E’ MORTO FRANCESCO PAGANI

E’ morto oggi il partigiano combattente Francesco Pagani. Era stato insignito della medaglia della Resistenza solo tre giorni fa, nel corso dei festeggiamenti per il 70° anniversario della Repubblica.I funerali saranno domani, 7 giugno, alle ore 14 presso la cappella del Cimitero Maggiore di Como.

Ai familiari di Francesco, le più sentite condoglianze di tutta l’ Anpi provinciale di Como.

IL SALUTO FASCISTA E’ SEMPRE REATO

Il saluto fascista è sempre reato

L’ ANPI RILANCIA LA CAMPAGNA FIRME

Anpi: confermata la posizione sui referendum e rilanciata la campagna firme

24 Maggio 2016

PARTIGIANI VERI, PARTIGIANI “FALSI”

Ecco chi sono i “non partigiani” iscritti all’Anpi

25 Maggio 2016

RACCOLTA FIRME

 

Referendum: con Anpi e Arci una settimana di raccolta firme in 10 grandi città

20 Maggio 2016

INTERVISTA A SMURAGLIA

Riportiamo parte dell’ intervista a Smuraglia fatta dal quotidiano La Repubblica il 19 maggio.

 

L’Anpi è per il no, perché?
“Noi da due anni, da una manifestazione che facemmo il 31 marzo 2014, diciamo che questo misto di riforma del Senato e la nuova legge elettorale finisce per diminuire la rappresentanza dei cittadini e così la partecipazione e la sovranità popolare. Non potrà funzionare il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione. Senza contraltari si concentra il potere in una sola Camera. Se poi come avviene ci sono problemi sul procedimento legislativo, dipende dal sistema politico, non dalla Costituzione. Il vecchio articolo 70 era di una riga: il nuovo è di tre pagine. Per dire che peggiorerà ulteriormente la situazione”.

La Costituzione è intoccabile?
“No, non si tratta di conservazione. Anzi. Ma i principi fondamentali vogliamo preservarli”.

Il premier sta personalizzando lo scontro?
“C’è stato un primo momento in cui è stato così, ma per l’Anpi il punto non è questo. Si tratta di impedire uno stravolgimento e basta, a noi non interessano le sorti del governo, che dipendono dal Parlamento”.

Per la sinistra questa rottura tra gli eredi del Pci e l’Anpi è qualcosa di storico, o no?
“L’Anpi ha sempre cercato di avere una sua autonomia, da sempre sostengo che non bisogna avere governi amici o nemici. Vogliamo essere liberi e indipendenti”.

Quindi lei non si sente né professorone né gufo…
(sorride) “Ho fatto il professore per anni all’università con piacere, ma mai nessuno mi ha chiamato in quel modo. Non è il nostro mestiere fare i gufi, anzi chi guarda al futuro siamo proprio noi partigiani, forti dei nostri valori”.

SIGNOR RENZI, MI DISPIACE MA L’ ANPI NON E’ DIVISA

Leggo stamattina sui giornali la dichiarazione del presidente del Consiglio Renzi, secondo cui ” molti partigiani” gli avrebbero detto di andare avanti sulle riforme. Non so che partigiani frequenti il signor Renzi, forse qualche sopravvissuto alla brigata di Edgardo Sogno.

Mi si perdoni la battuta, ma se si fosse informato meglio, forse saprebbe che al congresso di Rimini la stragrande maggioranza ( e per maggioranza intendo la quasi totalità dei presenti al Congresso, fatta eccezione per uno sparuto gruppetto di dissidenti, di cui per altro si è sempre civilmente rispettata l’ opinione) si è dichiarata, con molta convinzione, a favore dell’ abolizione delle riforme Boschi-Renzi e contro l’ Italicum.

E non poteva essere diversamente, se si è coerenti con gli scopi della nostra associazione, la difesa della Costituzione democratica e repubblicana, contro gli stravolgimenti ( non le modifiche) che di fatto limiterebbero la rappresentatività dei cittadini, dando un’ abnorme maggioranza al partito che vincerà le elezioni.

Duole constatare che la discussione sulle riforme sia caricata di significati impropri proprio da chi, il Governo in carica, dovrebbe agire con moderazione ed equilibrio. Soprattutto in quanto espressione di un Parlamento delegittimato poichè eletto con il Porcellum, legge dichiarata incostituzionale.

Nessuna divisione, quindi, nell’ Anpi, procederemo uniti pur nella consapevolezza che la nostra battaglia sarà dura. L’ Anpi di cui siamo orgogliosi non ha cedimenti, ed è in grado di proseguire con fermezza e grande forza morale.

Eliana Gatti, Como

 

SMURAGLIA: E ORA TORNIAMO AL LAVORO

Dopo il Congresso di Rimini

Smuraglia: e ora torniamo al lavoro

18 Maggio 2016

Eccoci nuovamente con la News. Avevo messo a disposizione il mio incarico di Presidente, nel momento in cui scadeva il mio mandato. Il Congresso, però, si è espresso in modo molto diverso, con una richiesta corale di continuare. Non ho potuto oppormi e il Congresso si è pronunciato, rieleggendomi Presidente con voto unanime.

Eccoci dunque a ricominciare, anzi a continuare, riprendendo il dialogo, solo temporaneamente interrotto. Parliamo anzitutto del Congresso nazionale, per dire che è andato benissimo. A tutte le sedute ha partecipato, costantemente, più del 90% dei delegati (una media di 345 presenze giornaliere, di cui il 30% donne); sono stati presenti, complessivamente, un centinaio di invitati.

La discussione si è svolta con ampiezza (94 interventi, di cui 31 di donne); tuttavia non abbiamo potuto ascoltare tutti quelli che avrebbero voluto parlare, nonostante avessimo preso ogni misura possibile per riuscirci, ma davvero, vi è stata una richiesta molto ampia di intervenire, tanto che – se avessimo potuto (superando le difficoltà economiche) – avremmo dovuto prolungare il Congresso di almeno un giorno. A prescindere dalle dolorose esclusioni, delle quali chiediamo scusa a tutti coloro che le hanno dovute subire, il dibattito c’è stato ed è stato ricchissimo. A partire dalla tavola rotonda sui “giovani”, bella e seguita con molta attenzione da parte del già vasto “pubblico” del primo giorno.

Non ho visto contrasti animati, né tantomeno discussioni animose, anche se sono state espresse opinioni diverse, non solo sui temi principali, ma anche su quelli che erano emersi dai Congressi sezionali e provinciali (la Commissione politica ha lavorato, l’ultima sera, fino alla una e trenta circa, non per dirimere contrasti, ma per migliorare i testi).

Si è cercato di cogliere tutti gli spunti utili per ampliare ed approfondire il dibattito. Del resto, la stessa relazione generale introduttiva del congresso aveva preso atto di diversi punti della riflessione, emersi dai congressi preparatori, arrivando così, di per sé, ad un primo approfondimento del documento congressuale politico. Quest’ultimo, già approvato dalla stragrande maggioranza dei congressi provinciali, è stato poi sottoposto al voto assieme – appunto – alla relazione introduttiva ed il risultato è stato quello di una approvazione pressoché unanime (solo tre astensioni, rispetto a 347 voti favorevoli), sulla quale – peraltro – è calato il silenzio da parte di quasi tutti gli organi di informazione.

Un raro esempio di democrazia, di questi tempi, che l’ANPI ha potuto fornire grazie all’impegno dei delegati, al senso di appartenenza, ad una volontà fortissima di salvaguardare quel bene fondamentale che è l’unità dell’Associazione, pur nel pluralismo delle idee.
Quanto al tema che – a rigore – non era compreso nel documento originario (la posizione dell’ANPI sulla riforma costituzionale, la legge elettorale e il referendum), ma è stato dibattuto in quasi tutti i congressi ed anche nel congresso nazionale, l’orientamento che era emerso dei congressi, in misura larghissima, in piena concordanza con la decisione adottata dal Comitato nazionale del 21 gennaio 2016, è stata ulteriormente rafforzato, se è vero che sottoposti a votazione, insieme, il documento politico nazionale e la relazione introduttiva del congresso, su di essi si è realizzato quel consenso pressoché unanime, di cui ho già detto.

 

Il tutto corroborato dal larghissimo consenso creatosi attorno alla relazione del presidente uscente, la cui posizione era arcinota; consenso manifestato dapprima con la convinta e calorosissima adesione espressa al termine dello svolgimento della relazione, poi col voto di cui ho detto ed infine con la rielezione, con voto unanime, del Presidente Smuraglia, “nonostante” le posizioni da lui espresse in modo nettissimo, sulla materia, da oltre due anni.
Questo non significa, naturalmente, che non ci siano stati e non ci siano anche dissenzienti, su questo specifico tema; essi hanno parlato, nel Congresso, ed hanno esposto le loro motivazioni; ascoltati da una maggioranza ben convinta delle proprie ragioni, ma non rissosa e tutt’altro che prevaricatrice (qualche intemperanza da parte di alcuni, è stata rapidamente composta). 

Da ciò, la conclusione sostanzialmente unitaria, pur nel proclamato rispetto di tutte le opinioni, essendo stato, peraltro, chiarito dal Presidente, nella sua Relazione, così come in alcune precedenti circolari, che il dissenso è assolutamente lecito, ma non può manifestarsi in forme di contrapposizione rispetto alle decisioni adottate ed in modi tali da recare danno all’immagine complessiva dell’Associazione.
Infine, il congresso si è concluso con un’ampia discussione e con alcune votazioni sui documenti congressuali, oltre a quelli fondamentali, già citati. Molti emendamenti ed ordini del giorno erano stati acquisiti dalla commissione politica, anche perché in gran parte già assunti nella stessa relazione introduttiva del congresso. Su quelli sui quali c’era stata particolare discussione si è votato, liberamente e senza contrasti.
Infine, sono stati eletti gli organismi dirigenti, prima di tutto il Presidente, e poi il nuovo Comitato nazionale, composto non da “pochi intimi”, come alcuni ritengono, ma da 37 membri, assicurando sia il pluralismo sia la diffusa rappresentanza territoriale. È così che il Congresso si è concluso positivamente, e con entusiasmo (i consueti abbracci di saluto fra delegazioni, le foto ricordo, e così via, tutte manifestazioni non rituali di fraternità e amicizia).

È in questo contesto che si è verificato, l’ultimo giorno, un episodio sgradevole. Un quotidiano nazionale, che fino ad allora non si era accorto che ci fosse un Congresso, che si fosse discusso in una “Tavola rotonda” del futuro dei giovani, che infine fosse in corso un ampio e pacato dibattito, a differenza di quanto avviene in molte sedi politiche, si è improvvisamente accorto che l’ANPI era divisa, addirittura “spaccata” (“Da Bolzano a Grosseto, partigiani divisi dal referendum”); ed ha pubblicato un articolo con nomi, cognomi e provenienza, a suggerire al lettore chissà quali conflitti disastrosi per l’Associazione.

Il solito comportamento di una certa stampa, che delle grandi manifestazioni del 25 aprile coglie solo il piccolo incidente (sempre deprecato, ovviamente) in fondo ad un grande corteo ampiamente e pacificamente partecipato, e non perde occasione per sottolineare i lati presuntivamente negativi, senza evidenziare gli aspetti veramente importanti di una manifestazione oltremodo significativa. Peccato che nell’operazione si siano lasciati coinvolgere alcuni delegati, facendo dichiarazioni di cui il giornalista sarà stato particolarmente felice; tant’è che la “questione” è stata subito ripresa, addirittura sulla prima pagina dello stesso quotidiano nazionale, che peraltro, non può fare a meno di ripetere il contenuto delle circolari dell’ANPI, che dichiaravano e dichiarano legittimo il dissenso, non pretendono affatto ubbidienza assoluta, ma chiedono una cosa che a me continua a risultare ovvia, che cioè chi dissente non “remi contro” e non faccia il gioco dei “critici” dell’Associazione, quelli che solo ora hanno scoperto che c’è stato un Congresso, molto partecipato e con larghissimo confronto, salutato – con nobilissime parole – dai messaggi del Presidente della Repubblica e dei Presidenti delle due Camere.

Mi spiace molto che l’ANPI susciti “malinconia” sulla stampa, proprio in uno dei suoi momenti più alti. Io – semmai – ho un’altra malinconia, quella di chi vorrebbe una informazione veramente completa ed esauriente e invece deve periodicamente constatare che interessano più i “sussurri e le grida”, che non le questioni di fondo e gli eventi dotati di un reale significato.

 

Un ulteriore conferma viene da “Il Foglio” di questa mattina, che non si è occupato, per tre giorni del Congresso nazionale dell’ANPI; ma adesso, si è svegliato perché c’è sentore di scontri e di divisioni. E si infilano una serie di “perle”, una più significativa dell’altra. La decisione di gennaio: una “riunione verticistica, fra pochi intimi”; per la verità, il 21 gennaio si è riunito il Comitato nazionale, il massimo organismo dirigente dell’Associazione, si è discusso, come si era già fatto anche in una precedente riunione e si è deciso a stragrande maggioranza. Sarebbe questa la riunione “verticistica”?
Nel riportare la circolare che precisa: “il diritto al dissenso ed i suoi limiti”, la si liquida con una stentorea parola: “ridicolo”.

 

Si ammette, a denti stretti, che la decisione “fra pochi intimi” è stata confermata dal Congresso, ma ci si guarda bene dal dire con quale maggioranza.
Si ricorre perfino ad una anziana partigiana per farle dire, testualmente: “inquietante il fatto che una decisione così importante come il referendum non sia stata messa in discussione in Congresso, ma addirittura in una riunione di vertice” (ma dove era, questa compagna, dal 12 al 15 maggio e su quali fonti si è informata?).

Il termine corretto, per parlare di questo tipo di articoli, non è certamente quello che hanno usato loro, cioè “ridicolo”. In realtà è pietoso questo modo di fare disinformazione. Le opinioni, ovviamente, sono sempre lecite, ma dovrebbero basarsi su fatti e partire da un’informazione completa ed esauriente. Naturalmente, nessuno di questi “appassionati” dell’ANPI ha messo piede a Rimini, nessuno ha letto il messaggio delle più alte cariche dello Stato, nessuno è stato informato che nel Congresso ci sono stati ben 94 interventi, che le riunioni delle Commissioni si sono protratte fino a tarda notte e che il voto finale è stato espresso a grandissima maggioranza. Che “tristezza”, direbbe Gian Antonio Stella. E questa volta sarei d’accordo con lui.

Noi andiamo avanti, perché c’è bisogno di lavoro, d’impegno e di riflessione. Ho già convocato il nuovo Comitato nazionale per martedì prossimo e in quella occasione discuteremo anche di tutto ciò che è emerso dal Congresso e delle reazioni di cui ho parlato.
Ora, comunque, torniamo al lavoro, dopo la “pausa” congressuale, col grande impegno che la situazione richiede, ma anche con la soddisfazione e la gioia di aver partecipato ad un grande momento di democrazia.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

 

 

RENZI CI METTE LA FACCIA, NOI LA TESTA

RENZI CI METTE LA FACCIA, NOI LA TESTA

di Gianfranco Pasquino

Ecco l’appello per il No al referendum costituzionale di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna, già sottoscritto da Carlo Galli, Marco Valbruzzi e Maurizio Viroli.

“Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica” (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente).

1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili.

2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessita’ di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale Porcellum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorche’ nominati dai capipartito.

3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo.

Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti). Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. E’ uno squilibrio intollerabile.

4. No, non è vero che e’ tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “si’” ne’ a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio. Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL.

5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini. La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica.

6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti.

7. No, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi. Hanno dimenticato di dire che: i) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); ii) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza.

8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti).

9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo. Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”.

10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più. Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale. Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali. Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto.

Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera. Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente. Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra. Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte e da tempo scritte e disponibili.

il Fattoquotidiano.it, 14 maggio 2016

600.000 EURO AI NEONAZISTI DI ROBERTO FIORE

DAL PARLAMENTO EUROPEO 600.000 EURO AI NEONAZISTI DI ROBERTO FIORE

dalla testata web italiana d’informazione sull’Europa “eunews.it”

di Letizia Pascale

Il partito pan-europeo di cui è presidente il leader di Forza nuova e a cui appartengono negazionisti e sostenitori della supremazia bianca figura nella lista di quelli che saranno generosamente sostenuti da Bruxelles

Bruxelles – Per il 2016, il Parlamento europeo finanzierà con quasi 600mila euro il partito pan-europeo di fascisti, neonazisti e negazionisti fondato da Roberto Fiore e la fondazione ad esso affiliata. È quanto risulta dai documenti ufficiali riguardo ai contributi che ogni anno l’Europarlamento assegna ai partiti politici e alle fondazioni che operano a livello europeo. Secondo i documenti di gennaio 2016, 197.625 euro andranno alla fondazione tedesca Europa Terra Nostra, legata al partito europeo Alliance for Peace and Freedom (Afp). Lo stesso partito risulta poi destinatario di un altro finanziamento, quello per i partiti europei, da 400mila euro. In totale, al partito andranno dunque poco meno di 600mila euro. La decisione è stata presa dal Bureau, cioè il massimo organo decisionale amministrativo del Parlamento, composto dal presidente Martin Schulz, 14 vice presidenti (tra i quali gli italiani Antonio Tajani e David Sassoli) e cinque questori. Sassoli, dopo l’uscita di questa notizia su Eunews, ha però fatto un passo indietro, e dopo aver votato a favore dello stanziamento, ha rianalizzato la questione ora chiede una verifica delle procedure seguite dagli uffici che hanno istruito la pratica.

Se il nome del partito “Alleanza per la pace e la democrazia” può lasciare spazio ad ambiguità, i personaggi ai vertici della formazione politica non danno invece adito a dubbi. Il presidente della formazione è Roberto Fiore, ben noto in Italia come fondatore di Forza Nuova, condannato nel 1985 dalla magistratura italiana a nove anni di carcere per banda armata in associazione con i Nar. Il segretario generale del partito è lo svedese Stefan Jacobsson, leader dell’ora defunto partito neonazista svedese, e da sempre militante dei movimenti per la supremazia bianca. Dell’Afp fanno parte anche il belga Hervé Van Laethem, condannato più volte dalla giustizia belga per razzismo e fiero sostenitore della libertà di espressione per il negazionismo, esponenti del partito neonazista greco, Alba Dorata, di cui tre membri siedono al Parlamento europeo e membri del Partito Nazionaldemocratico di Germania, neonazista anche questo, tanto che cinque governatori di altrettanti Stati della Repubblica Federale hanno recentemente deciso di presentare alla Corte costituzionale tedesca la richiesta di metterlo fuori legge.

A questi soggetti, il Parlamento europeo verserà in tutto circa 600mila euro. Una decisione che sorprende, visto che le regole in materia di finanziamenti Ue ai partiti europei prevedono che un partito, per ricevere finanziamenti, debba rispettare i principi di “libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani, libertà fondamentali e stato di diritto”. Le salvaguardie in questo senso sono state rafforzate anche dalle nuove regole approvate da Bruxelles nel 2014 proprio a riguardo dei criteri per finanziare partiti politici e fondazioni. Tra queste nuove norme, che entreranno in vigore da gennaio 2017, è stato inserito come “prerequisito” quello del “rispetto per i valori europei” sanciti dall’articolo 2 dei trattati. Valori ben diversi da quelli che animano Roberto Fiore e compagni.
“Il Parlamento europeo verifica che il partito o la fondazione che riceve un finanziamento rispetti i valori europei”, confermano dal servizio stampa dell’istituzione, secondo cui però sul sito internet di Afp “non c’è nulla che sia contro l’Europa, la libertà o la democrazia”. E tanto sembra essere bastato: “Non possiamo metterci a valutare le dichiarazioni dei singoli componenti di un partito”, tagliano corto dal Parlamento.

I deputati però hanno una possibilità di bloccare questa decisione. Un quarto di loro, in rappresentanza di almeno tre gruppi parlamentari, può chiedere che l’erogazione venga sottoposta ad un controllo di applicabilità e cioè che si verifichi se il partito o la fondazione che la riceve rispetti ancora i principi fondanti dell’Unione europea in materia di democrazia, rispetto dei diritti umani e libertà fondamentali.

Informazione presente sulla testata web italiana d’informazione sull’Europa “eunews.it” in data 19 Aprile 2016