà vuol dire responsabilità. Né i diritti di libertà si possono scompagnare dai doveri di solidarietà di cui sono l’altro ed inscindibile aspetto. Dopo che si è scatenata nel mondo tanta efferatezza e bestialità, si sente veramente il bisogno di riaffermare che i rapporti fra gli uomini devono essere umani. […] Col giusto risalto dato alla personalità dell’uomo non vengono meno i compiti dello Stato. Se le prime enunciazioni dei diritti dell’uomo erano avvolte da un’aureola d’individualismo, si è poi sviluppato, attraverso le stesse lotte sociali, il senso della solidarietà umana. […] Caduta la deformazione totalitaria del «tutto dallo Stato, tutto allo Stato, tutto per lo Stato», rimane pur sempre allo Stato, nel rispetto delle libertà individuali, la suprema potestà regolatrice della vita in comune. «Lo Stato — diceva Mazzini — non è arbitrio di tutti, ma libertà operante per tutti, in un mondo il quale, checché da altri si dica, ha sete di autorità». Spetta ai cittadini di partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica, rendendo effettiva e piena la sovranità popolare. Spetta alla Repubblica di stabilire e difendere, con l’autorità e con la forza che costituzionalmente le sono riconosciute, le condizioni di ordine e di sicurezza necessarie perché gli uomini siano liberati dal timore e le libertà di tutti coesistano nel comune progresso.”

La libertà è, dunque, anche frutto delle sue precondizioni: liberazione dal timore, sicurezza, progresso sociale, esercizio dell’autorità dello Stato.

Ancora oggi a queste condizioni bisogna guardare. Con realismo, e con la consapevolezza che viviamo in una società in cui la “sete di autorità” può prendere le forme inquietanti di una voglia primitiva di semplificazione e assumere, nel nostro Paese e altrove, le forme del populismo vendicativo e livoroso.

Sotto questo profilo, pur condividendo nella sua quasi totalità il Documento politico per il XVI Congresso nazionale ANPI, non concordo con i passaggi in cui, a proposito delle riforme costituzionali e della legge elettorale, si parla di “stravolgere le linee portanti, i valori, i principi della Costituzione”.

Vero che, come si legge nel Documento, “il sistema costituzionale è costruito sulla base di poteri e contropoteri e di organi di garanzia”, non si può negare che lo spettacolo di mercanteggiamenti infiniti e imboscate parlamentari che il bicameralismo perfetto consente e quello, altrettanto inquietante, del mercato delle preferenze in molte zone d’Italia, necessitano di correttivi. Senza entrare ulteriormente nel merito dello stato attuale delle riforme, credo vada riconosciuta la necessità di dare alla parte dinamica della nostra Costituzione una veste che corrisponda all’esigenza dei cittadini di riconoscersi in una Carta che garantisca, come gli stessi Costituenti sapevano, un esercizio produttivo e chiaro dell’autorità della Repubblica. Una Repubblica attiva, non contemplativa e solo contemplata: per evitare che la “sete di autorità” assuma nel corpo sociale forme francamente fasciste.

Non si può dimenticare che fu Togliatti, nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, a criticare fortemente definendolo “pesante e farraginoso” il procedimento legislativo e ad opporsi al sistema bicamerale; in un passaggio che seguiva quelli sulla nobiltà del compromesso politico in sede costituente e sull’esigenza di rinnovamento delle classi dirigenti.

Fondamentale è l’esigenza, bene espressa nei progetti che il Documento prefigura, di una “iniziativa politica sulla rigenerazione della politica e sul ruolo dei partiti”. Rigenerare i partiti politici e la partecipazione politica dei cittadini: senza in alcun modo negare la legittimazione e la funzione costituzionale essenziale dei partiti, che si esprime, anche, nella fondamentale possibilità per essi di selezionare le classi dirigenti e la rappresentanza politica, non in completa sostituzione, ma in concorso con l’espressione del voto nelle elezioni.

Grande era allora, e deve essere oggi, l’attenzione dovuta a tutto ciò che disegna, nella sua effettività, il volto della Repubblica.

Nella seduta dell’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947, Aldo Moro, parlando di quello che sarebbe diventato il testo dell’articolo 2 della Costituzione afferma: “occorre definire il volto del nuovo Stato in senso politico, in senso sociale, in senso largamente umano […] Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità […] quando noi parliamo di autonomia della persona umana, evidentemente non pensiamo alla persona isolata nel suo egoismo e chiusa nel suo mondo […] non intendiamo di attribuire ad esse un’autonomia che rappresenti uno splendido isolamento. Vogliamo dei collegamenti, vogliamo che queste realtà convergano, pur nel reciproco rispetto, nella necessaria solidarietà sociale”.

Nella successiva seduta del 15 marzo 1947 sarà Riccardo Ravagnan (PCI) ad aggiungere il dato di contenuto che allora e oggi lega il riconoscimento dei diritti umani al principio di eguaglianza espresso nell’articolo 3 della Costituzione, richiamando tre principi essenziali contenuti in quei testi:

“1°) Essi riconoscono e riaffermano quelli che si conviene di chiamare i diritti di libertà, già sanciti nelle varie Costituzioni dell’800, aggiungendo a questi il riconoscimento di quelli che conveniamo di chiamare i diritti economici e sociali;

2°) Questi diritti di libertà e diritti economici e sociali non sono soltanto riconosciuti al singolo, ma anche alle formazioni sociali nelle quali gli individui sviluppano e perfezionano la loro personalità;

3°) Non solo è dato questo riconoscimento, ma è data la garanzia dell’effettivo godimento di questi diritti, cioè la garanzia della rimozione degli ostacoli che si frappongono al libero godimento dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali. […]

se vogliamo che la nostra Costituzione abbia un carattere effettivamente moderno, aderente alla realtà attuale, se vogliamo che la democrazia non sia soltanto una democrazia formale, ma che sia effettiva, dobbiamo integrare il riconoscimento dei diritti di libertà con i diritti economici e sociali. Ne viene, come corollario, che non si tratta soltanto del riconoscimento, ma che è necessaria anche la garanzia”.

Due giorni dopo, il 17 marzo 1947, Lodovico Benvenuti (DC) ritorna sulla portata universale dei diritti dell’uomo: “non esitiamo, onorevoli colleghi, ad introdurre nella nostra Costituzione delle norme giuridiche nuove rispetto alle altre Costituzioni. Permettete che vi rammenti quanto scriveva cinque o sei anni fa un grande maestro di diritto, il professore Francesco Carnelutti. Egli osservava che noi ci preoccupiamo, e giustamente, di estendere le nostre esportazioni: e rilevava in proposito che c’è una cosa che possiamo sempre esportare e che trova rispondenza nella nostra migliore tradizione: il diritto». Onorevoli colleghi, affermiamo dunque i diritti dell’uomo, riconosciamoli, muniamoli di una tutela sempre più intensa ed efficace. Proclamiamo, coi nostri testi costituzionali e soprattutto coll’esempio, dinanzi al mondo, i principî del vivere libero. Con questo non soltanto avrà la nostra giovane Repubblica restituita la persona umana al posto che le compete, cioè al più alto gradino nella scala dei valori, ma avrà reso un nobilissimo servigio alla causa sacra dell’umana libertà”.

L’applauso unanime dell’Aula prelude al passaggio successivo: nelle sedute del 22 e 24 marzo 1947 si propone e poi stabilisce di trasferire la materia degli articoli 6 e 7 – in cui è contenuta la proclamazione dei diritti dell’uomo, della solidarietà, della socialità, dell’uguaglianza – immediatamente dopo l’articolo 1, cosicché diventino articoli 2 e 3.

Chiarisce Ruini: “la Commissione non ha nulla da opporre a questa proposta che tende a fissare subito, nei suoi lineamenti costitutivi ed essenziali, il volto della Repubblica”.

Nella seduta pomeridiana del 24 marzo 1947 viene accolto un emendamento comune di DC, PCI e PSIUP che porta l’articolo 2 pressoché alla sua attuale formulazione.

Come dice Aldo Moro illustrando il nuovo testo “esso ha un netto significato giuridico e contribuisce a definire un aspetto essenziale dei fini caratteristici, del volto storico dello Stato italiano”.

Il volto della Repubblica è questo. E ancora oggi esso deve essere reso visibile, in primo luogo ai giovani.

Pier Paolo Pasolini, l’8 febbraio 1948, rievocando la vicenda politica e umana del fratello partigiano Guido, scrive della “turpe ignoranza in cui il fascismo immergeva i suoi giovani”.

La semplificazione ipocrita, l’invettiva becera, la turpe ignoranza, sono ancora oggi un veleno quotidiano: la risposta è il volto vivo, attivo,