IMPEDIRE IL RADUNO NEONAZISTA

APPELLO ANPI:

impedire il raduno nazifascista europeo


Appello dell’Anpi lombardo a tutti i rappresentanti delle istituzioni per impedire che a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, si svolga un raduno europeo di nazi-fascisti e razzisti.

La notizia si era già diffusa. Dal 12 al 14 settembre, in una località non ancora precisata della Lombardia (secondo indiscrezioni nella periferia Nord di Milano), è previsto un raduno neonazista promosso da Forza Nuova al quale parteciperanno formazioni che si caratterizzano per la loro carica antisemita, xenofoba e razzista provenienti da tutta Europa.

L’ANPI Lombardia ha già sollecitato le autorità competenti e le Istituzioni chiedendo che il raduno neonazista, che si pone in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza e dalle leggi Scelba e Mancino, venga vietato.

“Nel malaugurato caso di autorizzazione del raduno neonazista – si sottolinea – l’ANPI Lombardia propone fin d’ora che si tenga una grande unitaria e democratica manifestazione antifascista a livello regionale le cui modalità verranno comunicate tempestivamente”.

Nel frattempo, il Presidente dell’Anpi lombardo, Tullio Montagna, ha inviato una lettera ai consiglieri regionali, ai parlamentari lombardi, a Cgil, Cisl, Uil, alle segreterie regionali dei partiti, alle Acli, all’Aned e alle altre associazioni partigiane per una mobilitazione democratica e antifascista.

Questo il testo:

“Come avrete appreso dalla stampa, si sta tentando di organizzare un raduno neo-nazifascista europeo in Lombardia nei giorni 12,13 e 14 settembre.
L’infezione nazi-fascista, con i miti del capo, della forza, della razza, degli “eletti” e dei reietti, intrisi di intolleranza, violenza, razzismo, xenofobia, omofobia, e nostalgia dei regimi del ‘900 nei quali tutto ciò si era fatto Stato, sta riprendendo virulenza in Europa.
I drammi della crisi economico-finanziaria, la paura della globalizzazione e dei “pericoli e danni” che ci arrecherebbe – complice una politica che poco governa, elabora, propone – risvegliano il “fondo nero” degli individui e dei popoli, fanno riemergere gli istinti ancestrali dell’assalto e della fuga, dell’aggressività e della paura.
La Lombardia sta diventando un territorio “privilegiato” per le nuove destre eversive, anche per le “distrazioni e le minimizzazioni di troppi, nella società e nelle istituzioni.
Vi chiediamo pertanto di farvi carico anche di questo problema e di operare, ciascuno secondo ruolo e possibilità, perché non solo questo convegno dell’inciviltà e dell’intolleranza non abbia luogo, ma anche perché non trovino più spazi e agibilità in Lombardia rigurgiti nazifascisti più o meno travestiti.
L’ANPI Lombardia Vi ringrazia dell’attenzione e, consapevole che su questi temi è indispensabile l’unità di tutte le forze democratiche, chiede di avere (e di dare) notizie sulle iniziative che ciascuno vorrà intraprendere.


Cordiali saluti
A.N.P.I. LOMBARDIA”

IMPEDIRE IL RADUNO DEI NAZIFASCISTI

IMPEDIRE IL RADUNO DEI NAZIFASCISTI EUROPEI

“L’Anpi provinciale di Milano esprime la propria profonda indignazione e la propria ferma condanna per il raduno neonazista promosso da Forza Nuova al quale parteciperanno formazioni  che si caratterizzano per la loro carica antisemita, xenofoba e razzista, provenienti dal nostro continente”.

Inizia così la presa di posizione di Roberto Cenati, presidente dell’Anpi milanese a proposito del cosiddetto “Festival Boreal”, una kermesse politico-musicale aperta a tutti i gruppi dell’ultra destra europera giunto alla seconda edizione.

La manifestazione dovrebbe svolgersi secondo gli organizzatori dal 12 al 14 settembre in una località non meglio precisata a Nord di Milano.

“Il raduno si pone in aperto contrasto con i principi e i valori sanciti dalla Costituzione repubblicana nata della Resistenza di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario e si contrappone nettamente, per i suoi contenuti,  ai valori della nostra civiltà fondata sugli ideali nati con la rivoluzione inglese, francese e con il movimento operaio, che sono poi i valori della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, della pace”.

“Mentre chiamiamo gli antifascisti e i cittadini alla massima vigilanza democratica, chiediamo alle Istituzioni e alle autorità competenti di intervenire per impedire che queste inaccettabili e provocatorie iniziative che si pongono in aperta violazione della Costituzione e delle leggi vigenti possano aver luogo a Milano capitale della Resistenza o in altri comuni della nostra Regione”.

RADUNO NEONAZISTA A ERBA

COMUNICATO

L’ANPI e le associazioni antifasciste comasche esprimono tutta la preoccupazione per l’aumento di attività da parte di organizzazioni neofasciste e neonaziste presenti sul territorio.

Esprimono inoltre la propria preoccupazione per l’assenza di interventi da parte delle autorità anche di fronte a episodi di delinquenza come quello di Cantù, dove i neofascisti di Forza Nuova hanno imbrattato con scritte razziste i negozi gestiti da immigrati cinesi, o come quello del 25 aprile a Como quando sono stati coperti i manifesti del Comune affissi per la celebrazione della festa nazionale; in questi episodi si sommano gli aspetti dell’apologia del fascismo e del razzismo con veri e propri danneggiamenti, tutti reati contemplati dalle leggi, che restano impuniti.

Senza mettere in dubbio l’attività di costante monitoraggio svolto dalle autorità di Polizia nei confronti di queste forze sovversive, chiediamo però con forza che dal semplice controllo si passi ad una fase più concreta. Tali e tanti sono i fatti di questi ultimi mesi riconducibili agli ambienti neofascisti che diventa semplicemente difficile citarli tutti, ci limiteremo ai più eclatanti: Militia di Como è da sempre in stretti rapporti con alcune vecchie figure dell’eversione nera degli anni Settanta. Solo un paio d’anni fa, il 14 gennaio 2011, presso la sala della circoscrizione n. 4 a Camnago Volta, invitò a una pubblica conferenza Stefano DelleChiaie, ex capo di Avanguardia nazionale, e Giancarlo Rognoni, il leader milanese di Ordine nuovo, condannato per la tentata strage del 7 aprile 1973 sul treno Torino-Roma. Il 12 maggio scorso Militia ha presentato a Lecco (sempre in una sala di un consiglio di zona) il libro “Atmosfere in nero” di Mario Merlino, noto provocatore di Avanguardia nazionale ala fine degli anni Sessanta (passò alla storia per le sue infiltrazioni a sinistra). Dal canto suo, sempre a Como, il 27 gennaio 2012, Forza nuova organizzò nella sua sede in via Napoleona, 1 la proiezione di “Wissen macht frei”(“La conoscenza rende liberi”), il primo documentario negazionista dell’Olocausto edito in Italia, nell’occasione definito “pesce d’aprile ebraico”. La Digos ne sequestrò una copia. A organizzare l’evento fu Mirko Viola, arrestato nel novembre 2012, e successivamente condannato a due anni e otto mesi, “per associazione per delinquere facente capo alla Sezione italiana del sito Stormfront”, dedito, secondo il mandato di cattura, “alla diffusione di ideologie razziste”,  ma anche (secondo la sentenza) alla costituzione “di un gruppo operante con una struttura più ampia avente le caratteristiche tipiche di movimenti che ricordano lo spontaneismo armato di alcune formazioni di estrema destra operanti in Italia a cavallo degli anni ’80”. Nelle motivazioni della stessa sentenza, oltre alle minacce a giornalisti e a rappresentanti della comunità ebraica romana, è stato evidenziato anche il passo in cui Viola si dice pronto “a portare una bella testa di maiale grondante sangue da lanciare contro i mussulmani”. Evidentemente a questo tipo di atteggiamento si richiama la locandina approntata per la prossima “grigliata nostalgica” in territorio comasco, dove troneggia un maiale sorridente. Un palese omaggio in chiave razzista proprio a Mirko Viola, per altro nuovamente in carcere (a San Vittore) da pochi giorni per aver violato gli obblighi degli arresti domiciliari. Mentre arrivano le adesioni del veneto Fronte skinheads di Piero Puschiavo, dell’associazione Raido di Roma (un gruppo di fanatici di Evola e di Godreanu, il fondatore della Guardia di ferro rumena), di Maurizio Morelli dello spazio Ritter di Milano, dell’associazione Zenit (tra i promotori della manifestazione del 15 giugno scorso a Roma di tutta l’estrema destra in difesa del dittatore siriano Assad), del Gud di Trieste (Gruppo unione difesa), il rischio evidente è il possibile ripetersi in Lombardia di appuntamenti a carattere nazionale, con il convergere da più parti di militanti neonazisti, come già accaduto il 20 aprile a Varese (per il compleanno di Hitler) e a Milano, presso Rogoredo (organizzato dagli Hammer) il 15 giugno appena passato. Che non si tratti di una semplice grigliata fra amici, con contorno di danze nazirock (sul palco sono attesi i Malnatt e i Gesta Bellica), è più che evidente.

Sarebbe tempo di vietare appuntamenti di questa natura, luogo privato o meno, il cui scopo, in definitiva, è solo quello di propagandare l’odio razziale.

A tale scopo le associazioni e i partiti firmatari si impegnano ad attivare le forze politiche e i parlamentari della nostra circoscrizione al fine di avere un incontro con le autorità locali e a valutare altre iniziative a livello nazionale.

Aderiscono: ANPI, ARCI, Ass. ITALIA-CUBA, CGIL COORDINAMENTO COMASCO per la PACE, ISTITUTO di STORIA CONTEMPORANEA P.A. PERRETTA, PD, PdCI, PRC, SEL.

ANCORA VIA RASELLA

Le mistificazioni di Baudo su via Rasella. L’Anpi chiede alla Rai di rettificare

L’ANPI ritiene indispensabili un preciso chiarimento e una reale precisazione dei fatti nel corso della stessa trasmissione o in qualsiasi altra forma pubblica, per ristabilire la verità. In caso contrario, l’ANPI si riserverà di esperire ogni necessaria azione a tutela dell’immagine e dell’onore dei partigiani, come espressamente richiesto e previsto dal suo Statuto. La Segreteria nazionale dell’Anpi risponde così alla mistificatoria ricostruzione dell’attentato di via Rasella e alla successiva feroce rappresaglia nazi-fascista alle Fosse Ardeatine compiuto da Pippo Baudo nella sua trasmissione su Rai Tre.

“Abbiamo appreso, con sdegno, quanto è stato detto – a proposito di via Rasella e delle Fosse Ardeatine – nel corso della trasmissione di lunedì 8 luglio su Rai 3, in prima serata, nel programma “Il viaggio”, condotto da Pippo Baudo; ed abbiamo apprezzato il pronto intervento dell’ANPI di Roma, con esatte puntualizzazioni. I tentativi del conduttore  Pippo Baudo, pubblicati sulla stampa nazionale, di attenuare e chiarire sono stati, in un certo senso, peggiori del male, perché alla fine si è avallata ancora la tesi della responsabilità dei partigiani per quanto è avvenuto, a Roma, in quel tragico marzo del 1944, insistendo nella deformazione dei fatti e nella formulazione di giudizi oltraggiosi e sommari.”

“L’ANPI – sottolinea la segreteria nazionale – tiene a ricordare agli ignari e a coloro che vogliono dimenticare o deformare la realtà: che l’azione condotta dai partigiani (fra cui Bentivegna e Capponi) è stata riconosciuta come legittima azione di guerra da due sentenze della Cassazione, pronunciate rispettivamente in sede penale e civile; che da tutti gli atti dei processi risulta con chiarezza che non ci fu nessun avvertimento preventivo, né fu offerta alcuna possibilità per i partigiani di assumersi  la responsabilità di salvare vite umane, per la semplice ragione che invece i comandi tedeschi decisero di comunicare la notizia dell’eccidio alle Fosse Ardeatine solo dopo l’esecuzione; che i Gap che operarono dopo l’8 settembre, erano gruppi d’azione patriottica e non possono essere confusi con i gruppi armati proletari, costituiti dai terroristi molti anni dopo; che infine Bentivegna non è mai stato parlamentare, mentre è assolutamente pacifico che a lui fu assegnata una medaglia d’argento ed alla Capponi una medaglia d’oro proprio per le azioni compiute nella Resistenza, a Roma  e altrove; che, infine, alcune delle affermazioni effettuate nel corso della trasmissione anche dal direttore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sono state definite false da una sentenza del 2007 della Corte di Cassazione”.

“L’ANPI nazionale ritiene indispensabile che vengano effettuati un preciso chiarimento e una reale precisazione dei fatti nel corso della stessa trasmissione o in qualsiasi altra forma pubblica, per ristabilire la verità. A questo fine formula una precisa richiesta indirizzata non solo ai protagonisti della recente vicenda, ma anche al presidente e al direttore generale della Rai; richiesta che sarà proposta anche in modo formale, riservandosi l’ANPI in caso contrario di esperire ogni necessaria azione a tutela dell’immagine e dell’onore dei partigiani, come espressamente richiesto e previsto dallo Statuto dell’Associazione. Non può, non deve essere consentito, infatti, di infangare l’onore e l’immagine di partigiani combattenti, il cui contributo alla lotta di Liberazione è stato ampiamente e definitivamente riconosciuto, al di là di ogni mistificazione e di ogni strumentalizzazione”.

RASSEGNA STAMPA:

la Repubblica:  http://www.repubblica.it/politica/2013/07/12/news/anpi_a_rai_chiarimenti_su_via_rasella_o_ci_saranno_azioni_per_difesa_partigiani-62847457/

AgenParl: http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20130712-rai-l-anpi-contro-baudo-sulle-fosse-ardeatine

Corriere della sera: http://www.corriere.it/cronache/13_luglio_10/baudo-polemizza-con-anpi-attentato-via-rasella_244d51ce-e973-11e2-a2a0-aaafeae20fe9.shtml

Il Messaggero: http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/via_rasella_baudo_anpi/notizie/302819.shtml

AFFILE

Lo sconcio di Affile: perchè le istituzioni non intervengono?

Il 29 giugno si è svolta ad Affile un’altra manifestazione neofascista.  Con omaggio al criminale di guerra fascista, Graziani. Con contorno di saluti romani e del tradizionale (e fascistissimo) presente. Uno sconcio che non finisce e che nessuno si decide a bloccare. L’ANPI Nazionale si unisce alla protesta e chiede fermamente che chi ha il potere di intervenire lo faccia, presto e bene, perché questa situazione è, ormai da tempo, intollerabile.

Finora – commenta il presidente Carlo Smuraglia – c’è stato soltanto l’intervento positivo del Presidente della regione Zingaretti. Ma il Governo continua a considerarlo un fatto locale; la Magistratura, investita da mesi di una nostra denuncia, ancora non ha preso provvedimenti concreti. E’ apprezzabile il fatto che – rispetto a molti silenzi del passato – l’on. Monica Gregori abbia presentato un’interpellanza parlamentare il 26 giugno scorso. Sono curioso di vedere la risposta del Governo delle larghe intese.

Importante e tempestivo anche il comunicato di protesta emesso dall’Anpi  di Roma. Ma ciò che occorre è togliere il pretesto per queste manifestazioni, che nessuno pensa di vietare. E il pretesto è il famoso “sacrario”, che dovrebbe essere abbattuto per ordine dell’autorità o destinato ad altre (lecite) finalità. E’ ora che le Istituzioni di una Repubblica democratica e antifascista intervengano in modo risolutivo, prima che Affile  diventi meta di continui e vergognosi pellegrinaggi.

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE ANPI

NOTAZIONI DEL PRESIDENTE DELL’ANPI CARLO SMURAGLIA

Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone
intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato,
dimostra con chiarezza che tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali,
c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli
obiettivi fondamentali
Oplà. Chi dubitava, chi pensava che esagerassimo, chi credeva alle “buone intenzioni”, è servito. Un emendamento di alcuni esponenti del PDL, al Senato, dimostra con chiarezza che
tra gli obiettivi del percorso di riforme costituzionali, c’era – eccome – anche la giustizia. Anzi, per qualcuno, è addirittura uno degli obiettivi fondamentali.
Si tratterebbe, secondo l’emendamento, di inserire nella legge costituzionale che si sta esaminando in Parlamento, tra i temi da discutere, oltre alle indicazioni già note, anche quelle relative alle tematiche inerenti alla giustizia, cioè di un tema che non compariva nel quadro degli accordi di governo e che, finora, sembrava da tutti ignorato.
Non c’è neppure da stupirsi, perché di fatto qualcosa di analogo è già accaduto, diversi anni fa, all’epoca della Bicamerale. Si era giurato che non si sarebbe parlato di giustizia e poi, un giorno venne fuori che di giustizia bisogna occuparsi, a fondo; fu nominato un relatore a fu poi predisposto un testo, che per fortuna è finito nel nulla ed ivi è bene che resti.
Naturalmente, il primo firmatario dell’emendamento ha dato spiegazioni, quasi sorpreso del clamore suscitato: l’obiettivo è un altro, ha detto; è solo quello di adeguare anche alcune disposizioni che riguardano la giustizia nel caso venga mutata la forma di governo e – magari – la figura e i poteri del Presidente della Repubblica. Vogliamo credergli? E’ un po’ difficile, ma diamo pure per scontata la buona fede; in tal caso, però, si sarebbe aperta, comunque, una porta entro la quale potrebbe infilarsi chiunque, e con più ampi e pericolosi obiettivi.
Da ciò la viva preoccupazione di molti. Non perché la giustizia non abbia bisogno di
interventi, ma perché quelli che necessitano non sono di natura costituzionale; dunque, se si volesse inserire il tema della giustizia nel processo delle riforme costituzionali, non sarebbe certo per occuparsi della durata dei processi, dell’organizzazione strutturale della giustizia o altro.
In realtà, se si entra nel terreno costituzionale, si finisce sempre per mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, cioè un tema che non riguarda tanto l’organizzazione materiale di un servizio importante, quanto princìpi e valori di fondo della nostra Costituzione, sia desumibili della prima parte che ricavabili dalla seconda.
Bisogna dire, allora, con forza, che sotto questo profilo “la giustizia non si tocca”, perché autonomia e indipendenza sono una garanzia per i cittadini, imprescindibile e non trattabile.
Anche coloro che nutrono diffidenza nei confronti dei Magistrati, dovrebbero convincersi facilmente che il problema non è degli errori (sempre possibili), e neppure delle condotte arroganti e perfino degli abusi, perché questi mali sono tutti eliminabili, là dove sussistano, con rimedi ordinari, senza alcun bisogno di disturbare la Costituzione.
Chiediamoci, insomma, di che cosa ha bisogno il Paese, sotto questo profilo. Ebbene, l’elenco è presto fatto: di una giustizia celere, uguale per tutti, ispirata all’esigenza di rispetto delle leggi, ma anche capace di includere le ragioni dell’equità e del buon senso; di Magistrati che facciano il loro dovere, secondo i normali canoni (vedi l’art. 97 della Costituzione), nella piena consapevolezza di essere a quel posto per rendere un importante servizio ai cittadini ed alla collettività; di una giustizia moderna, funzionante secondo i più avanzati sistemi organizzativi, ma al tempo stesso in piena indipendenza ed autonomia rispetto agli altri poteri; di una
giustizia che ubbidisca alla legge, sapendo peraltro che a fondamento dell’intero sistema legislativo è la Costituzione, anche come canone interpretativo di tutta la normativa; infine, di una giustizia imparziale.
Bene, per molti di questi aspetti, non c’è problema, perché io sono convinto che,
mediamente, la nostra è una giustizia imparziale, che tende a rispettare il principio di
uguaglianza (anche se, talora, con qualche difficoltà). E sono convinto che la media dei Magistrati è intimamente indipendente e sufficientemente acculturata. D’altronde, c’è un organo di autogoverno (il CSM) che presiede a tutto questo e che ha bisogno di funzionare meglio, piuttosto che di essere riformato. E per migliore funzionalità si intende quella di un Consiglio più libero dal peso delle correnti, per quanto riguarda la componente dei Magistrati, ma anche più libero dal peso delle provenienze, per quanto riguarda la componente di nomina parlamentare. Sono due problemi, questi, che difficilmente possono essere oggetto di riforma; invece, richiedono un rinnovamento della cultura politica e della cultura della giurisdizione. Il resto, ed è la parte più saliente ed evidente, chiaramente non va: le cause
civili durano secoli, ma anche i processi penali, nonostante il principio della giusta durata, non sono da meno, tant’è che altissima è la percentuale delle prescrizioni, cioè di giustizia denegata per il solo decorso del tempo. Questo significa che occorrono interventi di tipo organizzativo, misure per snellire le procedure e favorire le conciliazioni; e soprattutto significa estendere a tutta la giustizia l’informatizzazione, che già in alcuni uffici giudiziari è stata adottata, fornendo ottima prova.
Ma sono proprio questi gli interventi che vengono invocati da anni e mai realizzati, perché si preferisce parlare di altro e lasciare che imperversi sui giornali le vicende giudiziarie di Berlusconi, che costituiscono di per sé un’anomalia, sia perché non si è mai visto un simile cumulo di nefandezze ascrivibile ad un importante uomo politico, sia perché si è visto come i potenti riescano spesso ad inceppare il cammino della giustizia (cosa che ai “deboli”, invece, non riesce mai).
Un Governo efficiente dovrebbe mettere in campo i rimedi ormai noti, dovrebbe fare in modo che tutto sia accelerato e informatizzato, dovrebbe proporre misure di semplificazione degli eccessivi adempimenti formali, riordinare il sistema dei Tribunali, sul territorio (come si sta facendo, ma incontrando difficoltà enormi per il prevalere di spinte localistiche sulle esigenze funzionali). Dovrebbe, insomma, colpire al cuore – d’intesa col Parlamento – quella che da decenni viene definita “la crisi della giustizia”.
Ma tutto questo non c’entra nulla con la Costituzione e non esige riforme. Questo dev’essere ben chiaro e soprattutto dev’essere spiegato ai tanti cittadini che, ignorando come stanno davvero le cose, scaricano le colpe e le responsabilità sui Magistrati o si fanno convincere dalle teorie “complottiste”.
Ho sentito, qualche sera fa, in un luogo pubblico, un gruppetto di persone che parlava male dei Magistrati, dei loro errori, delle “persecuzioni” da loro messe in atto. Ciò che colpiva era l’assoluta ignoranza, accompagnata da una enorme sicumera e arroganza. A questi, se possibile, bisogna chiarire che noi abbiamo tre gradi di giurisdizione, funzionali proprio ad ovviare o rimediare a possibili errori (la giustizia è fatta da uomini, non da macchine); e bisognerebbe anche far capire che i processi, prima di sproloquiare, bisogna conoscerli. Io ho fatto e faccio l’avvocato da più di cinquant’anni; e mi sono sempre attenuto alla regola della rigorosa preparazione e del puntuale studio dei processi, specialmente se di una certa complessità; e difficilmente ho espresso un giudizio senza aver prima letto, e riletto, magari
centinaia (in qualche caso, migliaia) di pagine. Mi colpiva, dunque, l’altra sera, sentir dire con sicurezza che dare a Berlusconi sette anni di galera, per fatti irrilevanti e per di più senza prove, è un fatto colossale e inaccettabile.
Costoro non conoscevano una riga del processo per cui Berlusconi è stato condannato, ma erano sicuri che non ci fossero prove; e non conoscevano le imputazioni, o le sottovalutavano perché corruzione di minorenni e concussione sono reati molto gravi ed è addirittura inconcepibile che possano essere commessi da un Presidente del Consiglio; così come l’abuso della condizione di una minorenne è un fatto gravissimo che non consente di dire (come ha fatto un giornalista, qualche sera fa, in televisione, che non c’è nulla di male se ad un uno piacciono le donne e perfino se è un “puttaniere” (la parola “garbata” è del giornalista, ma
merita di essere riportata tale quale). E’ contro questa ignoranza, e questa sicurezza e che occorre reagire, per chiedere una giustizia più celere e più “giusta” (dunque forte non solo con i deboli, ma anche con i potenti), una giustizia, cioè, corrispondente appieno a quanto dispone la Costituzione, che – dunque – potrebbe essere modificata solo in peggio; ed è proprio questo che non vogliamo; semmai, ancora una volta, ove occorra, è il caso di attuarla, questa Costituzione, finalmente e completamente.

COMUNICATO DI LIBERTA’ E GIUSTIZIA

COMUNICATO

Come era prevedibile e come sempre accade quando si parla di riforme invasive della Costituzione, si sa da dove si parte ma non dove si finisce. L’emendamento del Pdl che chiede di inserire il capitolo “giustizia” nel ddl sulle riforme costituzionali è un salto nel buio e chi ci sta è un apprendista stregone.


Libertà e Giustizia.

La Presidenza.

Roma, 27 giugno 2013

RADUNO NEONAZISTA A MILANO

LA PROTESTA DELL ‘ANPI

PER IL RADUNO NEONAZISTA A MILANO

La protesta dell’Anpi.

“L’ANPI Provinciale di Milano esprime la sua profonda indignazione e condanna per il maxi raduno neonazista di gruppi provenienti da diverse regioni d’Italia e dall’Europa, organizzato per sabato 15 giugno a Milano”. Inizia così un comunicato firmato da Roberto Cenati, presidente ANPI Provinciale di Milano.
“Ciò costituisce una grave provocazione ed offesa a Milano città Medaglia d’Oro della Resistenza per l’aperto richiamo al nazifascismo e per i contenuti razzisti e xenofobi espressi da questi gruppi, che si contrappongono radicalmente al nostro progetto di costruzione di una Europa unita negli ideali della pace, della tolleranza, della democrazia, della solidarietà”.
“Mentre richiamiamo l’attenzione delle istituzioni e delle forze preposte alla difesa dell’ordine pubblico a vigilare per impedire che tali gravi provocazioni  si svolgano a Milano capitale della Resistenza, chiamiamo i cittadini, i democratici e gli antifascisti alla massima vigilanza democratica”.

Il sindaco

Il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, era sceso in campo contro l’iniziativa: “Oggi si ripropone l’inaccettabile presenza di una manifestazione di chiaro stampo neonazista, fatto questa volta maggiormente grave e inquietante data la sua annunciata dimensione internazionale: Milano non può accettare che si svolgano né ora né in futuro iniziative che attingano al repertorio dell’intolleranza razziale e politica in qualsiasi forma esse si presentino”, ha scritto sul profilo Facebook raccogliendo centinaia di ‘mi piace’.

Replicando a diversi commenti che chiedevano un suo intervento per vietare il raduno dei naziskin, il sindaco cha spiegato che “le autorizzazioni o le azioni preventive sono per legge di competenza della questura e prefettura”, rimarcando che “l’amministrazione non ha quindi potestà di intervento diretto, ma quanto riportato nello status è stato ribadito a tutti i livelli”.

La prefettura

La prefettura, a sua volta, aveva fatto sapere  sapere che il raduno “al momento non comporta un allarme di ordine pubblico”. E dunque non lo si può vietare e neanche serve un’autorizzazione agli organizzatori. In pratica in questa fattispecie si è “fuori” dal meccanismo delle autorizzazioni. Mentre serve la dichiarazione in questura, nella quale si descrive esattamente cosa si intende fare e dove. “Non emerge un profilo di
ordine pubblico per vietare quella manifestazione”.

Il Pd

Sulla vicenda intervento di Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e difesa del Pd.”Si stanno moltiplicando senza sosta eventi come questo. Lunedì depositerò un’interrogazione urgente per capire come mai vengano concessi i permessi per questo tipo d’iniziative”.

Sel

E il leader di Sel, Nichi Vendola, via twitter aveva invitato a “non consentire un’offesa alla città di Milano con il raduno nazista: uno strappo ai principi della legalità democratica”.

Da: La Repubblica; L’ Unità

SMURAGLIA SUL SEMI-PRESIDENZIALISMO

Smuraglia: semipresidenzialismo? Ma la priorità non era la riforma elettorale?

Qui di seguito l’intervista al presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, pubblicata oggi 7 giugno, sull’Unità.

Professor Smuraglia la convince l’iter di revisione costituzionale con comitato di esperti e commissione dei 40?
«Sono contrario a questa procedura. Perché la Costituzione parla chiaro con l’articolo 138. Esso riguarda singole leggi da cambiare e non un intero processo costituente come quello che si vuole. E per le singole leggi ci sono le apposite commissioni. Il rischio è quello di mettere in mora l’intera Carta, con una deroga all’articolo 138, che prevede ampie maggioranze, referendum e doppia lettura: vera e propria clausola di salvaguardia concepita dai Costituenti. Che andrebbe rafforzata prevedendo referendum anche in caso di maggioranze non dei due terzi».

Si dice: si tratta di mutare solo la seconda parte della Carta e non i principi fondamentali. Il semipresidenzialismo mette a rischio anche i principi base?
«Certo, si aprirebbe un cantiere che finirebbe per investire anche la prima parte della Carta, perché tutto si tiene in essa. E una repubblica non più parlamentare mette in questione la lettera e lo spirito di questa Costituzione. Generando così forti incoerenze tra prima e seconda parte di essa. Altro è la giusta manutenzione di aspetti non più sostenibili. Penso al bicameralismo perfetto, da sostituire con la specializzazione dei compiti o con la creazione di un Senato federale. E alla riduzione del numero dei parlamentari».

C’è stata un’ «accelerazione» sul tema semipresidenziale e la destra festeggia…
«Accelerazione che non comprendo. Le priorità sono altre a cominciare dalla legge elettorale e dalla grave crisi economica. Il semipresidenzialismo non è il diavolo, ma torno a dire: andrebbe riscritto tutto l’ordinamento costituzionale. Oggi il Presidente in quanto figura di garanzia presiede il Csm ed è l’apice delle forze armate. Con il nuovo sistema dovremmo lasciare queste funzioni a un Presidente eletto solo da una parte? In realtà siamo dinanzi a una sindrome: i torti della politica vengono scaricati sulle istituzioni, col miraggio di esecutivi forti. Ma è la politica che va riformata. Ciò che è accaduto alle ultime elezioni è dipeso dalla frammentazione e dalla crisi di identità dei partiti».

Cosa teme con l’elezione diretta di un Presidente che presiede il Consiglio dei Ministri?
«I poteri di un uomo solo al comando. E la diffusione di uno stile di governo che ha già dato cattiva prova con i cosiddetti governatori regionali, talora fonte di sprechi e arbitrii e soprattutto causa di svilimento del ruolo dei Consigli regionali. Inoltre c’è il punto del conflitto di interessi. Non possiamo rischiare di consegnare il Quirinale a qualcuno in posizione dominante nei media o in altri rami dell’economia. E non possiamo rinunciare, nella gravissima crisi che schiaccia il paese, al ruolo di salvaguardia e di controllo del Parlamento».

I partiti possono ancora esercitare un ruolo creativo e di argine?
«Sì, purché si autoriformino. Essi concorrono al bene pubblico ed è giusto finanziarli, in misura adeguata e senza eccessi. È dirimente che abbiano statuti democratici e siano sottoposti a controlli stringenti su regole e bilanci».

Torniamo al Presidente eletto. Alle varie obiezioni non si può aggiungere quella di essere un sistema scisso tra due possibili diverse maggioranze oppure troppo coeso, e con maggioranze totalizzanti?
«Sono problemi innegabili e che andrebbero visti caso per caso e nei singoli contesti storici. In Francia il sistema ha prevalso per la dirompente crisi algerina che ha spinto la Francia sull’orlo della guerra civile e per il ruolo carismatico di De Gaulle. Ma non possiamo dire che abbia sempre funzionato e al punto tale da doverlo imitare e trapiantare in Italia. Al contrario, proprio l’indebolimento dei poteri di controllo e delle garanzie potrebbe renderci inermi dinanzi alla criminalità organizzata e alle lobby. Né si può dire che una spinta presidenziale potrebbe migliorare la burocrazia. La macchina pubblica va riformata con semplificazioni e controlli di efficienza. Non con impulsi carismatici dall’alto. Ma a questo punto però faccio io una domanda: che fine ha fatto la legge elettorale? Era stato detto che era quella la priorità. Poi si è fatto il contrario e la si è messa in coda all’agenda»

Lei come spiega questo capovolgimento?
«Forse pensano di allungare la vita al governo e cosi di rafforzarlo. Invece potrebbe essere il contrario. Una intera riforma Costituzionale, oltre che non corretta per ciò che abbiamo detto rischia di essere una mina in quest’emergenza sociale».

E al Pd, che ha reincluso il semipresidenzialismo nella sua discussione, cosa consiglia?
«Non voglio intromettermi nella vita del Pd. Però la questione è molto seria e la responsabilità dei pericoli che corriamo è un po’ di tutti. Al Pd direi: pensate bene a quel che fate e a quali sono le vere priorità del paese. E soprattutto cercate di coinvolgere il maggior numero di persone in questa discussione».

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RISPETTARE LA COSTITUZIONE

Appello alla mobilitazione:

“RISPETTARE LA COSTITUZIONE”


Questo il discorso del presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, tenuto il 2 giugno a Bologna alla manifestazione “Non è cosa vostra” promossa da Libertà e Giustizia.


“Ad una magnifica manifestazione come questa, che oltretutto cade in un giorno in cui solitamente festeggiamo la Repubblica e la Costituzione e che oggi assume un valore particolarissimo, non poteva mancare la presenza e l’apporto di una Associazione come l’ANPI che ha fatto della difesa ed attuazione della Costituzione uno dei suoi contenuti ed obiettivi basilari.

Noi siamo contrari al sistema “costituente” che ci viene proposto e minaccia di esserci imposto, perché questa Costituzione può certamente essere modificata col normale sistema previsto dall’art. 138 della Costituzione nei pochi punti sui quali ci sono già convergenze essenziali, ma non può e non deve essere stravolta nei suoi contenuti e nella struttura complessiva non solo della prima, ma anche della seconda parte.

Oltretutto, di questo “processo costituente” non c’è necessità ne tanto meno urgenza. Ci hanno detto che questo Governo, davvero eccezionale nella sua composizione, avrebbe dovuto fare poche cose estremamente necessarie ed urgenti (prima di tutto la riforma della legge elettorale e pressoché insieme provvedimenti immediati per uscire dalla gravissima emergenza sociale che il Paese sta dolorosamente vivendo).

Invece, la legge elettorale è stata collocata dopo il lungo processo “riformatore” che si ipotizza, mentre tardano a venire quei provvedimenti decisivi per l’attività produttiva, per il lavoro, per lo sviluppo che il Paese attende da mesi e che non possono essere ulteriormente differiti.

Sembra invece, a leggere le cronache, che il problema principale sia quello del presidenzialismo o quello di attribuire più poteri all’esecutivo. Tutte cose che non hanno fondamento e che vanno vigorosamente contratate.

Ero già preoccupato di fronte alle incognite di un Governo  composto da forze in gran parte inconciliabili. Ma poi lo sono diventato ancora di più quando ho letto il discorso di insediamento del nuovo Presidente del Consiglio. Per la verità vi ho subito cercato, ma invano, la parola “antifascismo”; in compenso ne ho trovate altre, davvero preoccupanti.

Le ricordo sinteticamente:

già all’inizio si parla della necessità che anche forze che sostengono il Governo partecipino pienamente al “processo costituente”. Una definizione assai significativa perché il processo costituente ha un significato inequivocabile che non è quello della riforma di singole parti della Costituzione.

Mi sono allarmato, ma poi ho pensato che magari si trattava di una imprecisione di linguaggio.  Ma subito dopo ho visto che si parlava di una via possibile per una riforma anche radicale del sistema istituzionale. E qui si andava davvero sulle cose preoccupanti, visto che si faceva riferimento a  riforme radicali del sistema istituzionale.

Ma sono andato ancora oltre e ho visto che si parlava dell’idea di una Convenzione aperta alla partecipazione di autorevoli esperti non parlamentari, con riferimento anche alle conclusioni del Comitato dei saggi. E l’allarme, a questo punto, diventava davvero forte.

Sono andato comunque avanti e ho trovato che si parlava del rafforzamento della investitura popolare dell’esecutivo. Seguivano alcune frasi consuete e piuttosto generiche, ma poi si parlava di riforma della forma di Governo, prefiggendosi anche di fare su questo punto scelte coraggiose. E si parlava anche di naturale collegamento elettorale alla forma di Governo.

Un quadro come questo mi è apparso davvero degno delle più serie preoccupazioni.

L’ANPI assumeva allora una posizione molto rigorosa precisando in un documento ufficiale pubblicato il 16 maggio:

– la ferma contrarietà ad ogni modifica legislativa o di fatto dell’art. 138;

– il nostro convincimento che ogni procedimento di modifica non può che essere parlamentare, attraverso gli strumenti ordinari;

– l’inopportunità del ricorso ad apporti esterni che non siano quelli già previsti dai regolamenti e dalle prassi parlamentari;

– che le uniche riforme possibili sono quelle che risultano in piena coerenza non solo coi princìpi della prima parte della Costituzione ma  anche con la concezione che è a base fondamentale della seconda parte;

– la netta opposizione ad ogni ipotesi di presidenzialismo o semipresidenzialismo

– l’assoluta e prioritaria necessità di procedere alla modifica della legge elettorale vigente.

Naturalmente non mi aspettavo che questo bastasse a fermare le correnti impetuose che stavano avanzando; e altrettanto pensavo per quanto riguarda le pur autorevolissime prese di posizione di esperti come Zagrebelsky e Pace, di Associazioni come Libertà e Giustizia e dell’Associazione “Salviamo la Costituzione”, perché quando certi processi si mettono in moto, per di più con l’autorevolezza di un Governo nel quale sono rappresentati i partiti più forti, è chiaro che c’è dietro un disegno e un ragionamento, in buona parte condiviso e frutto di accordi che facilmente si possono intuire; ma mi illudevo che almeno alcune argomentazioni potessero essere prese in considerazione.

Mi sbagliavo, perché se ad un certo punto sembrava che naufragasse l’idea della Convenzione (cosa che mi lasciava comunque vigilante), non per questo si poteva ritenere adottata una linea diversa, tant’è che alcuni princìpi di fondo sono stati ribaditi anche da parte di chi ammetteva che della Convenzione si potesse fare a meno. Ma le “coraggiose” scelte venivano riaffermate anche per la sede parlamentare; così come restava ferma l’idea che ci si potesse avvalere di contributi esterni attraverso vie non previste dalla Costituzione e dal sistema parlamentare. Poi, l’ultima novità, il proposito di anticipare il processo di riforma per passare solo dopo alla modifica della legge elettorale, che invece io  mi ostino a considerare la cosa più urgente e prioritaria su ogni altra.

Oltretutto, bisogna considerare che la legge elettorale vigente è stata fortemente criticata praticamente da tutte le forze politiche; e tuttavia non si è riusciti a modificarla; ne deriverebbe, intuitivamente, l’esigenza di modificarla con urgenza, anche in vista di possibili, ulteriori, consultazioni elettorali.

Ma c’è una ragione in più, perché la Corte di Cassazione ha dichiarato rilevanti e non manifestatamente infondate le questioni di legittimità Costituzionale che incidono sulle modalità di esercizio della sovranità popolare e in particolare quelle che riguardano il premio di maggioranza per la Camera e il Senato, e il voto di preferenza, sempre per Camera e Senato. Una coalizione politica che intenda esprimere una volontà democratica, dovrebbe farsi un punto d’onore di non aspettare che decida la Corte Costituzionale, ma di restituire senza indugi alla sovranità popolare ciò che le è stato tolto; e invece si pensa addirittura di posporre una questione prioritaria ad un processo riformatore,  per sua natura complesso e certamente non rapido.

A questo punto le mie preoccupazioni sono ovviamente aumentate a dismisura perché intravedo una volontà molto decisa di andare avanti comunque, su un terreno che considero estremamente pericoloso, quale che sia la forma che assumerà in concreto.

L’approvazione di due mozioni analoghe, alla Camera e al Senato, dimostra la volontà di accelerare l’iter seguendo linee sulle quali l’eterogenea maggioranza non demorde.

Si impegna il governo a presentare una legge costituzionale entro giugno per dare vita ad una procedura straordinaria di revisione della Carta Costituzionale, in deroga rispetto all’art. 138 ; si parla di modifiche ai titoli 1, 2, 3, 5 della seconda parte, vale a dire: Parlamento, Presidenza Repubblica, Governo, Regioni ed Enti Locali.

Si parla di metodi particolari per garantire i tempi e si crea un comitato bicamerale del tutto anomalo.

Ricompare il presidenzialismo o semipresidenzialismo; si ricupera una cosa di cui non si era parlato se non nel passato, il potere del Governo di dettare tempi e modi dell’attività parlamentare, secondo le esigenze del programma di Governo.

Insomma, si accelera in una direzione non condivisibile, si colloca la riforma della legge elettorale in coda, si confermano convergenze quanto meno anche sul semipresidenzialismo, come avevamo sospettato dopo alcune dichiarazioni di esponenti del partito democratico.

Ho l’impressione che non si capisca o non si voglia capire che si sta maneggiando una materia di estrema delicatezza come quella costituzionale, dove i tasselli non possono essere spostati come su una tastiera di scacchi (dove al più si può perdere una partita), ma si rischia invece di intaccare sistemi e procedimenti che furono studiati a suo tempo con estrema attenzione e che sono stati formulati per rispondere a un’intima e profonda coerenza.

D’altronde c’è un abisso quasi incolmabile tra chi pensa che la fedeltà all’art. 138 sia obbligatoria e chi pensa di poter scavalcare con facilità o accomodamenti l’ostacolo; tra chi pensa che esista certamente la possibilità di apportare modifiche della Costituzione col sistema dell’art. 138 e chi invece ritiene di dare vita addirittura ad un processo costituente. Chi pronuncia questa parola, ha davvero la consapevolezza di ciò che essa significa? Chi parla di semipresidenzialismo si rende conto che questo significa cambiare la struttura e la sostanza del sistema costituzionale? Chi parla di scelte coraggiose comprende che il coraggio sarebbe meglio adoperarlo per affrontare una difficilissima situazione economica e sociale piuttosto che applicarlo ad aggredire, nella sostanza, una Costituzione su cui riposano le fondamenta della nostra civile convivenza?

D’altronde, non è a caso che qualche mese fa, esattamente  il 28 gennaio, nel corso della campagna elettorale, facemmo partire dall’”Associazione Salviamo la Costituzione” una lettera in cui si chiedeva ai candidati alla Presidenza del Consiglio un impegno su due quesiti: la disponibilità ad un irrobustimento dell’art. 138 elevando il quorum e consentendo in ogni caso il referendum confermativo da un lato, e quello di assicurare la coerenza delle riforme istituzionali che venissero proposte con i princìpi e i valori della Costituzione e la loro compatibilità con i suoi equilibri fondamentali, compresa la forma di Governo parlamentare. Avevamo fiutato giustamente il pericolo; e ne avemmo conferma dal fatto che ben poche furono le risposte.

Oggi siamo in presenza di una conferma definitiva di quali possano essere le reali intenzioni dei “riformatori” e dei pericoli che stiamo correndo. Sono già in campo le osservazioni e le critiche a questi progetti, redatte da studiosi e costituzionalisti ben più titolati di  me a formularle. E dunque non ci tornerò, accontentandomi di quanto l’ANPI ha già scritto in un documento approvato il 16 maggio scorso e ampiamente diffuso. Ma voglio esprimere la convinzione che il pericolo è reale e grave e che la mobilitazione di cui oggi viene dato un saggio imponente, debba essere considerata come il primo avvio di un impegno costante e continuativo, capace di coinvolgere associazioni (ce ne sono già oggi in campo più di quaranta), cittadini ed anche tanti che pur all’interno dei partiti disponibili a questo tipo di processi riformatori, sono fermamente convinti che si debbano apportare, con i metodi normali a partire dall’art. 138, solo le modifiche già mature e considerate compatibili e coerenti col sistema vigente.  In realtà, nel nostro Paese ha fatto sempre fatica ad affermarsi quello che alcuni costituzionalisti definiscono come il “sentimento Costituzionale”.

E questo può diventare pericoloso nel momento in cui al difetto di tale sentimento può sostituirsi o aggiungersi una tendenza alla semplificazione di un “riformismo” a tutti i costi, ed alla prospettazione di un futuro senza memoria e senza identità civica.

Ecco perché, la prima cosa che occorre fare è una massiccia iniezione di “sentimento Costituzionale” che metta al riparo della improvvisazione e delle smanie revisionistiche ed eriga un argine ampio e fortemente condiviso contro quelli che potrebbero diventare veri e propri attentati alla Costituzione.

Insomma, bisogna diffondere e sostenere quell’attaccamento alla Costituzione, come cosa propria, che è il migliore presupposto per creare una vera allerta e le precondizioni per contrastare i propositi di chi minaccia di stravolgere la nostra Carta Costituzionale.

Non illudiamoci: la battaglia sarà dura e difficile; e dunque ci vorrà una mobilitazione permanente, come quando scendemmo in campo per il referendum che poi riuscì a battere progetti davvero eversivi; ci vorrà la ricostituzione o una nuova messa in campo dei Comitati per la Costituzione; ci vorranno energie, sforzi, impegno e soprattutto continuità.

Bisogna chiarire ai cittadini che opporsi a certi intendimenti non significa essere conservatori ed opporsi a qualsiasi modifica, ma solo pretendere il rispetto e la coerenza intima di una Costituzione che, pur non applicata in tante parti, è stata in questi anni la nostra guida e la nostra più forte garanzia.

Bisogna chiarire che non siamo disponibili a compromessi ed a soluzioni pasticciate, noi che non siamo soggetti a vincoli di nessun genere, soprattutto quando si tratta di difendere gelosamente una Costituzione che abbiamo nel cuore, che consideriamo il frutto del più straordinario momento della storia del nostro Paese e per la quale tanti si sono impegnati e sacrificati. Tutte le volte che si è cercato di metter mano ad un processo cosiddetto costituente, in questi anni, sappiamo bene dove si è andati a finire e come dai progetti dichiarati si sia passati alle peggiori proposte. Non siamo contrari a leggi che, di volta in volta ma nel quadro di una reale coerenza, corrispondano a quanto consentito dall’art. 138; ma non possiamo permettere stravolgimenti né dei metodi né dei contenuti senza che vengano meno alcune delle ragioni ideali per cui siamo tanto attaccati a questa Costituzione.

Lo dico con forza e con fermezza anche perché penso di esprimere i sentimenti, la volontà, le idee non solo di coloro che hanno combattuto per conquistare libertà e democrazia e dunque anche per dar vita a questa Costituzione, che di essi è l’espressione più alta, ma anche dei tanti che – dichiarandosi antifascisti e condividendo le nostre finalità e i nostri ideali – sono affluiti in questi anni nelle nostre file. Abbiamo il dovere di non deludere queste aspettative, così come gli antichi sogni dei combattenti per la Libertà; abbiamo il dovere di impiegare tutto il coraggio e la forza delle nostre idee per conservare fino in fondo i princìpi, i valori e la struttura di fondo di una Costituzione che i costituenti  vollero destinata a durare ed a garantire nel tempo l’esercizio dei diritti di tutti, come vuole la democrazia. Impegniamoci, dunque fino in fondo in questa battaglia, che sarà decisa e forte ed alla quale non mancherà certamente  l’apporto dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia”.