LINEA NERA, UNA STORIA SPORCA

Da Il Fatto Quotidiano del 5 dicembre 2014

Erano esclusi dal potere. Ed erano puliti. Adesso, invece, li troviamo neri e sporchi, alla guida del “mondo di mezzo” di Mafia Capitale. Sono gli eredi della destra, un tempo duri e puri, beccati oggi a manovrare un sistema criminale pervasivo e trasversale. Ma siamo proprio sicuri che ci sia stata una svolta, una rottura? “Vivevano nel mito delle mani pulite, che potevano esibire anche per mancanza di occasioni. Vent’anni dopo, il fallimento è spettacolare, verrebbe da dire wagneriano”: così Mattia Feltri. Ancor più forte la nostalgia di Marcello Veneziani, per “una destra che per anni si è vantata della sua diversità, che propugnava l’alternativa al sistema e ripeteva con Almirante che dalle tasche di Mussolini appeso in piazzale Loreto non è caduto un soldo”. Ma esisteva davvero la “diversità” nera? O non c’è piuttosto una sotterranea continuità criminale?

Il mito della destra esclusa & pulita (e anche antimafia) si nutre delle storie di tanti militanti onesti, ancorché fascisti, e anche di figure limpide come quella di Paolo Borsellino. Ma non fa i conti con una realtà ben più articolata. Intanto il “polo escluso” (così il politologo Pietro Ignazi ha definito l’area politica che ruotava attorno al Msi) era in realtà un “polo occulto”. Quasi del tutto fuori dai circuiti del potere visibile, la destra di fede fascista ha in realtà sempre cogestito una larga fetta di “potere invisibile”. Il Msi è stato infatti coinvolto fin dalla sua nascita nella gestione dello Stato, dentro i suoi apparati più segreti e le sue operazioni più sotterranee. Forze armate, ministero dell’Interno, servizi segreti hanno sempre avuto rapporti stretti con il Movimento sociale e i suoi uomini. È esistito dunque in Italia anche un invisibile consociativismo di destra, in cui i “neri” hanno gestito una parte importante di delicatissimi apparati dello Stato, assumendosi spesso il compito di fare i “lavori sporchi” del sistema.

 Guardavano al Msi i generali più importanti delle Forze armate negli anni Sessanta, a cominciare da Giuseppe Aloja, il capo di Stato maggiore che istituisce i “corsi d’ardimento” per formare “migliaia di uomini particolarmente addestrati contro la guerra sovversiva”, secondo la testimonianza di due personaggi coinvolti in quell’operazione, Pino Rauti e Guido Giannettini. Un uomo-chiave dei servizi segreti, Vito Miceli, termina la sua carriera in Parlamento, nei seggi del Movimento sociale, dopo essere stato capo del Sid, il servizio segreto militare, negli anni cruciali della strage di piazza Fontana (1969) e dei tentati golpe Borghese (1970) e Rosa dei venti (1973). Approdano nelle file del Msi molti altissimi ufficiali: dal generale Giovanni De Lorenzo (quello del Piano Solo, 1964) all’ammiraglio Gino Birindelli. E quanti uomini della destra lavorano, apertamente o in maniera “coperta”, per i servizi segreti, da Miceli a Rauti, da Giannettini a Stefano Delle Chiaie, da Giano Accame a Piero Buscaroli. I militanti neri, sempre in bilico tra Msi e gruppi extraparlamentari (principalmente Ordine nuovo e Avanguardia nazionale), sono per decenni il serbatoio da cui attingere personale, sotto lo sguardo attento dei servizi di sicurezza, da impiegare nelle operazioni della “guerra non ortodossa”, teorizzata nel 1965 nel convegno al Parco dei Principi e passata attraverso il fuoco delle stragi, da piazza Fontana a Bologna.

Solo militanza politica (o politico-militare)? No. L’incrocio con gli affari, la politica e la corruzione (e anche con la mafia) è una costante di questa storia nera. Licio Gelli era già un perno della “terra di mezzo”, in contatto, sopra, con i Sindona, i Calvi, i Berlusconi e, sotto, con le bande dei neri toscani e i gruppi romani in cui s’incontravano eversione, servizi, malavita e mafia. La banda della Magliana era già Mafia Capitale, commistione “perfetta” di affari, politica e criminalità. Altro che “cuori neri”, altro che destra dura e pura. A parole proclamava ideali alti, ancorché fascisti; in pratica li tradiva ogni giorno in un balletto di spioni, informatori, infiltrati e traditori sempre pronti a vendere i camerati. A parole era antimassonica; ma molti esponenti di primo piano del Msi erano in segreto iscritti alla P2: Birindelli, ex presidente del partito (tessera numero 1670), i deputati Giulio Caradonna (2192) e Sandro Saccucci, il senatore Mario Tedeschi (2127), oltre a Vito Miceli (1605). A parole erano anche antimafiosi; ma la pratica, nel Paese dei patti sotterranei e delle alleanze inconfessabili, è diversa dalla teoria. Così la destra non ha esitato a trattare e collaborare con le mafie. Con Cosa Nostra in occasione del golpe Borghese; con la ’ndrangheta durante e dopo la rivolta di Reggio; con entrambe durante la trattativa del 1992-93.

P2 e Magliana restano gli eterni modelli di una commistione affari/politica/criminalità/mafia che ha attraversato tutta la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Il “mondo di mezzo” di Massimo Carmina-ti, milanese, detto “er Cecato”, ora è una versione di certo innovativa di quel modello, ma dentro una tenace continuità che non riescono a vedere soltanto i nostalgici di un mitico fascismo duro e puro che in Italia non è mai esistito.

Gianni Barbacetto

LA POSIZIONE DELL’ ANPI SULL’ ART. 18

Art. 18, storia di battaglie per i diritti

 

Leggo sui giornali, testualmente, un titolo come questo “Addio all’articolo 18” e una dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano che nel dichiararsi soddisfatto, afferma “abbiamo tolto l’articolo 18”. Non mi interessano i distinguo, gli accordi raggiunti in Parlamento e le soddisfazioni manifestate. Mi chiedo solo se tutti ricordino la storia e le origini dell’art. 18, pronto a sentirmi dare del conservatore, ma forte del fatto che la storia non si può contestare ed è lì a ricordarci i suoi valori.

La racconterò in modo rapido e sommario, questa storia che comincia nel 1955, con un famoso convegno a Torino sui licenziamenti, che vide riuniti molti dei più importanti giuristi, del lavoro e costituzionalisti, del Paese. Era accaduto che in una grande fabbrica del nord fosse stato licenziato un lavoratore, con espresso riferimento ai motivi “politici” del licenziamento stesso. Questa esibizione “muscolare” provocò una sorta di rivolta morale, nel Paese, tra i lavoratori, gli intellettuali, i giuristi. Ne nacque un convegno in cui tutti misero in discussione la facoltà di recesso da parte del datore di lavoro, come uno dei più consistenti strumenti di potere contro i lavoratori.

Da quel convegno nacque una spinta politica e sindacale, che impiegò degli anni, ma alla fine sfociò nella prima legge italiana sui
licenziamenti, quella del 15 luglio 1966, n. 604 (norme sui licenziamenti individuali) che introduceva l’obbligo di motivazione e affiancava alla “giusta causa”, già prevista dal Codice civile, il “giustificato motivo”. La legge costituiva un grande passo avanti, rispetto al potere indiscriminato di recesso, ma aveva un limite, nel senso che tutto si poteva risolvere, in caso di licenziamento ingiustificato, col pagamento di alcune mensilità di retribuzione (come alternativa rispetto alla reintegrazione).

Ci vollero ancora degli anni e le battaglie sindacali del così detto” autunno caldo” per arrivare alla legge 20 maggio 1970, n. 300 (“Statuto dei diritti dei lavoratori”) intitolata significativamente come “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori”. Nello Statuto era compreso l’art. 18, che superava il limite della legge precedente, prevedendo – in caso di licenziamento ingiustificato – la reintegrazione.
Un percorso lungo, complesso e ricco di lotte per arrivare alla prima vera applicazione delle norme della Costituzione che riguardano il lavoro, facendo della tutela dei diritti di chi lavora un a questione di dignità e di libertà. Da molti quella fu considerata una conquista di straordinaria importanza. Se nel Convegno del 1955 si era affermato che la Costituzione si era fermata fuori dei cancelli delle fabbriche, con lo Statuto e con l’art. 18 quella soglia era stata finalmente superata.

Un giurista di grande rilievo e di insospettabile indipendenza di giudizio (che pagherà poi con la morte) Massimo D’Antona, poteva affermare che “il merito maggiore dell’art. 18 sta nell’aver tradotto nel linguaggio del diritto […] l’idea che esiste, e deve essere difeso, un diritto del lavoratore alla conservazione del suo concreto posto di lavoro”. Un altro grande giurista del lavoro, Giorgio Ghezzi scriverà, anni dopo, che “la tutela reale del posto di lavoro è, in sé stessa, un regime di integrale ripristino della continuità giuridica del rapporto di lavoro” e sosterrà che “la totale reintegrazione del posto di lavoro […] si traduce non nella difesa di un singolo diritto, pur importante e significativo che sia, ma nella salvaguardia dell’intero regime dei diritti soggettivi, sia individuali che collettivi oggi fruibili sul posto di lavoro”.

Questo spiega perché, quando fu proposto da Marco Pannella un referendum abrogativo dell’art. 18, nel 2000, vi fu una vera sollevazione non solo dei lavoratori, ma anche di tanti giuristi e della gran parte della cultura politica del Paese (ricordo, fra l’altro, una lettera della Federazione milanese dei Democratici di sinistra, inviata ad un convegno proprio su quel referendum, in cui si ribadiva con nettezza l’impegno del maggior partito di sinistra per un fermo ”no” alla proposta referendaria).

E’ passata molta acqua sotto i ponti, persino rispetto al momento in cui – proprio sull’art. 18 – Cofferati riempì le piazze di Roma, per esprimere la ferma contrarietà ad ogni ipotesi di riforma. Peraltro, è anche bene ricordare come finì quel referendum per l’abrogazionedell’art. 18 a cui ho fatto riferimento più sopra: il referendum non raggiunse il quorum dei votanti necessario, ma di quelli che andarono a votare il 66,6% si espresse contro l’abrogazione.

Oggi, molti sembrano avere dimenticato questo lungo percorso; e perfino il richiamo alla libertà e dignità, contenuto nel titolo dello ”Statuto”, sembra aver perso molto del suo smalto, nelle menti e nei cuori di tanti. È per questo che vale la pena di ricordare ciò che la storia dovrebbe insegnare, il lavoro, le lacrime e il sangue di quanti hanno sofferto perché fosse – almeno su questo punto – attuata la Costituzione.

So di parlare al vento, ma mi auguro che almeno lui (il vento) abbia buona memoria e tenga conto dei valori e dei significati della storia, sempre utili e necessari per uscire dalla crisi in modo duraturo e soprattutto equo. Intanto, impietosamente, sono usciti i nuovi dati dell’ISTAT, che fissano la disoccupazione al 13% (cioè al peggior livello di questi anni, pari solo a quello del 1977). Lo stesso ISTAT colloca al 43% il tasso di disoccupazione dei giovani; mentre continua la recessione e, sostanzialmente, anche la stagnazione dell’economia e delle attività produttive.
È davvero togliendo di mezzo la maggior parte dell’art. 18 che si otterranno risultati positivi per risolvere una crisi di queste dimensioni?

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

IL PEGGIOR RAZZISMO E’ QUELLO VERSO I BAMBINI

Prove di pogrom questa mattina a Roma, dove un gruppo di 500 appartenenti a Blocco Studentesco, un gruppo di estrema destra vicino a Casa Pound, ha manifestato innalzando striscioni e bloccando l’ingresso di un campo nomadi nei pressi di via Lombroso. L’ atto dei fascisti ha creato una situazione di panico che ha impedito a circa 90 bambini e ragazzi rom, delle scuole elementari e medie, di uscire per recarsi alle lezioni. La stessa scena si è ripetuta davanti alle scuole Tacito e Domizia Lucilla, sempre nei pressi della zona in cui sono iscritti gli studenti rom.

La denuncia è arrivata dall’ Arci Solidarietà e dalla Cooperativa Eureka, che lavorano sul territorio con progetti di scolarizzazione dei bambini rom.

Queso atto è profondamente disgustoso, il più vile dei tanti che si sono succeduti, troppo spesso, negli ultimi mesi. Il peggior razzismo sono gli atti intimidatori e discriminatori compiuti sui bambini, a maggior ragione quando colpisce un diritto inalienabile come quello allo studio

E’ arrivato il momento di dire basta a queste provocazioni, è arrivato il momento di chiedere con forza alle autorità di far rispettare le leggi Scelba e Mancino.

 

ARTICOLO DI MICHELE SERRA

Ditemi se c’è qualcosa di più vigliacco che colpire una comunità colpendo i suoi bambini e i suoi minori. Ostacolare la scolarizzazione dei nomadi (italiani e stranieri) come ha fatto CASA POUND a Roma, significa recidere la vera sola speranza  di integrazione e/o di cambiamento  per quiei bambini, quegli adolescenti che la nascita consegna (incolpevolmente ) alla povertà, alla questua, all’emarginazione, all’espediente, al furto. Voler cacciare dalle scuole i Rom è come rovesciare  il vassoio della mensa agli affamati, come scoperchiare il tetto del dormitorio agli assiderati. Un atto ripugnante.Colpisce anzi ferisce constatare che ragazzi-odiano ragazzi- quelli del Blocco studentesco-odiano ragazzi, studenti discriminano studenti. E’vero che la prima giovinezza sa essere un’età feroce , ma è anche un’epoca in cui dentro le persone si spalanca una finestra sulla vita,sugli altri, sulla possibilità propria e altrui di cambiare.Che la grettezza e la paura degli adulti trovino ragazzi disposti a incarnarla, scandendo slogan da borghesucci spaventati, è veramente triste. Basterebbe che il peggiore dei fascistelli guardasse negli occhi il peggiore degli zingarelli per riconoscersi, nel tumulto sociale, vittime e fratelli.(Michele Serra)

 

CONSOLE NAZI-ROCK REINTEGRATO

Da ” Il Fatto Quotidiano” del 29 novembre 2014

Console fascio-rock, reintegro da 130mila euro. Vattani è coordinatore tra Ue e Asia

Era console a Osaka nel 2012, quando venne diffuso un video che lo riprendeva a cantare brani neofascisti a Casa Pound. Sospeso, è tornato alla Farnesina che gli ha assegnato un incarico di rilievo

ga è tornato. Il “console fascio-rock” Mario Vattani ha ritrovato una scrivania alla Farnesina. Rientra in servizio dopo la sospensione che gli era stata comminata nel 2012 per la sua esibizione insieme a un gruppo rock neofascista durante una rassegna di Casa Pound. E ad attenderlo non è l’ultimo degli incarichi. Con un ordine di servizio datato 26 novembre, il direttore generale per le risorse, Elisabetta Belloni, l’ha infatti assegnato al settore “Mondializzazione e questioni globali”: Vattani sarà Coordinatore per i rapporti tra l’Unione Europea e i Paesi dell’Asia Pacifico. “Finalmente sono tornato a casa”, dice al fattoquotidiano.it. Dovrà occuparsi di mediare tra l’Europa e l’Estremo Oriente, “l’area del mondo che amo”, sottolinea commentando un reintegro che ha il sapore della compensazione.

Il Ministero, con un certo imbarazzo ma senza tentennamenti, fa presente che di meno non si poteva fare. Vattani, figlio dell’ex segretario generale della Farnesina, era stato sospeso quando era console generale a Osaka per via di quel video del 2011 che lo mostrava sul palco mentre da frontman dei Sottofasciasemplice inneggiava alla bandiera nera e ai repubblichini. Intorno, fila di braccia tese. Ne scaturì una terremoto politico e legale. L’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi lo richiamò a Roma e lo sospese per quattro mesi. Grazie a un ricorso al Tar, che sospese il provvedimento, ripartì subito alla volta del Giappone per poi tornare di nuovo a Roma a maggio, quando una sentenza del Consiglio di Stato accolse il contro-ricorso della Farnesina.

La lite non è del tutto finita e anche per questo, probabilmente, il Ministero si è guardato bene dall’affidargli un incarico di minor grado rispetto a quanto previsto dal regolamento interno della carriera diplomatica. Così Vattani, non più console ma sempre ministro plenipotenziario, rientrando nei ranghi cade sul velluto di un incarico da 130mila euro l’anno (lordi). Un destino molto diverso da quello che si prospettava nel pieno della polemica, quando fioccavano richieste di metterlo alla porta per incompatibilità tra rappresentanza dell’Italia e apologia di fascismo. Il Ministero precisa però che non si è fatto alcun favoritismo.

La versione del direttore Belloni è che “Vattani è stato reintegrato dopo che ha adempiuto alla sanzione disciplinare che gli era stata comminata. Al reintegro deve essere individuata per forza una funzione”. Una circostanza felice ha poi fatto sì che, al momento giusto, venisse libera la funzione di coordinatore dell’area geografica che rientra nella sfera dei suoi interessi: Vattani junior, in arte Katanga, è da sempre un cultore del Sol Levante. “Mi ritengo fortunato. Molti diplomatici per tutta la vita non riescono a lavorare con le aree del mondo che preferiscono”. Lui, nonostante tutto, invece può. “Certo ora lavoro da Roma. Prima avevo una sede in Giappone”. Contento sì, ma solo a metà.

Thomas Mackinson e Alessio Schiesari

RELAZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE CARLO SMURAGLIA

Cari amici e compagni, alleghiamo la relazione introduttiva del Presidente Smuraglia al Consiglio Nazionale del 25-26 ottobre, a Chianciano Terme. Essendo la relazione stessa, giustamente articolata e puntuale su argomenti nazionali ed internazionali e con argomentazioni importanti che riguardano il lavoro da svolgere per la nostra Associazione, invito tutti a leggerla per avere un’informazione completa e puntuale. Cari saluti.

Anpi Provinciale di Como

NO AL RADUNO NAZI A MILANO

Milano: no di Anpi e “Libertà e giustizia” al raduno nazi. Appello al sindaco

Nuova provocazione: danneggiato il “murale” dedicato alla partigiana Lia

 

No dell’ANPI provinciale di Milano e “Libertà e giustizia” al raduno neonazista degli Hammerskin.

Una richiesta che viene fatta nel quadro preoccupante di un crescendo di provocazioni in camicia nera, in una città medaglia d’oro per la Resistenza. Da una parte una manifestazione paramusicale animata da band provenienti da diversi Paesi europei, tutte con una inequivocabile matrice “nazi”. Dall’altra il vigliacco danneggiamento a Niguarda di un “murale”dedicato a Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia “Lia”, uccisa dai nazifascisti il 24 Aprile 1945.

E già si preannuncia una mobilitazione democratica che culminerà sabato 29 novembre, dalle ore 14,00 alle ore 18,30 con un raduno antifascista alla Loggia dei Mercanti. Una manifestazione – sottolinea il presidente dell’Anpi milanese, Roberto Cenati – “ferma, pacifica  e unitaria”.

Qui ci sarà una “pagoda” dell’Anpi e interverrà il presidente nazionale Carlo Smuraglia. In contemporanea, infatti, si svolgerà la precedentemente programmata giornata nazionale del tesseramento all’Associazione partigiani.

Ma andiamo per ordine.  E cominciamo da una richiesta esplicita: il raduno degli Hammerskin va bloccato.

Si tratta di una manifestazione paramusicale animata da band provenienti da diversi Paesi europei, tutte con una inequivocabile matrice “nazi”.

Spiega un comunicato dell’Anpi milanese: “Il raduno neonazista, per i suoi contenuti antisemiti e razzisti si pone in aperto contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, con le leggi Scelba e Mancino e costituisce una inaccettabile offesa a Milano Città Medaglia d’Oro della Resistenza”.
L’ANPI Provinciale di Milano fa appello alle forze politiche democratiche, alle istituzioni, e alle autorità perché intervengano per impedire che il raduno si svolga ancora una volta a Milano,come avvenuto lo scorso anno nel quartiere di Rogoredo.

L’ANPI di Milano si rivolge  in particolare al Sindaco Giuliano Pisapia, al quale chiede una sua autorevole pubblica presa di posizione in cui si ribadisca che, soprattutto in vista  del 70° anniversario della Liberazione, Milano, capitale della Resistenza, non venga invasa e oltraggiata da simboli e manifestazioni neonaziste e neofasciste che offendono la memoria dei Caduti per la Libertà. 

E’ in questo quadro che L’Anpi provinciale di Milano denuncia il gravissimo episodio accaduto nella notte di giovedì 20 Novembre a Niguarda ad opera di neofascisti che hanno deturpato il murale dedicato a Gina Galeotti Bianchi.

Particolarmente danneggiata è stata la scritta di Piero Calamandrei “l’avrai camerata Kesserling il monumento che pretendi da noi Italiani”.
L’ANPI di Niguarda ha provveduto ad inoltrare denuncia presso le autorità competenti.
Denuncia l’Anpi: “Mentre rileviamo con crescente preoccupazione il pericoloso susseguirsi di movimenti e di manifestazioni neofasciste a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, invitiamo le Istituzioni e le forze preposte alla difesa dell’ordine pubblico a perseguire gli autori di questo provocatorio atto che si pone contro i valori della Resistenza e della Costituzione Repubblicana”.

TASSARE LE MANIFESTAZIONI NEONAZISTE

Da Repubblica del 17 novembre 2014.

BERLINO –  Come gabbare i neonazisti, come esporli al ridicolo e alla contraddizione? Una risata vi seppellirà, si diceva una volta. Abitanti democratici e autorità comunali di Wunsiedel, prospera cittadina dell’Ovest che per sua sfortuna dette i suoi natali a Rudolf Hess, ha avuto un’idea geniale: finché continua il consueto, macabro raduno annuale sul posto dei nostalgici del Terzo Reich, sponsor volontari e città calcoleranno dieci euro per ogni metro percorso in marcia da ogni neonazista per le vie cittadine, e devolveranno la somma a Exit, la celebre Ong tedesca che è la più attiva nella lotta informativa al neonazismo e soprattutto nell’aiuto ai giovani pentiti o dissociati che vogliono lasciare l’inferno della militanza nella galassia neonazi assassina ed essere protetti da vendette e violenze degli ex camerati.
   
La cosa più divertente (guardate le foto) sono gli striscioni con cui la città di Wunsiedel ha salutato l’ultima manifestazione annuale dei neonazisti. Striscioni provocatoriamente rosa o viola, colore più da alternativi o gay o diversamente pensanti che non da nostalgici insomma, in cui è scritto “Eh, se il vostro Fuehrer lo sapesse…”. Probabilmente fa male, molto male ai militanti della Npd, il più grosso forte e pericoloso partito neonazista tedesco, e agli aderenti a qualsiasi formazione ultrà di destra.
   
Wunsiedel appunto ha la sfortuna di essere la città natale di Rudolf Hess, cioè il delfino di Hitler complice dei crimini del nazismo che poi per ragioni misteriose fuggì in aereo nel Regno Unito in piena guerra offrendo invano a Churchill  –  non si sa se di sua iniziativa, per delirio o d’accordo con il Fuehrer  –  una pace separata per poi lottare insieme contro l’Urss. Churchill lo ignorò e lo fece incarcerare, poi alla Operazione Barbarossa (l’attacco di ‘Vernichtungskrieg’, guerra di annientamento, tedesco contro l’Urss) il premier britannico reagì con massicce forniture di armi modernissime ai russi, che li salvarono dalla capitolazione: spitfire e camion, radio e apparati elettronici d’intelligence. Dopo la disfatta del Reich, Hess fu condannato all’ergastolo al Processo di Norimberga e poi negli anni Ottanta ultimo criminale nazista prigioniero morì suicida nel carcere militare britannico di Spandau a Berlino Ovest.
   
A Wunsiedel era anche la sua tomba, poi la città l’ha fatta traslare in luogo sconosciuto per liberarsi dagli insopportabili pellegrinaggi dei neonazi. Ma le marce annuali in memoria del loro “eroe” continuavano. Ecco allora l’ultima trovata, meglio che non organizzare controdimostrazioni o ignorare i neonazi voltando loro le spalle. Calcolo preciso con telecamere computer e internet: per ogni metro che ogni neonazista marcia vanno dieci euro a exit appunto. Ultima colletta sottoscritta involontariamente dai neonazi: ben diecimila euro. “Veloci come levrieri, duri come il cuoio, e generosi come mai prima”, dice un altro striscione che a Wunsiedel saluta i neonazisti ridicolizzandoli. Chi sa quanto a lungo ancora i nostalgici di Hitler e di Hess verranno a marciare nella città natale del loro eroe criminale per poi finanziare i democratici che li combattono.

Andrea Tarquini

MILANO NIGUARDA: TERMINATO IL MURALE

niguarda antifascista, un murales per ricordare due tra le figure più limpide della resistenza milanese: stellina vecchio e gina galeotti bianchi (lia)
 
Il murales è finito.

Un lavoro dedicato ad Alberto Codevilla, Nicoletta “la ribelle”  e Renato Vercesi, tre compagni che hanno arricchito l’ANPI di Niguarda ciascuno con la sua umanità e che purtroppo non hanno potuto vedere il nostro lavoro. Possiamo solo dire che a loro è dedicato e che anche nel loro nome è stato fatto.

Grazie ai tanti che ci hanno scritto, mandato mail, messo mi piace in FB sulle foto.

A loro il nostro ringraziamento e la richiesta di aiutarci a tenere viva la memoria storica. Per esempio tesserendosi all’ANPI. Già nel 2014 abbiamo fatto 22 tessere nuove (nel 2015 vorremmo fare di più). Ai ragazzi che lo hanno realizzato con tanta cura il nostro abbraccio.

Ai critici su FB (anche ai “nostalgici” dei treni che arrivavano in orario) l’assicurazione che anche le loro critiche saranno esaminate con attenzione e quando lo riterremo opportuno accolte.
E questo perchè

“…Durante la Resistenza ci battemmo per la libertà di tutti: la nostra, quella di chi non partecipava, quella di chi era contro.”
(Arrigo Boldrini, Comandante ‘Bulow’)

Vi metto un link:

se ci cliccate venite invitati a scaricare un file “zippato” che una volta scaricato vi permetterà di avere decine di foto del murales fatte da un professionista della fotografia che ringrazio per la sua  disponibilità (Sauro Sorana).

https://app.box.com/s/00zyb6o96cci7k3kx55p

Ora e sempre, resistenza.

Il Direttivo sezione ANPI Martiri Niguardesi