COMO, ANCORA UNA PIAZZA CONCESSA ALL’ ESTREMA DESTRA

7 FEBBRAIO, ESTREMA DESTRA NUOVAMENTE IN PIAZZA A COMO

Sabato 7 febbraio è stata concessa per l’ennesima volta una piazza pubblica di Como (via Boldoni) all’associazione di estrema destra Militia, che sappiamo essere apertamente in contrasto con i  principi costituzionali  dell’antifascismo e antirazzismo.
I valori che questa associazione esprime e propaganda sono il culto di Mussolini, il revisionismo storico, l’adorazione verso carnefici nazisti, il pieno disprezzo per il 25 aprile giorno della Liberazione e per i partigiani, lo spregio della convivenza civile e democratica.
La città di Como, unica al mondo ad essere sede del Monumento alla Resistenza europea, subirà un’altra volta questo affronto.
La legge Mancino 205/93 che condanna e punisce tale propaganda, non verrà nuovamente applicata dalla Istituzioni preposte.
Anche in questa occasione, Prefettura e Questura non faranno altro che controllare e vigilare, ma nulla più.

E  mentre questi estremisti di destra saranno in via Boldoni con la medesima mostra sulle foibe esposta gli anni scorsi -che tratterebbe questa complessa e dolorosa vicenda senza contestualizzarne storicamente i fatti, facendo quindi solo un’operazione di revisionismo storico-, a qualche centinaio di metri in Biblioteca comunale si terrà una qualificata iniziativa dell’Anpi in collaborazione con l’Istituto di storia contemporanea proprio sul tema del tormentato confine orientale italiano, con la presenza di emeriti ricercatori e docenti di storia e con il patrocinio del Comune di Como.

Dall’Amministrazione comunale ci obiettano che questi movimenti di estrema destra ottengono gli spazi pubblici in quanto i regolamenti vigenti non lo vietano. Ma allora ci domandiamo e domandiamo: perché non si cambiano queste regole al fine di evitare che ciò accada?
Nella fattispecie, chiediamo con forza  a questa Amministrazione comunale di farsi portatrice di tale modifica, in modo che i soggetti che non si riconoscono nei principi costituzionali dell’antifascismo e dell’antirazzismo non possano più ottenere in futuro spazi e luoghi pubblici.

Anpi sezione di Como “Perugino Perugini”
www.anpisezionecomo.net

IL CANGURO ILLEGITTIMO

IL CANGURO ILLEGITTIMO

Di Gaetano Azzariti

L’approvazione dell’emen­da­mento Espo­sito rap­pre­senta un colpo al cuore del sistema par­la­men­tare. Frutto di un esca­mo­tage pro­ce­du­rale, esprime esem­plar­mente la cul­tura machia­vel­lica di una classe poli­tica dispo­sta ad adot­tare ogni mezzo pur di con­se­guire il fine, senza pre­oc­cu­parsi delle con­se­guenze di più lungo periodo.

Se si guarda alla sostanza della vicenda appare chiaro l’uso stru­men­tale delle regole parlamentari.

L’emendamento pro­po­sto, infatti, ha avuto come unico scopo quello di impe­dire la discus­sione e la vota­zione sulle pro­po­ste dei par­la­men­tari. «Blin­dando» l’accordo poli­tico defi­nito in sede extraparlamentare.

È l’ultimo tas­sello di un più ampio mosaico costruito per sot­trarre ogni auto­no­mia al par­la­mento. Già erano state for­zate le ordi­na­rie pro­ce­dure di for­ma­zione della legge quando si è impo­sto alla com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali di inter­rom­pere i pro­pri lavori prima di aver ulti­mato l’esame e prima di poter votare sul dise­gno di legge tra­smesso dalla Camera. Si è così pas­sati all’esame dell’Aula senza che fosse con­sen­tito ai sena­tori in com­mis­sione di pro­nun­ciarsi nel merito della riforma.

E ciò è avve­nuto nono­stante una pre­vi­sione costi­tu­zio­nale — l’art. 72 — imponga l’adozione della pro­ce­dura “nor­male” di esame e di appro­va­zione in mate­ria elet­to­rale. In modo disin­volto, si è giu­sti­fi­cato lo strappo con­fi­dando sull’esame dell’Aula.

In fondo — qual­che inge­nuo poteva rite­nere — in que­sta seconda sede non si poteva di certo sfug­gire a quanto scrive la nostra Costi­tu­zione che sta­bi­li­sce che ogni dise­gno di legge deve essere appro­vato arti­colo per arti­colo e con vota­zione finale. E invece la fan­ta­sia ha supe­rato ogni osta­colo, riu­scendo a libe­rare la mag­gio­ranza di governo da ogni fasti­dioso limite d’ordine costituzionale.

L’emen­da­mento Espo­sito ribalta la ratio della dispo­si­zione costi­tu­zio­nale e impone anzi­tutto una sorta di “vota­zione finale” per poi obbli­gare i nostri par­la­men­tari ad ade­guarsi nelle suc­ces­sive vota­zioni arti­colo per articolo.

Con­tro ogni tec­nica di buona legi­sla­zione fa pre­met­tere alla legge una dispo­si­zione (signi­fi­ca­ti­va­mente indi­cata come art. 01) che non ha nes­sun con­te­nuto pre­cet­tivo, bensì si limita a rias­su­mere per intero i prin­cipi che devono essere con­te­nuti nelle suc­ces­sive disposizioni.

Un inu­suale e inu­tile pre­am­bolo d’intenti. Si pensa così di aver tro­vato il modo per impe­dire ogni ulte­riore pos­si­bile discus­sione, vota­zione ed even­tuale appro­va­zione di arti­coli non con­formi (secondo il rego­la­mento del Senato, infatti, non sono ammessi emen­da­menti in con­tra­sto con deli­be­ra­zioni già adot­tate sull’argomento nel corso della discussione).

Lo stra­vol­gi­mento di ogni logica par­la­men­tare appare evi­dente, l’uso stru­men­tale del rego­la­mento palese. Eppure tutto ciò sta avve­nendo sotto i nostri occhi senza scan­dalo, in nome del cam­bia­mento, sotto la pres­sione di una poli­tica con­cen­trata sul risul­tato da con­se­guire ad ogni costo.

Una poli­tica miope e pericolosa.

Miope per­ché, ridotto il par­la­mento ad una sala da poker, dove vince il più abile e più spre­giu­di­cato tra i con­ten­denti, non sarà facile garan­tire la sta­bi­lità del governo. Di volta in volta il pre­si­dente del con­si­glio dovrà ricer­care una sua mag­gio­ranza, varia­bile se non pro­pria­mente occa­sio­nale: ora con la mino­ranza interna ora con frange delle oppo­si­zioni. Con ben poche garan­zie di tenuta e coe­renza dell’indirizzo poli­tico complessivo.

Inol­tre, i governi a mag­gio­ranze varia­bili sono ine­so­ra­bil­mente espo­sti al potere di “ricatto” ovvero di veto degli alleati occa­sio­nali, i quali, non essendo legati alla stra­te­gia com­ples­siva dell’esecutivo, potranno legit­ti­ma­mente porre le pro­prie con­di­zioni e far valere i pro­pri inte­ressi poli­tici e per­so­nali del momento.

Con­fi­dare sul fatto che tanto qual­cuno alla fine si trova per far pas­sare le pro­prie pro­po­ste, vista anche l’attuale fran­tu­ma­zione di tutte le for­ma­zioni poli­ti­che orga­niz­zate, sia di mag­gio­ranza che di oppo­si­zione, fran­ca­mente non appare una stra­te­gia lungimirante.

Ma i gio­ca­tori di poker — si sa — con­fi­dano più sulla pro­pria abi­lità e sulla for­tuna che non sul rispetto delle regole del gioco.

Ed è qui che si nasconde il peri­colo mag­giore di una simile politica.

Fino a quando e fino a dove può arri­vare l’interpretazione disin­volta e cinica dei rego­la­menti, delle prassi, delle leggi, della Costituzione?

Lo stra­ta­gemma archi­tet­tato que­sta volta per scon­fig­gere “fre­na­tori e gufi” potrà essere ripe­tuto in futuro, altri espe­dienti potranno essere esco­gi­tati per silen­ziare il par­la­mento, le voci di oppo­si­zione, la dia­let­tica poli­tica. Ma alla fine che rimarrà del sistema parlamentare?

ilmanifesto. 22 gennaio 2015

MILANO, GIORNATA DELLA MEMORIA

Giorno della memoria 26 gennaio 2015
evento promosso da:
Fondazione Memoria della Deportazione
Comunità Ebraica di Milano
Comitato Permanente Antifascista
con il patrocinio del Comune di Milano

Ex-Albergo Regina Via Silvio Pellico 7 ore 9.30

Deposizione di corone alla lapide dell’ex-Albergo Regina, comando SS e Quartiere generale della Gestapo negli anni 1943 -1945
Coordina: Roberto Cenati Presidente ANPI provinciale Milano

Intervengono:
Ada Lucia De Cesaris Vice Sindaco Comune di Milano
Giuliano Banfi Vice Presidente ANED sezione di Milano
Gino Morrone ANNPIA e Presidente regionale FIAP
Carla Bianchi Iacono Associazione Nazionale Partigiani Cristiani
Walker Meghnagi Presidente Comunità Ebraica di Milano
Roberto Jarach Vice Presidente UCEI
Danilo Margaritella Segretario generale UIL Milano e Provincia

Palazzo Reale Sala Convegni Piazza Duomo, 14 ore 11.00
Il valore della testimonianza
Incontro con gli studenti

Coordina:
Massimo Castoldi Direttore Fondazione Memoria della Deportazione
Saluto di Giuliano Pisapia Sindaco del Comune di Milano
Saluto di Gianfranco Maris Presidente ANED nazionale e Fondazione Memoria della Deportazione

Intervengono:
Testimoni della deportazione antisemita e politica

Liliana Picciotto storica (Fondazione CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)
Roberta Cairoli storica (FIAP, Federazione Italiana Associazione Partigiane, Fondazione Aniasi)
Seguirà un dibattito con i giovani delle scuole

L’incontro sarà trasmesso in diretta streaming, a cura di Denis Gianniberti valoredellatestimonianza.altervista.org

I GRAVI FATTI DI CREMONA

Da Osservatorio Democratico, 19 gennaio 2015:

Casapound contro autonomi a Cremona, ferito un uomo: “È in coma”
I tafferugli fuori dallo Stadio cittadino dopo il derby con il Mantova, ma le motivazioni non sono calcistiche. L’uomo, un attivista di un Centro sociale, è in prognosi riservata dopo aver riportato lesioni alla testa

 Un uomo di 49 anni in coma, colpito alla testa calci e sprangate in un raid che, secondo alcuni testimoni, sarebbe riconducibile a “militanti di Casapound di Cremona, Parma e Brescia”. Non è uno scontro tra tifosi ma un agguato neofascista quello avvenuto domenica sera a Cremona, verso le 18,30, al termine della partita Cremonese-Mantova, in via Mantova al centro sociale Dordoni. “Una cinquantina di persone – ha riferito a ilfattoquotidiano.it un testimone, Michele Arena, del centro sociale Dordoni – si sono staccate dal gruppo di tifosi e hanno assaltato il centro sociale. Venivano da fuori, dalle città vicine. Quelli che abbiamo riconosciuto venivano da Parma e da Brescia ed erano di Casapound. Con loro c’era il coordinatore provinciale di Casapound Cremona, Gianluca Galli”.
Una versione confermata dalla Questura di Cremona, secondo cui la partita di calcio nulla ha a che fare con l’aggressione, che sarebbe riconducibile all’estrema destra: “Non è una violenza legata a questioni calcistiche ma a una contrapposizione politica tra centri sociali e gruppi di estrema destra – ha spiegato un funzionario a ilfattoquotidiano.it – Non sappiamo ancora perché è successo, sappiamo solo che una formazione si è spostata dalla zona dello stadio per dirigersi verso il centro sociale dove è avvenuto lo scontro”. Secondo la ricostruzione dei testimoni, le persone che erano dentro al centro sociale Dordoni in quel momento (circa otto) “hanno tentato e sono riusciti a respingere l’attacco, solo che nell’agguato un compagno è finito in coma ed ora è in pericolo di vita. Aveva la testa completamente aperta”.
Le informazioni ufficiali sullo stato di salute del ferito, fornite dal 118, riferiscono di una persona colpita “ripetutamente con spranghe e calci, prevalentemente al volto e al capo. All’arrivo dell’automedica il paziente era incosciente e il medico ha proceduto all’intubazione”. L’ospedale Maggiore di Cremona non ha confermato né smentito. Secondo quanto hanno riferito compagni e amici del ferito, nella notte non è stato possibile operarlo e i medici avrebbero preferito aspettare la mattina di lunedì. L’uomo avrebbe una emorragia cerebrale molto estesa e sarebbe in pericolo di vita.
Dopo gli scontri, la polizia è intervenuta in assetto antisommossa e avrebbe caricato esponenti del centro sociale Dordoni che avevano “fermato” alcuni militanti neofascisti “per permetterne il riconoscimento”. Al centro sociale di Cremona sono arrivati militanti dalle città vicine per portare la loro solidarietà, decidendo di indire una manifestazione nazionale antifascista per il 24 gennaio, proprio nella città lombarda.
Casapound in serata aveva diramato un comunicato, ripreso dall’Ansa, in cui parlava di un loro militante “ferito grave” negli scontri, ribaltando la ricostruzione confermata dalla Questura. Dopo una nuova verifica con la Questura di Cremona, “l’unico ferito grave – ha confermato un funzionario di polizia – è quello del centro sociale Dordoni. C’è un ferito anche tra i militanti di Casapound ma si tratta di un ferito lieve“.

UN CONDONO DA CANCELLARE

Un condono da cancellare

 

Non posso fare a meno di dedicare qualche parola ad un fatto grave che è accaduto (o si è scoperto) in questi giorni. Mi riferisco al decreto fiscale approvato dal Governo, nel quale è contenuta una norma secondo la quale coloro che evadono o frodano il fisco in misura inferiore al 3% del loro imponibile non sono più perseguibili penalmente e sono solo tenuti a risponderne in sede amministrativa fiscale. Una sorta di “condono” che, di per sé, io considero grave e ingiustificato, perché contrario a diverse norme costituzionali (art. 3, 53, ecc.) e soprattutto contrario alla morale pubblica e privata, se non altro perché trasmette un messaggio negativo; che, cioè, evadere il fisco o addirittura frodarlo non assume quella gravità che giustifica l’applicazione della legge penale.

In una fase delicatissima della vita nazionale, tuttora colpita da una crisi economica da cui non si riesce ad uscire, i cittadini sono tenuti a contribuire, sul piano fiscale, all’utilità pubblica, perché si possa ridurre il debito pubblico e fare operazioni di giustizia sociale e di carattere economico nell’interesse della collettività. È singolare il fatto che dagli exploit compiuti contro gli evasori pochi anni fa (ricordate le incursioni della Finanza a Venezia, a Cortina e in altre località?) e all’intensa pubblicità sulla verificabilità delle entrate (ad esempio con la rigorosa emissione degli scontrini fiscali) si è passati non all’inasprimento delle sanzioni, verso chi prosegue sulla linea dell’evasione, ma all’indebolimento del sistema, da un lato mettendo in discussione l’utilità degli scontrini fiscali e dall’altro con questa specie di “condono”, che è davvero grave in sé. Ma lo è ancora di più per il fatto che riguarda perfino i casi di frode, dimenticando che in un Paese civile frodare lo Stato è un fatto gravissimo, perché priva di risorse una collettività stremata e colpisce al cuore il principio di uguaglianza (tantissimi lavoratori pagano le imposte fino all’ultimo euro e non ci pensano neppure a frodare il fisco, mentre non possono materialmente sottrarsi a quelli che dovrebbero essere i doveri di ogni cittadino).

Ma la norma c’è; e non è vero che si tratta di una norma giusta, come scrive qualche giornale, o irrilevante, per varie ragioni: anzitutto perché non è vero che esclude la punibilità per qualche errore materiale, magari di poco conto (la frode è un atto volontario, è un imbroglio e quindi l’errore proprio non c’entra); in secondo luogo perché si tratterà di poca cosa per alcuni, che hanno un reddito minimo, ma non lo è più quando il reddito imponibile è elevato, perché allora anche il 3% rappresenta un valore comunque rilevante. Per fare un esempio (lo ricavo da quanto scrive un insospettabile quotidiano) Mediaset ha un imponibile di 410 milioni di euro, nel 2012 e dunque restare al di sotto del 3% significherebbe non essere considerati punibili per 4,9 milioni evasi (con frode) nel 2012 e 2,6 nel 2013. Dunque, per i titolari di un reddito consistente, il vantaggio non è dappoco, così come non è dappoco il danno subito dallo Stato.

Ci diranno che tutto questo serve a recuperare entrate, perché comunque il contribuente è tenuto a pagare le imposte evase e gli accessori; ma non si fa cassa violando principi costituzionali e soprattutto non lo si può fare giustificando un fatto grave come la frode, per la quale è (meritatamente) prevista la sanzione penale. La questione è dunque di carattere generale, tant’è che solo dall’interno del Governo sono emerse voci contrarie, anche vibratamente, quanto meno per ciò che attiene alla frode. Ma poi è stato facile accorgersi che questo provvedimento avrebbe favorito anche Berlusconi, consentendo perfino – secondo alcuni – l’inapplicabilità della legge Severino e secondo altri giustificando, in prosieguo, la concessione di una grazia tanto sospirata e tanto grave quanto – finora e giustamente – negata.

Un fatto grave, dunque, in generale e per gli aspetti “personali”, che potrebbe assumere. Un fatto tale da chiedersi come abbia potuto verificarsi. All’inizio, tutti ne hanno negato la paternità. Poi, se l’è assunta il Presidente del Consiglio, forse per non compromettere la delicata posizione del Ministro dell’Economia, in una fase in cui il suo nome circola fra quelli “papabili” per il Quirinale. Ma lo ha fatto in modo assai strano e, comunque, negativo. Se si commette un errore grave (tutti i giornali ne parlano) o si compie un tentativo di favorire personaggi o società potenti e, più in particolare, un politico noto, che si fa di solito quando la vicenda viene alla luce? Si corre ai ripari. Ma il Presidente del Consiglio lo fa prima a metà dicendo che il provvedimento sarà ripensato (che è cosa diversa dal dire che sarà modificato) e aggiunge che, però, lo si farà dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.

Ma perché? Che collegamento c’è? Un sottosegretario all’Economia ha detto in questi giorni che basterebbe, con un piccolo tratto di penna, escludere almeno il caso di frode. Dunque una cosa semplice, per noi inappagante per tutte le ragioni già dette, ma semplice. E invece no. Sono stato invitato, di recente, da un lettore, a non pensare male: e volentieri lo farei. Ma l’attento lettore mi consentirà che si sta facendo di tutto per indurre il cittadino a pensare male: prima si fa una norma inqualificabile sotto il profilo fiscale, per l’evasione, ed a maggior ragione per la frode; e non si sa chi è stato e come ha potuto essere indotto in “errore” l’intero Governo (a che serve la collegialità, se possono accadere cose simili?); poi, quando il fatto diviene pubblico, non si fa quello che farebbe ognuno di noi, in casi consimili, cioè correre ai ripari subito, con chiarezza estrema, anche per eliminare alla radice ogni possibile errore o sospetto.

Ma c’è di più: nelle dichiarazioni più recenti il Presidente del Consiglio rinvia ogni decisione al 20 febbraio e per di più non chiarisce, anzi usa formule ambigue e preoccupanti (“si può cambiare e io non sono interessato”). Davvero difficile da capire perché mai non si voglia prendere una posizione netta e precisa su una vicenda così scottante. In queste condizioni, siamo costretti alla più attenta vigilanza; seguiremo la vicenda passo passo e non saremo tranquilli fino a quando ogni rischio di favorire i potenti (e fra questi quel personaggio pubblico a cui tutti hanno pensato) non sarà completamente sventato nell’unico modo possibile: una modifica dell’articolo “incriminato” chiara, netta, precisa, inequivocabile.

Per noi, bisognerebbe cancellare l’intero ”condono”; ma se proprio non lo si volesse fare, bisognerebbe – quanto meno – cancellare l’applicabilità del provvedimento alla ipotesi di frode e ridurre ulteriormente la percentuale (che sembra minima, ma non lo è) anche per i semplici evasori. A questa vigilanza invito tutti, in primis i parlamentari di buona fede e di sani sentimenti: si tratta di un decreto delegato e il Parlamento dovrà esprimere il suo parere, sia pure non vincolante. E lo faccia a piena voce e con chiarezza estrema, se vuole ancora godere di un minimo di fiducia da parte dei cittadini.

Ma l’invito alla vigilanza lo rivolgo anche alla società civile, che ha nel suo seno tante persone, magari silenti, ma democratiche, di buona fede e che ci tengono al perseguimento degli interessi pubblici e non di quelli privati. E lo rivolgo, infine, anche a tutta la mia Associazione, perché si impegni per chiarire, informare, reagire. Non è materia opinabile. Si tratta di un nostro dovere assoluto, di esercitare quella “coscienza critica” a cui ci ha richiamato il Congresso e di pretendere l’applicazione dei principi costituzionali che ho richiamato e che hanno un grande valore – sul piano penale – anche perché strettamente collegati a due temi fondamentali quali la moralità pubblica e la solidarietà.
Naturalmente, il mio invito alla riflessione ed alla vigilanza è rivolto anche a quelli – fra noi – che si dolgono quando siamo costretti a criticare operazioni per noi inaccettabili, da parte del Governo, del Parlamento oppure, in genere, della politica. Ritengo che su una questione del genere non ci possano essere distinzioni o posizioni diverse tra noi, se davvero siamo convinti del nostro ruolo e della necessità che lo svolgiamo appieno, nell’interesse del Paese.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi

 

LA BALLATA DEL 3%

dal sito Libertà e Giustizia

La ballata del 3%

di Elisabetta Rubini

La vicenda della “clausola di non punibilità” scivolata dentro nel decreto approvato dal Consiglio dei Ministri la vigilia di Natale presenta sfaccettature divertenti. Come abbiamo letto, una apposita commissione, presieduta da un autorevolissimo fiscalista ed ex presidente della Corte Costituzionale, lavorava da mesi al testo della legge delega in materia fiscale, in coordinamento con il Ministero dell’Economia. Il testo licenziato dalla commissione non conteneva alcuna disposizione mirante a depenalizzare le condotte di evasione e frode fiscale la cui rilevanza si attestasse al di sotto del fatidico 3% del reddito del pertinente periodo di imposta. Una simile norma, come denunciato tra l’altro da Maria Cecilia Guerra, viceministro del lavoro, non troverebbe giustificazione, specie per le condotte di frode, privilegiando tra l’altro gli evasori ricchi rispetto a quelli poveri. Infatti, una evasione di 10.000 euro condurrebbe in galera un soggetto con un reddito inferiore a 300.000 euro, mentre sarebbe penalmente irrilevante per chi ha redditi superiori. Se davvero si voleva depenalizzare le violazioni meno gravi, non era più semplice e meno iniquo stabilire una soglia aritmetica al di sotto della quale escludere la sanzione penale?

RADIOPOPOLARE E LA LIBERAZIONE

 
“Radio Milano Liberata”

25 aprile 1945 – 25 aprile 2015: al via sabato 10 gennaio il progetto di Radio Popolare per il 70esimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.
Ogni settimana 50 minuti di interviste, racconti e musica per tornare alle giornate dell’Insurrezione di Milano, fare un tuffo nella memoria e passare il testimone alle nuove generazioni.
Ascolterete le testimonianze di partigiani e antifascisti che raccontano la guerra, la Resistenza, il 25 aprile. Da Luigi Pestalozza, poi musicologo di fama, a Liliana Segre, incarcerata a San Vittore poi deportata ad Auschwitz. Dalla nipote di Giacomo Matteotti, Laura Fabbri Wronowska al comandante del Fronte della Gioventù, Quinto Bonazzola.

Vi racconteremo i luoghi significativi della guerra e della Liberazione a Milano: il Piccolo Teatro, sede della sanguinaria Legione Muti. L’Arcivescovado, dove il cardinale Schuster tentò il 25 aprile un’impossibile mediazione. O ancora il carcere di San Vittore, vero e proprio campo di concentramento per detenuti politici ed ebrei. Il quartiere di Niguarda, dove partì l’insurrezione, e piazzale Loreto, con l’epilogo della vicenda di Benito Mussolini.

Vi proporremo i ritratti dei protagonisti di quei giorni, da Luigi Longo con lo storico Alexander Hoebel, al primo sindaco della Milano democratica Antonio Greppi raccontato da Carlo Tognoli, dal capo delle SS Theo Saewecke ricordato dal figlio di uno dei martiri di piazzale Loreto fino alla staffetta partigiana Gina Galeotti Bianchi, nome di battaglia Lia, di cui vi dirà tutto il regista Renato Sarti.

Il tutto accompagnato da rassegne stampa e canzoni dell’epoca e dai canti della Resistenza.

Autori: Lorenza Ghidini, Danilo De Biasio e Silvia Giacomini.

Consulenza storica: Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.

 

Dal 10 gennaio 2015 e fino al 25 aprile, ogni sabato alle 11.30 su Radio Popolare va in onda “Radio Milano Liberata”

Ascoltabile in diretta anche su  radiopopolare.it          FM 107,6
o sempre, dopo l’emissione radiofonica, su  radiomilanoliberata

Altre informazioni sul sito di Radio Popolare

 

Da: Il Ribelle

“La nostra rivolta non data da questo o da quel momento, non va contro questo o quell’uomo, non mira a questo o quest’altro punto del programma: è rivolta contro un sistema e un’epoca, contro un modo di pensiero e di vita, contro una concezione del mondo.

Oggi noi, i superstiti, raccogliamo l’insegna caduta e nuovamente l’agitiamo alta, ribelli al tacito accondiscendere, ribelli alla supina accettazione, ribelli all’infame compromesso mortificatore degli animi e delle coscienze.

Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti e del lavoro, nei popoli e fra i popoli, anche quando le scadenze paiono lontane e i meno tenaci si afflosciano: a denti stretti anche quando il successo immediato non conforta del teatro degli uomini, perché siamo consapevoli che la vitalità d’Italia risiede nella nostra costanza, nella nostra volontà di resurrezione, di combattimento, nel nostro amore.

Chi non rispetta in sé e negli altri l’uomo, ha l’anima di schiavo….

 

Non vi sono “liberatori”, solo uomini che si liberano.”

Teresio Olivelli

IL SOVRANO IN ITALIA E’ LO STATO, NON IL POPOLO

Zagrebelsky: il sovrano in Italia è lo Stato, non il popolo

Alcune riflessioni di introduzione ad un importante testo del costituzionalista G. Zagrebelsky.

Il Partito Democratico di Renzi non è in grado e non vuole risollevare le sorti del Paese, sempre più avvitato in una crisi economica e sociale gravissima, destinata a destabilizzare, alla fine, anche il quadro politico ed istituzionale. 

Di “democratico” il partito al governo ha ben poco. In una democrazia “normale” il Capo dello Stato, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che sancisce l’incostituzionalità della legge elettorale, avrebbe indotto il Parlamento a riscrivere, rapidamente, una legge elettorale costituzionale e avrebbe, subito dopo, sciolto il Parlamento e indetto nuove elezioni.

Nulla di tutto questo, invece, è accaduto e viviamo l’inaccettabile situazione di un Parlamento politicamente delegittimato che sta radicalmente modificando la Costituzione, per altro in senso nettamente oligarchico e antidemocratico.  Il Governo, per altro, attacca i residui diritti dei lavoratori con il famigerato Job act, che non produrrà un solo posto di lavoro in più, aumenterà lo sfruttamento del lavoro e renderà sempre più obsoleto il nostro sistema industriale.

Questa lettura della fase politica attuale è avvalorata da una importante riflessione di Zagrebelsy, che mette in luce la problematicità della sentenza con la quale è stata dichiarata l’incostituzionalità della legge elettorale voluta dalla destra. Riporto solo una parte del testo, che potete leggere per intero cliccando qui.

Uno dei problemi più complessi della sentenza riguarda la legittimità o meno di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale; e la legittimità del Parlamento porta con sé anche la legittimità di tutto il suo operato. Scrive l’A., tirando le fila del proprio ragionamento: “Quando si guarda dietro alle parole, si vede che dietro lo Stato stanno forze politiche e si può concludere con l’inquietante constatazione che la sentenza della Corte, liberandole dal vincolo della Costituzione, ne ha legittimato la nuda forza, priva di diritto, e ha de-costituzionalizzato la politica.” 

Il lettore permetterà una chiosa: non creda, infatti, che il problema sia “la politica” ; non creda, come si ostina a sottolineare il Corriere della sera, cioè la “migliore” borghesia nostrana, che il problema è la “casta politica”. La politica, in effetti, non è che l’espressione di ben precisi e precisabili appetiti economici e sociali, quegli stessi appetiti che con la crisi economica colgono l’occasione per il consolidamento del proprio potere. 

LM

 

La Corte non sembra porsi problemi troppo difficili, poiché essa ritiene che, comunque, tutto resti fermo e valido, sia con riguardo agli atti anteriori che a quelli posteriori alla sua sentenza, sulla base o del “fatto concluso” o della “continuità dello Stato”. Ad abundantiam, la sentenza mette insieme al principio di continuità dello Stato due norme costituzionali (gli artt. 61, comma 2, e 77, comma 2) che riguardano la perduranza di funzioni di Camere regolarmente elette fino al momento in cui subentrano le successive. Sono riferimenti inconferenti, tuttavia, perché hanno a che vedere con specifiche, prevedibili e quindi, in questo senso, normali esigenze di continuità, ma certamente non riguardano (anzi, potrebbero essere interpretate esattamente a contrario) la situazione abnorme, aberrante, di Camere prive di titolo conforme alla Costituzione.
Il ricorso al principio di continuità dello Stato, nei termini della sentenza che si commenta, è definito “devastante” da Lanchester. All’evidenza, ci deve essere stato qualche disagio nello scrivere questa parte della motivazione nella quale abbondano inconsuete parole d’auto-sostegno, quasi in funzione di difesa preventiva: non solo l’ “oltre ragionevole dubbio”, anche un “è evidente”, un “è appena il caso di ribadire”, un “vale appena ricordare”: tutte espressioni che, se fosse davvero così, non avrebbero avuto ragione d’essere state scritte. Siamo di fronte, infatti, nientemeno che alla contraddizione del principio in base al quale possiamo dire di vivere in uno “stato costituzionale” e non, semplicemente, in uno “Stato che ha una costituzione” o sotto una “costituzione dello Stato”. Con linguaggio preciso: Verfassungsstaat contro Staatsverfassung. Lo “Stato che ha una costituzione” è quello cui si attribuisce una sostanza politica, un’esistenza reale e autonoma che precede e, dunque, condiziona la Costituzione. La sua massima è rex facit legem. L’esistenza d’una costituzione è soltanto un’eventualità: importante ma non essenziale. L’essenziale è lo Stato. Se tra la Costituzione e lo Stato si crea una contraddizione, allora la costituzione cede allo Stato e lo Stato può scrollarsi di dosso l’ingombro rappresentato da una legge ch’esso stesso, per tempi più tranquilli, si è data. Chi è il sovrano? È lo Stato, come dice implicitamente la Corte, o è la Costituzione (o il popolo che agisce nelle forme e nei limiti della Costituzione) come dice l’art. 1, comma 2 Cost. e come pretende la tradizione del costituzionalismo alla quale diciamo di appartenere, la quale si riconosce nella massima contraria lex facit regem? Quando si guarda dietro alle parole, si vede che dietro lo Stato stanno forze politiche e si può concludere con l’inquietante constatazione che la sentenza della Corte, liberandole dal vincolo della Costituzione, ne ha legittimato la nuda forza, priva di diritto, e ha de-costituzionalizzato la politica.
Sorge la domanda: fino a quando la Costituzione, che pure ha mostrato il suo volto nella parte sostanziale della sentenza potrà essere lasciata da parte? Fino a quando? Fino a «nuove consultazioni elettorali», dice la Corte. Pace fa osservare che ciò non significa, di per sé, «fino alla scadenza normale della legislatura» (Senato della Repubblica. Commissione affari costituzionali, Audizione. 13 maggio 2014). Nel mondo della politica, invece, le nuove consultazioni s’intendono quelle alla scadenza quinquennale, a meno dello scioglimento anticipato delle Camere cui si addivenga per ragioni indipendenti dalla sentenza della Corte che ne ha sancito l’illegittimità costituzionale. Ma, se questo Parlamento, prima della sua scadenza (come appare ben possibile, se non probabile, guardando i primi passi della riforma elettorale voluta dal governo) approvasse una legge incostituzionale tanto quanto quella annullata dalla Corte e sulla base di questa legge si andasse a votare, varrebbe ancora la dottrina della continuità dello Stato per sanare il vizio costitutivo del Parlamento successivo? In realtà, la risposta al “fino a quando” è incerta; potrebbe essere: fino a quando piacerà a chi è al governo. Il principio di continuità dello Stato proietta la sua ombra molto lontano. Ecco dove porta il realismo di cui la Corte ha dato prova nella parte finale della sua sentenza: un realismo contro la Costituzione. Almeno, se avesse taciuto e non avesse trasfigurato un argomento fattuale in argomento di diritto costituzionale e non l’avesse trasformato in dottrina giuridica positiva, non avrebbe sollevato dalle loro responsabilità coloro che avevano — e hanno — il compito di provvedere quanto prima possibile al ripristino della normalità costituzionale.
La dottrina medievale e poi i padri del costituzionalismo moderno distinguevano due tipi di tirannia: ex defectu tituli e quoad exercitium. La distinzione è perenne e vale anche nel nostro caso. Nel diritto monarchico, il titulus legittimo stava nell’accertata discendenza regale; nel diritto democratico, sta nella regolare investitura elettiva. Quando l’azione dei governanti (l’exercitium) è benefica, si passa facilmente sopra la questione dell’origine del loro potere (il titulus). Ma, quando benefica non è più, è inevitabile che i cittadini si domandino il perché dell’obbligazione politica, cioè si chiedano quale ragione c’è di ubbidire a uno che, oltre che non benefico, è anche abusivo. In epoca monarchica, le controversie sulla legittima successione erano la fonte dei contrasti politici più acuti. La stessa cosa, cambiati gli addendi, non c’è motivo perché non si possa riprodurre in epoca democratica. Meglio fermarsi qui.