RIFORME COSTITUZIONALI: ECCO UN ESEMPIO

Ecco un esempio delle modifiche alla Costituzione.

 

Art. 70 ( formazione delle leggi), come era prima della legge Renzi Boschi:

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.

Ecco come si è trasformato dopo la riforma:

L’articolo 70 della Costituzione è sostituito dal seguente: “La Camera dei deputati esamina i disegni di legge concernenti le materie di cui all’articolo 117, secondo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l’approvazione da parte della Camera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.

Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di legge concernenti la determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di cui all’articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo.

Dopo l’approvazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera

dei deputati, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.

La funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalle due Camere per l’esame dei disegni di legge concernenti le materie di cui

all’articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e 119, l’esercizio delle funzioni di cui all’articolo 120, secondo comma, il sistema di elezione della Camera dei deputati e per il Senato federale della Repubblica, nonché nei casi in cui la Costituzione rinvia espressamente allalegge dello Stato o allalegge della Repubblica, dicui agli articoli 117,commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto,122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e133, secondo comma.

Se un disegno di legge non èapprovato dalle due Camere nel medesimo testo iPresidenti delle due Camere possono convocare,d’intesa tra di loro, unacommissione, composta datrenta deputati e da trenta senatori, secondo ilcriterio di proporzionalità rispetto alla composizionedelle due Camere, incaricata di proporre un testounificato da sottoporre alvoto finale delle dueAssemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono itermini per l’elaborazione del testo e per le votazionidelle due Assemblee.

 

Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche aun disegno di legge, sottoposto all’esame del Senatofederale della Repubblica ai sensi del secondocomma, siano essenziali per l’attuazione del suoprogramma approvato dalla Camera dei deputati,ovvero per la tuteladelle finalità di cui all’articolo120, secondo comma, il Presidente dellaRepubblica, verificati i presupposti costituzionali,può autorizzare il Primo ministro ad esporre le motivazioni al Senato, che decide entro trentagiorni. Se tali modifiche non sono accolte dalSenato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assolutadei suoi componenti sulle modifiche proposte.

 

L’autorizzazione da parte del Presidente dellaRepubblica di cui al quarto comma può avere adoggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dallaCamera dei deputati aisensi del secondo periodo del secondo comma.

 

I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei deputati, d’intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra ledue Camere, sollevate secondo le norme deirispettivi regolamenti, inordine all’esercizio dellafunzione legislativa. I Presidenti possono deferire ladecisione ad un comitato paritetico, composto daquattro deputati e da quattro senatori, designati dairispettivi Presidenti. La decisione dei Presidenti odel comitato non è sindacabile in alcuna sede. IPresidenti delle Camere, d’intesa tra di loro, suproposta del comitato, stabiliscono sulla base dinorme previste dai rispettivi regolamenti i criterigenerali secondo i quali un disegno di legge non puòcontenere disposizioni relative a materie per cui sidovrebbero applicare procedimenti diversi”

 

 

 

 

 

QUANTO POCO COSTA L’ ANPI

Alcuni giorni fa Emauele Filiberto di Savoia scrisse sui social, poi pubblicato sui giornali, che “i partigiani” costavano al contribuente 3 milioni di euro l’ anno. Giustamente, l’ Anpi Nazionale non si prese neanche la briga di rispondere. Ma, se a qualcuno di voi fosse venuta la curiosità di conoscere quanto realmente costa l’ Anpi al contribuente, ecco la risposta che diede due anni fa Carlo Smuraglia, e vi assicuro che da allora le cose non sono cambiate.  E.G.

 

Quanto (poco) costa l’Anpi

30 Gennaio 2014

Titolo: “Sprechi. Dai garibaldini agli antifascisti. Quanto ci costano gli ex combattenti”. Questo il filo conduttore di un articolo dell’Espresso a proposito dei finanziamenti alle associazioni combattentistiche. Che formalmente comprendono anche l’Anpi. Ma in realtà c’è una sostanziale differenza. E a ricordarlo è il presidente nazionale dell’Associazione, Carlo Smuraglia che ha preso e carta e penna e ha scritto al settimanale.

Ecco la sua “precisazione”.

Ho letto un articolo sul suo settimanale del 23.1.2014, a firma Carmine Gazzanni e col titolo “Sprechi. Dai garibaldini agli antifascisti. Quanto ci costano gli ex combattenti”.

Ovviamente, non mi occupo delle altre Associazioni citate. Ma poiché c’è un riferimento anche all’ANPI (Associazione nazionale partigiani d’Italia), definita “pur importante”, vorrei fare una precisazione: è vero che all’ANPI sono assegnati 65.300 euro annui, ma che questo sia uno spreco ingiustificato è davvero dubitabile.

L’ANPI è un’Associazione di fortissima tradizione, eretta in Ente morale fin dal 1944, che conta oggi circa 130.000 iscritti, con molti organismi periferici dislocati sul territorio e con un ritmo di attività intensissimo, perché realizziamo iniziative su temi tutt’altro che “reducistici” (ad es. le stragi nazifasciste del 1943-45, l’antifascismo europeo, le donne e il fascismo, la Costituzione e i progetti di riforma, e così via).

Facciamo pubblicazioni, abbiamo una rivista assai accreditata (“Patria”) e una news-letter settimanale. Abbiamo avuto importanti riconoscimenti, in occasione di recenti convegni da noi organizzati, dal Presidente della Repubblica, dai Presidenti delle Camere, dal Presidente del Parlamento europeo Schulz. Tutto questo è così poco “inutile” che di recente abbiamo ottenuto che la Repubblica federale di Germania si assumesse il finanziamento di un progetto per la creazione di un “Atlante delle stragi”.

A fronte di tutto questo, è evidente che 65.000 euro sono una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività ed – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato. Se riusciamo a fare tante cose, ad avere tanti iscritti, è solo perché abbiamo un volontariato molto convinto e tanti iscritti che pensano che la parte migliore della nostra storia meriti di essere non solo conservata, ma rielaborata e fatta conoscere alle nuove generazioni.

Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI

E questa, a sua volta, è la risposta del settimanale.

Gentile Presidente,
i fondi elargiti a pioggia, senza valutazioni di merito, vanno a discapito proprio delle associazioni come l’Anpi, il cui impegno, anche sociale, non è in discussione, grazie.

IL DELIRIO DI MASOCCO A CANTU’

Non contento di aver ottenuto una condanna per diffamazione con aggravante della discriminazione razziale nei confronti dell’ ex-ministro Kyenge, sabato il consigliere comunale di Cantù Giorgio Masocco, espulso dalla Lega e ora nel gruppo misto, nel motivare il suo rifiuto alla proposta di intitolazione del Parco Solaro ai Partigiani canturini, si è lanciato in una improbabile quanto imbarazzante rivisitazione della storia, con successiva lode a imperitura memoria del Duce. Masocco si è detto scettico davanti ai festeggiamenti del 25 aprile perché “partigiani e americani non ci hanno liberati, dato che siamo ancora più oppressi di prima” per poi concludere: “Se oggi queste persone sono ricordate come eroi è solo perché la storia è stata scritta da rossi e partigiani. Intitolare a loro il campo solare significa sputare in faccia a gente seviziata”.

Giorgio Masocco ha quindi citato opere realizzate dal duce che “hanno tenuto in piedi il Paese” e ha proposto l’intitolazione di una via in ricordo dell’attentato di via Rasella. Il consigliere Paolo Frigerio di Autonomia canturina, ha allora sfidato il collega ad avviare la sua raccolta firme per via Rasella, provocando una forte reazione in Masocco che ha lasciato sala consiliare giudicando Frigerio “un rosso e anche poco acculturato”. ( sic!)

 

Discorso del consigliere Masocco di sabato 30 aprile:

https://www.youtube.com/watch?v=wlyO1KUrdJg

Insulti alla Kyenge:

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/07/30/kyenge-consigliere-di-cantu-banane-si-rallegri-cocco-avrebbe-fatto-male/241096/

 

25 APRILE – DISCORSO DI WILMA CONTI

Introduzione prima del discorso a seguito degli avvenimenti del 24/4/2016 di Piazza Paracchini – Dongo tenuto da Vilma Conti

Ieri, domenica 24 aprile, a Dongo, si sono verificati fatti di estrema gravità che mi impongono, prima di dare avvio alla cerimonia ufficiale, di esprimere alcune considerazioni in qualità di italiana, di (ex) cittadina di Dongo e tale ancora mi riconosco, di Presidente dell’ Anpi, di essere umano che ancora crede nei valori che ci hanno permesso di ricostruire il nostro paese.

Costernata e profondamente ferita, esprimo la più ferma condanna per quanto accaduto ieri nel nostro paese:

  • è stata profanata la piazza di Dongo, dedicata al martire Paracchini, simbolo del sacrificio di chi, coraggiosamente, ha combattuto e perso la vita per la libertà;

  • sono stati profanati il tricolore e la corona d’ alloro, simboli della patria, che dovrebbero onorare i meritevoli e non chi, abbandonato dai tedeschi in fuga, neppure di fronte alla morte sapeva rinunciare alla viltà;

  • è stata profanata la memoria di tutti i caduti per la patria, simbolo degli ideali che ci hanno consentito di essere un popolo libero.

Incredula ed indignata, condanno inoltre fermamente:

gli esecutori materiali di tali atti, responsabili del crimine di apologia di fascismo e chi, rappresentante delle pubbliche istituzioni, ha potuto autorizzare un simile scempio, forse inconsapevole del fatto che le istituzioni rappresentate non esisterebbero se la fuga avesse portato qualcuno a salvarsi.

 

E QUI , PRIMA DI INIZIARE A LEGGERE IL DISCORSO CHE SEGUE , VILMA HA PROSEGUITO A BRACCIO A RACCONTARE IL RICORDO ANCORA VIVO DI QUEI GIORNI

 

 

 

Discorso 25/4/2016 in piazza Paracchini a Dongo di Vilma Conti

 

71° anniversario della liberazione, ricordo sempre vivo in chi l’ ha vissuta direttamente o indirettamente.

Non si tratta di parlarne per celebrarla, ma per renderci conto di cosa è stata, di quanto è costata.

Non dobbiamo fare della resistenza un mito, ma ricordare che la Resistenza fu una forza che operò accanto alle altre forze sane del paese.

La resistenza lottò contro il nazifascismo, contribuì a segnarne la fine e diede un apporto decisivo alla democratizzazione dello Stato.

Non è ammissibile (oppure: non possiamo permetterci di) dimenticare che il fascismo, alleato con il nazismo, aveva disonorato il paese agli occhi delle nazioni più civili e che gli antifascisti, alleati in uno sforzo comune nel CLN, si assunsero il compito gravoso di ripristinare l’onore e la libertà.

Resistenti non furono solo i partigiani; resistenti furono i deportati in Germania, i fucilati di Cefalonia (ricordiamo con orgoglio il sacrifico del ten. Matteri), i carabinieri in Jugoslavia, i finanzieri e tutti quanti si schierarono contro la Repubblica Sociale Italiana.

La Resistenza tracciò un solco netto fra l’Italia prima e dopo il 45.

La Resistenza fu fonte di legittimità per la nuova Italia la cui espressione istituzionale fu (ed è) la costituzione democratica e repubblicana .

Vigiliamo perché nessuno stravolga quanto i nostri padri costituenti ci hanno lasciato.

l’Italia di oggi deve essere e sarà, se rimarrà sempre fedele a quegli ideali, anche l’Italia di domani

 

Saluto del 25/4/2016 letto da Vilma Conti a Paracchini e Maffioli

Cari Giulio e Primo, oggi vi porto un doppio saluto:

il mio personale e quello di tutti coloro che si trovano al mio fianco presso la vostra tomba.

Grazie!

Grazie uomini della “Garibaldi”, Partigiani, Patrioti.

Grazie per la vostra vita che avete donato per la nostra libertà.

Libertà: una parola che può suonare triste per chi, come voi, non l’ha potuta assaporare.

Proprio per questo ci siamo riuniti qui nel ricordo di quei momenti tragici e bui che vi hanno portato al martirio; eppure, il giorno seguente, prendeva vita la libertà.

La libertà in cui avevamo creduto e per cui avevamo pianto, lottato, sofferto.

Perché Dio poneva il vostro sacrificio proprio sulla soglia della libertà?

Noi, uomini del sacrifico, abbiamo imparato anche a dimenticare (oppure: ad accettare) in nome di un’ idea comune di Bontà e Giustizia; Voi, eroi puri, siete ormai parte ineliminabile (oppure indelebile; incancellabile) nella grande storia del nostro paese.

Con la speranza che tutto ciò non accada mai più nella nostra amata patria, un caro saluto.

 

MEMORIA

LIBERAZIONE A CABIATE

… E dalle imposte chiuse li vediamo passare: una colonna di tedeschi armati, che si spostano a piedi o su carretti trainati da cavalli che hanno requisito a poveri contadini. La Piazza Umberto ne è piena. E’ mezzogiorno di una bella giornata ma il silenzio è di piombo. Ad un certo punto vediamo il Puricelli, solito sbruffone, che dalla Via Nicolini va verso la Piazza per vederli, ma con comandi urlati nella loro lingua che li rende ancora più terribili gli intimano di andarsene. Lui sbianca dalla paura e se ne torna di corsa in casa. All’improvviso, forse solo una raffica di vento, le piante in villa Padulli hanno un movimento: uno dei soldati imbraccia il mitra e spara una raffica verso il parco. Poi passa l’ultimo soldato. Vanno verso la stazione, a Mariano, dove poi sapremo che ci sarà una sparatoria con i Partigiani. Piano piano la gente prende coraggio e esce sulla strada. Ci spostiamo tutti in Piazza della Stazione, senza sapere bene cosa pensare, che fare. Poi da Meda arriva un ragazzino in bicicletta: ha un fazzoletto rosso al collo, e ci urla “è finita!, se ne sono andati”. Esplodiamo di gioia! Manca solo il suono delle campane, tolte dal campanile anni prima per fonderle. Cabiate impazzisce! Poi siamo tornati tutti alle nostre case, ed il giorno dopo abbiamo ricominciato la nostra vita. Mai, mai più una guerra.

ACQUA: IL RE E’ NUDO

ACQUA: IL RE E’ NUDO

 

Non sono passati più di tre giorni dalla rivendicazione da parte di Renzi dell’astensionismo nel referendum sulle trivellazioni (“referendum inutile”, come certamente hanno capito gli abitanti di Genova), che il governo e il Pd compiono l’ulteriore atto di disprezzo della volontà popolare.

Il tema questa volta è l’acqua e la legge d’iniziativa popolare, presentata dai movimenti nove anni fa, dopo aver raccolto oltre 400.000 firme. Una legge dimenticata nei cassetti delle commissioni parlamentari fino alla sua decadenza e ripresentata, aggiornata, in questa legislatura dall’intergruppo parlamentare in accordo con il Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

La legge è stata approvata ieri alla Camera, fra le contestazioni dei movimenti e dei deputati di M5S e SI, dopo che il suo testo è stato letteralmente stravolto dagli emendamenti del Partito Democratico e del governo, al punto che gli stessi parlamentari che lo avevano proposto hanno ritirato da tempo le loro firme in calce alla legge.

Nel frattempo, procede a passo spedito l’iter del decreto Madia (Testo unico sui servizi pubblici locali) che prevede l’obbligo di gestione dei servizi a rete (acqua compresa) tramite società per azioni e reintroduce in tariffa l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti, nell’esatta dicitura abrogata dal voto referendario.

Un attacco concentrico, con il quale il governo Renzi prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011 (oltre 26 milioni di “demagoghi” secondo la narrazione renziana), sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Il rilancio della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Partito Democratico, Governo Renzi e Ministro Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Ma poiché la spoliazione delle comunità locali attraverso la mercificazione dell’acqua e dei beni comuni, necessita una drastica sottrazione di democrazia, ecco che lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sull’acqua e lo schiaffo al vittorioso referendum del 2011 non rappresentano semplici effetti collaterali di quanto sta accadendo, bensì ne costituiscono il cuore e l’anima.

A tutto questo occorre rispondere con una vera e propria sollevazione dal basso, con iniziative di contrasto in tutti i territori e l’inondazione di firme in calce alla petizione popolare per il ritiro del decreto Madia, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua all’interno della stagione appena aperta dei referendum sociali.

Oggi più che mai, si scrive acqua e si legge democrazia.

 

Marco Bersani (Forum italiano dei movimenti per l’acqua)

 
Marco Bersani
Attac Italia

RIFORMA BOSCHI

RIFORMA BOSCHI: IL PLEBISCITO SUL PREMIER GIA’ OSCURA I CONTENUTI

di Massimo Villone

Renzi chiude la discussione generale per il voto conclusivo sulla riforma costituzionale e per un attimo ci fa sognare. Promette risposte nel merito su ben venticinque punti. Ma, come sappiamo, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno.

Comincia con uno scarico di responsabilità. Tutto parte da Napolitano, ampiamente citato: «un senatore senza il quale tutto questo passaggio non sarebbe stato possibile». Non è necessario entrare nelle polemiche su Napolitano, o in quelle odierne su Mattarella, anche richiamato da Renzi per il suo intervento alla Columbia University dell’11 febbraio 2016. Non è dubbio che il Capo dello Stato non possa nella specie andare oltre la moral suasion. Chi non è convinto può sempre dire no.
Renzi continua poi con gli argomenti già noti. Tutto è andato per il meglio, senza forzature, ed anzi i parlamentari «hanno dato una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente … la politica quando è sfidata in positivo è capace di far vedere la pagina più bella». Ma davvero? Dignità o miserabile attaccamento alla poltrona? Perché allora le continue minacce sul votare secondo il volere del governo o tutti a casa? Perché imbavagliare chi ha osato alzare la testa? E vogliamo davvero credere che la pagina più bella rechi la firma di Verdini? O che venga da quella fecondazione assistita e abortita che fu il patto del Nazareno?
Anche sul referendum nulla cambia. Renzi ribadisce la richiesta dei parlamentari di maggioranza: è consentita. Certo, ma la scelta di chiedere il voto popolare è politica, e non è necessitata.
Quel che conta è la motivazione. E se l’esito si lega alla persona del premier e alla sopravvivenza del governo, la torsione plebiscitaria è inevitabile e voluta. Cosa importa che venga da un accordo politico, come ricorda Renzi? L’obiettivo di verificare l’orientamento popolare sul merito della riforma potrebbe essere anche comprensibile e persino meritorio: ma solo se si togliesse dal piatto la posta della crisi e dello scioglimento anticipato nel caso di vittoria dei no, e si rendesse ai cittadini la libertà di voto che si vuole con tale minaccia nei fatti espropriare.
Tutto per un testo costituzionale concepito male e scritto peggio. Non c’è pubblicità ingannevole che tenga. Tale è il caso ad esempio della semplificazione e della rapidità nella produzione legislativa, pezzo forte della rappresentazione renziana. Basta pensare che l’articolo 72 della Costituzione vigente disciplina la formazione delle leggi con un totale di 190 parole.
L’articolo 12 della riforma, che lo sostituisce, giunge a 442 parole. Si è mai visto qualcosa che semplifichi più che raddoppiando in lunghezza?
Renzi sostanzialmente nulla dice sulle critiche di fondo. Nulla sulla concentrazione del potere in capo all’esecutivo. Il voto a data certa a richiesta del governo è cosa buona e utile. Che poi metta l’agenda parlamentare nelle mani dell’esecutivo che importa? Nulla sulla sinergia perversa tra riforma e Italicum, che con il trucco del ballottaggio senza soglia apre la via a governi fortemente minoritari nel consenso ma blindati per la legislatura in numeri parlamentari posticci. Con indebolimento inevitabile dell’impianto dei checks and balances e della stessa rigidità della Costituzione, pietra angolare del sistema.
Proprio i numeri dati da Renzi sulle maggioranze, solo formalmente mantenute, attestano l’indebolimento. Cita la sentenza 1/2014, che dichiara l’illegittimità costituzionale della legge elettorale – il Porcellum – ma «non travolge la legittimazione giuridica né politica delle Camere», abilitate quindi a riformare. Ma la Corte nulla dice della legittimazione politica. Mentre invece Renzi bene dovrebbe occuparsene, visto che senza i numeri parlamentari drogati i voti per la riforma non li avrebbe avuti. Invece, con l’Italicum ha riprodotto i vizi di incostituzionalità del Porcellum fulminati dalla Corte.
Infine, una menzione speciale merita la citazione renziana di Terracini. Il 15 gennaio 1947 nella II Sc., I Sez., mette ai voti il principio per cui il governo ha titolo a prendere l’iniziativa sulla revisione costituzionale. La Sottocommissione approva. Renzi ne trae una trionfale conferma che il suo governo ben poteva fare quel che ha fatto.
Chi conosce la storia sa che in quel tempo i governi furono di fatto attentissimi a non interferire con il lavoro costituente. Una decisione saggia, che consentì di continuare la stesura della Costituzione anche dopo la rottura dell’unità antifascista e l’uscita delle sinistre dall’esecutivo con il IV De Gasperi nel maggio del 1947.
Più modestamente, possiamo qui ricordare a Renzi che i verbali vanno letti per intero. In quella seduta si discuteva in astratto di molteplici modalità possibili per la revisione costituzionale. Nulla di più. Subito dopo il passaggio citato Terracini mette ai voti se l’iniziativa possa essere attribuita al parlamento. E successivamente mette in votazione il principio per cui dopo la prima approvazione del progetto di revisione le assemblee legislative debbano essere sciolte, per procedere a nuove elezioni. La Sottocommissione approva (AC, II Sc., I Sez., 15 gennaio 1947, pag. 137).
Quindi, se Renzi vuole davvero onorare fino in fondo la citazione, cominci a preparare le valige. E intanto dica al suo scriba – chiunque sia – di studiare di più.

il manifesto, 13 aprile 2016